Maurizio de Giovanni.

In fondo al tuo cuore.
Inferno per il commissario Ricciardi.

Einaudi.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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1.

Cade, il professore.
Cade, e mentre cade allarga le braccia; come se volesse cingere la rovente notte d'estate che lo accoglie.
Cade, e siccome durante la breve colluttazione ha buttato fuori tutta l'aria che aveva nei polmoni, adesso il suo corpo incoerentemente gli impone di inspirare, anche se quel nuovo ossigeno non servir a niente, non far nemmeno in tempo ad arrivargli nel sangue.
E nemmeno il naso registrer il profumo che viene dagli alberi e dai fiori delle aiuole, dalle cucine con le finestre aperte del quartiere, immerso nel calore come in una maledizione.
Cade con gli occhi chiusi, senza guardare le luci ancora accese di chi non riesce a dormire nonostante l'ora tarda, e un po' pi lontano, al di l dei tetti dei palazzi che digradano verso il mare, i lampioni della grande strada che pone fine al reticolo dei vicoli.
Cade, il professore. E intanto i suoi pensieri si frantumano in mille piccoli pezzi, lampi di coscienza che non costruiranno mai pi una di quelle frasi armoniose per le quali  giustamente famoso nelle aule universitarie. Ormai sono come frammenti di uno specchio rotto che riflettono nella caduta quello che possono catturare, rimpiangendo quando insieme componevano una sola, bella immagine.
Uno dei frammenti cattura l'amore.
Se potesse soffermarsi sull'argomento, il professore penserebbe che  strano, l'amore. Ti fa fare cose assurde, lontane dal tuo abituale modo di comportarti; ti rende ridicolo, a volte, e altre riempie la vita di colori. L'amore crea, l'amore distrugge, direbbe con una delle sue espressioni proverbiali. E fa volare fuori dalle finestre, anche.
Ma il professore cade, e quando si cade pi che frammenti di pensiero non ci si pu permettere. Allora la fertile mente scientifica accetta la paura del dolore.
Il dolore si pu studiare, affermerebbe il professore, se ne avesse il tempo e l'agio. -E' un sintomo, un segno che la complessa macchina del corpo umano, di cui tanto si sa e di cui ancora tanto non si sa, non funziona a dovere. Un segnale, una sirena luminosa che richiama l'attenzione: presto, accorrete, c' qualcosa che non va. Coi bambini, racconterebbe il professore se non stesse cadendo,  questo il problema: non sanno dire dove hanno male, non capiscono quello che sentono. Piangono forte, si disperano, e non dicono nulla; e il povero medico che cura quei piccoli mostri deve procedere a tentoni, tastando qua e l finch un urlo pi forte non permette di comprendere. Acqua, acqua, fuochino, fuoco.
Se non stesse cadendo a velocit vertiginosa, il professore penserebbe per l'ennesima volta a quanto  strana la vita, che pu portare ad avere a che fare per professione con cose alle quali uno non si avvicinerebbe mai. Lui, per esempio, i bambini non li ha mai sopportati; nemmeno quando era bambino egli stesso, figlio unico e malinconico di un indaffarato commerciante di provincia e di una piagnucolante maestra le cui carezze untuose rifuggiva come la peste. Ma tant', direbbe scrollando le spalle, se non fosse occupato a mulinare le braccia nell'aria calda della sera, il lavoro  lavoro, e siccome i bambini vengono fuori dalle donne, e le donne sono il suo mestiere, deve occuparsi di loro per forza.
Cade, il professore. E in un lampo si rende conto che non c' tempo, anche se la caduta dura molto pi di quanto si sarebbe aspettato.
Non c' tempo di rimettersi in forma, magari per fronteggiare meglio la colluttazione in seguito alla quale, appunto, sta cadendo, gettato fuori dalla finestra con risibile facilit. E dire che era perfino orgoglioso delle sue lisce, sensibili mani da chirurgo, cos diverse da quelle ruvide dei tanti postulanti che venivano a chiedergli cure, col cappello stretto fra le dita e le tasche vuote; anche della flaccida carne e del doppio mento andava fiero, segnale sicuro di opulente cene e di altissime frequentazioni, invidia dei lividi colleghi.
Magari qualche muscolo pi tonico, frutto delle lunghe passeggiate in salita che faceva per andare in ospedale da casa - prima di acquistare la fiammante Fiat 521C dotata di tachimetro, orologio e indicatori dei livelli di benzina e olio, con la carrozzeria bicolore nero e crema, che  il suo vanto e che assiste immobile, e presumibilmente indifferente, parcheggiata ventidue metri pi in basso, al volo del suo proprietario -, lo avrebbe salvato dalla caduta. E magari adesso sarebbe ancora presentabile, invece di avere la camicia strappata, le bretelle sganciate e gli occhiali d'oro di sghimbescio sul volto contorto.
Per, penserebbe il professore se il tempo della caduta non fosse quasi finito, uno non si aspetta di dover lottare per la vita quando se ne sta nel proprio studio a pianificare le operazioni dell'indomani. Si aspetta, al limite, di dover ricevere un visitatore improvviso da liquidare con poche caustiche battute; non certo di fronteggiare una breve, intensa zuffa a mani nude, tanto inattesa da non avere nemmeno la possibilit di cacciare un urlo per chiedere aiuto. Non che a quell'ora ci fosse molta gente, ma un infermiere, un guardiano, un assistente in possesso di una muscolatura volgare, da manovale, avrebbe forse sentito e sarebbe accorso, e adesso lui, invece di avvicinarsi al suolo a una velocit vertiginosa, che se non stesse cadendo sarebbe anche capace di calcolare, starebbe sporgendo una denuncia per aggressione.
E strana la dilatazione del tempo nei momenti estremi, penserebbe il professore, se scampasse alla caduta. E racconterebbe di come il cervello, osservando i frammenti di pensiero che volano nell'aria, si soffermi su qualcosa ma non su tutto, approfittando della meravigliosa rapidit che questo fantastico prodotto dell'evoluzione possiede nell'effettuare alcuni collegamenti ed escluderne altri. Racconterebbe, il professore, di come non sia affatto vero quello che si dice, che la vita intera passa in un lampo davanti agli occhi della mente; per esempio, della moglie e del figlio non c' traccia nei suoi fulminei pensieri, che esplodono come fuochi d'artificio, luminosi e brillanti con la notte a fare da sfondo. E nemmeno dei numerosi personaggi che, in una coreografia convulsa, animano la giornata lavorativa di un importante cattedratico con attivit ospedaliera. Attivit che lui svolge con zelo e che, per inciso, se avesse preso un po' meno seriamente adesso se ne starebbe comodo nel suo letto invece di svolazzare nel buio come un pipistrello.
C', invece, negli occhi chiusi e dietro la smorfia che attende l'impatto, l'immagine vivida e allegra di Sisinella.
Sisinella con i denti bianchi illuminati dal sole, o con le labbra rosse atteggiate in quel minuscolo broncio che lo fa impazzire. Sisinella che ride nel vento, tenendosi il cappellino con le mani mentre sfrecciano con la capote abbassata sulla sua bella macchina, acquistata, in pratica, solo per lei. Sisinella che lo porta in uno speciale e personalissimo paradiso, dentro il letto di piume recapitato da ben quattro facchini nell'appartamento nuovo al Vomero. Sisinella che gli fa vivere una vita da ragazzo, lui che ragazzo non  mai stato. Sisinella dalle mani morbide, Sisinella dalle gambe lunghe, Sisinella dalla pelle di panna e fragola. Sisinella.
Cade, il professore, e cadendo pensa a quanto si sarebbe goduto la sua faccia, l'espressione del suo viso mentre scartava il pacchetto che le avrebbe fatto trovare, come per caso, sotto il cuscino. A che festa gli avrebbe fatto, eccitata come una bambina, le guance ancora rosse dell'amore, il piccolo naso arricciato per la gioia e il sontuoso, giovane seno sussultante per il piacere. A che premio gli avrebbe conferito, per quel regalo. Peccato. Un vero peccato.
Cade, il professore, ma ogni cosa finisce, quindi finisce anche la caduta. E quella meravigliosa macchina, il prodotto pi straordinario dell'evoluzione, il cervello che tanti arguti, brillanti pensieri ha prodotto, portando il suo proprietario ai vertici della professione, fuoriesce in buona parte dall'involucro osseo che lo ha contenuto per oltre cinquant'anni e che ora si spacca come una noce al brusco contatto col suolo, poco pi di due secondi dopo che il piede del professore si  staccato dal pavimento, ventidue metri sopra.
In un ultimo, immenso lampo, il grande fuoco d'artificio si spegne nel ricordo di un sorriso fanciullesco e lascivo.

2.

Si vedevano all'Immacolatella, e non c'era bisogno di prendere appuntamento. Si vedevano ogni volta che c'era la notizia della partenza di un piroscafo, di quelli enormi con due fumaioli e la sirena che spaccava le orecchie e tremava in petto, a sentirla da vicino.
Si vedevano nel pomeriggio tardi, quando c'era quell'ora di sospensione dal lavoro da apprendista per l'uno e dalle faccende di casa per l'altra, mentre il padrone di lui dormiva, russando a bocca aperta sulla sedia dietro il banchetto, l'alito rancido di vino, e la madre di lei si metteva a cucire, prima di chiamarla di nuovo, a gran voce, per preparare la cena.
Lui aveva dodici anni e cento negli occhi, le mani nere e rovinate che stavano imparando il mestiere, il corpo magro e nervoso avviluppato in una giacchetta lisa e rivoltata appartenuta a chiss chi e chiss quando. Lei aveva undici anni e cento nella bocca, serrata a trattenere fatica e lacrime, il naso affilato sopra le labbra sottili, le sopracciglia aggrottate sulla determinazione a sopravvivere.
Arrivava prima lui, e si sedeva sempre nello stesso punto, fra le colline di gomene arrotolate che avevano una sezione larga quanto un suo braccio. Un posto d'osservazione scelto con cura, dal quale si vedevano la nave e il molo, e i barconi che caricavano le casse e i fagotti con le cose da portare via. E si vedevano loro, seduti a terra o stesi a dormire fin dal giorno precedente, in attesa di un distacco voluto e temuto, preparato raccogliendo soldi per anni. Dormivano, alcuni, altri guardavano il mare come se mai l'avessero visto, stretti nei miseri abiti, puliti e stirati quasi fosse per una festa. E la grande nave attendeva, due marinai di guardia alla passerella, in una lunga sospensione del tempo prima di emettere il fischio che avrebbe dato il via all'imbarco.
La nave. Una bestia nera, colossale, dal ventre immenso che li avrebbe inghiottiti tutti e tutto avrebbe preso, cose e persone, senza lasciare niente se non il solito, immane vuoto.
La sent giungere, silenziosa e agile come un gatto randagio, e accovacciarglisi dietro. Non si gir, n spost lo sguardo dalla coda di persone che attendevano il destino qualche decina di metri pi avanti. C'era un silenzio irreale, mentre il sole tramontava riempiendo il cielo di luglio di fiamme e colori. Lei fissava, oltre il berretto di lui, il mare oleoso e le barche a remi che mulinavano attorno alla grande nave come mosche intorno a un cavallo.
- Chiss dove vanno, - mormor.
Lui scosse le spalle.
- All'America. Non lo sai che vanno all'America?
- S, all'America, - rispose lei, sussurrando ancora come se fosse in chiesa. - Ma dove? E' grande, l'America. E poi, quando stanno l, che fanno? Dove vanno? Che si mangiano? Ci stanno i bambini, li vedi. Quelli devono mangiare sempre, se no muoiono.
Lui stette zitto per un po'. Masticava un filo di paglia. Poi disse:
- Anzitutto mo' vanno a Palermo, alla Sicilia. Caricano altra gente, pi o meno quanto questi qua. E la nave sta venendo da Genova; se guardi bene, a bordo ci stanno gi persone, ogni tanto qualcuno si affaccia, vedi? Quelli a Genova si pigliano i posti migliori, poi i napoletani quelli che restano. I siciliani si devono arrangiare.
- E tu come le sai queste cose?
- Me le ha dette Gennarino. Il padre carica le casse a bordo. Gli dnno qualcosa quelli che devono partire, per non far rompere niente. Ha un berretto nero, lo vedi? In fondo alla barca.
Lei accarezz piano una cima, come se fosse un animale.
- Non  questo che volevo sapere.
- E allora cosa?
- Volevo dire... Insomma, se ne vanno. Non tornano pi. E come fanno? All'America che lingua parlano? Che si mangiano?
Lui scatt, infastidito.
- Ma sempre a mangiare, pensi? Se ne vanno per diventare ricchi, per stare bene. Ma secondo te all'America non mangiano? Mangiano sicuro pi di qua. Sono straccioni, disperati, quello che trovano  meglio di quello che lasciano. Perch non lasciano niente. Proprio niente.
Lei non reag, continu ad accarezzare la cima. Un grosso topo fece capolino dai rotoli di gomene vicino ai quali se ne stava accovacciata. Batt il piede a terra e il topo scapp veloce, con un sottile squittio.

- Io non penso sempre a mangiare. Penso a quei bambini e a quelle femmine che seguono i mariti chiss dietro a che. E penso a quelli che restano, gurdali.
Subito dietro i partenti c'era un altro gruppo: bambini, donne e soprattutto vecchi, vestiti in modo pi ordinario. Genitori, mogli e figli che avrebbero atteso, probabilmente invano, che gli emigrati mettessero via i soldi, cos li avrebbero raggiunti, oppure che, sconfitti, tornassero pi affamati di prima.
- Io non ti farei mai partire da solo. Verrei con te. O tutti e due, o nessuno dei due.
Lui ruot leggermente la testa, serio.
- Io mi sto imparando un mestiere. E sono bravo, lo sai. Lavorer sempre, e i soldi non ci mancheranno. Non partiamo, se non- vuoi partire.
Il silenzio fu spezzato da un urlo breve di sirena. Uno dei marinai fischi, e quelli che stavano dormendo si alzarono di scatto.
Un bambino scoppi a piangere; la madre lo prese in braccio. Una vecchia, nel gruppo di quelli che restavano, affond la faccia nel grembiule. Da lontano non si sentiva il pianto, ma si vedevano le spalle sussultare.
Lui continu:
- Ma tu non avresti voglia di andare? Per vedere com', l'America? Per vedere se ci riusciamo pure noi, a vivere in mezzo agli indiani? Dice che  un posto pi grande di tutti gli altri, e ci stanno animali strani che nessuno ha visto mai.
Il sole calava rapido, ma l'aria non rinfrescava. Lei si asciug una goccia di sudore.
- No. Io voglio stare a casa mia. Parte la gente debole, quella che non ce la fa. Io ce la faccio. Io ce la voglio fare.
Lui tacque. Sput la pagliuzza e raccolse un sasso.
- E allora perch vieni qua, quando partono le navi? Se non vuoi partire, perch ci vieni?
- Perch ci vieni tu. Perch lo so che ti piace.
- Solo per questo?
Un uomo e una donna erano abbracciati ai piedi della passerella. Non piangevano, non si dicevano parole di rassicurazione o tenerezza. Si stringevano con forza, disperati.
Lei sussurr:
- No. Non solo per questo. Pure per ricordarmi che io non dovr partire per cercare da mangiare. Che io star bene qui, a casa mia, nel posto mio. Perch io non sono debole. Io ce la faccio.
Era una bambina, e aveva parlato a voce cos bassa da rendere quasi impossibile capire le singole parole; ma lui si volt a guardarla come se gli avesse urlato nelle orecchie.
- Se le persone stanno bene insieme, se si vogliono bene, se fanno una famiglia, allora qualsiasi posto  il posto loro. Mica c' bisogno di combattere, no? Si va dove si sta meglio, tutto qua.
Lei non rispose; continu a fissare, senza espressione, la coppia che si abbracciava in silenzio e la fiancata scura della nave che faceva da sfondo.
- Io sar felice, - mormor. E cominci ad annuire lentamente e con forza, come se stesse ascoltando una voce che dall'interno le suggeriva il modo per esserlo. - Io sar felice. Lo so che lo sar. Ce l'ho scritto nel profondo del mio cuore.

3.

Io sar felice, pens Enrica. Io sar felice.
L'aria nella cabina chiusa della motonave era irrespirabile, cos era uscita sul ponte. Il vento caldo, per, non portava grande sollievo, e l'odore della nafta unito al rollio le dava la nausea; per l'ennesima volta si domand se avesse fatto la scelta giusta.
Io sar felice, si ripet con decisione. Lo sussurr perfino, senza accorgersene, e una signora grassa dal colorito terreo la guard incuriosita.
Non erano stati facili, gli ultimi mesi. Aveva dovuto forzare la propria natura riservata per costruire, con cura e pazienza, un rapporto di amicizia con Rosa, la governante dell'uomo del quale si era innamorata.
Innamorata? S, certo. Ne era pi che sicura. Perch l'amore, rifletteva Enrica,  un fatto fisico prima che dell'anima. Lo si misura con il battito di cuore perduto quando lui posa gli occhi su di te, e con quello in pi quando ti accorgi che nei suoi occhi insorge la tenerezza. L'amore  il calore che avverti sulla faccia all'idea di accostare le tue labbra alle sue. L'amore  il languore del ventre quando scorgi la sua sagoma alla finestra, nelle sere d'inverno, al di l della strada e della pioggia.
L'amore  un fatto fisico. E lei era innamorata.
L'assurdo era che aveva sempre sentito, nel cuore, sulla pelle, nel ventre, che anche lui l'amava. E nei lunghi mesi in cui lui l'aveva osservata dalla finestra e lei aveva atteso un gesto, una parola, si era chiesta perch non si facesse avanti. C'era un'altra donna?
L'unico modo di saperlo era parlare con chi gli stava vicino, e la sola persona che gli stava vicino era appunto la sua vecchia tata, una donna semplice, brusca soltanto all'apparenza, che aveva accolto con praticit il tentativo disperato di Enrica, dicendole quanto desiderava che la cosa si concretizzasse, e in fretta, perch si sentiva stanca e aveva paura che lui sarebbe rimasto solo quando lei non ci fosse stata pi.
Ora, sul ponte della motonave, mentre teneva il cappellino con la mano guantata e si premeva sul naso un fazzoletto profumato, Enrica stentava a ricordare l'entusiasmo e la trepidazione che aveva provato entrando nella casa di lui. Le era sembrato, a Pasqua, di poter abbattere qualsiasi barriera, di poter conquistare, con la calma e la pazienza che le erano proprie, il posto che voleva, al fianco del compagno per la vita che aveva scelto in silenzio, nel segreto della sua stanza, leggendo e rileggendo la prima impacciata lettera che lui le aveva inviato, nella quale le chiedeva il permesso di salutarla.
Aveva cucinato per lui. Aveva organizzato, con Rosa, una cena con le pietanze che gli piacevano. Aveva scelto un vestito, un profumo, un paio di scarpe. Aveva perfino preparato gli argomenti di cui avrebbero conversato. Era pronta; si sentiva la donna che avrebbe voluto essere.

Ingoi un singhiozzo che le saliva in petto. Provava compassione per s stessa, al ricordo di quella sera. Lui non era venuto, e lei era rimasta seduta, rigida e silenziosa, con l'imbarazzata Rosa che la guardava triste dalla soglia della cucina, senza sapere che dire. Alla fine Enrica si era alzata e se n'era tornata a casa. Pi tardi, quando l'ansia per la salute di lui aveva vinto sulla mortificazione, lasciandola sveglia alla finestra, aveva udito una macchina arrestarsi davanti al portone e lo aveva visto scendere dopo che un autista gli aveva aperto lo sportello; aveva distinto all'interno dell'abitacolo una sagoma ed era giunta, nel silenzio della notte, una risata di donna. Quella donna.
Era stato allora che aveva deciso di essere felice, nonostante lui.
Se preferiva l'altra, non si sentiva di biasimarlo. L'aveva vista una volta al Gran Caff Gambrinus, e non aveva potuto non riconoscerne la bellezza, la classe, l'eleganza. Rosa le aveva detto con tono sprezzante che era una donnaccia, una di quelle che fumano in pubblico e fanno le civette con tutti, ma lei era consapevole di quanto fosse difficile, per una semplice maestrina, competere con una cos.
La madre - che non perdeva occasione per ricordarle che una ragazza, a ventiquattro anni ormai compiuti, poteva dirsi ufficialmente zitella, che sua sorella minore (minore!) era gi sposata da oltre due anni e aveva pure un figlio, mentre lei le sembrava ormai destinata a un'esistenza di orribile solitudine - la osservava con palese e crescente preoccupazione, e questo la prostrava in maniera insopportabile, ora che non coltivava nemmeno pi il dolce segreto di un sentimento che credeva corrisposto. Il padre, tanto simile a lei nel carattere, quieto e dolcemente determinato, capiva che parlandole le avrebbe causato soltanto altro dolore; cos la osservava di nascosto, condividendo la malinconia che trapelava dal suo viso con partecipazione e impotenza.
Riparando gli occhiali dagli spruzzi del mare, Enrica si disse che s, quella era la scelta giusta. Non ce la faceva ad affrontare una lunga, torrida estate abbassando la testa quando passava davanti alla finestra; sforzandosi di non guardare dall'altra parte della strada durante i pomeriggi in cui faceva lezione a studenti costretti agli esami autunnali; cercando di evitare casuali e dolorosi incontri con Rosa nei negozi di alimentari sotto casa. Cosa avrebbe potuto dirle? Che non si sentiva capace di battersi per conquistare l'amore? Che le armi della seduzione, di cui l'altra le sembrava tanto esperta, non le appartenevano? Che era cos vile e rassegnata da farsi di lato per non soffrire ancora?
Perci era andata all'istituto dove si era diplomata a chiedere se da qualche parte ci fosse bisogno di un'insegnante. Scappava? S. Scappava. Da lui. Da s stessa. Da quello che avrebbe voluto accadesse e non era accaduto. Dalla vita stagnante da cui non era stata capace di uscire.
Ci aveva riflettuto a lungo, e le era parsa la soluzione migliore. Le chiamavano " colonie climatiche temporanee"; servivano a prevenire la tubercolosi, una delle piaghe che minacciavano la salute dei bambini. Date al mare un bambino malato e il mare ve ne restituir uno sano, diceva lo slogan; chiss se era vero. In ogni caso era un modo di offrire aria buona a chi non se lo poteva permettere, e all'Opera nazionale balilla l'occasione per fare proselitismo estivo. La direttrice dell'istituto, che ricordava Enrica come la migliore delle proprie allieve, le aveva promesso, abbracciandola, di indicarla come prima scelta se si fosse liberato un posto, e pochi giorni dopo l'aveva mandata a chiamare.
Il padre aveva protestato; preferiva tenerla accanto. Ma la madre l'aveva sostenuta, nella speranza che un nuovo ambiente potesse offrirle qualche opportunit di conoscenza.
Enrica si trovava cos a bordo della motonave che la portava a Ischia, per raggiungere una colonia estiva rimasta priva di un'insegnante che si era scoperta scandalosamente incinta pur essendo nubile. Pareva che il fato volesse assecondare la sua decisione di allontanarsi da quegli occhi verdi e addolorati che le comparivano in sogno ogni singola notte, quando, dopo essersi agitata nel letto per ore, riusciva finalmente a prendere sonno.
Strinse le palpebre nel sole, deglut e cerc di distrarsi con il panorama. Riconobbe Pizzofalcone, la Certosa di San Martino, Castel Sant'Elmo che sormontava la verdissima collina; sulla riva, le belle facciate dei palazzi di Santa Lucia e il Castel dell'Ovo, che si allungava sul mare come un dito di pietra. Pi in l, Posillipo precipitava verso l'azzurro del golfo, corteggiato da cento barche che rientravano da una notte di pesca. La citt, cos infida e brulicante, acquistava da quella prospettiva una bellezza commovente che induceva alla nostalgia. Enrica si chiese quali dovessero essere i sentimenti di chi, costretto a emigrare, si voltava a guardare quello spettacolo con la consapevolezza che forse non l'avrebbe rivisto mai pi.
Un nodo di disperazione le strinse la gola. La signora dal colorito terreo, che combatteva contro una gran voglia di vomitare, trov la forza di chiederle se si sentiva bene. Enrica annu con un sorriso tirato, poi si gir verso il mare per nascondere l'oceano di lacrime che le aveva riempito gli occhi.
Io sar felice, si ripet. Io sar felice.
E pianse in silenzio.

4.

Una volta all'anno, in questa citt, arriva il caldo. Quello vero.
Certo, qualcuno dir che i periodi in cui la temperatura  troppo alta sono tanti, che in generale, qui, il freddo non c' mai. Ma non  cos. E dir che spesso, anche fuori stagione, ci sono giorni in cui il vento del Sud porta l'aria dell'Africa, che fa impazzire le persone, costringendole a gesti, parole e pensieri che altrimenti non avrebbero nemmeno immaginato. E questo invece succede. Ma il caldo, quello vero, arriva una volta all'anno.
Non  una sorpresa. Lo si aspetta fin dalla primavera, quando si spande il profumo dei fiori e le cravatte si allentano al sole, quando diventa pi piacevole fermarsi a chiacchierare per strada o alle finestre aperte, da un lato all'altro delle strette vie del centro e dei vicoli. Mo' viene il caldo, dicono allora le comari, stendendo allegre le lenzuola sulle corde, che magari uniscono i balconi di due palazzi diversi; lo dicono sorridendosi, ma nelle loro voci c' una sottile vena di preoccupazione. Perch lo sanno che il caldo, quello vero,  una faccenda seria e terribile.
Il caldo, quello vero, non giunge all'improvviso. Ha le sue date fisse, e si muove come una flotta militare, attraversando il mare in parata. Si fa preannunciare da qualche nuvola, e magari da un rovescio improvviso, cos, giusto per creare un'illusione, un diversivo prima dell'attacco finale. I cani annusano l'aria, alcuni emettono un guaito irrequieto. I vecchi sospirano.
Arriva una notte che, contrariamente al solito, non regala refrigerio, ed  quello il segnale. Gli uomini girano per casa cercando invano una combinazione di finestre aperte che formi un po' di corrente. Le giovani madri sorvegliano il sonno dei bambini, non riuscendo a liberarsi del fantasma dei racconti di neonati scoperti morti, all'alba, nella culla.
Il sole sorge temutissimo, il primo giorno di caldo. Entra in cielo come una nave da guerra in porto, minaccioso e fiammeggiante. E non d scampo. Gli ambulanti vengono sorpresi mentre sono gi in strada, e subito si ritrovano zuppi sotto il carico della merce che, se deperibile, tenteranno di riparare e di mantenere attraente, ma con scarsi risultati: tutto sembrer avvizzito, povero, brutto. Come gli stessi venditori, impegnati a richiamare con roche grida l'attenzione delle donne, che si guardano bene dall'uscire sui balconi, se appena possono evitarlo. Peggio ancora va ai commercianti, immobili in trepida attesa sulle soglie dei negozi, il cui interno diventa inabitabile se sprovvisto di lenti ventilatori.
Si salvano le chiese, le cui navate fresche vengono invase dalle bizzoche e da chi, in altri periodi dell'anno,  pi occupato a peccare che a redimersi. Le donne bagnano con pezze inumidite i bambini pi piccoli e li tengono all'ombra, e per i pi grandicelli preparano una tinozza d'acqua fresca che diventer presto calda, per almeno li far divertire, tra spruzzi e grida.
Fin dalle prime ore del mattino i litorali sono invasi, ma appaiono quasi immobili. Perch il caldo, quello vero,  una dimensione a parte in cui il tempo si dilata come le gambe nelle calze. Cambiano le parole e i suoni, e le idee hanno un altro corso, quando c' il caldo vero. I ragazzi non tirano la fune, le ragazze non passeggiano in coppia o in quartetti sulla riva, mettendo in mostra i cappellini vezzosi o i costumi a righe dalla cintura finta in vita, che lasciano scoperta met delle cosce; nessuno si produce in audaci tuffi dai trampolini sui pontili. Troppo caldo per muoversi tanto in un mare che smette subito di rinfrescare. Preferiscono starsene a mollo come trichechi, a condurre lente conversazioni interrotte di tanto in tanto da una breve immersione della testa. E balene spiaggiate sembrano i panciuti commendatori semisdraiati sulla battigia, che chiacchierano d'affari e di politica e leggono sonnacchiosi il quotidiano del mattino.
A mano a mano che le ore passano, il sole ha sempre meno piet. Gli abituali argomenti di discussione - i fatti del giorno, i numeri del lotto, la crisi economica americana di qualche anno prima e la conseguente depressione, raccontata in apocalittiche lettere dai parenti emigrati - sono spazzati via dal caldo, quello vero. Ci si guarda in faccia, pallidi e sofferenti, da una parte all'altra della strada, ci si scambia un cenno lento della mano, si mima con le labbra una frase di circostanza ("Che
calore, che calore! ") e si tira avanti, strascicando i piedi. Ci si d appuntamento nelle Gallerie, quasi dei salotti sfatti dai soffitti in vetro, in cerca di un'ombra umida e poco soddisfacente, e si discute di quanto potrebbe durare questa condizione.
Fiorisce una specifica aneddotica: compa', stanotte per trovare un poco di sollievo mi sono messo a dormire sul pavimento; figuratevi, compa', io mi sono messo fuori al balcone solamente in mutande e canottiera, e le zanzare mi hanno mangiato vivo, mi hanno mangiato, guardate qua che bozzi tengo sulle braccia. Le pagliette vengono sventolate sul volto a mo' di ventaglio, e i giovanotti dalle scarpe bicolori valutano al ribasso le signorine che passano lente, per limitare lo sforzo di un tentativo di conversazione. I numerosi signori sovrappeso e le tante matrone rimpiangono, al cospetto del caldo, quello vero, gli anni in cui camminavano leggeri sfiorando il suolo sull'ala della perduta giovent, ma si rallegrano di avere minore appetito, mentre mangiano il quarto gelato della giornata per rinfrescare la gola secca.
I tavolini all'esterno dei caff, riparati da larghe tende bianche, sono oggetto di duelli rusticani, e i vincitori si attardano sorbendo le bevande a minuscoli sorsi, mentre chi aspetta che si liberi il posto li osserva con malcelato astio, augurando loro la pi atroce delle morti. I cocchieri, in vana attesa di passeggeri, si disputano l'ombra dei palazzi della piazza, addormentandosi sui sedili delle carrozze con la bocca spalancata e il cappello sugli occhi.
I tram che sferragliano verso le colline 'e il mare sono carichi di famiglie in cerca di un'ipotesi di fresco. All'interno il fetore e il sudore imperano, e tutti invidiano la condizione di libert dei grappoli di scugnizzi appesi all'esterno, per approfittare di un passaggio gratis, nudi e neri come africani, schiamazzanti e allegri come pagliacci. L'autista, a intervalli, fermer la carrozza e scender sbuffando a cacciarli; loro si allontaneranno come uno stormo di rondini ridendo alle sue minacce, insultandolo, per poi assaltare di nuovo la vettura alla ripartenza.
Quando arriva il caldo, quello vero, scende sulla citt un velo di silenzio e di preoccupazione perch tutti sono sicuri che non finir mai. Ogni abito, anche il pi leggero, sembra una coperta di lana spessa, insopportabile, e aloni scuri di sudore impregnano la stoffa sotto le ascelle e sul torace. Costretti alla giacca e alla cravatta, gli impiegati in servizio, salendo e scendendo le scale degli uffici, pensano che dovranno lavare gli indumenti prima del tempo e sospirano per il costo dell'operazione, mentre le donne in et da marito diradano le uscite per la minor tenuta della messa in piega eseguita dalle parrucchiere a domicilio.
Dai balconi si scruta la strada in attesa che compaia il venditore del ghiaccio, richiamando l'attenzione con un urlo. Sar pi caro del solito e ci saranno proteste a gran voce, ma chi pu non si far mancare un pezzo di freddo al quale affidare la speranza che prima o poi il caldo, quello vero, finisca. La trattativa con l'uomo del ghiaccio  diversa da quella con ogni altro ambulante. Anzi, la trattativa non c' affatto; lui sa della necessit e del desiderio dei clienti, e non si ferma se prima non sente il tintinnio delle monete, anche perch una sosta comporta il parziale scioglimento dell'oro bianco che tiene nel carretto, riparato da coperte e stracci. Ottenuto il prezzo richiesto, estrarr il blocco con un gancio di ferro e, sotto lo sguardo affascinato dei bambini, ne taglier un pezzo usando un coltellaccio adunco e nero, mentre qualche scugnizzo raccoglier trionfante i frammenti caduti al suolo. Dato il peso, non sar possibile acquistare il ghiaccio dai piani alti calando il paniere con la corda, come si fa per la frutta o la verdura, ma la risalita in casa per le buie e ripide rampe sar pi piacevole, con quel fresco fardello tra le braccia.
Il caldo, quello vero, dura pochi giorni, e salvo rare eccezioni, questi pochi giorni cadono tra l'inizio e la met di luglio. Giorni senza pioggia e senza pace, investiti da una luce violenta resa lattiginosa da un velo di vapore che ristagna a mezz'aria, come una condanna alla citt. Giorni in cui gli anziani diventano taciturni, gli occhi perduti nel vuoto, nessuna storia da raccontare, nessuna lamentela sui mille dolori, nessuna critica velenosa ai vicini di casa o alle conoscenze del vicolo. Il respiro affannoso  una specie di lugubre commento sonoro; nemmeno monosillabi in risposta alle domande preoccupate dei figli su come si sentano.
Il caldo, quello vero, si insinua attraverso i pori e va a maneggiare le stanze dell'anima dove si conservano i ricordi, e gli anziani sono quelli che ne hanno di pi. Si ritroveranno davanti agli occhi eventi di molte estati prima, volti sorridenti e canzoni d'amore dimenticate, passeggiate in riva a un altro mare ancora pi blu. Vecchie sdentate e bavose ridiventeranno, con il caldo vero, danzatrici di tarantelle in feste lontane, che attendono di essere invitate dall'amato nella penombra di un portone, accogliente quanto un'alcova; e vecchi costretti da anni a una sedia saranno di nuovo giovani pescatori dalla pelle abbronzata, in barca di notte a parlare d'amore, in dolce compagnia, sotto una luna pi cocente del sole. Il caldo, quello vero, sa essere vigliacco e subdolo, e se la prende coi pi deboli sfruttando la malinconia.
Sono pochi i giorni del caldo, quello vero. Ma in quei giorni l'atmosfera cambia, e la citt diventa un altro posto. Ha il sapore del ghiaccio e l'odore del mare, ma pu anche avere il nero colore della morte.
Il caldo, quello vero, viene dall'inferno.

5.

Altri venti passi e l'avrebbe visto. Nemmeno trenta metri, appena svoltato l'angolo. Trasse un sospiro e cammin pi veloce.
Quando poteva cambiava percorso, se questo non comportava ritardi eccessivi; e se proprio era inevitabile, cercava di passare pi in fretta per abbreviare il momento. Il momento in cui le fredde dita della sofferenza gli avrebbero attraversato la pelle e afferrato il cuore.
Arrivato vicino al punto abbass lo sguardo; le mani nelle tasche dei pantaloni, la giacca leggera aperta sulla camicia bianca, la sottile striscia di stoffa scura bloccata sul ventre da un fermacravatte d'oro, unica concessione a una distratta eleganza. Avesse avuto il cappello, sarebbe stato uguale a tanti giovani impiegati o uomini d'affari in giro per le vie del centro, costretti dal lavoro a uscire anche col caldo terribile di quei giorni. Ma Luigi Alfredo Ricciardi non era un impiegato, e nemmeno un avvocato, pur avendo studiato Giurisprudenza. Era un commissario di pubblica sicurezza, ed era diretto, come sempre alle prime ore del mattino, al suo ufficio in questura.
Lungo la strada, per, lo aspettava qualcuno. Qualcuno che, nella sua forma fisica, era stato rimosso da un paio di accaldati becchini comunali, sotto gli occhi addolorati di una piccola folla tristemente abituata a fatti del genere: un bambino travolto da un tram. Succedeva spesso, purtroppo; orfani che si disputavano un pezzo di pane duro, uno scugnizzo che inseguiva una palla di stracci, un ragazzino che sfuggiva a una mamma distratta. O uno dei tanti che viaggiavano pericolosamente, e abusivamente, in bilico sulle sporgenze degli automezzi stessi, e talvolta perdevano la presa e finivano tagliati a met sotto le ruote pesanti.
Proprio questo era accaduto al bambino che aspettava Ricciardi a pochi centimetri dal luogo in cui era morto. Gli occhi addolorati del commissario ricevettero, senza che guardasse, l'immagine orribile di un viso intatto, con i capelli rasati a zero per preservarli dai parassiti, le spalle coperte da un camiciotto troppo grande, le braccia tranciate fino ai gomiti. La bocca nera emetteva un fiotto di sangue e le parole biascicate ma chiarissime: cado, cado, nun 'o tengo cchi. Un sostegno che era venuto meno, la forza delle braccia insufficiente. Il busto troncato fluttuava a mezz'aria e diceva a Ricciardi che il poveretto non era morto subito, che non gli era stato risparmiato alcun dolore.
Lo stomaco rattrappito, Ricciardi si mise quasi a correre, portando alla bocca il fazzoletto. Dio, quant'era insopportabile. Un vecchio mendicante, semiaddormentato nell'ombra di un palazzo, alz lo sguardo cisposo al rumore dei passi svelti del commissario e l'osserv con malevola curiosit; qualcosa in quell'uomo giovane che passava di corsa lo impression, e si ritrasse contro il muro. C' chi me la legge in faccia, la mia condanna, pens Ricciardi.
In quel periodo la sua sofferenza era pi profonda del solito. Non gli era rimasto nemmeno il sollievo di guardare Enrica dalla finestra. Era scomparsa, e le uniche fugaci immagini che apparivano dietro i vetri dell'appartamento erano di suoi famigliari. Non la biasimava, anzi, razionalmente era contento per lei. Cosa poteva offrirle uno come lui? Magari aveva conosciuto qualcuno, o aveva deciso di non concedersi pi alla vista di un uomo che non aveva il coraggio di prendere iniziative. Sapessi, amore mio, sapessi che inferno ho nel cuore, e quanto vorrei invece starti vicino come un uomo qualunque, e amarti e sorriderti e abbracciarti e fare l'amore con te per tutta la vita. Sapessi quanto vorrei essere normale, e avere i mille pensieri e le mille preoccupazioni che hanno tutti, ma non sentire il tronco mozzato di un bambino che mi vomita sangue addosso a un angolo di strada.
L'assenza della ragazza svuotava la vita di Ricciardi molto pi di quanto si sarebbe aspettato. Nemmeno Rosa, che fino a Pasqua aveva accennato a lei come a una recente conoscenza in un modo che quasi preludeva a un invito a casa, ne parlava pi da tempo. Ricciardi era stato tentato di chiederle perch, ma Rosa stessa era per lui una fonte di preoccupazione sempre pi pressante.
Non stava bene. Pi volte l'aveva colta mentre si aggrappava a un sostegno, in preda a un capogiro che negava con decisione, o a stringere e aprire la mano destra come se le si addormentasse. Ogni tanto si sedeva e rimaneva cos anche quando lui entrava nella stanza, venendo meno a un'abitudine che aveva acquisito fin da quando Ricciardi era un bambino. Le cadevano gli oggetti, anche leggeri, come una forchetta, e capitava che fermasse a mezzo un discorso perdendone il filo. Aveva provato a convincerla a lasciarsi visitare da Bruno Modo, il dottore dell'ospedale dei Pellegrini che svolgeva la funzione di medico legale, una delle poche persone con cui il commissario avesse confidenza, ma lei si era rifiutata con tale decisione da scoraggiare ulteriori insistenze. Non se ne parla proprio, aveva detto. Pensate a voi, che siete sempre pi pallido e magro. Sedetevi qua, e mangiate fino all'ultimo boccone.
Non aveva mai pensato di poter perdere Rosa. Da quando ricordava, e anche prima, la donna gli era stata vicino in ogni momento. Molto pi di sua madre, spesso malata e morta giovane. E non riusciva a immaginare di non sentire pi le continue lamentele, le preoccupazioni, i rimproveri e le lagnanze della vecchia tata sulla sua vita e sulla solitudine alla quale si costringeva, che lei reputava assurda. Per, se non voleva farsi visitare, non c'era maniera di obbligarla.
La sera prima Rosa lo aveva informato di aver mandato a chiamare la nipote Nelide perch l'aiutasse, come lui le aveva spesso chiesto. Almeno questo l'aveva ottenuto. Magari con un po' di riposo si sarebbe rimessa, e tutto sarebbe tornato a posto.
La temperatura si faceva rovente, nonostante l'ora. Da una finestra aperta, giunse il canto modulato di una bella voce femminile. Il pensiero lo port con uno strappo a Livia, che era stata una cantante e che qualche volta lo costringeva ad accompagnarla a teatro. Uscire con lei non gli dispiaceva; se non altro, in quelle fatue serate distoglieva la mente dal lavoro, dalla preoccupazione per Rosa e, soprattutto, dall'assenza di Enrica.
Sapeva di significare qualcosa per Livia. Glielo aveva confessato lei stessa. E Ricciardi si domandava perch lui, con tutti gli uomini che poteva avere, ricca e affascinante com'era. Forse, si disse mentre affrontava l'ultimo tratto di strada, era proprio la sua scarsa attitudine al corteggiamento ad attirarla, un tratto che per lei doveva costituire un piacevole diversivo.
D'altronde i patti con Livia erano chiari: un'amicizia da coltivare andando insieme sempre e soltanto al teatro o al cinematografo. Nessuna occasione sociale, nessuna cena, nessun aperitivo, niente incontri. Non erano fidanzati, non lo sarebbero diventati. Condividevano qualche ora piacevole, il giudizio sulla rappresentazione, quattro chiacchiere mentre lo riaccompagnava con l'automobile a casa; tutto questo una sera ogni paio di settimane. Lei non gli chiedeva altro, e niente altro lui sarebbe stato disposto a darle. Il rituale era sempre uguale: l'autista arrivava in questura e gli consegnava una busta con dentro i biglietti, la data e l'ora dello spettacolo; se lui assentiva, il giorno stabilito la macchina sarebbe passata a prenderlo in ufficio.
Sospettava che Livia non piacesse a Rosa, quindi evitava di parlargliene. Quanto a lui, ne coglieva il fascino e non poteva negare che era difficile distogliere lo sguardo da quel corpo meraviglioso fasciato in abiti all'ultima moda, dal viso perfetto e gli occhi scintillanti d'allegria; era anche gratificante entrare con lei a teatro, e notare come l'attenzione adorante degli uomini e quella livida delle donne si appuntassero sulla sua accompagnatrice. Ma se avesse potuto dare il proprio cuore a qualcuna, se non avesse avuto addosso la maledizione della follia, avrebbe scelto la dolce Enrica, che ai suoi occhi era di una bellezza incomparabile.
Mentre, suo malgrado, la mente lo portava da una donna all'altra, si ritrov all'ingresso della questura dove, ad attenderlo nell'ombra, trov una familiare e imponente sagoma in divisa da brigadiere.
- Maione? E tu che ci fai, qua?
L'uomo si tocc la visiera in un rapido saluto:
- E che ci volete fare, commissa'? Le ferie hanno sballato i turni, e un po' di straordinario di questi tempi torna comodo. Ho fatto cambio con Cozzolino, quello  scapolo e le vacanze gli servono per trovarsi una fidanzata, che poi chi se lo piglia non lo so proprio, con la faccia da cane da guardia che ha. E comunque  stato un bene, perch  successa una cosa al policlinico, abbiamo ricevuto una telefonata poco fa. Ho mandato avanti Camarda e Cesarano; io sono rimasto ad aspettarvi, lo sapevo che arrivavate presto. Che dite, ci avviamo?

6.

Il policlinico della regia universit era al centro di una fitta rete di vicoli. Era stato costruito sulla pianta di un antico monastero, e occupava un'area piuttosto vasta.
Appariva all'improvviso, con il suo alto cancello, dopo una curva stretta che, come tutte le altre, sembrava portare in un'innocua piazzetta dalla quale sarebbe partita un'altra viuzza, per arrivare a un'altra piazzetta e cos via, all'infinito. Ricciardi pensava che la citt fosse stata disegnata cos, senza senso, un vicolo dietro l'altro e una piazza dietro l'altra, a mano a mano che si allargava e si allungava dal mare verso le colline; poi si trovava di fronte uno dei meravigliosi palazzi aristocratici, con le aiuole fiorite all'interno di un portone imponente, e capiva che tutto aveva un senso.
Davanti al cancello c'era una piccola folla silenziosa tenuta a bada da due custodi. La corporatura e la divisa di Maione fecero s che l'assembramento si aprisse a sufficienza per farli passare. Il custode pi anziano, un uomo robusto con un paio di baffoni e una blusa di qualche taglia inferiore al necessario, li salut e senza una parola si avvi, facendo segno di seguirlo.

Percorsero un viale alberato e abbastanza fresco. Le aiuole erano curate e l'erba tagliata da poco. Ricciardi e Maione si guardavano attorno: la struttura era costituita da diverse palazzine di uguale altezza, quattro piani pi quello rialzato, in buone condizioni. C'erano delle persone affacciate alle finestre, alcuni uomini in camice bianco, qualche infermiera col cappellino. C'era nell'aria quel caratteristico senso di attesa che si spezzava solo all'arrivo dei poliziotti. Era come se il loro irrompere desse inizio a una specie di rappresentazione, con gran sollievo degli spettatori.
Vicino a uno dei padiglioni, alcune persone erano raccolte in cerchio. Poco distante, un'unica vettura ferma di lato, fiammante, color nero e crema. Maione riconobbe le guardie che aveva inviato, e ne chiam una.
- Cesara', eccoci. Allora, che abbiamo? L'uomo gli venne incontro, salutando militarmente:
- C' uno che  caduto. Da l sopra, pare.
Indic vagamente l'edificio. Maione sbuff e disse, scimmiottando il subordinato:
- Uno che  caduto. Da l sopra, pare. Sempre precisi, voi, eh? Lvati, va'. Fammi capire con chi si deve parlare per saperne di pi.
Si avvicinarono, e videro cosa c'era al centro del piccolo cerchio. Il cadavere a faccia in gi di un uomo non giovane, a giudicare da quello che si poteva intuire. Non portava la giacca, la camicia era strappata nella parte inferiore, una bretella era sganciata. Una delle scarpe era scalzata, e il pantalone un po' sollevato metteva in mostra un calzi
no beige retto da una giarrettiera nera. Ricciardi fece a Maione un cenno col capo, e il brigadiere disse a Camarda, l'altra guardia, di telefonare subito in questura perch mandassero il fotografo, e di far venire il dottor Modo, se era in servizio, dall'ospedale dei Pellegrini.
I pi vicini al cadavere erano due infermiere, di cui una in lacrime, un inserviente con un rastrello in mano e gli stivali ai piedi, un custode con la stessa blusa di quello che li aveva accompagnati fin l e un uomo in camice bianco. Maione chiese che si facessero indietro, e si allontan con loro di qualche passo: sapeva che nella prima fase del sopralluogo Ricciardi voleva restare da solo sul luogo del fatto.
Il commissario constat che la posizione del cadavere era compatibile con una caduta, probabilmente dall'altezza massima: la finestra all'ultimo piano era aperta e distava da terra almeno una ventina di metri. L'uomo doveva avere preso anche un po' di rincorsa, perch aveva sorpassato i cespugli che ornavano il margine del vialetto proprio sotto il muro dell'edificio. Si era lanciato o era stato lanciato. Si concentr, poi si gir di scatto.
Defilata rispetto al cadavere che l'aveva originata, al riparo della scarsa ombra degli alberi sull'altro lato della stradina, Ricciardi riconobbe l'immagine del morto, in piedi. Il tronco era spostato rispetto al bacino, come se il corpo fosse diviso in due; la stessa impressione si aveva esaminando la figura lungo l'asse verticale, perch una met della testa era pressoch intatta, mentre l'altra era devastata dall'impatto col suolo. Il commissario anticip l'ispezione del medico, rilevando la frattura della colonnavertebrale e del cranio. Sulla fronte c'era un'ampia ferita, dalla quale sgorgava una fontana di sangue rosso vivo che inondava la parte destra del viso, accartocciata e deformata: lo zigomo era rientrato, al posto della bocca c'era un buco nero. Dell'occhio, nessuna traccia. La parte sinistra, invece, mostrava quasi un'espressione intenerita, sognante: la palpebra socchiusa, le labbra atteggiate in un mezzo sorriso. L'incongruenza del tutto produceva un effetto raccapricciante.
Ricciardi si avvide che il capo era appoggiato al suolo sul fianco destro; derivava dalla dinamica della caduta. Riport l'attenzione sull'immagine, per ricevere l'ennesima ferita di dolore altrui. Quello del cadavere era quasi un sussurro dolce: Sisinella e l'amore, l'amore e Sisinella, Sisinella e l'amore, l'amore e Sisinella. L'ultimo assurdo pensiero al termine della caduta e all'inizio della morte. Il commissario si pass una mano sul viso, coperto da un velo di sudore, e malgrado il caldo non riusc a controllare un brivido.
Torn da Maione, che intanto aveva raccolto le generalit delle persone che un attimo prima circondavano il cadavere. Il brigadiere fece le presentazioni:
- Questo  il commissario Ricciardi, della pubblica sicurezza, e io sono il brigadiere Raffaele Maione.
L'uomo col rastrello si mise sull'attenti, allineando l'attrezzo al fianco come fosse un fucile:
- Caporale Pollio Vitale, signor commissario. Ai vostri ordini.
Maione lo squadr divertito:
- Riposo, capora'! Cose da pazzi, questo si crede che sta al fronte! Il signor Pollio, qua,  il giardiniere. E quello che ha trovato il corpo.
Pollio rivolse al brigadiere uno sguardo confuso.
- Scusatemi, brigadie', ma quando uno  stato un soldato, un poco lo rimane per sempre. Io ho fatto la guerra, sapete, e il fronte ti resta addosso come un cappotto. S, stavo sistemando le aiuole l in fondo. In un primo momento mi pareva un cumulo di stracci. Ho pensato: che ci fanno in mezzo al viale, 'sti panni sporchi? Allora mi sono avvicinato e mi sono portato il rastrello, cos, per vedere se era qualcosa che potevo raccogliere. Poi ho scoperto che era un cadavere. Sapete, commissa', io al fronte uscivo dalla trincea per raccoglierli, i cadaveri, e quindi ne ho visti assai. Mi ricordo che una volta, dopo un attacco degli austriaci, a...
Maione intervenne, deciso:
- S, Pollio, va bene, abbiamo capito. E quando avete dedotto che non era un mucchio di panni sporchi, che avete fatto?
Il giardiniere sbatt le palpebre.
- Scusate, brigadie'. Ho chiamato subito il custode, il signor Gustavo, qua. E non ho toccato niente.
Ricciardi si rivolse all'uomo con la blusa, un tipo segaligno che si guardava di continuo attorno, come se temesse l'arrivo delle truppe nemiche evocate da Pollio.
- E voi siete intervenuto, signor...
- Scuotto Gustavo, a servirvi, commissa'. Sono uscito e ho visto... ho visto quello che era successo. Allora sono andato a chiamare qualcuno in clinica. Ma non ho toccato niente neppure io, figuratevi.
Ho pensato che magari... che forse si poteva ancora fare qualcosa.
Ricciardi annu.
- Chi avete chiamato?
Si fece avanti l'infermiera meno giovane, una donna corpulenta sui quarant'anni, dall'aria sbrigativa.
- A me, mi ha chiamato. Coppola Ada, commissa', la caposala. Chiamano sempre a me per tutto, quindi mi hanno chiamato pure stavolta -. Lanci un'occhiata di sbieco al custode, che abbass lo sguardo.
Una donna energica, pens Ricciardi.
- E voi che avete fatto, signora?
La Coppola strinse le braccia muscolose sotto l'ampio seno.
- Sono scesa, ho visto questo scempio e ho capito che non ci stava pi niente da fare, e da chiss quanto tempo. Allora ho avvertito di sopra.
Maione intervenne:
- Come sarebbe, da chiss quanto tempo? Chi avete avvertito di sopra? E di sopra dove?
La donna lo fronteggi aspra:
- Non lo vedete che non respira e il sangue  secco? Ho chiamato da dov' caduto, dal suo studio, al quarto piano.
- Dal suo studio? Quindi sapete chi .
L'infermiera pi giovane, che non aveva smesso di piangere, singhiozz in modo rumoroso guadagnandosi un'occhiataccia della Coppola, che disse a Ricciardi:
- Scusate, commissa', la collega  rimasta impressionata. Deve ancora fare la scorza.
L'altra reag tra le lacrime:
- Che c'entra? Una cosa  assistere un'ammalata nel suo letto, un'altra ... questa cosa qua. Mi chiamo Maria Rosaria Zupo, commissa'. Sono... ero l'infermiera addetta al direttore. Mo' non lo so pi, a chi sono addetta.
Intervenne l'uomo in camice, con un sorriso triste. Era affilato nei lineamenti, coi capelli impomatati e due baffetti sottili, non giovanissimo.
- Non vi preoccupate, Zupo, qualcosa da farvi fare la troveremo. Buongiorno, commissario, sono il dottor Renato Rispoli, il primo assistente della cattedra di Ginecologia di questa universit. Sono arrivato presto, era ancora scuro, e vi dico la verit, non mi sono accorto di quello che era successo, sono entrato direttamente dal lato del reparto.
Ricciardi fece un cenno del capo.
- Sapete chi  il morto?
Rispoli rivolse gli occhi malinconici verso il mucchietto di stracci e ossa che giaceva in terra.
- Certo, commissario. Quello , anzi era, il professor Tullio Iovine del Castello, il direttore di cattedra.

7.

Ricciardi decise di attendere l'arrivo del medico legale prima di perlustrare il piano superiore e la stanza dalla quale era presumibile fosse caduto il professore. Confabul con Maione, il quale mand di sopra Camarda per evitare che qualcuno vi entrasse e, magari, asportasse qualcosa o alterasse il contesto. Poi il brigadiere conged le infermiere e il custode, che avevano gi detto tutto ci che sapevano.
Arriv il fotografo e cominci la sua danza attorno al cadavere. Il giardiniere, Pollio, osservava i lampi al magnesio e il veloce cambio di lampadine e di lastra con l'attenzione estatica di un bambino in un parco dei divertimenti. Rispoli gli disse, gentile:
- Pollio, potete tornare al lavoro, col permesso del commissario.
Ricciardi annu e l'uomo, con un comico saluto militare, si allontan.
Il dottore comment:
- Sono brave persone, Pollio, il custode, le infermiere. Hanno a che fare coi malati e coi morti ogni giorno, ma ha ragione la Zupo: questa  un'altra cosa.
Ricciardi lasci che la riflessione di Rispoli si spegnesse, poi domand:
- Voi cosa credete che sia successo, dottore? Si  buttato? E stato un incidente? O pensate che l'abbia spinto qualcuno?
- Non ne ho idea, commissario. Lavoravamo insieme da tanti anni, ma non eravamo cos in confidenza da... Insomma, non credo che se avesse avuto qualche motivo per compiere un gesto del genere lo avrebbe detto a me.
- Avete notato qualche differenza di atteggiamento negli ultimi giorni? Che so, silenzi, malinconie... i segnali di una preoccupazione?
Rispoli riflett. Poi disse:
- No, commissario. Non mi viene in mente niente. Tullio era un professionista affermatissimo, un luminare. Dirigeva l'attivit didattica di una delle cattedre pi rilevanti di un'universit all'avanguardia in Italia e nel mondo. Le sue pubblicazioni, le ricerche da lui dirette, costituiscono un punto fermo in dottrina. Era un uomo realizzato, sotto ogni profilo.
Ricciardi annu, pensoso. Teneva le mani in tasca e gli occhi fissi sul volto dell'interlocutore. Alle spalle, l'immagine del cadavere continuava a mormorare senza sosta il suo amore per una certa Sisinella.
- Aveva famiglia, immagino.
Rispoli assent con aria colpevole, come se solo in quel momento si fosse ricordato di una cosa importante:
- Certo, una moglie e un figlio. Bisogner avvertirli.
- Non  strano che fosse qui cos presto?
Il dottore fece un deciso cenno di diniego:
- No, commissario. Era normale che Tullio si trattenesse fino a tardi, o arrivasse alle prime luci dell'alba. Il nostro  un mestiere che non conosce orari, ci sono casi particolari che vanno seguiti da vicino. Le donne, lo sapete, sono per natura imprevedibili: anche in campo medico. E facile che ieri non sia nemmeno tornato a casa, succede spesso.
Ormai non ci torner pi, pens Ricciardi. Il Fatto, l'orrendo fenomeno che gli ammorbava l'esistenza, era un subdolo, vigliacco nemico. Lo sospingeva su strade tortuose, sbagliate, dietro l'ultimo pensiero illusorio che il pi delle volte niente aveva a che fare con chi aveva aiutato il morto a morire, n col momento in cui la cosa era avvenuta. Il pensiero di Tullio Iovine del Castello era un pensiero d'amore. Per l'amore ci si uccide, per l'amore si viene uccisi. O magari era solo scivolato dal davanzale, sporgendosi per guardare con un sospiro la prima stella del mattino.
Il commissario si rivolse di nuovo a Rispoli:
- Fate avere al brigadiere Maione tutti gli elementi necessari, per cortesia. Indirizzo, dati anagrafici del professore, stato di servizio presso l'universit. Ad avvertire la famiglia provvederemo noi.
Quando Rispoli si fu allontanato, dal vialetto spunt, trafelato, il dottor Modo. I capelli bianchi troppo lunghi spuntavano dal cappello, e la cravatta allentata lasciava svolazzare le punte del colletto della camicia.
- Ah, eccovi qua, - ansim, sollevato. - Stavolta mi ero preoccupato davvero, state bene?
Ricciardi e Maione si guardarono, perplessi. Il brigadiere disse:
- Buongiorno, dotto'. E perch dovevamo stare male, scusate?
- Perch le vostre guardie lavorano una schifezza, ecco perch! Arriva una chiamata dal centralino della polizia a quello dell'ospedale. Viene un'infermiera a chiamarmi che ero appena arrivato e mi stavo mettendo il camice, e mi dice: dottor Modo, dovete scappare subito al policlinico della regia universit, perch l stanno il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione. Hanno bisogno di voi, subito.
Maione conferm:
- Esatto. E dove stiamo, noi? Al policlinico, infatti.
Modo lo fissava, trasecolato:
- E non lo volete pensare che se un povero cristo sente una chiamata del genere crede che abbiate avuto, che so, un incidente? Che poi magari sarebbe un fatto buono, cos la finite di chiamarmi in continuazione. Poi sono arrivato qua, ho chiesto in quale reparto foste, e mi hanno detto: sotto a Ginecologia. A quel punto mi sono preoccupato ancora di pi.
Ricciardi fece una smorfia:
- Bruno, tu scherzi pure a prima mattina, e con questo caldo. Siamo qui per lavoro. Proprio come te.
Modo si asciug la fronte:
- Il caldo lo sento pi io di te. Guardati, impeccabile come sempre. E gi, tu sei un rettile, freddo come il ghiaccio, non sudi mai. Suda chi ha il sangue e quindi un cuore, non tu, che mi fai correre avanti e indietro in orari impossibili. Be', che abbiamo?
Maione fece un cenno, scostandosi, verso il cadavere a terra. Il fotografo aveva finito e stava riponendo gli strumenti nella borsa. Il dottore si accovacci e cominci la sua ispezione. Ancora una volta, vedendolo al lavoro, Ricciardi apprezz la delicatezza e il rispetto con cui effettuava l'esame: come se quei poveri resti, accartocciati a terra, fossero un corpo vivo e degno di cura.
A un tratto Modo si gir, palesemente scosso: aveva ruotato la testa del cadavere mettendo il viso in piena luce.
- Ma questo...  Iovine, il direttore del reparto.
Ricciardi annu:
- S, cos ci hanno detto. Lo conoscevi?
- E certo che lo conoscevo. Siamo quasi coetanei, credo avesse uno o due anni pi di me.
Maione comment, a mezza voce:
- 'azzo, lo facevo pi giovane.
Modo gli rivolse un'occhiata velenosa.
- Pensate a voi, brigadie', ch quella pancia vi porter alla tomba, vi porter. Abbiamo studiato negli stessi anni, e occasionalmente ci siamo incrociati per qualche consulto che  venuto a fare in ospedale da me. Ci si salutava, nessun rapporto personale. Era uno... insomma, mi pareva un ambasciatore, sempre impettito, con l'aria di sapere tutto. Non mi veniva di farci amicizia, ecco. Poveretto, per. Che brutta fine.
Continu l'esame per qualche minuto, poi si rialz pulendosi le mani col fazzoletto. Ricciardi gli si avvicin.
- Allora, Bruno? Che ci dici?
Modo si tir il cappello sulla nuca, in un gesto che gli era caratteristico, e si gratt la fronte.
- Mah, mi sembra chiaro. E caduto dall'alto, parecchio alto. Direi dall'ultimo piano, se non dal tetto,  tutto rotto, perfino la colonna, vedi che il bacino  fuori asse, almeno in un punto se non in due. E atterrato di testa, morto sul colpo. C' qualcosa che mi lascia perplesso, per: ha un'unghia spezzata. I chirurghi tengono molto alle mani, e in effetti le sue sono ben curate. Eppure ha un'unghia spezzata, al quarto dito della mano destra. Devo vedere meglio, ti dir dopo l'esame necroscopico, ma mi pare che abbia cercato di afferrare qualcosa. Si  buttato da solo o l'hanno buttato gi?
- Non sappiamo ancora nulla, ho voluto aspettare te prima di andare di sopra a cercare qualche traccia, magari un biglietto d'addio o segni di lotta. Sai dirmi, in linea di massima, quando pu essere successo?
Modo infil i pollici nella cintola dei pantaloni. Sembrava che stesse decidendo se andare o no a fare una passeggiata in barca.
- Be', fa caldo. Caldissimo. E ha fatto caldo anche stanotte. Difficile determinare il momento preciso, ma direi non oltre la mezzanotte.
- Quindi non stamattina?
- Le macchie ipostatiche sul ventre non mentono. Dovrebbe essere successo in tarda serata.
Ricciardi si domand come fosse possibile che un uomo precipitasse da una finestra sul vialetto di un policlinico, non tornasse a casa a dormire e
la cosa passasse inosservata sia sul posto di lavoro sia in famiglia.
Si rivolse di nuovo a Modo:
- Ti prego, Bruno, fa' in fretta con l'esame necroscopico.
Il dottore sbuff.
- E figurati se non c'era fretta. Mai una cosa comoda, con te e quella sagoma del brigadiere. Va bene, ti faccio sapere quando sono pronto.
Fece per andarsene, ma Ricciardi lo richiam. - Bruno, un'altra cosa, stavolta personale. Rosa, la mia tata, sai... da qualche tempo accusa 
alcuni malesseri. Si dimentica le cose, non regge bene gli oggetti.
- Non regge gli oggetti? Sempre con la stessa mano?
- Non saprei, mi pare di s.
- Accusa capogiri? Ricciardi cerc di ricordare.
- A volte si siede. Non mi dice molto, non vuole che mi preoccupi e rifiuta di farsi visitare.
- Quanti anni ha?
- Ne ha compiuti da poco settantadue. Se magari, quando puoi, fai un salto da me, una sera...fingendo di venirmi a trovare, e le di un'occhiata,
te ne sarei grato. Lo sai, mi fido solo di te.
- E' quello il mio guaio, purtroppo. Va bene, ti faccio sapere la mia prima serata libera. A occhio, direi che la tua Rosa ha qualche problema 
circolatorio. Sono cose da non prendere sottogamba, specie a quell'et. E a seguire te deve avere una vita difficile, povera donna. Adesso poi, che ti sei messo pure a fare vita di societ...
Modo si riferiva a un incontro casuale al cinematografo, quando Ricciardi e Livia se l'erano ritrovato nella fila dietro la loro, con una smorfia irritante sulle labbra.
Imbarazzato, il commissario si strinse nelle spalle.
- Ma quale vita di societ, ho dovuto mantenere una promessa... Una specie di scommessa persa.
- Dimmi in quale bisca, se perdi, ti obbligano a farti vedere in giro con una donna cos, perch ci vado a spendere tutto lo stipendio. La vedova Vezzi  sempre pi bella, e quella sera al tuo braccio era radiosa. Eri l'uomo pi invidiato di tutto il cinematografo, attori che baciavano le attrici inclusi.
Ricciardi tagli corto.
- Va bene, ho capito, torniamo al lavoro. I necrofori stanno arrivando, ti faccio portare il cadavere in ospedale; e ricorda, ti aspetto a casa per vedere Rosa -. Si rivolse a Maione: - Vieni, Raffaele, andiamo di sopra a dare un'occhiata.
Il brigadiere sospir:
- Ai vostri comandi, commissa'. Il dottore tiene proprio ragione: con questa pancia e con questo caldo,  l'ideale farsi quattro piani di scale.

8.

All'interno del padiglione c'era un silenzio innaturale. Mentre saliva l'ampia scala per raggiungere l'ultimo piano, Ricciardi immagin che di solito dovesse esserci una maggiore animazione; quella mattina, invece, l'edificio pareva deserto. Le porte nei corridoi erano quasi tutte chiuse, e si udiva appena qualche mormorio.
Incrociarono una suora che reggeva tra le mani un contenitore di metallo; Maione si tocc il berretto e quella rispose con un inchino del capo, ma continu nella sua rapida discesa. Sull'ultimo pianerottolo, trovarono ad attenderli Rispoli con l'infermiera giovane, che aveva finalmente smesso di piangere, anche se gli occhi erano ancora arrossati.
Rispoli disse:
- Purtroppo la notizia comincia a correre. Quando succede una cosa simile si rimane sconvolti,  inevitabile. Venite, prego. Faccio strada.
Imboccarono un corridoio in fondo al quale c'erano una scrivania e una grande porta chiusa. L'infermiera disse:
- Quello  il posto mio. Ricevo la gente e la faccio passare appena viene il turno. Ricciardi accenn alla porta:
- E' l'ufficio del professore, vero? E' entrato qualcuno dacch siete qui?
- No, commissario. Nemmeno io sono entrata. Mi fa impressione. Ieri sono andata via alle dieci e la porta era chiusa, e cos l'ho trovata quando sono arrivata alle sei, dopo che ho visto...
Stava per riprendere a piangere, ma si domin.
Ricciardi le chiese:
- Lo avete salutato, ieri, prima di andarvene? Vi ha detto qualcosa? Lo avete visto agitato, o preoccupato, o...
- No, era come sempre. Il direttore... non era uno che parlava molto, e giustamente non dava confidenza. Gli ho chiesto se aveva bisogno di me, se si tratteneva ancora, e lui mi ha detto: no, Maria Rosaria, vai. Io aspetto una persona. E me ne sono andata.
Maione si fece attento:
- Una persona? Non ha detto chi?
- No. Ha detto solo: aspetto una persona.
Ricciardi annu.
- Aveva un appuntamento, quindi. Dopo le dieci, l'ora in cui voi, signorina, ve ne siete andata. Era normale per lui, ricevere a un'ora cos tarda?
La Zupo sembrava in difficolt; di tanto in tanto lanciava occhiate a Rispoli, che restava impassibile.
- Il direttore lavorava tanto, sapete. Stava sempre qua, in pratica. Quindi poteva capitare che s, ricevesse qualcuno anche tardi. E non soltanto per questioni di lavoro, pure amici. Quando si sta in ufficio per tutta la giornata, succede.
- Capisco. Va bene, entriamo.

A1 di l della porta si apriva una stanza assai spaziosa; il mobile pi notevole era la scrivania, un catafalco istoriato in mogano che risaliva a epoche precedenti, e che trasudava potere e prestigio da ogni singola fibra. Dietro, una poltrona dallo schienale ampio, che per consentire un accesso agevole al piano di lavoro era appoggiata su una pedana. Davanti alla scrivania c'erano altre due poltrone; alle spalle, una libreria carica di volumi che occupava l'intera parete. Di fianco, un lettino che terminava con dei sostegni per le gambe. Ricciardi, indicando la struttura, chiese all'infermiera:
- Il direttore faceva le visite qui?
L'infermiera si strinse nelle spalle:
- Non spesso, per quello ci sono le sale nei reparti ai piani inferiori; ma qualche volta, per formarsi un'opinione, poteva capitare.
Di fronte alla scrivania, sulla parete nella quale si apriva la porta, c'era un divano con due poltroncine e un tavolino. Sull'ultima parete, la finestra.
Era spalancata. Non c'era vento, n evidentemente ce n'era stato durante la notte, perch non si notava disordine sul piano della scrivania, ingombro di fogli. Ricciardi si avvicin. Il davanzale era basso, ma una caduta accidentale sembrava comunque da escludere per la statura non eccessiva dell'uomo. Sul davanzale avrebbe dovuto salirci apposta, e anche con qualche sforzo, perch non si vedevano appoggi; a meno che qualcuno lo avesse rimosso, l'appoggio, dopo averlo utilizzato.
Maione si accost alla scrivania; Ricciardi gli si avvicin, interrogandolo con lo sguardo.
- No, commissa'. Salvo errore, non vedo lettere d'addio. Ma potrebbe averle lasciate in qualche altro posto.
Ricciardi si accorse che, in un angolo del tavolo, c'era un oggetto incongruo rispetto a carte, cartelline e libri. Una piccola scatola, chiusa. La prese e l'apri. Dentro c'era un anello d'oro di fattura squisita, con un grosso brillante al centro. Il commissario si spost alla luce del sole che entrava dalla finestra e guard in basso: dovevano essere pi di venti metri. I necrofori stavano caricando su un furgone la cassa di legno chiaro con i resti di Tullio Iovine del Castello, direttore della cattedra di Ginecologia della regia universit. Di lui rimaneva una macchia scura sul terreno e, a uso personale del solo Ricciardi, una dolorosa immagine che continuava a ripetere una frase con ogni probabilit priva di senso.
Sollev l'anello alla luce e vide che c'era qualcosa inciso all'interno, ma i caratteri erano troppo piccoli. Si guard attorno, mentre Maione continuava a cercare eventuali biglietti che contenessero gli ultimi pensieri di un suicida, e vide una lente da lettura vicino a un rullo di carta assorbente. La prese e finalmente pot leggere: "Maria Carmela". Si volt verso Rispoli:
- Come si chiama la moglie del direttore? Il nome di battesimo, intendo.
Rispoli sembrava in difficolt. Forse veder frugare l'ufficio del suo superiore lo imbarazzava, o forse era qualcos'altro.
- La signora Iovine del Castello si chiama Maria Carmela.
- Quindi, - interloqu Maione senza smettere di aprire i cassetti della scrivania, - tra qualche giorno -  il suo onomastico. Oggi  il giorno 8, la Madonna del Carmine  il 16.Ricciardi disse:
- E qui c'era il regalo per lei. C' inciso il suo nome.
Maione, che aveva appena aperto l'ultimo cassetto, disse:
- E qua ce n' un altro, commissa'.
Tir fuori una scatolina uguale alla precedente. Ricciardi l'apri e trov un anello identico, con. un brillante un po' pi grosso. Lo port alla luce e con la lente lesse: "Sisinella". Tombola, disse tra s. Ecco a chi pensavi quando sei arrivato al suolo, direttore.
Si volt verso Rispoli, che fissava a terra mostrando l'inizio di una calvizie al centro della testa. L'infermiera Zupo era arrossita come una scolaretta sorpresa a fumare nei bagni della scuola.
- Signorina, - disse Ricciardi, - andate pure al vostro posto e chiudete la porta. Vi sentiremo di nuovo tra poco -. Quando la donna fu uscita, si rivolse al medico: - Dottore, evitateci una fatica inutile. Eravate al corrente di qualche... amicizia particolare del direttore?
- No, commissario. Non ero al corrente delle amicizie del direttore. Mi limitavo a frequentarlo sul posto di lavoro, qui all'istituto, e non so nulla di quello che faceva fuori.
Maione aveva finito di cercare nella scrivania ed era passato alla libreria; il caldo aumentava di minuto in minuto, e il brigadiere sbuffava asciugandosi di tanto in tanto la fronte.
- Non sapete neanche di qualcuno che avesse dell'astio nei suoi confronti? Motivi per fargli del male?
Rispoli esit. I baffetti ebbero un fremito, come se il medico stesse per rispondere, ma rimase in silenzio.
Ricciardi gli disse:
- Vi prego, dottore. Se dovessimo scoprire che ci nascondete qualcosa, saremmo costretti a sporgere una denuncia per reticenza.
Rispoli pens in fretta. Poi disse:
- Il nostro lavoro  strano, sapete, commissario. Siamo medici e insegnanti, abbiamo a che fare con gente ammalata, e non sempre le nostre azioni hanno l'esito che speriamo. E difficile farlo capire. Le persone credono che, siccome siamo all'universit, tutto debba sempre andare bene, e invece...
Ricciardi aspettava. Rispoli riprese:
- Non dico niente che non sia di dominio pubblico, e che non sia accaduto davanti a testimoni. La scorsa settimana il direttore ha dovuto praticare un'operazione impegnativa, per una difficolt sopraggiunta in una primipara. Ho assistito all'intervento, e vi posso assicurare che nulla  stato tralasciato per sottrarre alla morte il nascituro e la madre, ma... purtroppo la donna non ce l'ha fatta. Abbiamo salvato la bambina. Il marito... A volte succede che di fronte a un grande dolore si dicano cose che altrimenti nemmeno si penserebbero. L'uomo ha tentato di aggredire il direttore. Gli ha detto che...
Ricciardi lo press:
- Che gli ha detto?
Rispoli termin la frase d'un fiato:
- Ha giurato che l'avrebbe ammazzato.

9.

Me l'avevi giurato, Rosine'. Me l'avevi giurato. E ai giuramenti non si manca. Quando si giura non si viene meno.
Me l'avevi giurato, che non mi avresti lasciato mai. Te lo ricordi quando me l'hai detto la prima volta? No? Me lo ricordo io. Stavamo a Posillipo, su quella spiaggetta stretta. Faceva caldo, come a mo'. Caldo assai. Ma chi lo sentiva, il caldo e il freddo, quando eravamo insieme?
E ci stava la luna, quella sera. Io vengo da una famiglia di pescatori e lo so, quando ci sta la luna. Quando costruisce quella strada d'argento in mezzo al mare, e le luci della citt sembrano stelle cadute sulla terra, e non f a niente, perch in cielo ce ne stanno tante e tante. Quella sera, Rosine', ci stavamo solo io e te, sulla spiaggia. Me li ricordo a uno a uno i nostri baci. Il cuore mi sbatteva in petto come le finestre se c' il vento, come le onde sul fianco delle barche, tum tum tum. Te lo ricordi, Rosine'? Certo, che te lo ricordi. Tenevi tredici anni, tu. E quattordici io.
Non l'ho mai allungata la mano, in mezzo alle gambe tue. Tu non eri quella per divertirsi. Tu eri la compagna della vita mia. E lo capivi, che tra noi non finiva mai. Nel quartiere lo sapevano tutti che tu eri mia e io ero tuo. Pure se crescendo cresceva il mio potere, la mia forza; pure se venivano da me, piano piano, sempre di pi, per trovare la giustizia e il rispetto, e tu diventavi pi bella, sempre pi bella. S, lo sapevano tutti che tu eri la donna mia e io l'uomo tuo, e nessuno nemmeno ci pensava a mettere gli occhi addosso a uno di noi.
Ti ricordi, Rosine', quando uno di un altro quartiere ti vide che tornavi dalla fontana con le compagne tue, carica di panni appena lavati, che ridevi con quella risata che sconvolgeva le viscere? Ti ricordi che non sapendo chi eri si avvicin, e le compagne tue lo guardavano col terrore in faccia perch lo capivano, quello che stava succedendo? Te lo ricordi che uno scugnizzo che stava giocando l vicino mi venne a chiamare, e dopo neanche cinque minuti stavo l con dieci amici? Come scappava, lo vedo ancora, con la camicia fuori dai pantaloni, e il sangue procurato dal mio coltello che gli colava dalla mano. Se non scappava veloce rimaneva a terra, pure se tu mi scongiuravi di non fargli niente, ch niente ti aveva fatto. E ancora non era calato il sole su quella giornata che vennero il padre, gli zii, e lui stesso con la mano fasciata, a chiedere perdono e piet. Te lo ricordi, Rosine'?
Tutto, tutto quello che ho fatto nella vita mia l'ho fatto per te, Rosine'. I commerci, la casa, il rispetto degli amici. Tutto. Per i sogni che abbiamo fatto, stretti vicino al mare, quella sera che ho sentito il sapore della tua bocca per la prima volta, quel sapore che mi avvelena stanotte, che ci sta quella stessa luna in cielo, che le stelle mute si riuniscono per piangere insieme a me. Tutto, per il tuo giuramento di quella notte. Eravamo bambini, ma la tua era la voce di una donna. Non ti lascio, Peppi'. Non ti lascio mai.
I giuramenti si mantengono, Rosine'. I giuramenti sono un fatto serio. Se si viene meno a un giuramento, si viene meno al rispetto. E il rispetto  la vita.
Te lo ricordi il giorno del matrimonio, Rosine'? Tenevi vent'anni. Non basta il sole, non basta il mare, non basta il verde della collina che si apre davanti agli occhi per dire quant'eri bella. Serve il cielo che si specchia nell'acqua e si rompe in mille scintille che fanno male agli occhi e bene al cuore, e la montagna calma che riposa e sorveglia, e gli alberi che sventolano le fronde come se volessero applaudire, e la spuma bianca sugli scogli, per dire quant'eri bella. Le ragazze del quartiere ti vollero fare da corte, la principessa che diventava regina, un passo dietro a te. E ridevano nel sole quando arrivarono alla chiesetta di Mergellina, addosso al mare, quella col dipinto del drago con la testa di donna, che avevi scelto tu per dirmi di s. Io aspettavo, stretto in un vestito che non avevo mai portato, e pensavo a mio padre che non avevo conosciuto, morto in mare, e pensavo anche che mai, mai sarei stato pi felice.
Te lo dico oggi, Rosine', che hai mancato al giuramento della notte vicino al mare: io mai avevo visto niente di pi bello dei tuoi occhi e del sorriso tuo, mentre arrivavi con la corte delle compagne alla chiesetta del drago con la testa di donna. E giurammo un'altra volta, davanti a Dio, che non ci saremmo lasciati mai.
Non si manca ai giuramenti, Rosine'..
E quella notte te la ricordi? Io credevo di sapere tutto. Il fratello di mio padre mi ci aveva portato, l sopra, in quel posto dove ti insegnano. E invece non sapevo niente. Le tue mani, le mie mani, la pelle. Con la luna che entrava dalla finestra, la luna che ci aveva fatto da madrina, la stessa luna. Mi desti la vita, sorridendo sempre pure nel dolore, la vita, le lacrime della gioia. E pure io piansi, Rosine'. Peppino il Lupo, che a venticinque anni comandava il quartiere; Peppino il Lupo, l'uomo del rispetto e del terrore; Peppino il Lupo pianse, quella notte, nel cuscino, mentre tu dormivi abbracciata e felice, con il mezzo sorriso in faccia della donna che eri diventata. Mentre io inseguivo la paura del futuro. Quando uno  troppo felice piange, Rosine'. Ora che te ne sei andata, ora che hai mancato al giuramento, te lo posso dire.
A che serve l'amore, Rosine'? Me lo dici a che serve? Perch essere felici, se poi devi essere disperato? Quanto vale un anno, un misero anno di luce, se poi devi stare al buio per il resto della vita?
Te lo ricordi quando me lo dicesti, Rosine'? Ti ricordi quanto era passato dal giorno della chiesa del drago con la testa di donna e del sole che ti brillava in viso, dalla notte della luna e delle lacrime di felicit? Due mesi, erano passati. Due mesi giusti.
E una sera, al ritorno dalla fatica, che non mi reggevo in piedi da quanto ero stanco, mi hai preso la mano e me l'hai messa sulla pancia. E poi mi hai detto: a questo serve, l'amore. Io guardai il paradiso in faccia. E mi sentivo il cuore nelle orecchie, e tum tum tum come la notte vicino al mare a quattordici anni, e come davanti alla chiesa. Mai pi lo sentir, il cuore. Il sangue, quello s.
Quei mesi sono volati. Mi sentivo un dio, e mi dicevo: non posso morire: Non posso morire mai pi. Perch ci devo pensare io, al sangue mio, e da morto non posso. Non posso fare come mio padre, che  andato una notte in mare per sfamarmi e non  tornato pi, e io che tenevo un anno non l'ho mai visto e nemmeno mi posso ricordare di una carezza sua, e mi guardo quell'unico ritratto ingiallito che tengo, col cappello tondo e i baffi lunghi, in piedi vicino alla sedia dove sta seduta mamma ragazza con me in braccio. L'ho consumato, quel ritratto. Non posso morire, mi sono detto in quei mesi.
I dolori tuoi sono cominciati presto, troppo presto, che mancava ancora un mese alla fine dei conti. La tua paura, la disperazione mia; correvo avanti e indietro, ho preso il dottore, quello che viene nei vicoli con la borsa in mano, l'ho preso per il collo: dotto', ditemi il meglio di tutti, quello pi bravo. Ditemelo, ch se no vi apro la pancia quant' vero Iddio. Me l'ha letto negli occhi che lo facevo veramente. E veloce veloce, senza rifiatare, mi ha dato il nome del meglio di tutti, nientemeno che il capo di quelli che insegnavano all'universit.
L'ho aspettato due giorni sotto il cancello. Due giorni, poi l'ho visto, con la macchina nero e crema, gli occhiali d'oro. L'ho fermato. Ci ho parlato. All'inizio sbuffava, mi diceva che non teneva tempo. Poi pure lui me l'ha letto negli occhi. Professo', gli ho detto, non ci stanno problemi, n di soldi n di niente. Non ci stanno problemi. Ma se mi dite di no, i problemi ci stanno, e sono tutti vostri.
Ti ricordi quando  venuto a casa, Rosine'? Tutta la gente fuori al basso nostro, in silenzio. La macchina sua a stento c'entrava, nel vicolo. Ha detto: state tutti fuori, e io sono uscito e con te sono rimaste mamma tua e mamma mia. Poi mi hanno chiamato, e io sono rientrato.
Mi ha detto che la situazione era difficile, ma che si poteva risolvere. Mi ha detto che se la sarebbe vista lui, ma che costava assai. Mi ha detto quanto, era un anno di lavoro, ma che me ne fotteva a me? Va bene, ho detto, professo'. Fate quello che dovete fare.
Ti portavo ogni giorno, Rosine', ti ricordi? Ogni giorno. Avevo imbottito l'interno del furgone con la paglia e il cotone, perch il professore aveva detto che dovevi stare stesa, e non ti dovevi alzare mai. E poi ti portavo in braccio per le scale; io sono forte, lo sai, e tu eri leggera, pure con la creatura in corpo eri leggera, Rosine', e pallida, e lo stesso sorridevi, e quando sorridevi eri come sulla spiaggia di Posillipo, e facevi spuntare il sole pure di notte, Rosine'.
Lui, il professore, ti visitava nella stanza sua, su quella sedia stesa con gli appoggi. Quella stanza era l'anticamera dell'inferno, per me. Lui non diceva niente, faceva segno di no con la testa e non diceva niente. Non m'aveva mai spaventato nulla in vita mia, Rosine', sono Peppino il Lupo. Ma di quella faccia bianca, col doppio mento e gli occhiali, avevo terrore.
Poi una notte, Rosine',  cominciato il sangue. Il sangue tuo, tanto, mi sembravano litri e litri, e il letto piangeva sangue fino a terra. Ti ho portato di corsa al policlinico. Non ti volevo lasciare, ho mandato due ragazzi miei a prenderlo, e lui, il professore, a casa non c'era. Nessuno sapeva dove stava. Il sangue tuo scendeva, scendeva, e i ragazzi miei hanno rivoltato la citt, e quest'uomo da niente non si trovava. Tu eri pallida. Mi hai detto: Peppi', la bambina. Ch lo sapevi che era femmina. E ti sei addormentata.
Hanno visto la macchina sopra al Vomero, nientemeno. Vicino alle case nuove. Erano passate cinque ore da quando ti avevo portata l, al policlinico. Cinque ore, e il medico di servizio, un ragazzino, non sapeva cosa fare; piangeva dalla paura, perch vedeva la faccia mia, e correva con le bende in mano avanti e indietro.
E' arrivato alla fine, il colletto abbottonato storto, pallido, il doppio mento che gli tremava. Stava con la puttana sua mentre tu ti addormentavi, capisci, Rosine'? Con la puttana sua. Se non era per la macchina nuova, nemmeno lo trovavano.
Dopo due ore esce dalla sala operatoria, lordo di sangue tuo. Guardava a terra. Non parlava.
E dietro a lui ci stava l'infermiera, che teneva la creatura in braccio.
Lo sai quando impazzisci, Rosine'. Lo sai perch dalla testa ti sparisce il futuro. Guardi avanti, dove prima ci stavano giornate e nottate e mesi e anni, e non vedi pi niente. Un momento, e non c' pi niente. Dice che  come morire, forse  cos. La morte che cos', se non quando ti levano il futuro?
Io  come se mi fossi ritrovato all'inferno. E di nuovo ho sentito il cuore nelle orecchie, tum tum tum. Poi il cuore si  fermato. E ora non batte pi.
Non mi ricordo che ho fatto. E nemmeno che ho detto. Me l'hanno dovuto levare dalle mani, questo me l'hanno raccontato, ci sono voluti due infermieri, un assistente, il custode e tre dei miei. Mi ricordo la creatura che piangeva. Dio, quanto la odiavo. Lei e lui, il professore, mi avevano tolto il futuro. Si erano messi d'accordo, li aveva mandati il diavolo per portarmi all'inferno.
Sono entrato nella sala.
Sembrava un mattatoio, c'era sangue dovunque. Sul tavolo c'erano la tua pelle, le ossa tue, ma non tu. Ci fosse stata la luna, forse ti saresti alzata e mi avresti sorriso. Ma la luna non c'era, e non ci sar, mai pi.
Ho giurato, Rosine'. Ho giurato. Con la bava alla bocca, gli occhi fuori dalle orbite, le vene del collo gonfie. Ho giurato, con tutto il corpo e con tutta l'anima, senza il cuore che ti eri portato via tu. Hai mancato al giuramento, Rosine'. Mi avevi giurato che saresti rimasta vicino a me per tutta la vita, che ci saremmo fatti vecchi insieme. E hai mancato al giuramento.
Sono stato due giorni chiuso dentro. Senza dormire, senza mangiare, senza nemmeno pensare. Due giorni, perch il Lupo non dorme e non mangia, se ha sete di sangue. E dopo due giorni sono uscito.
C'era mia madre. Con la creatura. Fuori la porta, per due giorni, non avevano finito mai di piangere, nonna e nipote. Sono uscito. Mia madre mi sa, e ha fatto un passo indietro. Mi ha letto in faccia la morte.
Mi sono avvicinato. Io non lo so che volevo fare, Rosine'; ho allungato la mano. L'ho toccata e la creatura non ha pianto pi.
La mano mia sulle fasce, ha sentito, e non ha pianto pi.
Si  fermata l'aria fuori, nemmeno le mosche volavano; si sentiva Antonietta la pazza, te la ricordi, Rosine'? Quella che canta sempre, pure di notte, che sta di casa alla punta del vicolo. Solo lei, si sentiva. " Dimme, dimme a chi pienze, assettta..."
L'ho guardata, Rosine'. Una volta sola, l'ho guardata. Tiene il naso, una puntina minuscola di naso, tale e quale a te. Te lo ricordi, Rosine', quando facevo finta di cercarti il naso, ch tanto era piccolo che non lo trovavo? La creatura ci ha il naso come il tuo. Come il tuo.
Tu hai giurato, Rosine'. Hai giurato, e hai mancato. Io pure ho giurato. Ai giuramenti non si manca.
Il naso, Rosine'. La dovresti vedere. A momenti nasceva senza.
La dovresti vedere.

10.
Seduta davanti alla toeletta, Livia si spazzolava i capelli e, soprappensiero, cantava.

C'era una Vila, una fanciulla dei boschi, un cacciatore la scorse sulle rocce! Il giovane prov uno strano sentimento, guardava e guardava la fanciulla dei boschi.

C'era stato un lungo periodo della sua vita in cui il canto era stato importante. Fin dall'infanzia, nella tranquilla Pesaro, la sua voce era cresciuta insieme a lei, diventando profonda e ricca di sfumature. E di pari passo si era definita la sua bellezza. I genitori, agiati e nobili, si erano presto resi conto che ai molteplici talenti di quella figlia, sempre pi simile a una principessa delle favole, la piccola citt adriatica sarebbe stata stretta, cos l'avevano mandata a Roma a studiare da una zia che era cantante lirica.
Il canto era allora diventato passione e professione. Da contralto, Livia aveva girato il mondo intraprendendo una carriera che prometteva assai bene. Poi aveva incontrato Arnaldo Vezzi, e non aveva cantato pi.
Certi uomini, pens Livia continuando a pettinarsi, bruciano tutto ci che gli sta attorno. Sono come un incendio indomabile. Certi uomini non possono avere altro che s stessi, nella vita. Vezzi era un genio, forse il pi grande tenore del suo tempo, e la moglie di un genio non poteva avere una carriera, o anche solo un'individualit. Doveva essere la moglie di un genio e basta: sorridere, essere bellissima e tacere.
Ma Vezzi aveva terminato la propria esistenza come forse meritava, in un camerino, con la gola tagliata, l, in quella citt il cui calore torrido entrava dalla finestra aperta. Ed era in quella citt che lei aveva deciso di vivere.
Certo, era strano, se ne rendeva conto. Alcune amiche, nelle telefonate che le facevano da Roma per informarla degli ultimi pettegolezzi del bel mondo, un mondo che Livia aveva frequentato e non le mancava affatto, le avevano detto che la sua scelta aveva generato pi di qualche perplessit.
Cantando, ricostru l'associazione di idee che aveva portato il suo subcosciente a scegliere quell'aria:

E un ignoto fremito prese il giovane cacciatore, con bramosia si mise a sospirare! Vila, oh, Vila, o fanciulla dei boschi,  prendimi e fa' di me il tuo amato!

Non una romanza da contralto, ma da soprano. E non da un'opera, ma da un'operetta. Hanna Glawari, La vedova allegra di Franz Lehr, inizio del secondo atto.
"La vedova allegra".
Livia sapeva benissimo che era quello il suo soprannome nei salotti della nuova citt, dove il suo arrivo aveva portato scompiglio. Il fatto che, nonostante la perdita recente, non avesse mai portato il lutto, aveva suscitato scandalo.
Il protocollo del dolore era rigoroso. Il primo anno, vestiti e cappelli neri senza alcun ornamento, a parte delle orribili perline in legno scuro, con aggiunta di velo nei sei mesi iniziali; nessun gioiello se non semplici orecchini, meglio se di perle; d'estate, bianco con accessori neri; niente pranzi o cene, niente teatri o cinematografi, niente concerti. Il secondo anno alcune piccole concessioni: un t e qualche colore, purch poco vistoso.
Livia trovava terribile che la tradizione costringesse una donna a sacrificare due anni di vita perch il marito si era fatto ammazzare, e incredibile che la perdita di un figlio non fosse considerata allo stesso modo. Quando, sei anni prima, la difterite si era portata via il suo Carletto, e lei stessa si era sentita morta nell'anima, nessuno si aspettava che vestisse di nero; il decesso di un bimbo in tenera et non prevedeva il lutto, forse perch era un evento frequente.
Dopo l'assassinio di Arnaldo, non aveva avvertito la necessit di osservare la tremenda usanza nemmeno per un giorno. Del resto, non erano pi marito e moglie da anni. Solo due estranei uniti dall'abitudine, dalla convenienza: dalla rilevanza sociale di lui e dalla bellezza di lei, che il tenore portava in giro come un trofeo. A ripensarci, Livia provava disgusto anche per s stessa, per aver accettato di vivere cos.

La vedova allegra, quindi. Con i vestiti all'ultima moda, i gioielli di valore, l'eleganza della camminata felina che catturava l'attenzione. La vedova allegra, il cui ingresso nel palco del teatro San Carlo era accompagnato da un silenzio intenso, seguito da un brusio che sembrava una marea. La vedova allegra, che sorrideva a tutti ma non dava confidenza.
Nelle conversazioni tra uomini, nei salotti o nei foyer, erano in tanti a vantarsi di averne ottenuto le grazie, ma venivano considerati dei millantatori, perch nessuno di loro era stato visto in giro con lei, e nessuno poteva dire di conoscere la sua bella casa nuova di via Sant'Anna dei Lombardi.
Adesso, per, qualcuno l'aveva incontrata al braccio di uno strano tipo dagli occhi verdi. E questo qualcuno aveva indagato, e la voce era corsa di bocca in bocca, come la fiamma di un incendio passa da una tenda alla tappezzeria. Quel tipo era un tale Ricciardi, un commissario di pubblica sicurezza. Addirittura.
Livia era certa che l'argomento fosse al centro delle chiacchiere nei caff pi esclusivi. La cosa le stava bene, perch era proprio per quegli occhi verdi che si era trasferita in citt.
Dopo una vita trascorsa a scegliere gli uomini con un cenno, il ruolo di corteggiatrice la intrigava. Pendere dalle labbra di un uomo, cercare di scandagliarne i pensieri e di prevenirne i desideri, era per lei una novit assoluta.
Non era facile. Ricciardi era un osso duro. Quando era con lui le pareva di sentire una specie di ronzio, un rumore di sottofondo che parlava di ricordi o forse di rimpianti, di antichi dolori. Non escludeva, Livia, che i rimpianti comprendessero anche un'altra donna, ma da questo punto di vista non temeva nessuno. Era Livia Lucani, non una qualsiasi: aveva fatto girare la testa a principi e ministri; per due settimane, un conte fiorentino le aveva inondato di rose la stanza d'albergo. Non si sarebbe lasciata sconfiggere da un fantasma.
E poi sentiva che, pur senza dimostrarlo, Ricciardi con lei stava bene. Quando conversavano di uno spettacolo o di una pellicola vista insieme, in quegli occhi color del mare sugli scogli scorgeva il barlume di un interesse e di una serenit altrimenti assenti. Si stava sciogliendo.
Dopo quella notte di novembre dell'anno passato, fra loro non c'era stato pi nulla. Le sembrava un sogno, quando ci ripensava. La pioggia, la febbre di lui. Il dolore, le mani, il tremito. L'incanto. Chiss se era successo davvero.
Per la prima volta si era imposta un'astinenza che, nella piena maturit del corpo e del cuore, le pesava. Ma se una donna  innamorata, non  disposta ad accontentarsi.

Vila, oh, Vila,
che cosa mi fai?
Tremante si lamenta un uomo malato d'amore!

Sulla soglia della camera da letto, le lenzuola in mano, Clara, la cameriera, l'ascoltava rapita. Livia la vide nello specchio e la fiss, interrogativa.
La ragazza non riusc a trattenersi.
- Signo', ve lo devo proprio dire: siete meravigliosa quando cantate!
Lei scoppi a ridere:
- E di, Clara... Credevo di farlo tra me e me, non mi ero nemmeno accorta di...
- Che dite, signo'? Quella, la gente, si affaccia dai palazzi di fronte per sentire a voi! Non vi rendete conto della voce stupenda che tenete? Io, se tenessi la voce vostra, farei come i cardellini: canterei senza smettere mai.
- Grazie, cara. Grazie. E da molto che non canto, sono fuori esercizio. Mi piaceva, da giovane. Ora, per, non  pi il tempo...
Clara l'interruppe:
- Ma voi veramente fate? Io mai l'ho sentita una voce come la vostra. E qua cantiamo tutti quanti dalla mattina alla sera, e pure dalla sera alla mattina. Lo sapete come diciamo, in questa citt? Che un cuore innamorato o disperato deve cantare per forza. Non ne pu fare a meno.
Un cuore innamorato, pens Livia. Un cuore innamorato canta per forza. Ecco perch, con Arnaldo, avevo perso la voglia di cantare. Un cuore innamorato.
Si gir verso la cameriera, che ora stava rifacendo il letto:
- Sai che cosa ti dico? Diamo una festa. Una festa, per celebrare la meravigliosa estate che avete qui. - Signo', io l'ho  sempre pensato che era un peccato mortale avere una casa come questa, col salone che si apre sul terrazzo, e non invitare mai nessuno. Livia si alz e prese le mani della giovane tra le proprie:
- S, una bella festa sotto le stelle. Invitiamo duecento persone, voglio che ci siano tutti. E facciamo portare il pianoforte sul terrazzo: dici che alla gente qua attorno piace sentirmi cantare, no?
- E come no, signo', poco ci manca che si mettono pure a sbattere le mani, quando finite.
Livia accenn un passo di danza:
- La facciamo in maschera, la festa. Diamo un tema, qualcosa di divertente, voglio che tutti siano felici. Che tema possiamo scegliere? Aiutami.
Clara ci pens su, arricciando il naso in una comica concentrazione. Poi disse:
- Perch non facciamo il mare, signo'? Qua, per noi, l'estate significa mare.
Livia era felice:
- Sei un genio, Clara. Il mare. Non potrebbe esserci nulla di meglio. E canter di nuovo in pubblico. Chiameremo un maestro, devo esercitarmi, non posso fare brutta figura. Voglio che rimangano strabiliati. Sar una serata meravigliosa. E presenter a tutti l'uomo che voglio. Lo hai detto tu, no? Un cuore innamorato deve cantare. Io devo cantare.
Clara era contagiata dalla felicit di Livia.
- Signo', per dovete cantare una canzone con le parole della terra nostra, che la capiamo. Una serenata, una tarantella, qualcosa che la gente sente e dice: ecco, la signora canta come un angelo. Un angelo innamorato.
- S, Clara, hai ragione. Devo cantare una canzone che tutti, proprio tutti capiscano. Anche chi fa finta di essere sordo. E dovr essere una canzone incantevole. So anche come procurarmela.
And al guardaroba. Le serviva un vestito mozzafiato: con quello indosso, la vedova allegra avrebbe ballato il suo valzer.

11.

Neanche il caldo distoglieva Lucia Maione dall'inquietudine, mentre si dirigeva a passo spedito verso il mercato.
Qualche sera prima, dal buio del corridoio, aveva spiato il marito seduto al tavolo della cucina. La luce di una candela ne proiettava la grande sagoma sulla parete di fronte. Era madido di sudore, la canottiera che gli copriva il torso, la testa china sopra un foglio sul quale, Lucia ne era certa, stava incolonnando cifre.
Lo sapeva perch la scena si ripeteva con l'approssimarsi della fine della settimana e del giorno di paga. Lo sapeva perch la mattina dopo lei raccoglieva il foglietto dalla pattumiera e lo leggeva: sempre gli stessi conti.
Sempre gli stessi soldi.
Dopo che anche l'ultimo dei bambini si era addormentato, lui le diceva di andare a letto, ch prendeva ancora un caff e la raggiungeva subito: aveva da pensare a questioni di lavoro. Lucia fingeva di ritirarsi, poi, a piedi nudi per non farsi sentire, si avvicinava alla porta della cucina e assisteva alla preoccupazione del marito.
Finch lo stato non aveva ridotto gli stipendi, un anno e mezzo prima, ce la facevano bene. Non erano ricchi, ma potevano permettersi una passeggiata tutti insieme al sabato pomeriggio, con uno spumone per i bambini e, una volta al mese, il cinematografo. Adesso neanche le integrazioni per le famiglie numerose erano pi sufficienti.
Raffaele non diceva nulla. Ogni mattina le dava quanto serviva per la spesa senza mostrare segni di angoscia, per Lucia sapeva quello che gli passava in testa e che teneva per s, per non darle ansia.
Lei cercava di spendere il meno possibile, ma i ragazzi erano nell'et in cui la fame  quella dei cuccioli di lupo, e ringraziando Iddio crescevano tutti benissimo, cambiando in continuazione la taglia dei vestiti, cosa che la costringeva a mettere a frutto la straordinaria abilit di sarta e ad adattare gli abiti ai pi piccoli via via che gli altri si irrobustivano. Le stringeva il cuore vedere come Giovanni, a sedici anni, fosse uguale a Luca, e come fosse fiero di indossare gli abiti del fratello maggiore, ucciso in servizio. Ma qualcosa bisognava pur comprare, e cos ci si scontrava con la dura realt dei prezzi in costante aumento. Perci Lucia si sottoponeva a lunghi tragitti a piedi per raggiungere il mercato, dove poteva risparmiare e dal quale tornava stracarica; a volte si faceva accompagnare dai figli pi grandi, che vivevano la passeggiata come una festa e le davano allegria.
Poi c'era Benedetta.
La bambina era rimasta orfana per la brutale uccisione dei genitori da parte della sola parente che aveva, una sorella della madre. Era figlia unica, e Raffaele, in un impeto di pena e tenerezza, l'aveva portata a casa a Natale; e adesso avevano avviato le pratiche per l'adozione. Era deliziosa. Lei e Maria, la loro figlia maggiore, di cui Benedetta era pressoch coetanea, erano diventate inseparabili. E anche se era un'altra bocca da sfamare, e un altro corpicino in crescita vertiginosa da calzare e vestire, non avrebbero mai rinunciato, per colpa dei soldi, a dare una famiglia a quella meravigliosa creatura; aveva gi sofferto troppo nei suoi pochi anni di vita.
Lucia rallent fino a fermarsi. Davanti ai suoi occhi era comparsa l'immagine delle ampie spalle del marito che, nella penombra della cucina, si alzavano e abbassavano in un sospiro, segno che anche stavolta i conti non quadravano.
Raffaele si sottoponeva a continui straordinari, caricandosi i turni di colleghi scapoli o pi abbienti. Si ammazzava di lavoro, e nessuno pi di lei, che lo amava e lo conosceva bene, sapeva quanto poco si risparmiasse nella battaglia giornaliera contro i malviventi che infestavano la citt.
Era stato, fin dall'inizio, il suo modo di reagire alla morte di Luca, che aveva voluto diventare poliziotto come lui: ancora pi onesto, ancora pi inflessibile, ancora pi attento, ancora pi infaticabile. Ma adesso non era solo per missione che il marito lavorava tanto, era anche perch la sua famiglia stesse meglio.
Quando Raffaele si era alzato, spostando piano la sedia, ed era uscito sul balcone, Lucia ne aveva approfittato per sbirciare il foglietto rimasto sopra il tavolo col mozzicone di matita. Come sempre conteneva una lista, redatta nella grande, ordinata. grafia del marito:
Pane, 10 chili: lire 16.
Pasta, 4 chili: lire 9 e centesimi 50. Riso, 1 chilo: lire 1 e centesimi 50. Latte, 5 litri: lire 11.
Patate, 9 chili: lire 2.
Carne, i chilo e mezzo: lire 10. Alici, 2 chili: lire 7 e centesimi 50.
Baccal, 1 chilo e mezzo: lire 3 e centesimi 50. Uova, 1 dozzina: lire 4 e centesimi 20. Verdura e frutta, chili 15: lire 15.
Olio, mezzo litro: lire 2 e centesimi 60. Zucchero, un quarto: lire 1 e centesimi 60. Caff, grammi 150: lire 1 e centesimi 90.
TOTALE SPESA DELLA SETTIMANA LIRE 86 e CENTESIMI 30.
Alle quali, si era detta Lucia, bisognava aggiungere sessanta lire per il padrone di casa e dieci di quota settimanale per luce e riscaldamento. Pi almeno trenta per spese varie: cotone, abiti, quaderni, medicine. Troppo.
Troppo, povero amore mio.
Aveva sollevato lo sguardo verso Raffaele, affacciato sul quartiere punteggiato di luci dei lampioni. In lontananza si sentivano un uomo e una donna litigare e, pi vicino, un pianoforte che suonava. Col caldo, le finestre si aprivano e lasciavano uscire la vita e le passioni.
Nel silenzio della casa, rotto dal respiro pesante dei bambini che proveniva dalle stanze da letto, Lucia aveva deciso che non sarebbe rimasta immobile a guardare il proprio uomo mentre si ammazzava di lavoro per lei e per i figli.
Tu, aveva detto senza parlare alla schiena del marito, sei in fondo al mio cuore, e io far di tutto" perch ti torni il sorriso. Poi, attenta a non fare il minimo rumore, era finalmente andata a letto.
Io far di tutto perch ti torni il sorriso, si ripet Lucia, determinata. E riprese la strada del mercato.

12.

Non era lontano l'indirizzo che l'infermiera Zupo aveva dato a Ricciardi: bastava percorrere un lungo vicolo fino a piazza San Domenico Maggiore, scendere per Mezzocannone, brulicante di studenti universitari che raggiungevano le aule per seguire i corsi estivi, e passare per corso Umberto I fino a piazza Nicola Amore, formata da quattro edifici disposti a semicerchio perfettamente uguali, e perci detta "dei Quattro Palazzi". Il professor Iovine del Castello abitava li, prima di precipitare da venti metri per conto proprio o per mano altrui.
Non era lontano, no, ma dopo meno di duecento metri Maione sbuffava come una vaporiera e si asciugava la fronte.
- Commissa', secondo me il professore si  buttato dalla finestra per trovare un poco d'aria. Mamma mia, non sono nemmeno le nove e gi non si respira. Se tanto mi d tanto, qua a mezzogiorno andiamo tutti a fuoco.
Ricciardi camminava al suo fianco, come al solito senza sudare.
- Fa caldo, s, Raffaele. Il caldo, lo sai,  pericoloso da queste parti. Fa impazzire la gente. Oltre a togliere quel poco di voglia di lavorare che c'.
- Eh, dite bene, commissa'. Io, per esempio, volentieri me ne starei a casa in mutande; da me, se apri la finestra della cucina e quella del bagno, ci sta una corrente che  una poesia, credetemi. Mi sdraierei sul letto, direi a Lucia di prepararmi un caff e mi metterei a leggere sul giornale le notizie vostre, di come lavorate, di quello che fate.
- Ma se lavori il doppio di tutti gli altri, in questura. Non ce la faresti a startene a casa, nemmeno se avessi una gamba rotta.
Un'ombra pass sul volto di Raffaele.
- Ognuno sa le cose sue, commissa'. Credetemi, se potessi me ne starei un poco a riposo, invece. Ricordatevi: si lavora per vivere, non si vive per lavorare.
Per poco Ricciardi non si ferm:
- Pure filosofo sei diventato, adesso. Ma dimmi che c': qualche problema? I ragazzi, o...
- No, no, non vi preoccupate. Forse  questo caldo, che f a venire brutti pensieri. Tornando al nostro professore volante, biglietti d'addio non ce ne stavano. In compenso abbiamo trovato quei due regali pronti per essere consegnati, e a due persone diverse. Il professore era un altro che lavorava tanto, ma riusciva a procurarsi il tempo per fare un sacco di cose, eh, commissa'?
Ricciardi rifletteva.
- A quanto pare aveva pure i suoi problemi sul lavoro. Ti sei fatto dare le generalit del tizio che lo ha minacciato di morte, vero?
- Eccome, commissa'. E a dirvi la verit, il nome mi dice qualcosa. Devo averlo letto da qualche parte: Graziani Giuseppe. Tengo pure l'indirizzo.
Appena rientriamo in questura passo in archivio da Antonelli, quello lo sapete che tiene una memoria incredibile, si ricorda tutto.
- Qualcosa nella dinamica della morte del professore non mi  chiara. Davanti alla finestra non ci sono appoggi, e sul davanzale non c'erano tracce n segni sul velo di polvere. O  caduto da qualche altra parte, o si  lanciato prendendo la rincorsa, o...
Maione fin per lui:
- O l'hanno lanciato. Mi sembrava pesantuccio, il professore. Dev'essere stato qualcuno bello forte, in quel caso. E comunque, commissa', ho controllato: pu essere caduto solo da l. Sopra c' il terrazzo, ma la porta di accesso  chiusa a chiave e la chiave ce l'ha il custode solamente; da quant' arrugginito il catenaccio, penso che lass non ci sale nessuno da chiss quanto. Al piano di sotto c' una corsia con trenta letti, qualcuno l'avrebbe visto. Da quello pi sotto ancora non si sfracellava in quel modo: magari se la cavava con una gamba rotta. No,  caduto dal suo ufficio.
- Insomma, dobbiamo aspettare che Bruno faccia l'esame necroscopico. Ora parliamo con la vedova. Abbiamo una triste notizia da darle.
Maione fece una smorfia scettica:
- Sicuro, commissa'? Se davvero  successo stanotte, e stamattina hanno chiamato a noi, mi pare strano che la signora ancora non sa niente.
Erano arrivati alla piazza, al cui centro sorgeva la statua di un famoso sindaco della citt morto quarant'anni prima. Il palazzo del professore faceva angolo con via Wilson, che poi diventava via Duomo. Era una delle zone nobili della citt, e come tutte le zone nobili si trovava a ridosso di un'ampia area degradata, quella che dava sul porto.
All'ingresso, attorno a una donna grassa in lacrime, c'era un gruppetto di persone in abiti da lavoro. Uno di loro stava vicino a una cassa piena di broccoli. Ricciardi e Maione si scambiarono un'occhiata; il brigadiere sospir, allargando le braccia.
- E che vi avevo detto, commissa'? Questa non  una citt dove si possono fare le cose normali. Qua  tutto o pi lento o pi veloce. Le notizie, per esempio, vanno come i fulmini.
Ricciardi si avvicin al gruppo e chiese:
- Sapete indicarmi l'appartamento del professore Iovine del Castello?
La donna grassa emise un lamento straziato. Poi, col conforto dei presenti, disse:
- Il professore, purtroppo,  mancato tragicamente. E se lo volete sapere, dice che  caduto dall'ufficio suo, al policlinico. Povero professore, proprio ieri mattina si  fermato a parlare con me. Io non ci posso credere, quello stava cos bene...
Maione sbuff:
- Signo' quello non ha avuto una malattia,  caduto dalla finestra:  normale che quando l'avete visto stava bene. Voi chi siete, si pu sapere?
Alla vista della divisa del poliziotto, che in un primo momento le era sfuggita, la donna si ricompose all'istante:
- Renzullo Ines, brigadie'. Sono, col vostro piacere, la portinaia dello stabile.
Maione si tocc la visiera:
- Col mio piacere, signo'. E posso sapere, col vostro piacere, stavolta, come l'avete saputo, il fatto?
La donna tir su col naso:
- Mi ha chiamato la signora Carmela, la moglie del professore, una mezz'ora fa, e mi ha detto: Ines, purtroppo mio marito  mancato. Ti prego, non voglio ricevere nessuno; chiunque si presenti, chiedi che torni un'altra volta. E mi raccomando, non lo dire a nessuno.
Ricciardi si guard attorno: erano almeno in dieci, tra fornitori, inquilini e semplici passanti, che stavano ad ascoltare il racconto della portinaia. Maione pens che doveva averlo gi ripetuto almeno una decina di volte, ed era pronto a scommettere che a ogni versione la storia era stata arricchita di nuovi particolari fantasiosi.
- E voi, ovvio, - disse indicando la folla che andava aumentando, - avete mantenuto la consegna del silenzio.
- Che c'entra, io solo a un paio di compagne mie ce l'ho detto, mi hanno vista sconvolta e mi hanno chiesto che era successo. E colpa mia, se le storie si spargono veloci?
Ricciardi sospir, sfiduciato.
- Come lo avete saputo, se non  stata la signora Iovine a informarvi, che il professore  caduto dalla finestra?
- Ho mandato al policlinico mio nipote, che ha dodici anni ed  velocissimo, e lui l'ha sentito dalla gente che stava l fuori. In dieci minuti  tornato e mi ha avvertito che arrivavate voi. Vi aspettavamo.
Maione si diede uno schiaffo in faccia:
- Mannaggia a me e a quando ho pensato di fare il poliziotto in una citt come questa. Ma dico io, una volta, una sola volta in cui si pu lavorare con tranquillit non ci sar concessa mai? Vorrei poter fare un'irruzione, una visita, un arresto a sorpresa: pretendo troppo? Una sola volta e giuro, me ne vado in pensione.
Ricciardi indirizz un cenno alla donna, disorientata:
- Non badateci. E per favore, accompagnateci dalla signora Iovine.

13.

Maria Carmela Iovine del Castello venne ad aprire dopo quasi un minuto. Rivolse uno sguardo duro alla portinaia, che precedeva Ricciardi e Maione, poi vide la divisa del brigadiere e comprese. Si gir e rientr lasciando la porta spalancata. Ines allarg le braccia e trotterell via.
La casa era immersa nella semioscurit; le imposte erano chiuse. Aleggiava un profumo di lavanda che, unito al caldo, regal a Maione un immediato mal di testa. Poich l'unica stanza relativamente illuminata era il salotto, si diressero l, dove la donna li attendeva in piedi.
La signora Iovine era di statura media, elegante, sulla quarantina. L'ovale del viso era allungato; ai lati della bocca e sulla fronte aveva delle rughe sottili.
Ricciardi, presentandosi, porse le condoglianze proprie e di Maione, poi si avvicin di un passo:
- Posso chiederle come ha saputo della scomparsa di suo marito?
- Mi hanno telefonato dal policlinico. La caposala del reparto, Coppola.
Maione ricord l'infermiera grossa che faceva parte del gruppetto radunato intorno al cadavere. Che solerzia, pens.
La Iovine indic due poltrone:
- Accomodatevi. Vi faccio portare qualcosa? Un caff? Un rosolio? Scusatemi, ma in questa circostanza temo di non essere una perfetta padrona di casa.
I poliziotti declinarono l'offerta e si sedettero. Lei si sistem sul divano.
Ricciardi trasse un respiro.
- Ci dispiace molto, signora, di disturbarvi in un momento simile. Ma come immaginerete, il tempo  un fattore determinante. Per, se non ve la sentite di rispondere adesso a qualche domanda, possiamo tornare.
- No, commissario, capisco le vostre esigenze e intendo collaborare. Sono la prima a voler sapere che cosa  successo.
La voce era calma; solo le mani, bianche e strette a pugno sul grembo, tradivano una tensione dolorosa.
Ricciardi riprese:
- Nell'ufficio di suo marito non abbiamo trovato alcuna lettera o biglietto che faccia pensare... che avesse scelto di morire. Voi avete idea di qualche motivo, di qualche situazione che potesse spingerlo a...
- No. Mio marito era un uomo potente, ricco e stimato. Non aveva debiti, non giocava a carte, non aveva un tenebroso passato di miseria e disperazione, n parenti in difficolt. Era benestante anche di famiglia: il padre era un commerciante facoltoso. Escludo motivazioni per... per fare una cosa del genere.
Maione si schiar la voce:
- Signo', d'accordo, i soldi non erano un problema per il vostro povero marito. Ma non ci sono solo i soldi, no?
- Che intendete dire?
Ricciardi intervenne:
- Il mio collega chiede se potevano esserci altre motivazioni, di natura non economica. Uno stato di affaticamento eccessivo, qualche discussione sul lavoro, o in casa, con voi stessa. Il brigadiere sta cercando di ricostruire lo stato psicologico di vostro marito.
La Iovine serr le labbra e corrug la fronte in un'espressione che doveva esserle abituale, viste le rughe notate in precedenza.
- Commissario, vi ho detto che mio marito ... era una persona serena. Lavorava molto, ma questo da sempre. La carriera universitaria, della quale era giunto al vertice,  una strada impegnativa che comporta rivalit e contrapposizioni, ma lui ormai era arrivato. E anche qui in casa non c'era alcun motivo di litigio.
Ricciardi annu. Era il momento di esplorare altri territori:
- Ci risulta che abbiate un figlio,  vero?
- S, commissario. Si chiama Federico, ha otto anni. L'ho mandato ai giardini con la governante appena ho saputo. Non gliel'ho ancora detto:  molto legato al padre, ed  un bambino molto sensibile. Dovr trovare il modo.
- Certo... Scusate se insistiamo, ma dobbiamo prendere in considerazione ogni possibilit, anche la pi remota. Pu capitare che chi decide di compiere un gesto estremo non lasci una comunicazione, uno scritto, ma  piuttosto raro. Ricordate per caso qualche discorso strano, qualche parola di vostro marito che vi ha sorpreso?
- No, nulla, davvero. Mio marito, commissario, era spesso fuori casa. Del resto era nella natura del suo lavoro: le donne incinte non pianificano i tempi delle loro necessit mediche. Ultimamente era stato molto impegnato, e di sicuro era stanco, ma non c'era nulla fuori dell'ordinario.
Maione sospir. Erano arrivati al punto.
Ricciardi riprese:
- Quindi, non avendo motivi di pensare a un suicidio, dobbiamo valutare l'altra ipotesi: che qualcuno abbia spinto gi vostro marito. Sapete se di recente il professore ha avuto qualche diverbio, anche una semplice discussione, e nel caso con chi?
La donna tacque. Il suo era un silenzio inespressivo che Maione trov inquietante. Guardava nel vuoto, quasi senza sbattere le palpebre, le mani che si torcevano piano. Poi sollev gli occhi e disse:
- Mi ponete una domanda difficile, commissario. Mio marito era benvoluto, ma faceva il chirurgo e il professore universitario. Svolgeva questi compiti con grande coscienziosit, era rigoroso; molto severo con s stesso e altrettanto con chi lavorava o studiava con lui.
Ricciardi e Maione attesero. Dopo una breve pausa, durante la quale bevve un sorso d'acqua da un bicchiere sul tavolino, la donna continu:
- In merito all'attivit ospedaliera, il dottor Rispoli, il suo assistente che avrete incontrato al policlinico,  pi informato di me. Io posso riferirvi solo quello che succedeva qui, a casa.
Era evidente che Maria Carmela Iovine stava pensando a qualcosa e valutando se fosse opportuno parlarne.
Ricciardi doveva andarci coi piedi di piombo.
- Vedete, signora, in questa fase tutto pu essere utile a orientare le indagini, che dovremo comunque svolgere. Qualsiasi elemento ci venisse fornito non sarebbe considerato un'accusa nei confronti di nessuno, ma solo un tassello utile a completare il quadro generale. State tranquilla, vi garantiamo il massimo riserbo.
La Iovine sembr sollevata da quelle parole. Si alz dal divano e disse:
- C' una cosa che vorrei mostrarvi.
I due uomini scattarono in piedi. La donna si avvi e, dopo qualche istante, torn con un foglio in mano, che porse a Ricciardi.
- Leggete pure. E arrivata la scorsa settimana per posta, qui a casa.
Ricciardi dispieg il foglio.
Tullio,
immagino sarai sorpreso da questa mia lettera, dopo quasi vent'anni. In effetti, speravo che le nostre strade non s'incrociassero pi, ma come vedi il destino, che ha disegni imperscrutabili per noi umani, ha disposto diversamente.
Ricorderai benissimo tutto quello che ricordo io, ma sappi che non ti serbo rancore per quello che facesti all'epoca; sei sempre stato abile nell'eliminare i tuoi avversari. Del resto, alla fine, il tuo vile atto ha costituito l'inizio della mia fortuna. Non poter accedere alla carriera universitaria mi ha indotto a cercare i soci per aprire la clinica, e mi piace pensare che il successo della struttura non ti sia sfuggito, e che ti abbia provocato rabbia e livore, sentimenti che, peraltro, ti sono propri.
In questi due decenni non ho mai cercato di vendicarmi del tuo tradimento, anche se avrei potuto; lavoriamo nello stesso campo, e pi di una volta mi  toccato rimediare a qualche errore che tu o uno dei tuoi assistenti avevate compiuto al policlinico: so che ami circondarti di incapaci perch la tua supposta bravura risalti meglio. Eppure, ripeto, non l'ho fatto. Non perch non ne avrei avuto voglia, ma perch scendere in piazza con una polemica avrebbe scatenato le tue ritorsioni, o peggio ancora, ti avrebbe indotto a scomodare uno dei tuoi numerosi amici politici. Ho conservato i documenti, per, e ho modo di rintracciare tutti i testimoni necessari. Non dico che sarei in grado di rovinarti, ma certo potrei dare una spallata all'immagine di santit e competenza che ti sei costruito sulle rovine dei tanti che hai distrutto.
Perch ti scrivo tutto questo? Lo sai, il perch.
Sono malato, Tullio. La natura fa il suo corso anche su noi medici. Mi curo, ma le forze vengono meno un po' alla volta. Mio figlio, il mio Guido, deve prendere il mio posto al pi presto, altrimenti i miei due soci riusciranno a estromettermi, rendendo inutile il lavoro di una vita intera.
Sai bene che mio figlio  un ragazzo di grande cuore, anche se riconosco che non  troppo brillante. Studia, per, e ha superato quasi tutti gli esami. Avrebbe dovuto laurearsi gi da un anno, consentendomi di passargli quelle nozioni che sono necessarie a sostituirmi come direttore della clinica, cos che io potessi attendere la morte in pace. Ma il destino ti ha di nuovo messo sulla mia strada: lo hai bocciato, direttamente o per interposta persona, tre volte. L'hai fatto in maniera all'apparenza irreprensibile, mettendolo in difficolt con domande complicate, ipotizzando casistiche che non si sono mai verificate. Lo so io, e lo sai tu. Per non capisco perch: in fondo sono io quello che sub, tanti anni fa, il tradimento. E' evidente che la tua malvagit, la tua sete di sangue, non si  estinta. Ma stavolta stai giocando con qualcosa che per me conta ben pi della carriera: stai giocando con la vita di mio figlio, e io non te lo permetter.
Sappi che sono pronto a tutto. A tutto, ti dico.
Guido verr a trovarti fuori dall'orario di ricevimento, lontano da occhi indiscreti. Concorderai con lui le domande e gli consentirai di passare l'esame. Lui si laureer e tu salverai la tua reputazione, perch ti porter, nello stesso incontro, i documenti relativi alle vostre operazioni sbagliate che ho dovuto risolvere chirurgicamente, in qualche caso rendendo sterili le pazienti.
Sono certo che solo la paura possa indurti a cedere. Ti conosco.
Attendo un riscontro, poi ti far sapere quando mio figlio passer da te. Penso sia meglio a tarda sera, nel tuo ufficio. E se non dovessi farti trovare da solo, ne dedurr che lo scambio non ti interessa e agir di conseguenza. Come si dice, muoia Sansone con tutti i Filistei.
Senza alcuna stima.
Francesco Ruspo di Roccasole.

Ricciardi pass il foglio a Maione perch lo leggesse e alz lo sguardo sul volto pallido di Maria Carmela. Un ricatto, in piena regola. E una sottesa minaccia: agir di conseguenza.
Quindi non era solo una persona ad avercela con Iovine. L'immagine del professore che andava formandosi era ben diversa da quella che appariva.
- Signora, conoscete l'uomo che ha inviato questa lettera?
- S, commissario. Lo conosco, ma non lo incontro da pi di vent'anni. E il direttore e comproprietario della casa di cura Villa Santa Maria Francesca,
quella che ha sede a Mergellina.
- E sapete a che cosa si riferisce quando parla di un presunto comportamento scorretto di vostro marito nei suoi confronti?
- Ricordo che era in competizione con Tullio per il ruolo di assistente universitario, e che gli venne preferito mio marito. Ma non so dirvi perch, n il motivo per il quale Ruspo fu allontanato dall'universit.
Maione, che aveva finito di leggere, si rivolse alla donna:
- Signo', scusate, l'avete ricevuta voi, la lettera? L'avete letta prima e poi ne avete parlato con vostro marito?
La donna fiss Maione. Quelle domande cos dirette la irritavano, ma doveva rispondere.
- S, brigadiere. L'ho ricevuta io. Credevo si trattasse di... credevo fosse un errore, un indirizzo per un altro. Mio marito non riceveva corrispondenza a casa. Mai. L'ho letta e ho atteso il suo ritorno, ero in ansia. Lui l'ha scorsa e mi ha detto di non preoccuparmi. Si  messo a ridere.
Maione scambi un'occhiata con Ricciardi.
- Si  messo a ridere?
- S. Ha detto che erano le farneticazioni di un moribondo, e che in memoria dei tempi andati non avrebbe denunciato la cosa n alla polizia n al consiglio dell'ordine.
Ricciardi insistette:
- Quindi non vi sembr preoccupato? Non vi parve temere nulla?
- No, commissario. Non diede alcun peso alla faccenda. Io per non ero altrettanto tranquilla, e gli raccomandai di stare attento. E come vedete, decisi di conservare la lettera.
Ricciardi annu.
- Vi devo chiedere di consegnarmela. Vi assicuro che, una volta completati gli accertamenti necessari, ve la restituiremo.
- Andrete da Ruspo? Dovrete approfondire, immagino... Ma se dovesse venir fuori che mio marito... qualcosa che infanghi la memoria di mio marito. .. Voi capite, io ho un bambino da proteggere, se l'integrit del padre fosse messa in discussione... Ormai sono sola, devo badare io a lui.
Ricciardi la rassicur:
- Signora, noi vogliamo solo scoprire se qualcuno  responsabile della morte del professore. Ci che non ha stretta attinenza con questo argomento non ci riguarda e non verr divulgato. Non da noi, almeno.
Dopo un attimo di silenzio, Maione disse:
- Signo', scusate tanto, ma ve lo dobbiamo domandare. Voi, ieri sera, dove stavate? Vostro marito potrebbe avervi cercato al telefono, o che so, qualcuno per suo conto?
- Sono stata a cena con mio figlio qui, nel palazzo, da alcuni cugini. Ci vado spesso, se mio marito non torna. Abbiamo fatto tardi, ascoltando un programma alla radio. Siamo rientrati dopo mezzanotte. Fino alle otto, quando siamo usciti di casa, non aveva chiamato nessuno; e qualora avessero chiamato dopo, la cameriera sarebbe venuta a dirmelo. Lo escludo, quindi.
Le ultime parole erano state un sussurro; lo sguardo della donna vagava per la stanza come se la vedesse per la prima volta. Ricciardi e Maione conoscevano quell'espressione, l'avevano gi vista sul viso dei famigliari delle vittime di morte violenta: non capivano subito quello che era successo, ne prendevano coscienza a ondate, finch, come una frana, la consapevolezza della perdita seppelliva tutto portandosi via razionalit ed equilibrio.

Le labbra della signora Iovine cominciarono a tremare; si tocc la fronte.
Ricciardi disse:
- Avete bisogno di niente? Possiamo fare qualcosa?
Lei emise un lungo singulto e si copr il viso con le mani. Dopo un attimo si riprese e con apparente calma fiss il commissario.
- Avevamo dei programmi, mio marito e io. Avevamo dei programmi. Ad agosto saremmo andati in campagna, al fresco. La campagna fa bene al bambino. E cagionevole, il caldo forte gli nuoce. Avevamo la macchina nuova, sapete? Si scopre. Federico aspettava di andare in vacanza con la macchina scoperta. Io non so guidare. Come lo porter in campagna, adesso? Dovr imparare, vero?
Ricciardi abbass lo sguardo sul tappeto. Maione diede un colpo di tosse. Maria Carmela Iovine del Castello, finalmente, cominci a piangere.

14.

Nelide stava preparando i ciccimmaritati. Rosa riteneva che una donna orgogliosamente cilentana non potesse prescindere da quel piatto, e intendeva mettere la nipote alla prova. Nessuno sarebbe stato in grado di capire che c'era della soddisfazione nel modo in cui la osservava, perch sembrava una statua di sale. Anzi, a dire il vero, la sua espressione era piuttosto accigliata.
Del resto non aveva molto di cui essere allegra. Ai soliti motivi di preoccupazione che gli procurava il signorino, il quale non si decideva a sistemarsi creandosi una famiglia sua, se n'era aggiunto un altro.
Il proprio stato di salute.
Rosa non aveva paura di morire. Era una persona pratica, figlia di contadini, veniva da una terra arsa e difficile. Sapeva che la morte fa parte della vita, che  addirittura necessaria come le stagioni; arriva e consente al nuovo di prendere il posto del vecchio. Ma lei, Rosa, era sostituibile?
La ragazza pass incerta la mano ruvida sul piano di formica, cos liscio rispetto al legno grezzo a cui era abituata. Rosa apprezz quella diffidenza di fronte all'innaturalezza del materiale, e grad che la nipote si fosse subito adeguata e avesse ripreso i gesti dell'antico rituale, disponendo gli ingredienti sul tavolo: lo scuro grano cappella, il granturco, le fave, le cicerchie, i fagioli regina bianchi e rotondi, quelli tabaccuogni, piccoli e marroni, i ceci e le mimiccole, le lenticchie. Tutto in mucchietti ben distinti, per avere certezza sulle quantit. In una scodella c'erano le castagne janghe, seccate e sbucciate in precedenza, che avrebbero avuto il compito fondamentale di conferire dolcezza alla zuppa..
Nelide dimostrava ordine e metodicit. Forse avrebbe potuto essere pi veloce, ma di sicuro a discapito della precisione; la velocit sarebbe venuta col tempo. In fondo aveva diciassette anni, anche se a vederla si poteva attribuirle qualsiasi et compresa fra i sedici e i trenta. Una solida, sana donna cilentana, nella prospettiva di Rosa.
L'anziana governante di Ricciardi aveva undici tra fratelli e sorelle, e oltre settanta nipoti. E sebbene ogni fratello avesse battezzato una figlia Rosa - in omaggio a lei che non aveva procreato e che da sempre li aiutava inviando piccole somme, autorizzata dal signorino tramite un disinteressato sorriso -, quando era venuto il momento la scelta era caduta su Nelide, la terzogenita del settimo fratello.
Accanto ai mucchietti di legumi e cereali la ragazza schier spezie e condimenti: aglio, olio d'oliva, sale, l'immancabile papaulo - il peperoncino secco piccantissimo - e la conserva di pomodoro presa col cucchiaio dalla buatta, il barattolo di ferro che, coperto da uno straccio, era tenuto su un ripiano alto della dispensa. Ora ti voglio vedere, pens Rosa dalla sedia addossata alla parete, le mani intrecciate sull'ampio ventre. Fin l la ragazza era rimasta nell'ambito della stretta ortodossia, adesso era il momento del tocco personale. O ce l'hai o non ce l'hai.
Nelide era gi stata altre volte in citt, a trovare la zia. Fin da bambina si era dimostrata molto simile lei, assai pi delle cugine che ne portavano il nome. Larga quasi quanto era alta, fortissima, testarda e risoluta, taciturna, l'espressione perennemente imbronciata, non era n un modello di avvenenza n un tipo di buona compagnia. Sapeva leggere a stento e scriveva con difficolt, anche se aveva un'istintiva, straordinaria dimestichezza coi numeri. In compenso possedeva alcune qualit che Rosa riteneva irrinunciabili. Era fedele e obbediente: quando si votava a un compito non aveva pace finch non l'aveva svolto. Infaticabile, non badava all'orario, non concepiva distrazioni. Onesta e severa con s stessa, era pulita e amante della casa. Rosa l'aveva messa alla prova tendendole minuscoli tranelli a ogni visita, che sollecitava con la scusa di eventi per i quali aveva bisogno di supporto, e intanto l'aveva presentata nei negozi e ai banchi del mercato dove usava servirsi. Lei si era mostrata pronta, capace di apprendere e ricordare tutto con precisione. Anche Ricciardi si era abituato ad averla intorno, ed era contento che grazie a lei la tata faticasse di meno.
Nei confronti del signorino, Nelide aveva un misto di timore e venerazione: proprio quello che Rosa voleva. Sul viso squadrato e irregolare della nipote, solcato da labbra strette sormontate da una lieve peluria, leggeva il bocciolo del proprio sentimento protettivo verso quell'uomo malinconico e sofferente, che aveva curato per una vita col fervore di una missionaria.
Ora, dunque, era in corso l'ennesimo esame al quale Rosa sottoponeva l'inconsapevole nipote: la cucina cilentana. Era persuasa della necessit della tradizione per mantenere l'equilibrio, e si era sempre ostinata a cucinare secondo le regole imparate dalla madre, dalla nonna e dall'aria che aveva respirato per tutta l'infanzia e la giovent.
Nelide si strofin i palmi sul grembiule. Fissava arcigna i mucchietti sul tavolo: c'era tutto, ma non era soddisfatta.
Bene, pens Rosa. La mano sinistra, intrecciata, sentiva il tremito della destra. Era come se di tanto in tanto si addormentasse. Sapeva di che si trattava. Lo sapeva perch cos se n'era andato suo padre, perdendo forza ogni giorno e poi addormentandosi, infine smettendo di respirare. Si augurava che per lei sarebbe stato altrettanto dolce, ma non era questo a spaventarla.
I suoi patemi erano per Ricciardi. Che destino avrebbe avuto? Chi si sarebbe occupato di lui? Nelide andava senz'altro bene per le necessit immediate: farlo mangiare, stirargli gli abiti. Ma i rapporti con i coloni, l'incasso di quanto gli spettava, la gestione degli immobili di famiglia? Il signorino non se n'era mai interessato, fosse stato per lui sarebbe andata perduta l'intera sostanza di cui era l'unico erede.
La sua mente and alla baronessa Marta di Malomonte, la madre di Ricciardi. Ah, baronessa, pens, pure voi parlavate cos poco. Perch non me lo avete spiegato come  fatto vostro figlio? Perch non mi avete detto come mi dovevo comportare con lui?
Nelide si grattava una guancia. Forse, riflett Rosa, bisognava accordare fiducia a questa ragazza. Forse poteva farsi carico di tutto, in fondo si trattava di seguire delle date di scadenza e di prendere in mano le fila di ci che lei faceva mese dopo mese da molti anni. Le dava pi affidamento quella torva diciassettenne che tutti gli uomini incontrati nella sua vita.
Certo, sarebbe stato meglio trasferire le sue competenze a una donna che fosse entrata in famiglia dalla porta principale. Ci aveva sperato tanto, aveva insistito, aveva supplicato il signorino di aprirsi alla naturale evoluzione di un uomo, a un fidanzamento, a un matrimonio.
Quella Enrica, la figlia dei Colombo, le era sembrata la persona adatta. Aveva un cuore gentile, era dolce, ma anche, Rosa lo aveva sentito a pelle, determinata e forte. E perdipi era innamorata.
L'assurdo, per la semplicit di Rosa, stava nel fatto che anche Ricciardi, non c'era dubbio, era innamorato di lei. I segnali erano stati numerosi. Eppure non aveva fatto nulla quando si era accorto che la stava perdendo, che lei si stava allontanando. D'altra parte, come biasimare Enrica? Gli anni passano e una ragazza ha diritto a un futuro.
Di sicuro per mettere su una casa e una famiglia non andava bene quella signora forestiera, quella con la macchina e l'autista. Andava bene per divertirsi, per girare teatri e cinematografi, non per fasci dei figli.

Chiss, magari si sarebbero ritrovati, Enrica e il suo signorino. Solo che lei non avrebbe avuto la possibilit di passarle le consegne.
Nelide annu vigorosamente col capo, come se qualcuno, nella sua testa, le avesse dato un ordine perentorio. Si diresse alla dispensa, afferr un barattolo e aggiunse a tutto un cucchiaio di sugna. Ora s, gli ingredienti indispensabili alla preparazione dei ciccimmaritati erano al completo e si poteva procedere con la cottura. Guard la zia per ottenerne l'approvazione, quindi prese una pentola.
In fondo, pens Rosa, si poteva dare un'occasione a Nelide. Era una ragazza affidabile. E il tempo per altre soluzioni non c'era pi.

15.

Ricciardi e Maione rientrarono in questura dopo avere ottenuto conferma da una diffidente cugina della signora Iovine che la stessa, e il figlio, la sera precedente erano a cena da lei. Anche la donna era informata, e da ore, della prematura fine del professore.
- Io non ci posso proprio passare sopra, commissa', - disse Maione sbattendo il pugno sul tavolo, - a questo fatto che qui le cose si vengono a sapere prima ancora che succedano. Ma che tengono, il telegrafo senza fili sempre in funzione? Mo' se per esempio noi dovevamo acchiappare un assassino o un ladro, quello sapeva gi da chiss quanto che arrivavamo, e rimanevamo con un pugno di mosche.
Ricciardi spalanc la finestra per far entrare un po' d'aria e si lasci cadere sulla sedia dietro la scrivania.
- Sei troppo suscettibile da un po' di tempo a questa parte. Non  stato sempre cos? E ricordati che per lo stesso motivo tu riesci ad avere le informazioni dalla tua amica segreta.
- Commissa', voi volete scherzare, e scherziamo pure. La mia amica segreta in realt  un amico, anzi, che mi fate dire, non  proprio niente. E un femminiello che una volta, per pura piet, non ho schiaffato in galera, e da allora mi porta gratitudine e mi dice i pettegolezzi che sente.
- Lo vedi come sei nervoso? Si pu sapere che ti piglia?
Il brigadiere trasse un profondo sospiro.
- E che vi devo dire, commissa': sar un po' stanco. Lavoro troppo, lo so, ma i soldi servono, con tutte le creature che tengo a casa.
Ricciardi si fece serio:
- Raffaele, mica hai bisogno, vero? Io non ho problemi di denaro, se vuoi posso...
Maione alz la mano.
- E no, commissa', se fate cos mi offendete e non mi fate parlare pi nemmeno con voi. Io tengo un buono stipendio e ce la faccio tranquillamente. Solo che adesso ci sta la bambina di Mergellina, ve la ricordate, Benedetta, e io e Lucia la vorremmo adottare. Servirebbe pure un appartamento pi grande; abbiamo maschietti e femminucce insieme, e si stanno facendo grandi, hanno bisogno dello spazio per studiare. Allora sto mettendo un poco di soldi da parte per cambiare casa tra un annetto, tutto qua.
Ricciardi volle chiarire il proprio pensiero:
- Non ti devi offendere. Io guadagno bene, lo sai, e a parte Rosa non ho famiglia. Tu hai i ragazzi, e questa cosa della piccola Benedetta  molto bella e ti fa onore; dovresti permettere a chi ti  amico di aiutarti. Ne hai parlato con Lucia?
- No, per carit! Quella va subito in preoccupazione e non ci fa campare pi. No, no, mi faccio qualche conticino, tutto qua. Ma Lucia non sa niente, e niente deve sapere. Quanto a voi, commissa', grazie, ma davvero non  il caso. E poi, siccome vi intestardite a non prendere moglie, gi pagate la tassa sulla suocera. A quanto  arrivata, adesso?
Il riferimento al nome ironico attribuito all'imposta sul celibato in vigore da cinque anni fece scuotere la testa a Ricciardi:
- Quella la pago pi che volentieri. Ho gi Rosa che mi fa da madre e suocera contemporaneamente: con una pur rilevante spesa evito altri danni. Per, senza scherzi, promettimi che se avrai bisogno me lo dirai. Non darmi un altro pensiero.
Maione scoppi a ridere:
- Ma figuratevi, commissa'. Piuttosto, diamoci da fare. Andiamo alla clinica di questo dottore che ha mandato la lettera a casa del morto? ,
- E prematuro, non sappiamo nemmeno se si  buttato di sotto o se lo ha aiutato qualcuno. Aspettiamo l'esame di Modo, vediamo se trova qualcosa. Invece informiamoci sull'uomo che ha giurato di fargli la pelle, quello che ha perso la moglie di parto. Come si chiama?
Maione prese dalla tasca il taccuino e lesse:
- Graziani Giuseppe. Vado subito in archivio da Antonelli. Vi porto un surrogato, commissa'?
- No, no, grazie. Con questo caldo, un surrogato disgustoso come quello che beviamo qui mi ucciderebbe. Portami notizie, invece.
Trascorsero dieci minuti e Maione rientr:
- Permettete, commissa'? C' un'altra novit che viene dal telegrafo senza fili.
Ricciardi alz lo sguardo dal verbale sul sopralluogo al policlinico che stava redigendo:
- Cio?
- Qui fuori c' un tipo strano. Dice che ieri sera ha visto il professore. E siccome ha saputo che  morto, si  presentato di sua spontanea volont.
- Lo vedi? Non  sempre negativo che le notizie girino veloci. Fallo passare.
L'uomo, in effetti, aveva un aspetto piuttosto inconsueto. All'apparenza era di bassa statura, ma l'impressione era accentuata dal fatto che aveva una pronunciata curvatura della schiena; portava lenti spesse, e le braccia e le gambe erano di una lunghezza sproporzionata rispetto al busto. I capelli, radi sulla sommit della testa, si infoltivano ai lati in fitti riccioli; la pelle aveva un colorito bianchiccio, malsano. Sembrava a disagio; tormentava il berretto che teneva fra le mani, con l'aria di chi temesse di essere arrestato da un momento all'altro.
Maione ammicc a Ricciardi, per rimarcare la bizzarria del personaggio.
- Commissa', questo  il signor Coviello Nicola. Signor Coviello, il commissario Ricciardi, che sta seguendo il caso del professore Iovine. Accomodatevi.
L'uomo fece un passo avanti, indeciso. Ricciardi aspett qualche secondo, poi, dato che quello non si decideva, chiese:
- Volevate parlarmi?
Coviello apr la bocca, la richiuse e l'apri di nuovo, simile a un pesce appena pescato. Infine disse:
- Commissa', buongiorno. Io... ho saputo che  successa questa disgrazia, che il professore Iovine  morto. Che  caduto dalla finestra sua.
Maione si intromise, deciso:
- E scusate, voi come accidenti lo avete saputo? Di fronte all'aggressivit del brigadiere, Coviello si scherm, quasi si aspettasse un pugno:
- No, vedete, - balbett, - io tengo un cugino che ha un negozio vicino al policlinico. Siccome sa che lo conosco, al professore, appena stamattina il custode...
Maione lo interruppe, esasperato:
- S, s, ho capito. Avete ricevuto un telegramma senza carta. Andiamo avanti.
L'altro era ancora pi disorientato.
- Quale telegramma? No, brigadie',  stato il figlio di mio cugino a portarmi la notizia... Ricciardi ritenne opportuno porre fine quel dialogo improduttivo:
- Lasciate stare, Coviello. Ditemi, perch siete venuto da noi?
L'uomo strusci un piede a terra, continuando a stropicciare il berretto; si era gi pentito della propria sollecitudine. Parl a bassa voce:
- Commissa', io faccio l'orefice, ho la bottega al borgo, potete chiedere a tutti, mi chiamano mastro Nicola.
Terminata questa comunicazione d'identit, tacque. Dopo un po' il brigadiere disse, spazientito:
- Covie', vi siete presentato voi, non vi abbiamo convocato n arrestato; qua non teniamo tempo da perdere, si pu sapere che volete?
L'uomo si riscosse.
- No,  che stavo pensando da dove cominciare. - Provate dall'inizio, - sugger Maione. - Giusto. Grazie, brigadie'.
Maione lo squadr torvo, valutando se fosse il caso di lanciarlo dalla finestra e fargli fare la stessa fine del professore. Per fortuna mastro Nicola riprese:
- Allora, ve l'ho detto, io faccio l'orefice. Un mesetto fa venne alla bottega il professore, si present e...
Ricciardi lo interruppe:
- Un momento: era gi vostro cliente? Lo conoscevate?
- No, no, commissa', non l'avevo mai visto. Per aveva saputo che sono bravo e mi voleva commissionare due oggetti. Anzi, prima uno; poi, la volta dopo, mi chiese di farne un altro.
Ricciardi chiese:
- Che tipo di oggetti?
Coviello si anim:
- Dunque, commissa', io lavoro in questa maniera: o i clienti mi portano il materiale, le pietre, l'oro, l'argento, o mi commissionano soltanto gli articoli e io chiedo un anticipo per procurarmi quello che serve; oppure un poco e un poco, tipo che mi portano qualche oggetto vecchio da fondere, o delle pietre da incastonare in qualcosa che faccio io, e allora mi dnno il denaro per comprare il materiale, o...
Maione scatt:
- Coviello, e che siete venuto, a tenerci una lezione? Il commissario Ricciardi vi ha chiesto del professore e di come l'avete conosciuto, non la storia della vostra vita. Andate avanti, e attenetevi ai fatti.
Ricciardi gli lanci un'occhiataccia, poi si rivolse all'orefice:
- Prego, Coviello. Continuate.
L'uomo diede un breve sguardo a Maione. Aveva le orecchie rosse.
- Scusatemi. Il professore non aveva materiale, ma voleva fare un regalo alla moglie, perch veniva la festa sua. Non sapeva nemmeno bene che cosa. Io gli ho detto che un fornitore mio aveva in casa qualche bel brillante e gli ho proposto un anello. Abbiamo fatto il prezzo e lui ha detto che andava bene.
Maione domand:
- Ha trattato?
Coviello scosse il capo, continuando a fissare Ricciardi. Il tono di Maione lo metteva a disagio:
- Non molto. Ha detto che immaginava costasse di meno, ma mi ha subito lasciato l'anticipo per dare un acconto al fornitore. A me fanno credito, perch sono molto preciso nei pagamenti, quindi posso... insomma, abbiamo chiuso la commessa. Non aveva neanche fretta, purch fosse finito entro la festa del Carmine; mi aveva chiesto di incidere dentro all'anello il nome "Maria Carmela".
Ricciardi lo incalz:
- E la seconda volta?
- Torn dopo una decina di giorni, la sera, mentre stavo per chiudere. Faccio tardi certe volte, nella bottega. Mi disse che aveva bisogno di un secondo anello, uguale. Gli spiegai che proprio uguale non poteva venire, ogni pietra  diversa dalle altre, e lui mi rispose: allora, fatelo meglio. Con una pietra pi grossa. E dovete consegnarmeli insieme.
L'ultima parte del racconto era stata fatta con un tono che, nelle intenzioni, voleva essere simile a quello del professore: imperioso, stentoreo.
- Gli avete chiesto un nuovo acconto?
- Certo, commissa'. Mica posso lavorare senza.
Il prezzo era maggiore, ma lui non fece storie. Anzi, pag la cifra intera anticipata.
Maione intervenne:
- Anche stavolta dovevate incidere un nome? - "Sisinella", volle che scrivessi "Sisinella".
- E voi non gli avete domandato nulla? Tipo chi fosse, questa Sisinella?
- Brigadie', e mica sono fatti miei. Se mi metto a chiedere queste cose, i clienti da me non ci vengono gono pi.
Ricciardi annu, assorto.
- Arriviamo a ieri. Dove l'avete visto? E' venuto da voi, in bottega?
- No, sono andato io nel suo ufficio. Si era raccomandato di consegnare entro la giornata, anche tardi, lui mi avrebbe aspettato. Ho lavorato di fretta, ma con precisione. Sapete, quel tipo di anello non  semplice,  un pegno d'amore: si deve fare una specie di nodo con il metallo, simboleggia l'unione, e in mezzo si incastona la pietra. L'incastonatura  difficile, perch l'oro non fornisce un supporto piatto, ma...
Maione emise un ringhio sordo. Coviello chiuse la bocca con uno scatto.
Ricciardi domand:
- Quindi siete andato da lui al policlinico?
- S, commissa'. Ci ho messo un poco a trovarlo, quello  un labirinto e a quell'ora non ci stanno pi i custodi. Il professore mi aveva spiegato che stava all'ultimo piano.
Maione si inser:
- Come lo avete visto? Era nervoso, teso, preoccupato?
Coviello ci pens su, poi disse:
- No, brigadie'. Era come le altre due volte. Sbrigativo, un poco brusco, ma tranquillo. Mi doveva saldare il primo anello: ha controllato il lavoro, ha letto le incisioni e ha pagato. Quello pi grosso, con l'incisione "Sisinella", lo ha messo in un cassetto della scrivania. L'altro l'ha appoggiato sul piano.
Ricciardi si sporse in avanti:
- Ricordate qualcosa di particolare, nell'ufficio? La finestra era chiusa?
- Con questo caldo? No, commissa', era aperta. E a quell'altezza c'era pure un filo di corrente. Facendo le scale mi ero ridotto una schifezza per il sudore, e ricordo che nei cinque minuti che sono stato l ebbi un poco di sollievo.
- E non vi ha detto niente, il professore?
- No, commissa'. Nemmeno mi ha fatto i complimenti per il lavoro. Forse non era il tipo. Per doveva essere soddisfatto, perch gli anelli erano venuti bene.
Ci fu una pausa. Ricciardi cercava di ricostruire la situazione. Poi disse:
- Che ora era quando ve ne siete andato?
- Mah, saranno state le dieci e mezzo, undici meno un quarto. La chiesa vicino a casa mia ha suonato le undici proprio mentre arrivavo; dal policlinico ci vogliono una ventina di minuti, quindi pi o meno quell'ora li.
- Avete avuto l'impressione che aspettasse ancora qualcuno?
- Ci siamo salutati e basta, per credo di s.
Maione fece un passo avanti.
- E da cosa lo avete dedotto? - Nel corridoio c'era qualcuno. Ricciardi si drizz sulla sedia: - Potete essere pi preciso?
- Non l'ho visto in faccia, era scuro assai, le luci erano spente, ma quando sono uscito stava sulla panchetta. Un uomo, certamente. E molto grosso. Pareva la montagna di notte.

16.

Pap? Come stai, pap? Non so nemmeno se dormi o se preferisci startene a occhi chiusi, a combattere la tua battaglia.
Non so niente. Non capisco niente.
Sai, pap, me ne sto qua a guardare. A guardare quanto non servo a nulla. Quanto sono impotente.
Non pensi, pap, che sia una bella ironia, questa? Uno come te, che ha sempre lottato contro il male, che tantissime volte ha vinto e qualche volta ha perso, ma non si  mai rassegnato, non ha mai smesso di cercare soluzioni e strade nuove, adesso se ne deve stare qui, nella penombra, senza fare nulla. Nulla di nulla.
Fermo, ad aspettare la notte.
Vorrei chiederti se hai sete, ma sento il respiro regolare. Se non puoi fare niente tu, che sei un genio, l'uomo pi intelligente che abbia mai conosciuto, figurati io.
Io che non sono nessuno. Io che so soltanto deluderti.
Non me l'hai mai detto, che ti ho deluso. Sei stato severo, certo, hai sempre voluto che facessi del mio meglio. Per aspettavo che tu mi indicassi la strada, e a me non restava che camminare.
Ora che devo fare, pap?
Ci ho provato. Non sono come te, non sono un genio come te, ma sono testardo, e ho forza. Forza fisica, forza del cuore. Se mi metto in testa qualcosa, lo faccio; se mi dici tu di farlo, lo faccio. Con tutto me stesso, con tutta l'anima.
La medicina, per esempio, non mi  mai stata facile. Non la capisco subito, devo leggere tante volte. E magari qualche spiegazione l'avrei potuta chiedere a te; ma lo sai che non l'avrei fatto mai.
Come stai, pap? Ti sento rantolare. Forse stanno cedendo pure i polmoni.
A forza di studiare, c'ero quasi arrivato. Dio, che avrei dato per il tuo ultimo sorriso. Sarebbe stato il miglior premio; ma io, io sono inadeguato. Nemmeno in questo sono riuscito.
Eppure ci ho provato.
Ne ho consumate di candele, per studiare. Quando gli altri andavano a divertirsi nei bordelli, nei caf chantant, nelle bische, io studiavo. Quando gli altri dormivano, io studiavo. Quando gli altri si rassegnavano, io ci provavo ancora.
Mica bisogna essere per forza geni, sai, pap? Basta provarci, e provarci, e riprovarci. Alla fine ci si riesce, quasi sempre. Quasi.
Lo so, qualche volta mi ha aiutato chiamarmi come te. Ti vogliono tutti bene, lo capivo dal sorriso quando facevano il mio nome negli appelli. Tutti tranne uno.
Eppure lo sapevo, pap. Fin dalla prima volta. Lo so che  la materia principale, per me: che  la tua materia. Lo so che tenevi a quella pi che a ogni altra, e so che eri preoccupato, ma non mi volevi dire il motivo. Non capivo perch non gli andasse bene quella risposta: avevo detto quello che c'era scritto sul libro, pari pari, e a lui non andava bene.
E nemmeno la seconda volta.
E nemmeno la terza.
Era una corsa tra lui e la tua malattia, tu a morire e lui a bocciarmi, a chi resisteva di pi. Leggevo la paura nei tuoi occhi, e mi sentivo impazzire. Avrei spaccato la scrivania, e lo avrei preso per il collo davanti a tutti. Lo sai, pap, io sono forte. Fortissimo.
L'ultima volta nemmeno volevo tornare a casa. Ho girato per ore. Ho preso una carrozza e ho detto al cocchiere: andate. Piangevo di rabbia, di dolore, d'impotenza. La citt mi scorreva davanti: il mare, le chiese, i monumenti. Piangevo le' lacrime che non volevo piangessi tu.
Per me esisti solo tu, pap. Sei sempre esistito solo tu. Con mamma non ho mai parlato, amici non ne ho: sei tu, l'unico. E ti ho deluso, anche se dici che la colpa  sua, che c'era una cosa tra voi di tanti anni fa, che non  con me che ce l'ha, ma con te. Invece io lo so, pap, che se fossi stato bravo, davvero bravo, ce l'avrei fatta lo stesso, e tu saresti morto tranquillo, senza combattere, senza dover affrontare questa terribile battaglia per avere il tempo di vedermi al tuo posto.
Lo so, pap. Lo so che ti ho deluso.
Andare da lui. Guardarlo in faccia, non davanti ad altri studenti, non davanti ai suoi assistenti. Da uomo a uomo, occhi negli occhi, forza contro forza. Andare da lui e chiedere perch, che cosa devo fare, che altro devo studiare. Dipinger il sole se me lo chiede, per non deluderti. Andare da lui e supplicarlo, se necessario.

Pap? Ti sveglierai, vero, pap? Riuscir a guardarti e a farti cenno che tutto va bene, che finalmente ci sono riuscito? Vero che andr cos, pap?
Certe volte mi sembra di sentire il rumore della bestia che ti divora dall'interno. Un rosicchiare lento, inesorabile, della tua carne. Mi pare proprio di sentirlo.
Non so cosa succeder. Se non dovesse capire, se non dovesse rendersi conto. Se non ci fosse lui, sai, pap, sono sicuro che tutto andrebbe a posto. Sarebbe come  sempre stato. Basterebbe consumare altre candele di notte, ascoltando i compagni dire che sono un elefante pazzo, enorme e silenzioso, che non si sa divertire. Non me lo dicono in faccia, lo so che gli metto paura, ma lo sento quello che mormorano quando passo.
Io non posso divertirmi, pap. Loro non sanno che ho da fare. Che devo lavorare, per non deluderti.
Andare da lui, s. E necessario. Perch se non ci fosse lui, andrebbe tutto a posto, e io potrei vedere il tuo sguardo sereno, rassicurato.
E tu te ne potresti andare.
Non voglio che tu te ne vada, pap. Ma ancora meno voglio che tu te ne vada senza avermi perdonato.
E per questo, sai, pap, che non ti metto un cuscino sulla faccia. Perch voglio il tuo perdono, prima. Devo andare da lui. Da uomo a uomo. Perch se non ci fosse lui, tutto andrebbe a posto.

17.

Il cavalier Giulio Colombo stava per fare una cosa contraria alle sue abitudini e a quella che riteneva l'etica di un commerciante: cacciare dal negozio una cliente.
In realt la signora Carbone non si stava comportando diversamente dal solito: quando il tempo cambiava in peggio, e quella mattina il caldo di luglio era diventato davvero feroce, trascorreva alcune ore nel bel negozio di cappelli, ombrelli, bastoni e guanti del cavaliere, all'angolo tra via Toledo e piazza Trieste e Trento, vicino alla chiesa di San Ferdinando. Non perch avesse intenzione di comprare qualcosa, anche se a volte finiva per andarsene con un pacchetto o due tra le mani, ma perch trovava il cavaliere e i suoi commessi una bellissima compagnia, la migliore che una donna sola e ricca potesse avere prima dell'ora del t.
Quel giorno, per, Giulio Colombo aveva qualcosa da fare, e per farlo doveva lasciare il negozio per qualche minuto; impossibile, visto che la signora Carbone continuava ad artigliargli il braccio con le dita adunche mentre gli parlava.
- ... e quindi, cavalie', non sudando pi come prima, il caldo mi fa girare la testa e ogni tanto mi manca l'equilibrio. Io non sudo pi come prima,
cavalie', perch mi sono fatta vecchia. Una vecchia cadente.
Pensando alle sue faccende, Giulio rispose come il copione prevedeva:
- Ma che dite, signora! Se siete una ragazzina, ancora.
La Carbone sorrise, vezzosa e sdentata:
- No, no, cavalie', mi sono fatta vecchia. Siete voi che siete un uomo galante e gentile e fingete di no, ma dovreste sapere che dolori tengo alla schiena. Certe mattine non riesco nemmeno ad alzarmi. Oggi, per esempio...
Colombo incroci gli occhi della cameriera dell'anziana, in piedi vicino alla porta. Fu uno scambio di reciproche sofferenze. Cerc almeno di riportare la conversazione in ambito commerciale:
'- Signora, scegliete questi guanti qua. Sono leggeri e velati, vedete? Lasciano passare tutta l'aria che c', vi sembrer di non averli.
La Carbone li tast, diffidente:
- Voi dite? Per si vede la pelle da sotto, e non sembrano neri da lontano. Non vorrei che la gente pensasse che la signora Carbone ha smesso il lutto. Voi lo sapete, cavalie', ho deciso di portare il lutto per tutta la vita, da quando il mio povero marito, trentuno anni fa,  morto. Come dev'essere per ogni donna a cui muore il marito, non come a mo', che il morto  ancora caldo e gi queste prostitute vanno a ballare con qualcun altro. Che tempi! A volte penso che dovevo nascere in un'altra epoca, non in questa in cui non c' pi morale, non c' pi decoro, non c' pi...
Colombo non poteva attendere i tempi dell'analisi etica della signora Carbone, alla quale, secondo l'abitudine, sarebbero seguite quella politica e quella sociale. Chiam a s Marco, uno dei dipendenti, nonch marito della sua seconda figlia, Susanna, e gli disse:
- Uh, madonna santa, mi sono dimenticato di prendere la medicina! Scappo in farmacia. Per favore, segui tu la signora Carbone, assistila in ogni necessit, io torno fra poco. Scusatemi, signora,  che voi siete cos affascinante che mi fate dimenticare tutto, pure gli orari delle medicine. Permettete.
La donna, combattuta fra la delusione e la voglia di saperne di pi, tent di approfondire:
- Non state bene, cavalie'? E che disturbo tenete? Perch nel caso vi posso consigliare un medico per ogni tipo di malessere...
Marco, che era un ragazzo pronto e intelligente, forse un po' ambizioso, ma che sapeva senz'altro capire al volo i momenti di necessit, si avvicin alla donna con un sorriso smagliante:
- Finalmente posso occuparmi io di una cos bella signora; il cavaliere tiene il monopolio per s. In che cosa posso servirvi?
Sebbene indispettita per il mancato rapporto sullo stato di salute del cavaliere, la donna si sent lusingata dal complimento e arricci la bocca, con un effetto esteticamente orrendo:
- Non so, sono incerta. Secondo voi questi guanti come mi stanno?
Colombo prese cappello e bastone e, mentre la cameriera della Carbone gli rivolgeva uno sguardo complice, chiese permesso e usc.
Doveva ammettere che il genero, col quale ingaggiava lunghe e pugnaci conversazioni serali sulla politica, stava diventando sempre pi prezioso
nella conduzione della ditta. Con la sua bravura si faceva quasi perdonare d'essere un fervente sostenitore del Partito fascista, convinto che quel governo avrebbe rimesso l'Italia e Roma in cima al mondo, il che per il cavaliere, vecchio liberale, rappresentava una fantasia assurda, falsa e, in prospettiva, molto pericolosa sul piano dei rapporti internazionali. Avviandosi a passo svelto verso il Gambrinus, si sorprese compiaciuto dello spirito d'iniziativa del giovane, anche se aveva colto nei suoi occhi un lampo di curiosit. Tanto non gli avrebbe svelato cosa stava andando a fare. Non l'avrebbe detto a nessuno.
Come ebbe preso posto a un tavolino della sala interna - semivuota perch quasi tutti gli avventori affollavano la veranda, illusoriamente pi fresca - e ordinato un caff, inforc gli occhiali e sfil dalla tasca un foglio piegato in quattro.
Aveva cinque figli, il cavalier Giulio Colombo. Li amava tutti teneramente, e amava la moglie. Conosceva solo il lavoro e la casa, non si era mai concesso distrazioni e non aveva mai avuto segreti.
Quella era la prima volta.
I figli, pens mentre lisciava il foglio e lo metteva sotto il raggio di sole che entrava dalla vetrata su piazza del Plebiscito, sono tutti uguali nel cuore di un padre, ma che male c' se con uno di loro, una, nel suo caso, hai maggiore affinit? Magari  solo perch ti assomiglia un po' di pi, perch ritrovi nel suo sguardo i tuoi stessi pensieri. Per lui era sempre stato cos con Enrica, la maggiore. Fin da quando l'aveva presa in braccio appena nata, ormai quasi venticinque anni prima, aveva sentito sciogliersi qualcosa dentro: era la sua bambina. La sua. Pi ancora che della madre, e pi di quanto lo sarebbero stati tutti gli altri, quella era la sua bambina.
Gli mancava. Doveva accettare le decisioni di quella determinata, silenziosa ragazza, ed era inutile discutere, ma gli mancava tanto.
La sua preoccupazione dipendeva dal fatto che, mentre da quando era partita la ragazza aveva sempre scritto con regolarit a casa per informare la famiglia di ci che faceva nella colonia di Ischia, dov'era andata per l'insegnamento estivo, quel giorno la lettera era arrivata al negozio. E ci significava che era solo per lui. Perch aveva sentito l'esigenza di agire in quel modo? Cosa poteva esserle accaduto? Cominci a leggere, in fretta.
Pap caro,
scusatemi se vi ho fatto spaventare, scrivendovi presso il negozio. Vi dico subito che sto bene, e che nulla  accaduto rispetto a quanto vi racconto nelle lettere che invio a casa. La vita in colonia procede tranquilla; qualche bambino  un po' discolo, ma si riesce a tenere tutto in pieno controllo.
Questa lettera vi arriva perch vi devo una spiegazione. Tra noi, pap caro, non ci sono mai state ombre o segreti. Lo sapete, ci siamo sempre intesi anche senza parole, anche solo con uno sguardo: forse perch ci assomigliamo, forse perch voi avete la sensibilit giusta, forse perch, essendo stata la prima tra i fratelli a nascere, ho avuto pi tempo per stare con voi.
Intendiamoci, io alla mamma voglio tanto bene. E' una persona meravigliosa, e sono certa che le cose che dice, le indicazioni che ci d, siano per il nostro esclusivo vantaggio. Ma sapete quanto a volte sia pedante, e come 
ultimamente il suo unico dialogo con me concernesse l'argomento che vi  noto: cercare un marito. Sono consapevole che la maggior parte delle ragazze della mia et sono gi sposate e hanno pi d'un figlio, e che io stessa dovrei essere almeno fidanzata, con la vostra approvazione, e avere in corso l'organizzazione di un matrimonio. Magari voi stesso, pap caro, sareste pi tranquillo, se questa fosse la situazione, pure se non me lo dite e mi sorridete paziente al di l delle spalle della mamma, quando lei comincia con le sue tirate.
Voglio per dirvi qualcosa che, se da un lato potr darvi un po' di dolore per il bene che mi volete, dall'altro potr rassicurarvi: sono in grado di provare sentimenti, non sono una persona fredda o strana, e non ho vocazioni differenti da quelle della famiglia, del matrimonio, della casa e dei figli. E in effetti nel mio cuore ho una persona.
Sono innamorata.
Ecco, l'ho scritto. Forse non  come dirlo, ma almeno l'ho scritto. E l'ho scritto alla persona che mi  pi prossima al mondo: voi, pap.
L'uomo di cui sono innamorata abita nel palazzo di l dalla strada. Le sue finestre dnno sulle nostre e io l'ho conosciuto senza che fossimo presentati da nessuno, cos, nelle lunghe sere d'inverno in cui restava fermo a guardarmi ricamare; eravamo separati dalla pioggia e uniti dagli occhi.
Si chiama Luigi Alfredo Ricciardi;  commissario di pubblica sicurezza presso la questura. Lavora a poche decine di metri dal nostro negozio, e pensarvi cos vicini, voi due che mi siete tanto cari, mi scalda il cuore.
Non ci siamo quasi mai parlati. Abbiamo solo avuto due o tre occasioni d'incontro in cui ci siamo scambiati qualche sorriso. Ma lo amo con tutta me stessa, e per molto tempo sono stata sicura che lui amasse me. Ho fatto amicizia con la sua tata, la signora Rosa, con cui vive da solo, e ho atteso con calma che mi cercasse.
Non l'ha fatto. Anzi, ho saputo, e veduto, che si accompagna talvolta con una signora bella e ricca, forse non della nostra citt. Come pu un uomo che ha la facolt di frequentare una donna cos interessarsi a me? A me, che sono una semplice ragazza di famiglia, non certo bella n desiderabile, priva di quel fascino che colpisce gli uomini?
Sono rimasta a macerarmi nella delusione per molti giorni. Ho letto la preoccupazione crescere sul vostro viso, pap caro, e su quello della mamma. Dovevo porre fine a questa situazione, dovevo ritrovare il mio equilibrio. Restando l, a ricamare alla finestra in attesa di uno sguardo, non sarei mai tornata a vivere.
Ho deciso perci di accettare l'offerta di questo insegnamento, per allontanarmi. So che voi, pap caro, non avevate capito il perch della mia fuga improvvisa; del resto, come avreste potuto? Vi mancava un elemento fondamentale, e per darvi tranquillit ho pensato che fosse necessario che voi, almeno voi, sapeste.
Mi piacerebbe dirvi che  bastato porre un po' di mare tra me e la citt, che non ci penso pi, che le mie giornate passano in piena letizia e serenit e che mi diverto. Ma a voi non voglio mentire. Soffro ancora, e la mia mente non si  distaccata di un metro da quella finestra. Soffro ancora come la notte in cui ho deciso di prendere la nave che mi ha portata qui. Soffro ancora, e penso che cos debba essere, perch l'amore non si cancella con qualche miglio d'acqua.
Non so, pap caro, se trover il coraggio di inviarvi questa lettera. Spero di s, perch sapervi vicino col cuore mi d un poco di forza in pi.
Conosco la vostra abitudine di aprire personalmente la posta che ricevete presso il negozio, quindi sono tranquilla che queste mie parole non cadranno sotto altri occhi. Vi prego di non cambiare usanze, io vi scriver ancora delle cose che accadono nella mia anima, mentre racconter quello che succede attorno a me, con altro tono, nelle lettere che invier a casa, in cui parler anche alla mamma e ai cari fratelli.
Vi saluto, pap adorato. Tenetemi stretta come facevate quand'ero bambina. Ne ho bisogno adesso pi di quanto ne avessi bisogno allora.
Vostra,
Enrica

Il cameriere, in piedi con la tazza del caff tra le mani, lo fissava preoccupato:
- Cavalie', vi sentite bene? Tenete una faccia...
Giulio Colombo annu, ringraziandolo della premura con un cenno. Aveva un groppo alla gola. Quando fu di nuovo solo rilesse la lettera. La sua Enrica. La sua piccola, dolcissima Enrica, la bimba che ascoltava le sue favole per ore, mentre in Villa Nazionale gli altri bambini giocavano a rincorrersi. La sua piccola, dolcissima Enrica dal cuore grande e romantico. Non sopportava che soffrisse tanto per amore.
Le avrebbe risposto con una lettera breve per dirle di continuare a scrivergli presso il negozio, e di stare serena, perch le sue parole sarebbero rimaste serrate nel suo cuore di padre. Le avrebbe detto che l'amava dell'amore pi tenero e forte del mondo, e che le sarebbe stato vicino qualsiasi decisione avesse preso. Le avrebbe detto che le pene sembrano infinite ma non lo sono, che il sorriso torna, e torna pi luminoso di prima, e che lei era bellissima, la pi bella di tutte, e che non osasse dubitarne, che non osasse pensare di essere meno affascinante di qualsiasi altra donna. Glielo avrebbe scritto, perch lo pensava davvero. Perch ne era certo.
Bevendo un sorso di caff, e guardando la piazza bruciata dal sole, si disse che se avesse potuto chiedere alla Madonna del Carmine, di cui tra poco sarebbe venuta la festa, una grazia, le avrebbe chiesto di regalare pace a quella figlia meravigliosa. Di portare un po' di gioia nel suo cuore.

18.

La telefonata di Modo arriv in questura nel pomeriggio. Maione and subito nell'ufficio di Ricciardi per comunicarglielo:
- Commissa', ha chiamato il dottore dai Pellegrini, dice che ha completato l'esame necroscopico e vorrebbe che andassimo subito da lui. Io ci ho detto: dotto', ma non ci potete dire al telefono quello che ci dovete far sapere, e poi ci mandate il referto completo? Fuori ci saranno sessanta gradi, pare il deserto africano, bisogna per forza che veniamo all'ospedale? E sapete che cosa mi ha risposto?
Ricciardi alz lo sguardo dal rapporto che stava compilando e disse:
- Mi meraviglio gi che ti abbia risposto, scorbutico com'.
Maione imit la voce profonda e scanzonata del dottore:
- Mi ha detto: e voi, quando mi fate correre per tutta la citt avanti e indietro, sotto la pioggia, col freddo e col caldo, ci pensate mai ad avere questo riguardo per me, che sono pi anziano di voi? Cos, mi ha detto. E ha detto pure, ridendo: e poi, brigadie', vi faccio un favore, l'obitorio  la stanza pi fresca di tutta la citt. Avete capito che simpaticone?
Ricciardi si stava gi infilando la giacca: 
- E andiamo, va':  uno spiritoso, ma se chiama significa che ha qualcosa di importante per le mani.
La strada fino all'ospedale dei Pellegrini non era lunga, ma col caldo che faceva anche cento metri erano una traversata estrema. Arrivarono dopo dieci minuti in condizioni ben diverse da quelle in cui erano partiti: Ricciardi era pallido come un cencio, Maione zuppo di sudore e stazzonato. Quando Modo li raggiunse, il brigadiere gli disse:
- Dotto', quant' vero Iddio mi avete sulla coscienza. Io adesso muoio e voi porterete lo scrupolo di avermi ucciso, quindi dovrete pensare alla famiglia mia in eterno.
- Brigadie', se la pena  godere per sempre della cucina di donna Lucia, vi faccio fuori davvero, un giorno di questi. Venite, ho trovato qualcosa che v'interesser.
L'obitorio era in un edificio esterno all'ospedale, come accadeva spesso. Ricciardi pens che ai medici e a chi costruiva le case di cura non piaceva tenere i morti vicino ai vivi, almeno quanto non piaceva a lui. La morte, per i medici, era un errore, qualcosa che non erano stati capaci di evitare, il promemoria della loro fallibilit, dell'impotenza della scienza, degli strumenti, dei libri e delle lezioni universitarie a procrastinare all'infinito l'inevitabile.
Temeva quei luoghi, Ricciardi, perch erano intrisi di dolore, e il dolore, nessuno lo sapeva meglio di lui, ne portava sempre altro. Mentre camminava dietro Modo e Maione verso l'ingresso dell'obitorio, scorse un'immagine sbiadita che lasciava intravedere, in trasparenza, la siepe inaridita che circondava l'edificio. Una donna tarchiata, non giovane, il viso contorto in una maschera di sofferenza, vomitava sangue scuro e mormorava: ti raggiungo, ti raggiungo, ti raggiungo.
Il commissario chiese a Modo:
- Succede ancora, Bruno, che qualcuno faccia gesti insani per qualche perdita, vero?
Il dottore si volt, mentre cercava la chiave della porta in un mazzo che teneva agganciato alla cintura:
- E come no. Un paio di mesi fa, proprio qui accanto alla porta, una donna alla quale era morto il figlio muratore per un incidente sul lavoro si  bevuta mezzo litro di acido e ha occupato il posto a fianco del ragazzo per un'ultima notte. Uno fa tanto per curarli e loro si ammazzano da soli. Ti passa la voglia, te lo dico io.
Ti raggiungo, pens Ricciardi. Il cuore nero del dolore che genera altro dolore. Che follia.
L'interno dell'obitorio era refrigerato, ma il caldo era tale da ridurre l'effetto delle ingenti quantit di ghiaccio portate dagli inservienti. Il risultato era un leggero tanfo che si insinuava nelle narici.
Maione port il fazzoletto davanti alla bocca:
- Mamma mia, che schifo, dotto'.
Modo si strinse nelle spalle:
- Anche per questo vi ho detto di fare presto: cerchiamo di smaltirli prima possibile, i cadaveri, con questa temperatura. Non c' ghiaccio che basti. Venite qui. Prima diamo un'occhiata ai vestiti, li ho messi su questa mensola.
Si avvicin a un mobile basso sul quale erano ammucchiati degli indumenti. Prese una camicia con una larga macchia bruna sul davanti: il sangue
rappreso del professor Iovine.
- Guardate, i bottoni del colletto e i primi due, sulla gola e sul torace, sono saltati. Vedete? Ci sono i fili lacerati. E la cravatta era allungata, quasi slacciata.
Maione osserv da vicino:
- E che significa questo, dotto'?
- Ancora un attimo, Raffae', poi arriveremo alle conclusioni. Adesso guardate in fondo alla parte posteriore. Il tessuto,  vero,  delicato perch  roba di lusso, ma si distingue bene: il cotone  quasi strappato.
Ricciardi e Maione riconobbero quattro segni tondi, lievemente anneriti sul tessuto bianco.
- E ora i calzoni, - disse il dottore, prendendo un altro capo dalla mensola.
Al centro della stoffa scura, sul retro e poco sotto la cintola, c'era un segno pi profondo di quelli sulla camicia.
Maione mormor:
- Uno solo. E in mezzo.
Modo sorrise, come un maestro davanti a uno scolaro diligente.
- Esatto. E vi ricordo che di dietro le bretelle erano sganciate: a sinistra in entrambi i bottoni e a destra in uno solo. Mentre davanti erano ancora al loro posto. Infine vi ricordo che il nostro Iovine  caduto di testa.
Ricciardi annu:
- Comincio a capire.
Modo gli fece l'occhietto:
- Bravo il mio ragazzo. Ma ora passiamo al pezzo forte.
Si accost al tavolo di marmo, dove c'era un corpo con un lenzuolo sopra. Il dottore lo scopr con un gesto teatrale, come un cuoco che scoperchi un'elaborata pietanza. Maione fece una faccia disgustata:
- Dotto', madonna mia! Gi stare qua dentro fa impressione, poi voi fate pure il prestigiatore coi morti: e un poco di rispetto per il mio stomaco, per favore!
Modo sollev un sopracciglio:
- Maione, voi siete troppo delicato per questo mestiere. Oppure, spiegazione che io preferisco, vi siete fatto troppo vecchio: lasciate spazio ai giovani, ascoltate me.
Il cadavere sul tavolo era nudo, a pancia in gi. Erano evidenti la frattura della colonna vertebrale e la depressione del cranio in corrispondenza del punto d'impatto.
Maione scosse il capo:
- Povero cristo. Con tutta la ricchezza e il potere che teneva, finisce su un tavolo di marmo in obitorio tale e quale a chiunque altro.
Modo allarg le braccia:
- Proprio cos, come dice il brigadiere filosofo. Tutti qua da me, dovete venire.
Maione si produsse nel gesto delle corna con entrambe le mani, verso il basso:
- Dotto', per carit, vi vengo a trovare per offrirvi il caff quando volete, ma quanto a presentarmi qua coi piedi avanti, abbiate pazienza: il pi tardi possibile!
Ricciardi era ansioso di arrivare al dunque:
- Se avete finito con l'avanspettacolo, procediamo.
Modo alz una mano:

- Giusto. I morti con i morti, perci il nostro allegro commissario vuole sapere che ha da dirgli il povero Iovine. Guardate qua, in fondo.
E indic l'area al di sopra dei flaccidi glutei del cadavere. Ricciardi si accost a guardare, e lo stesso, dopo una breve incertezza, fece Maione. Seguendo il dito del dottore, videro quattro linee sulla pelle, parallele e verticali, della lunghezza di cinque o sei centimetri e di colore rossastro.
- Che sono? - chiese Maione.
- Graffi, - rispose Ricciardi al posto di Modo.
Il dottore annu, compiaciuto:
- Esatto. Che, uniti ai segni sui pantaloni e sulla parte inferiore della camicia, ci dicono che qualcuno lo ha preso da dietro per la cintola staccandogli, con quel gesto, le bretelle. E che con l'altra mano lo ha afferrato per il collo strappandogli i bottoni della camicia. Lo ha quasi strozzato, guardate qua.
Gir lievemente la testa del cadavere, che produsse un rumore sommesso, come di cocci.
- Queste sono le ossa fratturate del cranio, non vi distraete. Quello che ci interessa  qui.
Sui lati del collo c'era una profonda riga rossa, prodotta dalla trazione del colletto della camicia e della cravatta.
- Chiara, adesso, la dinamica?
Maione si gratt la fronte:
- Mamma mia, allora non si  buttato. E stato qualcuno, e doveva essere pure...
Modo gli diede una pacca sulla spalla:
- Bravissimo il mio brigadiere. Doveva essere uno molto, molto forte. Un vero gigante.

19.

Per Ricciardi e Maione, il ritorno in questura fu l'occasione per fare il punto sullo scenario aperto dalle rivelazioni dell'esame necroscopico. Andava scendendo la sera, ma l'aria non accennava a rinfrescare. Per strada c'era poca gente; qualche famiglia si trascinava a casa dalla spiaggia.
Maione disse:
- A essere sincero, commissa', io non ci ho mai creduto che uno come Iovine si fosse buttato. Prima di tutto, non c'era nemmeno un addio; poi, perch avrebbe dovuto farlo? Pieno di soldi, in cima al successo della professione sua, sposato, con una bella casa, una moglie e un bambino... E se l'incisione nel secondo anello vuol dire quello che penso io, teneva pure la cummarella. Ma quando si ammazza, uno cos?
Ricciardi era riluttante:
- Lo sai meglio di me, Raffaele. Ne abbiamo visti tanti ai quali la ricchezza e il benessere hanno regalato solitudine e senso di vuoto. La gente commette tante sciocchezze: il professore poteva essere ricattato proprio dall'amante, chiunque sia, o magari avere qualche vizio segreto che lo stava rovinando. In ogni caso, i segni sul corpo e sui vestiti sono inequivocabili: qualcuno lo ha ammazzato.

Maione sbuffava sulla leggera salita.
- E pure qualcuno forte, commissa'. Del resto Coviello, il gioielliere, ce l'ha detto che nella penombra ha visto uno grosso assai, che pareva addirittura una montagna. Questo qualcuno l'ha preso e l'ha buttato gi. Ed  stato cos veloce che il povero professore non ha avuto nemmeno il tempo di gridare, ch qualcuno lo avrebbe sicuramente sentito, con l'ospedale pieno di malati e infermieri.
Ricciardi si blocc:
- A proposito, hai verificato se Antonelli si ricorda di quel... come si chiama... Graziani Giuseppe?
Maione si diede una manata sulla fronte:
- Uh, mamma mia, commissa', tenete ragione, mi sono proprio scordato di dirvelo; stavo passando da voi quando ha chiamato il dottore. Avevo ragione che il nome mi diceva qualcosa. Graziani Giuseppe altri non  che Peppino il Lupo!
- Dovrei conoscerlo?
- No, commissa', per le mani nostre non  ancora passato; ma secondo me  questione di tempo, quelli come lui non sfuggono mai al destino. E' un guappo che sta venendo fuori, uno che comanda al Pendino; gi ci sono arrivate un paio di segnalazioni: sta allargando la sua zona di competenza. Controlla i trasporti di frutta e verdura, i carretti ambulanti che vendono in giro per la citt. E molto temuto, mi dice Antonelli, ma non se ne sa molto.
Ricciardi riprese a camminare.
- Questa  una pista. L'altra  quella della lettera di minacce. Gi sono due. E c' da capire chi sia questa Sisinella della seconda incisione: il racconto dell'orefice fa pensare a qualcuna che aveva potere sul professore, se  andato di corsa a farle fare l'anello. L'esperienza ci conferma che quando ci sta un'amante, un pericolo c' sempre. I sentimenti sono un ottimo motivo per ammazzare o per farsi ammazzare.
Maione comment amaro:
- Commissa', a sentire a voi, uno dovrebbe campare bendato, imbavagliato e con le mani legate, chiuso in una stanza senza finestre e da solo. Cos  sicuro che non soffrir mai.
Non aveva finito di parlare che colse di sfuggita un movimento: qualcuno era uscito dal portone di un palazzo e si era infilato in un vicolo. Il brigadiere corrug la fronte e disse a Ricciardi:
- Commissa', scusatemi, mi aspettate un secondo?
Fece qualche passo, si affacci nella stradina e strinse gli occhi: nella folla scorse una testa bionda che avrebbe riconosciuto fra mille.
Sent una stretta alla bocca dello stomaco. Che ci faceva Lucia in un palazzo di via Toledo a quell'ora, quando avrebbe dovuto essere a casa a preparare la cena?
Tornando indietro, annot mentalmente il numero civico dell'edificio. Doveva approfondire.
Ricciardi gli chiese:
- Che succede?
- No, commissa', mi sembrava di aver visto... Devo essermi sbagliato. Stavate dicendo?
Il commissario riprese:
- Credo sia il momento di capire qualcosa di pi delle tre situazioni. Primo: questo Peppino il Lupo. Un malavitoso, ma uno intelligente, mi pare di capire. Non credo che avrebbe fatto la sciocchezza di andare al policlinico, troppo rischioso; perch non aspettare il professore da qualche altra parte? Poi, il collega che ha mandato la lettera: dice di essere ammalato, addirittura in punto di morte. Uno in certe condizioni dove la trova la forza per scagliare un uomo da una finestra a mani nude? Infine bisogna rintracciare questa Sisinella e interrogarla.
Maione, ancora sovrappensiero, rispose:
- Magari per il dottore ammalato no, ch non  ambiente suo, ma per l'amante e per il Lupo qualcosa in giro si pu chiedere.
Erano arrivati in questura. Ricciardi disse:
- Adesso vattene a casa, sei qui da stamattina. Per quanto riguarda le informazioni...
Il brigadiere sospir:
- Lo so, lo so, commissa'. Mi devo fare una salita, con questo caldo, fino a San Nicola da Tolentino, ed entrare in quella stanza piena di certi profumi che mi fa impressione pure a raccontarveli. Ma il lavoro  lavoro, no? Buona serata, commissa'.
Ricciardi attacc la rampa che portava al suo ufficio.
In cima alle scale lo aspettava Livia.

20.

Stavolta non era venuta, all'Immacolatella. Lui era al solito posto, seduto in mezzo ai rotoli delle gomene, un po' lontano dalla zona d'imbarco.
Faceva caldo. Caldo assai. L'aria sembrava quella che esce dai forni, quando si fonde il metallo. E pi vento arrivava, pi faceva caldo. Vento africano.
Qualcuno, fra i passeggeri in attesa, rideva. Non era pi come qualche anno prima, quando si leggeva il terrore dell'ignoto nella faccia dei disperati, e vibrava la tensione, la paura di navigare incontro alla morte.
Lui lo ricordava quello spettacolo: la rappresentazione della paura. Alcuni temevano l'oceano, nel quale sarebbero entrati dopo un giorno o due di viaggio, una nera massa d'acqua che di certo nascondeva mostri orribili, che avrebbero divorato il piroscafo in un boccone. Oppure il mare in s, e le onde delle tempeste, alte come montagne, che sarebbero cadute senza piet sulle teste, sulle mani, sulle bocche spalancate, sommergendo e affogando, spezzando ossa. E tutti erano spaventati dalla terra verso cui erano diretti, ignota e incomprensibile, popolata da chiss quali animali feroci, inospitale e violenta. Erano spinti dalla fame, e tremavano all'idea che forse la stessa fame li avrebbe ricevuti all'arrivo. Partivano come si rimischia il mazzo dopo una mano sfortunata, come si giocano numeri al lotto, riponendo la speranza di un destino nuovo all'incrocio con quello vecchio.
Adesso non era pi cos. Adesso c'era chi sorrideva, guardando il ventre della grande nave nera. Erano giunte le lettere. All'inizio poche, scritte male e lette peggio cento volte in serate attorno al fuoco: una voce che compitava con difficolt i grossi caratteri irregolari mentre occhi lucidi e sbarrati ascoltavano in silenzio. Poi sempre di pi, in una lingua corrotta da quella miagolante della gente di l dal mare. E le notizie, da terribili, avevano cominciato a farsi buone. I parenti d'America si organizzavano, facevano affari, si mettevano in contatto fra loro; lavoravano, stringevano accordi e alleanze. La disperazione era una forza immensa, avevano scoperto, e se la si conservava a sufficienza diventava determinazione, poi successo. Arrivavano soldi, ma non si spendevano. Si risparmiavano, per partire.
Lui preferiva quando c'era la paura. La paura giustificava il suo restare, il suo essere da quest'altra parte del molo, lontano dal gregge compatto e dalle masserizie chiuse in lenzuola annodate e consumate. Prima si sentiva ricco e forte, a non dover partire. Ora, invece, aveva dei dubbi.
Si domand perch lei non ci fosse. Eppure non era mai mancata, a quel tacito appuntamento. Lei era importante, per lui. Molto importante. Era per lei che aveva deciso di restare, per lei che, con fatica, si era trovato il lavoro da apprendista, per lei che aveva preso a costruire un futuro di possibile serenit. Perch sentiva la sua ambizione, la sua volont di essere diversa dalle persone che conoscevano.
Il gregge dei partenti fu percorso da un brivido, come un campo d'erba alta sotto un colpo di vento; qualcuno si agit, inquieto. Un marinaio stava scendendo dalla scaletta con in mano dei fogli: la lista dell'imbarco. Si avvicinava il momento.
Avvert un movimento alle proprie spalle. Il cuore gli fece un balzo in petto, ma non lo diede a vedere. Lei si accoccol, come sempre, a mezzo metro dalla sua schiena.
- Stanno partendo, - mormor lui. - Adesso quel marinaio comincia a chiamarli.
Lei lasci passare qualche secondo prima di replicare:
- Lo vedo. Io per non ci voglio venire pi, a vedere le navi. Sono passata per dirtelo.
Lui si volt, di scatto:
- Perch non ci vuoi venire pi?
- Non mi piace. Prima mi sentivo fortunata a rimanere. Mo' invece non lo so.
Lui fu sorpreso udendo la conferma dei dubbi che avvertiva in petto. Ma quell'incontro era loro, solo loro, e non intendeva rinunciarci.
- Sei tu che hai sempre detto che non saresti partita mai, che non ti saresti arresa, che quello che facevano loro era scappare. Mo' che , hai cambiato idea?
Un gabbiano ne raggiunse un altro; i due uccelli si scambiarono una sequenza di versi che ricordava il pianto di un bambino.
Lei rispose:
- Io non scappo. Faccio quello che  meglio per me. La conosci mia zia, quella che non ha potuto avere figli?
Lui era disorientato:
- Chi, quella che ha sposato il commerciante che sta facendo soldi a palate con le forniture per le stazioni nuove? Certo, me l'hai raccontato mille volte.
- Proprio quella. Mo' si  rassegnata, ripete che se Dio non vuole mandarle bambini, lei non pu insistere. Per si sente sola perch il marito sta sempre fuori, e piange ed  triste. Mia madre dice che ci sta chi tiene soldi assai, ma lo stesso  infelice.
Lui aveva ripreso a guardare il gregge di uomini e donne, ma ascoltava attento.
- E allora?
- Sono la sua nipote preferita, perch dice che le somiglio di faccia. Io questa somiglianza non la vedo, ma lei dice di s, e siccome tiene i soldi, tutti in famiglia le dnno ragione e dicono:  vero,  vero, siete tali e quali, due gocce d'acqua; io me la ricordo a Titina quand'era piccola, uguale uguale a te.
Aveva imitato le voci delle parenti cos bene che a lui scapp da ridere.
- Quindi? Che significa?
- Significa che me ne vado a vivere con lei. Al paese del marito.
Lui sobbalz e gir le spalle al molo, alla nave, ai passeggeri in attesa, al marinaio che stava chiamando i nomi.
- Come sarebbe, te ne vai? E io? E noi? E tutte le promesse che ci siamo fatti?
Le sue domande caddero nel silenzio. I gabbiani ripresero a raccontarsi le loro cose, squarciando l'aria. Lei fissava il mare. Poi disse:
- Mi devi aspettare. Lavora tanto, lavora bene. Diventa bravissimo. Poi io torno, con i soldi dei miei zii, e staremo sempre insieme, ricchi e senza fame, senza voglie, senza paure. Ci compriamo un palazzo intero; pure la nave ci compriamo. Cos la fai partire e tornare tutte le volte che vuoi. Mi devi saper aspettare.
Lui prov una fitta al cuore. Non era preparato a questo. Non aveva mai pensato alla propria vita senza di lei. L'imbarco era iniziato. Tra chi rimaneva a terra qualcuno piangeva, ma, si rese conto con orrore, non piangeva nessuno tra quelli che stavano partendo; al massimo, salendo la scaletta, si giravano a guardare e salutavano alzando il braccio. Piange chi resta, non chi parte, pens.
Piange chi resta.
La malinconia gli strinse la gola.
- E che far, io? Che devo fare, mentre ti aspetto? La mattina, quando mi sveglio, e la notte, quando non riesco a dormire, a chi penso? Me lo dici, a chi devo pensare?
Le ultime parole gli erano venute fuori strozzate, quasi in un singhiozzo. Gli erano venute fuori con la voce di un bambino.
Lei continuava a tenere gli occhi., privi di espressione, sull'uscita dal porto.
- Devi pensare a me, come ci pensi adesso. Perch io torno, con quello che ci serve. Prometti. Prometti che penserai a me e al futuro che avremo.
Lui ne segu lo sguardo e si rese conto che era gi partita. Senza che potesse salutarla abbracciandola un'ultima volta.
- Prometto, - disse.
E lei sorrise, al mare.

21.

Ricciardi si chiese come facesse Livia.
Come facesse a introdursi in questura e ad arrivare sul pianerottolo del suo ufficio superando gli sbarramenti di guardie e cancellieri che c'erano ogni due metri.
Come facesse a sapere con esattezza quando lui sarebbe rientrato, dato che non accadeva mai a orari fissi.
E come facesse, con quel caldo, a essere vestita, truccata e ingioiellata come se stesse per andare a un pranzo di gala senza mostrare il minimo disagio.
Dalla cima della rampa, lei gli sorrise, allegra e affascinante:
- Ciao, commissario. Sei tornato, finalmente. Vieni, ti devo dire una cosa importante.
Ricciardi sospir. Aveva sperimentato in molti dialoghi quanto differissero i loro concetti di importanza.
Non che Livia non fosse intelligente, o non avesse sofferto abbastanza per sviluppare una certa profondit di sentimenti, ma non aveva mai avuto un contatto diretto col bisogno, con la necessit, dal cibo alle medicine. Non conosceva la disperazione collegata alla sopravvivenza. Materiale che Ricciardi, invece, maneggiava con dolore dalla mattina alla sera. Era inevitabile che le scale con cui misuravano l'importanza non fossero le stesse.
Si avvicinava la fine del turno principale, e il corridoio degli uffici si andava svuotando. Poliziotti, avvocati, impiegati e perfino magistrati che si trovavano a passare di l rallentavano fingendo di avere dimenticato un documento, un impegno, oppure cercavano da fumare nelle tasche: qualsiasi cosa pur di prolungare la visione di Livia e di incontrarne lo sguardo. Era una scena alla quale Ricciardi si stava abituando, con l'intensificarsi delle loro frequentazioni.
Quella sera era in bianco. Il vestito le arrivava a met gamba e le lasciava le braccia scoperte; in corrispondenza dell'ombelico aveva una composizione di fiori finti. Sulle spalle portava una stola velata e in testa un grazioso cappellino guarnito da piccole spighe; i capelli le scendevano sul collo in riccioli morbidi. Un cancelliere tent un acrobatico tragitto lungo il muro per osservarla di schiena, e per poco non inciamp in un gradino.
- Vieni nel mio ufficio, Livia. Altrimenti qui creiamo problemi di traffico.
La donna accolse l'invito di Ricciardi, si accomod sulla poltroncina accavallando le gambe e si accese una sigaretta. Sembrava una bambina che sta per ricevere un regalo.
- Sei stanco? Hai avuto una giornata dura? Mi sembri strapazzato.
Lui si sedette dietro la scrivania, stringendosi nelle spalle.
- Come sempre. In questa citt non c' lavoro per nessuno, tranne che per noi. Purtroppo.
Lei pieg la testa di lato:
- S, hai l'aria tesa. Ti andrebbe uno spettacolo, stasera? All'Orto Botanico dnno un intrattenimento musicale all'aperto; pare che l'orchestra sia di prim'ordine. Che ne dici? Mi accompagni?
- No, Livia, non me la sento. Ti ho raccontato di Rosa e delle mie preoccupazioni per la sua salute. Pensa che ha fatto venire una nipote dal paese per darle una mano. Significa che davvero non si sente bene. Voglio andare a vedere come sta, non mi va di tornare a casa quando gi dorme.
Livia sorrise furba:
- Una nipote, dici? Una bella ragazza di campagna, giovane e forte. Mi sa che  lei il motivo del tuo desiderio di rientrare presto.
Ricciardi sbuff:
- Te la farei vedere, Nelide. Ho visto com pi attraenti e armadi pi snelli. Per carit. Per  brava, e sono contento che Rosa si riposi. Mi volevi dire qualcosa?
- S, qualcosa che per me  davvero importante. Organizzer una festa. Una bella festa a casa mia, con le porte del salone aperte sul terrazzo. Hai presente, no? Voglio che ci siano tavoli pieni di cibo di ogni genere, di questi piatti meravigliosi che cucinate voi, tutte cose tipiche. E voglio un'orchestra, non grande, intendiamoci: sei, sette musicisti che ci facciano ballare fino a notte inoltrata, fino a quando i piedi si gonfieranno tanto che non riusciremo pi a toglierci le scarpe.
Ricciardi alz le mani per interrompere quel flusso disordinato di parole.
- Calma, calma. E come mai questa festa? C' qualche ricorrenza in arrivo?
Livia soffi fuori il fumo, infastidita:
- Deve esserci per forza una ricorrenza, per fare una festa? Come sei retrogrado e antiquato, Ricciardi! Da quando sono qui, lo sai, non sono mai riuscita a darne una. Una volta, ricorderai, ci ho provato, poi... lasciamo perdere, diciamo che mi  passata la voglia. Ma adesso ho deciso. Bisogna celebrarla questa estate. E i profumi, le canzoni.
- Sar senz'altro un successo.
Livia batt le mani:
- Sar memorabile! Sai, devo ricambiare tutti gli inviti ricevuti, e voglio che ci siano le autorit cittadine, e anche gente da Roma. Non ne sono sicura, ma potrei avere qualche invitato molto importante. Ho una cara amica che non sta attraversando un bel periodo, e mi piacerebbe farla divertire un po'.
- Da Roma, addirittura. Per una festa. Un avvenimento.
- Proprio cos, un avvenimento! E sar in maschera, con tema il mare. Gli invitati potranno scegliere se vestirsi da pescatori, marinai, di degli abissi. Anche il cibo sar adeguato al soggetto. Ho una cameriera che cucina divinamente, le metter a disposizione almeno due aiutanti. Non  un'idea fantastica?
Ricciardi la fiss perplesso:
- In maschera? Ma non sono a Carnevale, le feste in maschera?
- Lo vedi che sei un cavernicolo? Le feste in maschera sono di gran moda, si fanno tutto l'anno.22
Travestirsi  divertente e stimola la creativit! Tu, per esempio, che costume sceglieresti?
Ricciardi prefer mettere subito le cose in chiaro:
- Livia, ti prego, combatto ogni giorno contro i travestimenti. La gente cerca in continuazione di essere diversa da quello che , e per questo compie gesti assurdi che tu non puoi nemmeno immaginare. Non ho intenzione di mettermi una maschera, nemmeno per scherzo.
Livia scroll le spalle.
- Come preferisci. Ti sentirai fuori posto, ma per me non  un problema. Basta che tu ci sia. Questo me lo devi assicurare, perch sai che tu... tu sei una parte molto importante nella mia decisione di vivere qui, in questa citt.
A Ricciardi fece tenerezza quella dichiarazione cos esplicita.
- Livia, non cominciare, io non ti ho mai chiesto nulla. Sei qui per una tua scelta, e credo sia stata una scelta giusta, perch da quanto mi racconti, a Roma eri sempre e soltanto la moglie di Vezzi. Ma non voglio che tu me ne attribuisca il peso.
La felicit negli occhi della donna si annebbi, lasciando posto a un velo di malinconia.
- Non temere, Ricciardi. Lo so che non vuoi responsabilit affettive nei miei confronti. Ma non puoi negare che non ti ho mai nascosto quello che provo. E sebbene tu non sia disposto ad ammetterlo nemmeno con te stesso, anzi, soprattutto con te stesso, con me stai bene. Sei pi sereno, sorridi perfino, qualche volta, senza accorgertene. E starai benissimo anche la sera della festa. Se mi dici che verrai, io ti dico un'altra cosa. Allora? Me lo dici?
Ricciardi assunse uno sguardo quasi dolce.
- E va bene, d'accordo. Cercher di esserci, salvo cause di forza maggiore, sia chiaro. Ti ho detto di Rosa, e il mio lavoro, lo sai, non consente di fare programmi...
Livia tagli corto con un gesto della mano:
- S, s, certo. Mi basta questo: che, salvo cause di forza maggiore, ci sarai. E ora vuoi sapere quest'altra cosa? La sorpresa?
- No, non voglio. Se me la dici, che sorpresa ?
Livia ci pens su, poi si alz:
- Hai ragione. Nessuno dovr saperlo, sar una sorpresa per tutti. Scappo. Se non vieni allo spettacolo all'Orto Botanico, non ci vado neanche io. Mi dedicher all'organizzazione, c' poco tempo. Voglio dare la festa la prossima settimana, la notte della Madonna del Carmine, cos dal terrazzo vedremo i fuochi d'artificio. Ciao, Ricciardi.
E, in una nuvola bianca, usc dall'ufficio.
Ricciardi si affacci alla finestra aperta. Si era fatta sera e nella citt si accendevano le luci.
Nonostante il caldo, il commissario prov un brivido di oscura preveggenza.

22.

Salendo piano verso casa, Maione continuava a chiedersi se la donna che aveva visto uscire dal palazzo di via Toledo fosse davvero la sua Lucia.
Non era mai capitato, in tanti anni, che la moglie si spingesse cos vicino alla questura senza passare a salutarlo. Si era fermato al posto di guardia e aveva domandato se qualcuno avesse chiesto di lui, ma gli avevano risposto di no. Non contento, era andato negli uffici, nell'eventualit che Lucia fosse arrivata in un momento in cui all'ingresso - non c'era nessuno, ma ancora una volta niente. Nessuno lo aveva cercato. Tantomeno sua moglie.
Non poteva essersi sbagliato, Lucia era inconfondibile: i capelli biondo oro, cos poco comuni da quelle parti, l'andatura svelta e sicura, il bel corpo vestito di nero, colore che non aveva pi smesso dopo la morte di Luca. E poi lui la sentiva nell'aria, Lucia. La sentiva sulla pelle come un alito di brezza, nelle narici come un profumo delicato, nelle orecchie come una musica dolce. Non aveva bisogno di vederla negli occhi, n di udire la sua voce. S, la donna che era uscita da quel palazzo era Lucia.
Ma perch, si domand, mentre attaccava l'ultimo pezzo di strada, perch era andata li? Era successo qualcosa? C'era bisogno di un aiuto? Di un
medico per uno dei bambini? No, impossibile. Si sarebbe rivolta a Modo, e prima lo avrebbe avvertito.
Entr in casa e fu travolto dall'abbraccio dei tre figli pi piccoli: i due maschietti che gli saltavano addosso fingendo un agguato, e la femminuccia che cominciava a ridere appena lo vedeva. Si ferm a giocare con loro, spettinandoli e imitando un grosso scimmione. Poi and in cucina.
Avrebbe dovuto dire subito: ciao, amore mio, come mai eri a via Toledo, un paio d'ore fa? Perch non sei passata a salutarmi? Avrebbe dovuto, certo. Ma, pens, sono un poliziotto.
E fece il poliziotto.
- Mmm, che profumino, - disse. - Che stanno cucinando di buono, le mie donne?
Al tavolo, Maria e Benedetta impastavano farina e acqua con una cura degna di due vecchie massaie. Si assomigliano perfino, pens Maione, potrebbero davvero essere sorelle.
Lucia alz il volto accaldato dalle pentole sul fuoco e gli lanci un bacio.
- Tranquillo, non si butter niente. Vai a cambiarti e lasciaci lavorare in pace.
Si sbagliava o era stata sbrigativa? Non era indietro con l'orario, rispetto al solito?
Si finse deluso:
- Ma come, non  ancora pronto? Io ho una fame...
- Non ti preoccupare. Sar in tavola alle otto, come sempre. Vai a cambiarti, ho detto, sei zuppo di sudore, peggio dei tuoi figli. Muoviti!
Raffaele se ne and in camera con una spiacevole sensazione addosso. Il vestito, pens. Il vestito della persona che ho visto. Quello nero con le rose ricamate dello stesso colore.
Apr l'armadio: era al suo posto, su una gruccia. Ma la gruccia non era quella solita, al centro dell'asta, dove sua moglie teneva gli abiti migliori, era sulla prima verso la porta della stanza. Come se fosse stato riposto in fretta.
Cerc di distrarsi fermandosi a chiacchierare con Giovanni, il figlio maggiore, che era interessato a sapere del suo lavoro. Era un gran cruccio per la madre che il ragazzo volesse fare il poliziotto come il padre e il fratello ucciso, quindi certi discorsi dovevano farli lontano da Lucia, a bassa voce, come dei cospiratori.
Maione gli raccont del professore caduto dalla finestra senza indulgere su particolari macabri. Non voleva incoraggiare il ragazzo, ma era gratificato dal fatto che intendesse seguire la tradizione di famiglia. E poi era sempre meglio che diventare un delinquente come molti giovani del quartiere, inseguendo un benessere pi facile e assai pi rischioso.
La tavola era chiassosa e allegra, e Maione contribu all'atmosfera; non voleva dare alla moglie l'impressione che qualcosa lo tormentasse. Attese che i ragazzi fossero a letto e le stoviglie messe ad asciugare, e quando Lucia si lasci cadere esausta sulla sedia vicino a lui, le disse in tono neutro:
- Mamma mia, questo caldo rende tutto pi faticoso. Anche fare un metro di strada  un supplizio. Beata te che non devi uscire se non per la spesa; stasera, poi, faceva pi caldo che a mezzogiorno. Invece qui in casa un poco di corrente circola, non ti pare?
- S, con le finestre aperte sui due lati un po' d'aria gira. E comunque faceva caldo pure stamattina al mercato, credimi.
Raffaele annu. Fissava un punto fuori dal balcone perch conosceva la capacit della moglie di leggergli dentro attraverso gli occhi, e non voleva lasciar trapelare nulla.
- Non vorrei proprio essere costretto a fare la salita che porta a casa pi di una volta. Penso che potrei morire d'infarto.
Lucia era convinta che lui non la guardasse perch era distratto dalla preoccupazione. Povero amore mio, pens, se solo ti decidessi a mettere da parte questo assurdo orgoglio e a confidarti con me. Ti rassicurerei, perch una soluzione si trova sempre. Ma se tu non mi parli, nemmeno io posso parlare con te.
- Che dici! Non lo immaginare nemmeno per scherzo. Nessuno muore d'infarto per un po' di calore. Stai tranquillo.
- Gi, - disse Maione laconico. Poi, dopo un po': - Per fa davvero caldo, e domani, dice Mistrangelo, quello che sta alle denunce, sar anche peggio. Non mi chiedere come lo sa, ma ci prende sempre. Tu mica devi uscire, domani, vero?
- No, stamattina ho fatto la spesa pure per domani. Non mi devi neanche lasciare soldi. Non ci serve niente.
Maione annu.
- E oggi? Sei uscita solo stamattina, vero?
Lucia lo fiss, sorpresa:
- Oh, ma che so' tutte 'ste domande? Certo che sono uscita stamattina, te l'ho detto che sono andata al mercato. E s, faceva caldo. Mi chiedi sempre le stesse cose. Ma mi stai a sentire, quando ti rispondo?
Maione alz la mano a scusarsi:
- Certo che ti sto a sentire, come no. Mi preoccupavo che il caldo ti faceva male, tu lo soffri assai.
- Veramente quello che soffre il caldo sei tu, io sono freddolosa. E infatti non  che sto cos male.
- No, perch, - continu Maione, come seguendo un pensiero, - tu ti vesti sempre di nero, no? E il nero il caldo lo attira. Non  consigliabile uscire col sole forte, se ci si veste di nero. Quindi non ci sarebbe niente di male a fare la spesa, che so, di pomeriggio tardi, o anche di sera, quando il sole se ne scende un po', insomma.
Lucia non sapeva se ridere o far finta di niente e lasciar cadere il discorso:
- Raffae', ma sei impazzito? Mo' io, siccome mi vesto di nero, devo andare a fare la spesa di sera? E quando cucino, di notte? E poi glielo dici tu a quelli che vendono la roba al mercato di spostare gli orari di sera? Gli dici: scusate, sono il brigadiere Raffaele Maione, potreste usarmi la cortesia di mettere le bancarelle di sera invece che di mattina, ch mia moglie se no suda?
- No, non dico questo, ma...
- Oppure, - insistette Lucia, continuando a imitarlo, - mi fate il piacere di portarle la spesa a casa, cos non deve fare nemmeno le scale? Magari s, grazie, scegliete pure la migliore frutta e il miglior pesce, cos non deve manco palpare con le sue manine, ch se le consuma.
Maione sospir:
- Mo'  diventata una colpa, se uno si preoccupa per la moglie. Non fa niente, stancati, suda, fatti venire uno svenimento, per poi non ti lamentare. Oggi, per esempio, sei uscita di mattina, no? E peggio per te.
- Sono uscita di mattina e sto benissimo. Ma adesso andiamocene a letto. Domani vedrai, non esco affatto, cos sei contento.

23.

Il dialetto di questa citt, che canta canzoni d'amore e racconta passioni, ha una parola precisa per indicare un colpo di vento.
La parola  simile a un'altra della lingua madre: ma  femminile, perci di significato profondamente diverso. E la parola non descrive il colpo di vento in genere, ma un colpo di vento. Uno in particolare.
Rfola.
Non refolo, che  una bava di aria insulsa, un soffio che pu persistere nel tempo, senza regalare se non una breve sensazione, a stento registrata dalla mente che la riceve tramite la pelle. Nulla di tutto questo.
La rfola  qualcosa di magico, un breve respiro fatato che scompare prima ancora di dare coscienza di s. Una sottile consapevolezza, forse l'eco di un ricordo o la premonizione di un futuro rimpianto.
Si presenta come un sospiro fresco. Porta sollievo, racconta di territori ariosi e di cime innevate, di mandorli in fiore e di spuma sugli scogli.
Ma  solo un'illusione.

Avrei dovuto esserci.
Avrei dovuto essere l, mentre cadevi al suolo. Mentre abbandonavi la tua vita, tutti i ricordi, le persone, le facce, i suoni, i sapori.
Avrei dovuto esserci, mentre la terra si avvicinava a velocit vertiginosa, mentre abbracciavi la morte, tu che avevi vissuto fino in fondo ogni respiro come se fossi stato immortale, come se non fosse esistito nulla all'infuori di te.
Avrei dovuto esserci, per chiederti se mentre cadevi c'era in te un pensiero per il male. Per tutto il male che potevi aver fatto, con quelle mani che roteavi nell'aria, con quel cervello che si sarebbe schiacciato sulla pietra, di l a qualche istante.
E avrei goduto di quello spettacolo. Avrei riso del tuo dolore, della tua morte. Avrei ballato attorno a quello che rimaneva di te, nella luce della luna. Avrei sputato sopra al tuo cadavere, cento volte, mischiando il mio disgusto al tuo sangue e al tuo cervello.
Avrei dovuto esserci.

Cos fa, la rfola.
Arriva quando tutto  stagnante, quando sembra che nulla cambier pi, e che il mondo e l'universo intero affonderanno nel calore. Quando si crede, vegliando nella notte come in un sudario bollente, di essere precipitati all'inferno, e che da un momento all'altro Belzeb verr a chiederci conto dei peccati.
Ma la rfola porter un sorriso, sparendo prima che finisca un solo pensiero.

Io ti amo, sai. Ti amo.
Te lo dico nel silenzio di questa notte vissuta altrove, lontano dal mio letto e dalle mie cose, lontano dai pensieri che ora so essere statidi bambina. Lontano da te e dal tuo sguardo dalla finestra.

Forse bisogna andare lontano, per capire l'amore. Forse bisogna staccarsi dai libri sullo scaffale, dal bicchiere d'acqua sul comodino, dai vestiti ordinati nell'armadio, per capire quanto si vorrebbe un bacio, quanto si ha bisogno di una mano, nella notte.
Ti amo. Non per l'immagine dietro i vetri, non per il colore dei tuoi occhi nella semioscurit, non per le tue labbra sfiorate sotto una strana neve.
Ti amo perch ti vorrei in questo letto, qui e ora. Perch vorrei accoglierti sul seno e tra le braccia, perch non conosco il sapore della tua pelle e vorrei assaggiarlo.
Ti amo nella carne e nel sangue. Questo mi ha detto la distanza, e avrei voluto che mi dicesse il contrario, che mi raccontasse un silenzio da riempire con altra musica, di spazi vuoti da arredare con altro legno e altro cristallo e altro argento. Avrei voluto.
Ma io ti amo. Adesso e ieri e domani. Io ti amo.

La rfola racconta, in un secondo, tutte le storie che ci racconteremmo da soli, se ne avessimo il coraggio.
Non ha il tempo di farlo per intero, e nemmeno vorrebbe. Suggerisce l'inizio, la prima nota di una canzone, l'attacco di un sinfonia conosciuta.
L'anima fa il resto.

Non dormo, no. E come potrei dormire?
La morte non  uno scherzo. La morte  enorme. Una cosa  lottare, far valere le proprie ragioni, affermare la voglia di sopravvivere, un'altra  
la morte.
La morte significa che uno non esiste pi. Che per mano tua una persona che amava, odiava, sentiva dolore e piacere, da un momento all'altro  un mucchietto di stracci insanguinati, senza respiro e senza emozioni.
La morte significa che per mano tua un essere che fino ad allora era stato al centro di una ragnatela di sentimenti e di passioni, uno che pu essere stato padre e marito, amico e figlio, sparisce dalla lista dei viventi e diventa una scritta su una lapide, il fantasma di un ricordo.
Non dormo. Non posso.
Perch la morte non  un gioco, qualcosa che si pu ricostruire con pazienza, con la destrezza delle mani o con l'attenzione. Una volta che l'hai data, non puoi tornare indietro. La morte  definitiva. Non c' ritorno, dalla morte.
E allora perch ti vedo qui, seduto sul mio letto? Perch sento la tua voce, leggo ancora la sorpresa nei tuoi occhi?
Non dormo, no. Non posso.
Chi ha dato la morte non pu dormire.
Mai pi.

Essendo femmina, la rfola sa sempre quello che fa. Non si distrae dal compito che si  prefissata.
Essendo femmina, seduce volontariamente, non per caso. Chiss quanto ci mette, nei luoghi freschi in cui ha origine, a scegliere l'abito scollato e il giusto movimento di bacino. Essendo femmina, conosce i tasti da suonare nella frazione di attimo che avr a disposizione. Essendo femmina, conosce il potere di uno sfioramento, che sembra fatto per caso, nel rimescolare il sangue che stagna per difendersi dal calore.
Essendo femmina, sa quanta rovina ci sia nella passione. E quanto sia bello suscitarla e poi starsene fuori tiro a osservarne i terribili effetti.

E ora? Come faremo, ora?
Ci eravamo abituati al benessere, alla serenit, come se non potessero finire mai. Ai regali, ai soldi, ai vestiti.
Ci eravamo abituati.
Perch venivano da quelle mani da femmina, lisce e inquiete, e dalla voglia di ricevere complimenti e sorrisi. Pensavamo che non sarebbe finita mai.
Certo, sapeva anche fare schifo, con quel suo corpo che di maschio non aveva mai avuto nulla se non vaghe sembianze, con quel doppio mento, quel torace piatto e senza peli, quel ventre flaccido: un attimo di immaginaria mascolinit dopo essersi agitato per qualche secondo senza forza. Sapeva fare schifo.
Poi, per, elargiva il suo potere, la sua ricchezza, in cambio di un sorriso. E alla fine, era un buon prezzo per un sorriso. E anche per l'abbaglio di un gemito, di un sospiro pesante.
Chiss come poteva illudersi di dare piacere, con quel ventre orribile, con quella faccia da vecchio e quelle mani da ragazza. La gente trova sempre il modo di illudersi.
Ma adesso  finita. E dovremo trovare qualcos'altro.
Del resto, bisognava prevederlo.
Bisognava prevedere che sarebbe morto. Doveva morire, no? Doveva morire.

Per occorre essere pronti a riceverla, la rfola.
Una finestra aperta, una porta accostata. Perch la rfola ha effetti nell'anima, ma  un fatto fisico, reale, concreto, ha bisogno di uno spazio e di un tempo per colpire, necessita di un momento d'attenzione del corpo.
Ammesso che vogliate essere colpiti, naturalmente.

Sento l'alito della morte.
Lo sento nell'aria. Un tanfo pesante e nascosto, che resta nella bocca pi che nei polmoni. La morte  nel caldo; il suo fetore appesta l'aria dell'inferno.
Un passaggio, solo un passaggio. Come attraversare un campo: ci puoi mettere un minuto o un mese intero, ma la fine arriva, e ci sono le tenebre del bosco, al di l del campo.
Non mi  pesato, il cammino. Non  stato sempre facile, ma sono stata fortunata, barone'. Proprio fortunata. Ho amato con tutto il cuore, pi di quanto una mamma pu amare un figlio, ascoltandone il respiro mentre dorme, scrutandone gli occhi. Non lo capivo, barone'. E non capivo a voi, quando vi fermavate da ricamare e vi mettevate cos, in silenzio, a guardare nel vuoto.
Ma mica si deve capire per forza, per amare. Amare  senza ritorno, senza ricompensa. Amare  amare, punto e basta.
Non ho paura, barone'. Se c' un posto dove state voi, ci vedremo e ci faremo una bella chiacchierata come facevamo allora sul patio davanti al giardino. E se un posto non c', allora non ci sta da avere paura, perch non ci saremo e basta. L'inferno? E che abbiamo fatto di male, noi? Quelle come noi, barone', non ce l'hanno la testa per fare del male.
Lo sento nell'aria, l'alito della morte. Devo fare presto. Ci stanno un sacco di cose da sistemare. Un sacco di cose da mettere a posto.
L'alito della morte. Un alito freddo.

Vi sembrer un colpo di vento, forse penserete di averlo solo immaginato. Ma non  un colpo di vento,  una rfola.
E una rfola pu portare tutto il bene e tutto il male del mondo, perch vi concede un sogno nell'inferno di calore in cui siete immersi. Un solo sogno, lungo quanto un sospiro.
Perci, statemi a sentire: chiudetela, la finestra. Meglio il caldo.
Meglio l'inferno di un solo sogno disperato.

24.

Ricciardi trov Maione che sonnecchiava sulla panca di legno nel corridoio davanti al suo ufficio.
Come sempre era arrivato prestissimo, e come sempre in questura non c'era quasi nessuno. Scorgere la grande sagoma del brigadiere nella penombra, mentre stava riflettendo sul caso del professore Iovine, lo fece sobbalzare. Gli sembr di trovarsi di fronte alla scena a cui aveva assistito Coviello, l'orefice, uscendo dallo studio della vittima: un uomo di grande statura che attendeva di entrare.
- Raffaele? E che ci fai qui a quest'ora? Ma insomma, a casa non ci vuoi tornare proprio pi?
Maione sobbalz.
- 'gnorn, commissa'. E che con questo caldo non riesco a dormire e sono venuto prima. Poi, siccome qua si sta relativamente freschi, mi sono assopito. Scusatemi.
' - Figurati, per me ti ci puoi pure trasferire, in questura. Mi dispiace per te, che stai pi al lavoro che coi tuoi. Vieni, andiamo in ufficio e cerchiamo di capire che fare con queste indagini.
L'ora mattiniera, le scuole chiuse e il gran caldo rendevano la piazza un deserto; la finestra di Ricciardi si apri lasciando entrare solo il rumore pigro del carretto di un ambulante.

Il commissario fece cenno a Maione di sedersi:
- Dunque, le cose stanno cos: abbiamo la certezza che siamo di fronte a un omicidio, quindi il nostro atteggiamento deve cambiare. Stiamo cercando un colpevole, ora. Qualcuno che ha ammazzato il professore. Che sappiamo di questa persona?
Maione si gratt la fronte, concentrandosi. Elenc sulle dita:
- Primo:  uno fortissimo, perch l'ha buttato gi come un fuscello prendendolo per il collo della camicia e per i pantaloni. Secondo: proprio per questo dovrebbe essere un maschio. Terzo: se diamo credito all'orefice, che  l'ultimo ad avere visto il professore vivo,  grande e grosso, il che concorda col dato che lo ha lanciato fuori dalla finestra senza nemmeno fargli toccare il davanzale.
Ricciardi annu:
- Esatto. E del professore, invece, sappiamo che era uno con qualche magagna in una vita all'apparenza rispettabile e onorata. Innanzitutto Sisinella, il nome inciso nell'anello chiuso nel cassetto. Inoltre, qualche cosa devono significare pure le esitazioni dell'infermiera Zupo e dell'assistente, Rispoli.
- Che io sentirei ancora, commissa', se non altro per capire bene quello che  successo quando Peppino il Lupo ha giurato di ammazzare il professore.
- Certo, ma prima dobbiamo capire dove stava il Lupo a quell'ora, altrimenti andiamo a scavare dove non  necessario. E non dimentichiamo la lettera del proprietario della clinica, anche quella abbastanza minacciosa. Insomma, teniamo da fare. Come ti ho detto ieri sera, comincerei prendendo qualche informazione su Sisinella e su questo guappo, il Lupo. E per le informazioni, lo sai...
Maione allarg le braccia, sconsolato:
- Lo so. Mi devo fare una bella salita. Va bene, commissa', vado, lascio a Bambinella il compito a casa e torno.
- Perfetto. Ti aspetto, poi andiamo insieme alla clinica. Buona passeggiata.
Quando Maione fu uscito, Ricciardi si concentr su ci che aveva sentito nel luogo della morte del professore. Il sentimento che gli aveva inondato la pelle e l'anima, il dolore estremo della vittima, era tutto per la fantomatica Sisinella.
La teoria del commissario era che dietro ogni delitto ci fossero la fame o l'amore, le due forze che garantivano la sopravvivenza della specie umana. Perci, di volta in volta, cercava di capire quale di queste avesse la diretta responsabilit del crimine su cui indagava. Non si era mai sbagliato: uno dei due aspetti della passione era sempre stato all'origine del movente.
Vero, Iovine aveva pensato all'amore, ma era stato un uomo di potere, e la fame di potere  tra le pi terribili emozioni che possano scuotere un cuore, spingendolo anche verso un esercizio contorto dello stesso, come suggeriva la lettera che il professore aveva ricevuto a casa. Invece quella del Lupo, che aveva giurato vendetta davanti a testimoni, era la furia dell'amore amputato. Chiss cosa gli avrebbe detto il Fatto, se fosse stato sul posto dove era morta la moglie del guappo; chiss che pensiero di amore estremo e di estremo dolore avrebbe lasciato una giovane donna che si affacciava alla meraviglia della maternit.
La sua mente and a Rosa. Rosa che gli era stata madre in tutto e per tutto, Rosa che gli aveva medicato cento volte le ginocchia sbucciate, Rosa che cucinava quelle terribili pietanze cilentane che solo il suo stomaco allenato riusciva a digerire. Rosa, che non stava affatto bene.
Anche la sera prima l'aveva trovata assopita nella poltrona sulla quale si sedeva a cucire. La cena era pronta, preparata da Nelide che se ne stava in piedi in un angolo, le braccia conserte. Aveva chiesto alla ragazza da quanto tempo sua zia dormisse, e quella aveva risposto che aveva chiuso gli occhi da mezz'ora e che poco prima lei aveva provato a chiamarla per vedere se era viva. Il commissario si era reso conto di non essere il solo a preoccuparsi per lo stato di salute della tata.
L'aveva messa a letto, vincendo le sue proteste; con tutte le volte che mi hai messo a dormire tu, le aveva detto, per una volta posso farlo io.
Dopo cena era andato in camera, aveva spento la luce e si era messo a guardare le finestre di casa Colombo. Ma di Enrica non c'era traccia nemmeno quella sera.
Dove sei, aveva chiesto al buio. Dove sei. Per mesi aveva visto al piano di sopra del palazzo di fronte il fantasma di una donna suicida per amore. Infine l'immagine si era dissolta e il sentimento di dolore non impregnava pi l'aria, per era svanita anche la figura che lui amava tanto guardare. Magari il suo era stato un sogno, ed Enrica non era mai esistita. Forse era soltanto un altro frutto della sua fantasia malata.
Un uomo di mezz'et con gli occhiali e i baffi si era affacciato alla finestra. Ricciardi era sicuro di non essere visibile dall'esterno con la luce spenta, ma aveva avuto la netta impressione che l'uomo guardasse dalla sua parte. Doveva essere il padre di Enrica, perch la sua figura alta e il modo di piegare la testa di lato erano uguali a quelli della ragazza. Dopo qualche secondo se n'era andato, e a Ricciardi era parso che scuotesse il capo con un po' di tristezza.
Avrebbe voluto avere il coraggio di affacciarsi nell'aria rovente della sera e di gridare, cos, da un palazzo all'altro: signore, signore... buonasera, noi non ci conosciamo, mi chiamo Ricciardi, Luigi Alfredo Ricciardi. Sono innamorato di vostra figlia e mi chiedevo se, cortesemente, poteste dirmi dov' andata, perch non la vedo pi.
Gi, si disse, mentre la piazza sottostante cominciava a popolarsi di donne che andavano al mercato e di operai che si recavano al lavoro in bicicletta, il modo migliore per essere riconosciuto pazzo o per prendersi un bell'insulto. E magari il padre di Enrica, sempre che fosse davvero lui, avrebbe potuto dirgli: caro signore, se voi siete innamorato di mia figlia, perch non vi siete dichiarato? E perch non siete venuto qui, nella mia casa, a chiedermi il permesso di frequentarla? Si fa cos tra persone civili, sapete? Si fa cos.
E lui, Ricciardi, avrebbe risposto con pari cortesia: no, signore, non posso. Perch vedete, si d il caso che io sia pazzo. S, pazzo come la mia povera madre. Pensate, ho l'impressione di vedere i morti che mi raccontano il loro ultimo pensiero.

Strano, no? Ne converrete,  una situazione bizzarra, e sono certo che uno come voi, che mi sembra legato da grande amore alla propria figlia, non vorrebbe come genero un giovane cos, che magari trasmetta ai vostri nipoti la stessa tara. Che ne dite, caro signore?
Ricciardi si allontan dalla finestra e si sedette alla scrivania con la testa fra le mani. Sono pazzo, s. E sono anche incoerente, pens, perch dovrei essere felice che tu te ne sia andata, dovrei sperare per te che incontri qualcuno che ti renda felice come meriti, e invece me ne sto qui a macerarmi per la disperazione di non vederti e di non sapere dove sei, terrorizzato di perdere la mia Rosa e di rimanere schiacciato da una solitudine senza fine.
Forse la cosa migliore era frequentare Livia. Ottundersi di risate, spettacoli e spumante, convincersi che le discussioni superficiali potessero tenere lontana la sofferenza degli altri. La vedova non avrebbe voluto famiglia e figli, si sarebbe accontentata di qualcuno di incomprensibile, qualcuno che avesse il fascino sconosciuto della distanza, della distrazione. Vedendolo con Livia, Enrica si sarebbe allontanata per sempre da lui. E magari Rosa si sarebbe convinta che stava per sistemarsi, e sarebbe stata contenta.
Il cuore gli si restrinse come se un pugno di ferro lo serrasse. No, non poteva farlo. Livia aveva diritto alla sincerit, all'onest di un amore vero. C'era gi stato abbastanza dolore nella vita di lei. Anche quello innaturale della perdita di un figlio.
Il pensiero del bambino perduto lo port a Maione e a Lucia. Erano riusciti insieme a superare la tragedia, a costruire sull'amore la sopravvivenza della loro meravigliosa famiglia. Gli sovvenne la preoccupazione che tormentava il brigadiere, e si chiese come avrebbe potuto aiutarlo senza offenderne l'orgoglio. Ma problemi economici o no, si disse, Maione era un uomo fortunato: aveva una compagna che riponeva fiducia in lui, e lui ne riponeva in lei. E quando si ha fiducia, riflett, prendendo il verbale dell'esame necroscopico appena arrivato dall'ospedale, non si ha bisogno d'altro.

25.

Maione non si fidava di sua moglie.
Si sentiva in colpa, per questo. In quasi venticinque anni di matrimonio non gli era capitato di dubitare delle sue parole, e mai le aveva mentito. Avevano avuto il loro periodo di distanza, dalla tragica scomparsa di Luca fino pi o meno a un anno prima, quando, convinto che il silenzio di lei fosse irreversibile, aveva creduto di provare tenerezza per un'altra donna. Ma per fortuna la primavera aveva risvegliato Lucia dal suo doloroso torpore, e si erano ritrovati pi uniti e innamorati.
Quasi senza volerlo aveva deviato dalla strada che lo portava a casa di Bambinella, e ora era davanti al portone del palazzo dal quale il giorno prima aveva visto uscire la moglie. Via Roma secondo la toponomastica ufficiale, via Toledo per tutti gli abitanti della citt; civico 270. Uno stabile come tanti: portone ad arco, alto, sormontato dallo stemma in pietra di chiss quale famiglia estinta; la facciata rosso scuro, che avrebbe avuto bisogno di un intervento di restauro; un androne con una guardiola in legno che dava sulle stanze destinate all'abitazione del portinaio; una rampa di scale ampia fino al primo piano, e una pi stretta che portava ai piani superiori; un cortile interno con al centro un'aiuola fiorita e un albero d'alto fusto.
Maione non sapeva che fare. Da un lato avrebbe voluto superare i propri dubbi e convincersi che la donna che aveva visto uscire in fretta dallo stabile e svoltare nel vicolo accanto non fosse Lucia, come lei gli aveva garantito; dall'altro, pens, era un poliziotto. E un poliziotto, per natura, indaga e cerca conferme.
Una fastidiosa parte del suo cervello gli intim di non prendersi in giro, la sua professione non c'entrava nulla: era un marito geloso che voleva scoprire per quale motivo la moglie gli avesse mentito. Come che fosse, i piedi lo avevano condotto fin li, e tanto valeva fare un ulteriore passo in quella direzione.
Nell'androne l'aria era fresca e umida. Il portinaio annaffiava con dei secchi d'acqua un cespuglio di ortensie; l'operazione era faticosa, perch comportava la spola tra l'aiuola al centro del cortile e una fontanella nell'angolo opposto, e l'uomo era piuttosto anziano.
Maione si avvicin. La consapevolezza che si stava servendo della divisa per un'indagine privata, unita al senso di sconfitta per il fatto che mancava di fiducia in Lucia, lo rese alquanto brusco.
- Sentite, voi. Come vi chiamate?
L'uomo si ferm a mezza strada, reggendo il secchio pieno d'acqua con entrambe le mani.
- Oh, buongiorno. Sono il portinaio del palazzo.
- Non vi ho chiesto che mestiere fate. Vi ho chiesto come vi chiamate.
L'uomo sbatt le palpebre, neanche avesse ricevuto uno schiaffo. Depose il secchio e si raddrizzo, intimorito:
- Fanelli, Fanelli Giovambattista. Ai vostri comandi, brigadiere...
Maione non ritenne di presentarsi. Bastava la divisa ad autorizzarlo a fare domande. E poi non voleva che rimanesse traccia della sua identit in quel colloquio. Diede un colpo di tosse. Non avrebbe dovuto cominciare, ma ormai c'era.
- Questa  un'indagine di polizia. Vi devo chiedere alcune informazioni sugli abitanti del palazzo.
- Ma perch, brigadie', che  successo? Qui  tutto tranquillo, ci abita gente perbene e io...
Maione lo prese per il braccio e lo trascin verso la guardiola.
- Non avete nulla di cui preoccuparvi. Vi devo solo fare qualche domanda, ma  importante, importantissimo, che nessuno sappia che ci siamo parlati. Nessuno, avete capito?
L'uomo, gracile e timoroso, segu docilmente il brigadiere balbettando:
- Ma... ma io non so niente, brigadie'. Vi assicuro che, qualsiasi cosa sia successa, io non so niente.
Maione fece un cenno con la testa:
- Entriamo da voi.
Al di l della porta a vetri c'era un minuscolo appartamento costituito da una camera con un tavolo e due sedie e una stanzetta con un lettino
addossato alla parete e un armadio a doppia anta. Maione sussurr, con aria da cospiratore: - Ci state solo voi, qua? Ci abitate?
Fanelli annu, gli occhi sbarrati per lo spavento. Il fatto che Maione avesse abbassato la voce lo aveva impressionato.
- S, brigadie'. Sono vedovo da tanti anni, e i miei figli sono sposati e stanno per conto loro. Ma si pu sapere che  successo? Un fatto politico, forse?
Maione colse al volo l'occasione.
- Bravo. Un fatto politico, avete capito subito. Siete un uomo intelligente. E siccome siete intelligente, capite che sono cose riservatissime, che devono rimanere segrete. Se qualcuno, chiunque, sapr che ci siamo parlati, allora saremo costretti ad arrestarvi e a mandarvi... a mandarvi lontano, e chiss quando potrete rivedere i vostri figli.
Il labbro inferiore di Fanelli cominci a tremare. Il sudore gli colava a rivoli dalla fronte.
- Brigadie', ma perch? Io non ho fatto niente, non mi sono mai interessato di politica, per questo non ho ancora preso la tessera del partito. Ma la far subito, oggi stesso, ve lo giuro. Sono sempre stato fascista, fin dall'inizio, e...
Maione alz la mano:
- Basta cos. Lo sappiamo che siete un uomo perbene, abbiamo le nostre fonti. Ma ci servono informazioni sulle persone che abitano nel palazzo, e voi ce le dovete dare -. Pi la cosa andava avanti, pi il poliziotto si sentiva uno sporco impostore. Decise di tagliare corto: - Ditemi: chi ci abita, qui?
Fanelli si pass la lingua sulle labbra e abbass la voce.
- Dunque, brigadie', qua tutto  di propriet del conte Morrone di Visaglia, che si  riservato l'ultimo piano.
- E com', questo conte?
- E vecchio e malato, ha quasi novant'anni, sta con due cameriere che lo assistono. Non si muove dal letto e non riceve pi nessuno. Di sicuro non  lui la persona che cercate.
Ormai Fanelli era entrato nel ruolo dell'informatore politico. Maione desiderava andarsene al pi presto.
- Chi altro c'?
- Be', al primo piano ci sta la sartoria della signora Clelia. Una sartoria rinomata, viene gente da tutte le parti.
Maione scart la cosa con un gesto secco:
- Non mi interessa, mi interessano gli inquilini, quelli che vivono qua e sono in casa la sera verso le sette.
Il portiere fece una faccia astuta:
- Ah, ecco. Si tratta di qualcosa che succede di sera, eh? Magari qualche scambio di informazioni. Allora, al secondo piano ci abitano due famiglie i Frezza, un impiegato del municipio con la moglie e otto figli che fanno una confusione terribile dalla mattina alla sera, e una coppia giovane, i Maronti; lui  un operaio e lei sta a casa, hanno due figli.
Maione si gratt il mento, concentrato. Due famiglie con molti figli piccoli. Cominci a sentirsi rassicurato.
- E al terzo piano?
- Al terzo ci stanno due appartamenti sfitti, e al quarto ci abita il dottor Pianese.
Maione si fece attento:
- Il dottor Pianese? Vive da solo?
- S, brigadie'. Un uomo di una quarantina d'anni;  avvocato, ma deve stare bene a soldi perch non vedo mai clienti. In compenso sta pieno di amici che vanno e vengono, e ogni tanto capita pure qualche bella signora.
Maione si senti morire.
- Come sarebbe, qualche bella signora? Quale bella signora? E perch lo vengono a trovare, le belle signore?
Il cambio di colorito e d'espressione del poliziotto spavent il portinaio, che fece un passo indietro:
- Vi sentite bene, brigadie'? Volete un bicchiere d'acqua? Vi faccio un surrogato?
- Fane', parlate! Vi ho chiesto di questo Pianese, rispondetemi, maledizione! Come si chiama di nome? E che fa?
Fanelli era terrorizzato. Arretr fino alla parete e disse:
- Per carit, brigadie', io non ho fatto niente, ricordate? Non ve la prendete con me! Pianese sta da solo; ha una cameriera, che per la sera se ne torna a casa sua. Di nome fa Ferdinando. Lo chiamano dottore ed  avvocato, come vi ho detto, ma non so come campa. E ricco, si diverte, io non lo so se tra le persone che vengono a trovarlo ci stanno le spie straniere. Posso sorvegliarlo meglio, se volete.
Maione fece un passo in avanti e afferr il portinaio per le braccia, quasi sollevandolo da terra. Quello squitt di paura.
- Fane', ve lo ripeto: questo colloquio non  mai avvenuto, avete capito? Mai! Osservate Pianese; soprattutto dovete farmi sapere se viene a fargli visita una signora bionda, molto bella, di circa quarant'anni. Bionda, capite? Bionda con gli occhi azzurri. Io passer quando meno ve lo aspettate a raccogliere notizie. E voi dovete farvi trovare pronto.
Fanelli annu con forza, cercando di svincolarsi dalla stretta, e disse con tono drammatico:
- Ai vostri ordini, brigadie'. Se  per la patria state tranquillo, nulla mi sfuggir.
Maione gli rivolse un'ultima, intensa occhiata e lo moll, lasciando che si afflosciasse contro la parete come se fosse stato svuotato dell'aria. Poi
usc, non prima di avere controllato se nell'androne ci fosse qualcuno.
Fuori, la citt risuonava dei suoi mille traffici.

26.

Mentre controllava che, camminando, le bambine mantenessero l'allineamento, Enrica rifletteva su quanto fosse verde quel posto. Qualche volta le era capitato di andare da sola al bosco della reggia di Capodimonte e di sedersi su una delle panchine a ricamare, soprattutto nella tarda primavera o d'estate, per non si era mai sentita immersa nella natura come a Ischia.
Certo, a Capodimonte c'era la consapevolezza della citt che fuori delle mura di cinta ribolliva senza sosta, e poco lontano c'erano la spiaggia e un mare blu e placido che attendeva le urla allegre dei ragazzi, ma Enrica era portata a credere che fosse diversa la terra, pi ingenua e vera, meno casuale: anche la campagna deve avere una vocazione, e non essere limitata a uno spruzzo di verde in mezzo ai palazzi.
Verdi erano le viti, estese per ettari ed ettari, gravide di grappoli che ancora dovevano maturare e di larghi pampini vellutati. Verdi le ginestre e le tamerici, che spuntavano folte anche sui fianchi delle strade. Verdi le foglie dei gerani sui balconcini, e verdi le ortensie nei giardini delle ville abitate dai nobili in vacanza. Verdi perfino arance e limoni, giovani e piccoli, confusi tra le foglie in attesa di assumere i loro colori sgargianti, eppure pi profumati ora di quanto non sarebbero stati poi.
Gli uccelli liberi cantavano in cielo, i canarini rispondevano dalle gabbiette sui terrazzini; nell'aria si sentiva l'odore dello zolfo e del rame sparsi dai contadini per contrastare l'attacco dei parassiti.
La colonia dove Enrica prestava servizio aveva sede in una grande villa nobiliare nella zona di Casamicciola. Come molte costruzioni della zona, non era antichissima. Nel luglio del 1883 un terremoto aveva raso al suolo quasi tutte le case, uccidendo oltre duemila persone; l'impressione era stata tale che l'episodio era entrato nei proverbi come termine di paragone per definire una catastrofe inaudita. La memoria del sisma, come Enrica aveva avuto modo di verificare nelle rare conversazioni con la gente del posto, era viva e dolorosa. Non c'era nessuno che in quell'occasione non avesse perso un famigliare o un amico.
La villa era di propriet di una vecchia signora rimasta vedova molti anni prima, troppo sola in una casa troppo grande. Era stata favorevolmente colpita dalle direttive del fascio in merito ai soggiorni climatici temporanei, specie per la profilassi antitubercolare, e aveva deciso di mettere a disposizione l'edificio provvedendo di tasca propria alla ristrutturazione. Per s aveva riservato il ruolo di direttrice della colonia, ma si faceva vedere di rado: trascorreva il tempo in terrazza a leggere distesa su una meravigliosa dormeuse, sotto una tenda che si gonfiava alla brezza di mare, mentre una cameriera le serviva t in continuazione.
Il resto del personale era costituito da due maestre, una per i venticinque maschi e una per le venticinque femmine; una rubizza terziaria francescana dalle braccia enormi e la risata fragorosa, che faceva da cuoca; una giovane e infaticabile infermiera e due inservienti. A parte Enrica, che seguiva le bambine, erano tutti nativi dell'isola.
Essendo le bimbe pi facili da controllare dei maschietti, la ragazza godeva di un po' di tempo libero che occupava leggendo e scrivendo la sua doppia corrispondenza: quella ufficiale, a uso della famelica curiosit della madre, e quella nascosta, per il padre, dove confessava i suoi pensieri.
Ormai si trovava li da quasi venti giorni e si era abituata al ritmo lavorativo: sveglia alle sette, pulizia ed eventuali visite mediche per le bambine che avevano maggiori problemi di salute; colazione e spiaggia. La passeggiata per raggiungere il mare, con i piccoli che ciangottavano sotto i cappellini bianchi, era uno dei momenti pi piacevoli. Il cuore di Enrica pareva rasserenarsi. Per quanto possibile, pensava quella mattina, perch era pur sempre ferito.
Il padre le aveva scritto di non pensarci, di gettarsi anima e corpo in ci che faceva; le aveva scritto di guardare solo al giorno stesso, poi alla sera e alla mattina dopo senza alzare gli occhi verso il futuro; le aveva scritto che il miglior medico per ogni pena  il tempo, e il tempo passa se lo si lascia passare. Tutto giusto, pap caro, gli aveva risposto Enrica, ma ogni volta che spero sia guarito, il cuore riprende a sanguinare.
Intanto erano arrivati alla spiaggia, e i maschietti pi temerari, incuranti dei richiami, si erano gettati fra le onde pigre che lambivano la sabbia.

Enrica sistem le bambine, raccomandando alle pi gracili di restare all'ombra del costone di roccia.
Alz lo sguardo e vide che poco lontano, sulla vicina carrozzabile, qualcuno dipingeva seduto su uno sgabello. La sua miopia, non del tutto corretta dagli occhiali, non le permetteva di distinguerne i tratti, ma era di sicuro un uomo. Portava un cappello bianco a tesa larga da cui spuntavano i capelli biondi, e bianca era la giacca sulla camicia aperta. Le pareva che avesse un foulard rosso scuro attorno al collo. Davanti aveva un cavalletto e una tela, alla quale dava rapidi colpi con un pennello che intingeva su una tavolozza tenuta nell'altra mano.
Enrica esamin il paesaggio, cercando di immaginare cosa l'uomo stesse dipingendo: in effetti la vista era stupenda, con la pineta che digradava verso il mare, qualche costruzione bianca con il tetto rosso che spuntava nel verde, e le vele candide delle barche da diporto che spezzavano l'azzurro terso del cielo. Si gir di nuovo verso il pittore, che si alz e sollev il cappello in un gesto di saluto. Una vampa di calore le sal al viso, per essere stata scoperta in una cos palese mancanza di discrezione; invece di rispondere, si finse concentrata ad allacciare la veste di una delle bambine. Deluso, l'uomo torn al quadro.
La mattinata pass. Il sole si fece sempre pi caldo e i bambini cominciarono a manifestare la stanchezza. L'altra maestra, una ragazza bruna ed estroversa di nome Carla, cercava di rimettere in riga i maschietti urlando pi di loro; Enrica pens alle bambine e, con un tuffo al cuore, si accorse che ne mancava una. Si gir verso il mare e vide una
testolina sporgere dall'acqua. Come aveva fatto a non accorgersi che Bettina, la pi pestifera, non era rientrata dal bagno?
La chiam a gran voce e lei, per tutta risposta, la salut. Enrica le fece segno di tornare, aiutata dalla collega, Carla, che si era avvicinata; quella salut di nuovo. La preg, la minacci, ma niente. Stava per rassegnarsi ad andarla a prendere, quando una sagoma bianca le sfrecci accanto, si tuff e con qualche poderosa bracciata raggiunse la piccola.
Poco dopo dall'acqua riemerse un colosso in camicia e pantaloni, con in braccio Bettina tutta allegra. Era il pittore che aveva salutato Enrica dalla strada.
La bambina salt sulla spiaggia, fece due passi, poi, come se avesse dimenticato qualcosa di importante, torn indietro e schiocc un bacio sulla guancia del suo salvatore. Poi schizz via, sottraendosi senza difficolt allo scapaccione che sia Enrica sia Carla tentarono di rifilarle.
L'uomo disse:
- Prego, prego, non sgridatela. In fondo, con questo caldo, non c' niente di male a voler restare in acqua, non vi pare?
Parlava un italiano perfetto, ma la durezza delle consonanti tradiva l'origine straniera.
Enrica replic brusca:
- Non posso certo lasciare che facciano quello che vogliono, mettendo a rischio la propria incolumit, signor...
Quello sorrise, asciugandosi alla meglio le mani. Aveva gli occhi azzurri come il mare alle sue spalle, appena irritati dalla salsedine, e i denti regolari, bianchissimi. Era alto e proporzionato, e fissava Enrica con curiosit. Si produsse in un accenno di inchino che fece subito pensare alle due maestre di trovarsi al cospetto di un militare, impressione confermata dalle successive parole dell'uomo:
- Maggiore Manfred von Brauchitsch, della cavalleria del Reichswehr, signora. O signorina?
Enrica rimase a bocca aperta. Un ufficiale dell'esercito tedesco. Della cavalleria, nientemeno.
Carla, che pareva folgorata da una visione, fu la prima a riprendersi:
- Signorina, signorina, maggiore,  signorina. E sono signorina pure io: mi chiamo Carla Di Meglio. Grazie, siete stato un eroe!
Manfred chin leggermente il capo nella sua direzione, ma non distolse lo sguardo da Enrica; quindi alz un sopracciglio con aria interrogativa.
La ragazza allora sospir e disse, ancora dura:
- Maestra Colombo. Vi ringrazio per averci riportato Bettina, per ci siamo noi a pensare ai bambini, quindi, per il futuro, devo pregarvi di non intervenire se non richiesto.
Carla le rivolse la tipica occhiata che riservava ai bimbi maleducati, ma Enrica non aveva intenzione di sdilinquirsi davanti ai primi occhi azzurri. Anche se doveva ammettere che quel gigante biondo e atletico, tutto bagnato, aveva qualcosa di esoticamente affascinante.
- Capisco, e vi chiedo scusa, - disse lui. - E che da lontano non ero sicuro se salutasse o chiedesse aiuto.
Enrica annu, imbarazzata. Era pentita delle parole pronunciate, ma non voleva si capisse. Si gir verso le bambine, che si stavano allineando per due per rientrare alla colonia.
Sent tossicchiare alle proprie spalle; si volt. L'uomo disse:
- Avete anche un nome, signorina maestra Colombo? Per completare la presentazione. A me non piace lasciare le cose a met.
- Enrica, maggiore. Mi chiamo Enrica. E grazie per... grazie. Scusate se sono stata brusca, mi ero spaventata.
- Io vengo qui a dipingere ogni mattina, in attesa che si faccia l'ora dei fanghi alle terme. In genere mi metto all'ombra dei pini, per questo mi avete notato solo stamattina. Ma vi osservo da molti giorni, sapete; rientrate nel panorama che sto mettendo sulla tela. Vi chiedo scusa per averlo fatto di nascosto, e vi chiedo il permesso di continuare. Non vi disturba, vero?
Enrica rimase inebetita; Carla le diede una gomitata nel fianco, fingendo di calzare il cappellino a uno dei bambini. La ragazza si riscosse:
- No, no. Non mi disturba. Dipingete anche le bambine?
L'uomo scoppi a ridere:
- No, non ancora. Ma sar davvero un piacere rimediare alla mancanza.
Carla si lasci contagiare dalla risata, e anche Enrica, arrossendo, accenn un sorriso. Poi, con un cortese cenno del capo, chiam le bambine e si avvi verso la villa.
Era quasi ora di pranzo.

27.

Di solito Maione faceva un giro largo, per andare da Bambinella.
La cosa gli comportava una fatica maggiore, perch il tragitto richiedeva un paio di salite in pi, ma era una cautela necessaria a evitare che qualche occhio lungo valutasse come troppo assidue le visite del brigadiere al femminiello. Non che ci fosse da stupirsi, i poliziotti erano pur sempre uomini e un vizietto era tollerato, anzi, le manifestazioni di debolezza erano gradite nei vicoli, rendevano i tutori dell'ordine pi umani, in un certo senso pi vicini alla gente. Tuttavia Maione voleva impedire che qualcuno indovinasse il vero motivo per il quale frequentava il femminiello.
Quella volta, per, era troppo arrabbiato per pensare alla sicurezza altrui. L'idea della sua Lucia che si recava di nascosto in un palazzo dove, fra gli altri, abitava uno scapolo impenitente che campava di rendita e passava il tempo a divertirsi, aveva su di lui una serie di effetti difficili da controllare. Lo stomaco gli si era ridotto alle dimensioni di una prugna, e il cuore non cessava di imitare una tammorra nel pieno di una furiosa tarantella.
Dove poteva averlo incontrato quel Pianese, Lucia? Non usciva mai dalla loro zona, se non per andare al mercato. Magari era l che era avvenuto il contatto. Immagin Pianese che ciondolava fischiettando tra le bancarelle, in cerca di mogli altrui da importunare. Se lo figurava bello, giovane ed elegante, con baffetti sottili alla moda, un vestito bianco immacolato e un garofano rosso all'occhiello; e vedeva s stesso vecchio, irsuto, che la domenica mattina, a passeggio per via Toledo con la famiglia, sembrava portare l'abito da due settimane, mentre lo aveva indossato due minuti prima, stirato.
Lei, invece, era cos bella da togliere il fiato. Sempre, anche alla fine di una giornata infernale di caldo e lavoro, anche con sei bambini da accudire, anche la mattina appena sveglia. E pareva abbigliata d'oro pure quando indossava la vestaglietta che teneva in casa per le faccende.
Senza accorgersene, il poliziotto camminando emetteva un sordo ruggito. La naturale disposizione della gente dei vicoli a schivare le forze dell'ordine era accentuata da quell'espressione truce, e nemmeno gli scugnizzi, che in altre occasioni lo seguivano in gruppetti indirizzandogli cori di dileggio, diedero segno di averlo visto. Tirava una brutta aria nei due metri quadrati attorno al brigadiere: meglio non entrare in rotta di collisione con lui.
Raggiungere la casa del suo informatore non era facile nemeno per la via pi breve, giacch abitava alla fine di un vicolo in ripida salita, in cima a un reticolo di stradine in salita, al termine di una scala ovviamente in salita. L'ideale per toglierti il fiato, renderti fradicio di sudore e irritarti ancora di pi, se gi sei irritato.

Bambinella lo aspettava sulla porta. Nel vederlo dal basso mentre affrontava con fatica i gradini, Maione pens che avesse un che di inquietante: i caratteri maschili e quelli femminili si sovrapponevano, tanto da creare in chi lo osservava un inevitabile disorientamento. Era alto, ossuto, con le' spalle larghe, le mani grandi e un velo di barba scura perennemente visibile sulla pelle bianca e disabituata al sole. Ma il trucco pesante, lo smalto rosso sulle unghie curate, la rasatura perfetta di tutto il corpo, le lunghe ciglia nere che ombreggiavano i grandi occhi liquidi conferivano una brusca sterzata all'idea che una prima, superficiale occhiata poteva fornire.
Accorato, il femminiello disse:
- Madonna santa, brigadie', ma che  successo? Come mai state qua a quest'ora? Mi fate preoccupare, guardate, sto tutta sudata per il pensiero!
Maione rispose, affannato come un mantice:
- E gi, non dubitavo sapessi che stavo arrivando. Magari te lo sono venuti a dire quando l'ho pensato, stamattina. Qualche uccellino ti avr sussurrato: senti, Bambine`, secondo me il brigadiere Maione ti viene a trovare da un momento all'altro. L'ho capito dall'espressione che teneva quando si  alzato dal letto. Perch in questo schifo di citt non si fa niente, niente che non si venga a sapere prima che succeda.
L'altro ridacchi dietro la mano:
- No, macch. E che il vicolo si organizza, quando vede passare a uno come voi. E se uno tiene appena un po' d'orecchio, lo sente. E come una specie di onda nel mare, ecco. E poi c' il contrabbandiere l all'angolo, cio, mo' non lo vedete perch essendo arrivato voi ha tolto il bancariello: insomma quello che vende le sigarette e i fiammiferi. Una serie di creaturi che stanno a ogni angolo lo avvertono dell'arrivo delle guardie, quindi, se fate la strada principale, io vengo a saperlo pi o meno un quarto d'ora prima. Entrate, su, che vi preparo il surrogato. Ma com' che non siete passato da dietro come al solito?
Maione si chiuse la porta alle spalle, rifiut il surrogato con una smorfia e si lasci cadere sfinito sulla poltroncina di vimini, che gemette disperata.
- Hai fatto bene a dirmelo, - ansim, - del contrabbandiere. Li sbatto in galera tutti, lui e i creaturi, cos cominciamo a fare un poco di pulizia. E vediamo se diventa una citt normale, questa, dove un povero cristo di poliziotto riesce a fare il suo mestiere come si deve, con discrezione.
Bambinella, seduto sulla poltroncina cinese, si sventolava con un ampio ventaglio orientale; sembrava una parodia di Madama Butterfly.
- Uh, mamma mia, brigadie', e come stiamo nervosi a prima mattina. Comunque state tranquillo, nessuno si chiede chi viene a trovarmi e perch, tanto se lo immaginano. Modestamente, io tengo una clientela selezionata e di alto livello. Mo' mo' se n' andato, per esempio, il figlio di un commerciante di calzature che, non offendendo, tiene almeno quattro negozi a Chiaia. E un ragazzo troppo simpatico, mi potrei pure innamorare se non fosse che  un poco perverso. Pensate che gli piace quando mi metto addosso un paio di...
- Bambine', ti scongiuro: oggi proprio non ce la faccio a sentirti descrivere il tuo mestiere. Sono giornate particolari, e non sarebbe male sfogare un po' di nervosismo strozzandoti. Anzi, appena ripiglio fiato ti strozzo, cos, per passare il tempo. Tanto, con tutta la gentaglia che viene qua, un colpevole lo trovo subito.
Bambinella emise un verso simile a un breve nitrito, che era il suo modo di ridere.
- E come siete simpatico, brigadie'. Ma io lo so che tenete un debole per me e che ci combattete contro: per  questione di tempo e cederete al mio fascino. Sono abituata, gli uomini, quando sono maschi maschi, si appassionano. E una condanna, che devo fare, sono nata cos: affascinante.
Maione mise la mano sulla pistola che portava al fianco.
- No, non ti strozzo. Troppa fatica. Ti sparo da qua, direttamente, una cosa meno pulita e divertente, ma almeno non sudo ancora di pi.
- No, no, brigadie', lo sapete che quella cosa l mi spaventa assai. E poi, quando deciderete di darmi un colpo con qualcosa che portate appeso, io spero che non sia la pistola. Ma veniamo a noi, a che debbo l'onore?
Maione decise di ignorare il volgare doppio senso; sapeva bene che l'abitudine a divagare di Bambinella, se incentivata, poteva far durare ore una conversazione.
- Non ti sparo solo perch mi servi vivo, ricordati. Quando decido che non mi servi pi, mi levo il pensiero. Allora, sono qui per...
Bambinella alz la mano per interromperlo:
- A proposito, brigadie', prima che mi scordo: ma allora l'hanno buttato gi al professore del policlinico,  vero? Non si  buttato lui. Ma che stranezza, per.
Maione boccheggi, sorpreso:
- No, tu questa adesso me la spieghi! Chi te l'ha detto, a te, che Iovine  stato buttato gi? 'Sta cosa non la sa nessuno, proprio nessuno ancora, non  possibile che la sai tu. Dimmi la verit, Bambine', sei implicato? Perch io stavolta non ti posso proprio aiutare, si tratta di omicidio e...
Bambinella nitr di nuovo:
- No, ma che dite, brigadie'! L'ho saputo per puro caso. C' una compagnuccia mia che fa il mestiere in una casa all'angolo dell'ospedale dei Pellegrini, e tiene diversi clienti infermieri e dottori. Ieri vi ha visto assieme al commissario bello, quello con gli occhi verdi che porta male. Siete entrati nell'obitorio col dottor Modo, quello simpatico che frequenta i migliori bordelli della citt. La compagnuccia mia ha chiesto a un suo cliente, uno che fa il portantino, tanto un bravo ragazzo ma che ha il coso piccolo e si vergogna di andare con le puttane, e allora ha fatto amicizia con lei, che  molto comprensiva. Lui ci ha detto che l'unico cadavere fresco era quello del professore.
- Io non capisco per quale motivo i fascisti perdono tempo e soldi a mettere in piedi la rete di informatori della polizia segreta: basterebbe dare un poco d'attenzione a te e sanno tutto quello che vogliono sapere e pure un sacco di cose in pi.
Il femminiello fece un gesto delicato, come a scacciare una mosca:
- Sempre gentile, brigadie'. Comunque la morte del professore ha fatto scalpore, che vi credete, era uno famoso, in citt. Chi ne parlava bene e chi ne parlava male, ma ne parlavano in tanti. Insomma, a vedere a voi e al commissario che andavate in obitorio non c' voluto niente a fare due pi due. Quindi lo hanno buttato,  overo?
- Non ti voglio nemmeno rispondere. Sono stanco, credimi. Stanco. Insomma, ammesso e non concesso che lo abbiano buttato, secondo te chi potrebbe averlo fatto?
Bambinella port l'indice laccato al mento e alz gli occhi bistrati al cielo.
- Dunque, brigadie', teniamo l'imbarazzo della scelta. Un medico come quello fa nascere i bambini, ma ammazza pure un sacco di gente. Per esempio una settimana fa  successo il fatto del Lupo, lo avete saputo?
Maione annu:
- Qualcosa s, l'abbiamo sentito. Pare che sia uno pericoloso,  cos?
Bambinella prese un'aria addolorata. Era formidabile la sua capacit di accompagnare i racconti con le espressioni, quasi recitasse una sceneggiata.
- Un bellissimo ragazzo, ci morivano dietro tutte quelle del quartiere, ma lui, poverino, teneva occhi solamente per la moglie, Rosinella. Stavano insieme da quando erano bambini. E' uno tosto, brigadie', forte e deciso, e magari tiene qualche coltellata nel suo passato, e perfino qualcuno sulla coscienza, ma  un uomo d'onore, e la povera gente, se subisce un torto, si rivolge a quelli come lui.
Maione scatt:
- Bambine', tu non lo devi fare questo discorso! Non capisci che stiamo inguaiati proprio perch la gente che  in difficolt, invece di rivolgersi a noi che dobbiamo far rispettare la legge, va da quelli che fanno rispettare solo il coltello e si arricchiscono sul bisogno altrui. E questa, la nostra maledizione: che invece di venire da noi, chi vuole giustizia va dai tuoi uomini d'onore.
- E non ve lo chiedete mai perch la gente fa cos? Vabbe', comunque il Lupo  un ragazzo in gamba. E questo professore gli ha fatto morire la moglie di parto: quando l'hanno portata di notte in ospedale, perch stava avendo la bambina prima del tempo, lui non s' fatto trovare.
- Come sarebbe, non s' fatto trovare?
Bambinella giunse le mani, spazientito:
- Ges, brigadie', sarebbe che invece di stare in ospedale, non c'era.
- E mica ci doveva stare sempre, in ospedale. Magari stava a casa, a dormire.
Bambinella ridacchi:
- E no che non c'era, a casa. Lo hanno cercato in tutta la citt. Quello, il Lupo, tiene una rete di uomini. Si occupa di trasporti, e fra carretti, carrozze e furgoni ha messo in moto tutta la gente sua. Pareva pieno giorno dal rumore delle ruote sulle pietre di vicoli, vicarielli, strade e piazze. Dovunque ci stava qualcuno che cercava il professore.
- E l'hanno trovato?
- Certo, che l'hanno trovato. Troppo tardi, per. Se me lo chiedevano a me ce lo dicevo subito, dove stava. Invece quando  entrato nella sala delle operazioni, per la povera Rosinella non c'era pi niente da fare; non l'ha manco potuta vedere, alla creatura sua.
Compenetrandosi con una spettacolare immediatezza nella sofferenza della madre morta, Bambinella cominci a singhiozzare e a piangere come una fontana. Maione, abituato alle sue reazioni emotive, attese infastidito che smettesse: tanto non ci sarebbe stato modo di interromperlo.
- Non ci posso pensare a quella poverina nata senza mamma... io pure sono orfana. .. e Rosinella, cos bella e innamorata del marito... chiss quanto la voleva la bambina... pure il corredo, aveva preparato...
Il pianto di Bambinella, punteggiato di gemiti strazianti, dur qualche minuto. Poi il femminiello si soffi il naso in un enorme fazzoletto rosso
producendo il suono di un trombone, e si riprese.
Maione domand:
- Hai detto che se te lo chiedevano glielo dicevi tu, dove stava il professore...
Bambinella si asciugava il viso storcendo la bocca per salvare il trucco.
- Il professore teneva una commarella. Insomma, se la intendeva con una ragazza. Era una cosa seria, quasi alla luce del sole.
Il brigadiere allarg le braccia:
- E raccontamela, questa luce del sole. Cos pure io so di che si tratta.
Bambinella giunse di nuovo le mani.
- Allora, brigadie', qualche anno fa, credo un paio, il professore si trov a visitare la ragazza, che stava sopra al bordello della Speranzella. Il posto, lo sapete,  di quelli economici: studenti, soldati, marinai, gente cos; una fila per le scale, la madame alla cassa e quattro o cinque stanze per le puttane. Questa qua era proprio piccola, nemmeno diciott'anni, veniva da un paese vicino; era stata a servizio, poi l'avevano cacciata perch il padrone aveva perso la testa per lei e la moglie se n'era accorta. Insomma, una deve pur mangiare, a casa non la volevano pi e lei ha trovato impiego al bordello.
Maione rise:
- E gi, ha trovato l'impiego, come se l'avessero assunta al municipio. Vabbe', vai avanti.
- Voi lo sapete, nel mestiere nostro si va incontro a qualche rischio sanitario, diciamo cos; nei bordelli di lusso ci sta l'assistenza medica, in quelli di seconda categoria molto meno. Insomma, quella si prese una malattia antipatica e and in ospedale. Il professore, come mi ha raccontato un'amica mia che  stata collega della ragazza, la not mentre la stava visitando un assistente e ne rimase fulminato. Volle curarla lui e cominci a frequentarla. Poi la tolse dal bordello e le mise un appartamentino al Vomero. Si compr l'esclusiva, insomma.
Maione sospir: non era infrequente che uomini ricchi indulgessero al passatempo di acquistare la vita di ragazze molto giovani.
- Nome, cognome e indirizzo della ragazza.
- E manco la fine della storia, volete sapere? Comunque il nome della guagliona  Luongo Teresa, per tutti Sisinella. Abita al Vomero, in una traversa di corso Scarlatti, lo so perch un mio cliente che vende la verdura da quelle parti la vede entrare e uscire. Ma adesso si deve trovare un altro cliente privilegiato.
- Hai detto che la storia continua?
- Da qualche mese gira voce che Sisinella tiene un fidanzato. Un altro, cio, a parte il professore. Un suonatore di pianino, sapete, quelli che vanno in giro vendendo musica.
Maione strinse gli occhi:
- Li hanno visti insieme?
- No, no, una che ha la fortuna di tenere qualcuno che la mantiene non si gioca tutto per amore, brigadie'. Nessuno li ha visti. Per il giovane gira attorno a lei con molta frequenza, e sospira e canta. Quando uno guarda una finestra, sospira e canta, una ragione in genere ce l'ha.
- Ho capito. E il nome del cantante?
- Fatemi pensare... Tore, si chiama. Salvatore Cortese. Un bel ragazzo, pare.
Maione si alz:
- Va bene, mi hai detto abbastanza. Per tieniti pronto, perch mi sa che questo  uno di quei fatti in cui apri una porta e ne trovi altre due -. Quando fu sull'uscio si ferm un attimo, poi si gir: - Un'ultima cosa, Bambine'. Conosci un certo Pianese, Ferdinando Pianese, via Toledo 270?
Bambinella corrug la fronte:
- E che c'entra col fatto del professore? Che ha fatto, Fef?
Maione si asciug la fronte col fazzoletto:
- Niente, c'entra. E' un'altra cosa. Insomma, lo conosci?
- E chi non lo conosce, Fef? E un paglietta, un avvocatuccio di quelli che non hanno mai lavoro. Si fa mantenere da un paio di vecchiette che lusinga e spende tutto a carte e femmine. Di tanto in tanto viene pure a trovare qualcuna di noi, o ci invita a una delle sue feste che finiscono tardissimo. Uno che si diverte, insomma. Ma perch me lo chiedete, brigadie'?
- Niente, niente. E un nome che  uscito in un'altra indagine, un giro di soldi per il lotto clandestino.
- Tipico di Fef, sar morta qualche vecchietta e finch non la sostituisce tenta la fortuna. Non  cattivo, ma  uno che tiene le sue debolezze, e non resiste alle tentazioni.
Maione finse noncuranza:
- Debolezze? Quali debolezze?
- Mah, gli piace bere, per esempio, e giocare ai cavalli. Mi sorprende questa cosa del lotto clandestino, vuol dire che ha capito che coi cavalli non si diventa ricchi. Ma la debolezza pi forte, quella che gli fa spendere il grosso dei soldi, sono i vestiti:  elegantissimo, non risparmia certo sui tessuti. E poi c' l'altra debolezza, quella per cui si veste bene.
- Cio? - domand Maione, pentendosene subito.
Bambinella rispose:
- Le femmine bionde. Esce pazzo per le femmine bionde.
E scoppi a ridere.

28.

Mastro Nicola Coviello termin di pulire la spilla con la pezza, poi l'appoggi sul banco sotto un raggio di luce che veniva dalla porticina aperta.
E sospir.
Sospirava sempre, quando finiva un lavoro. Era una forma di distacco, un istante di rilassamento dopo un parto. Immaginava che anche le donne facessero come lui, che teneva dentro, per un tempo anche lungo, qualcosa che era soltanto un'idea, un'immagine, poi cominciava a lavorarci plasmando il materiale inerte, freddo, senz'anima. E a poco a poco veniva fuori qualcosa, magari anche pi bello della vaga idea che aveva al principio; infine lo lucidava, ne smussava le asperit, eliminava le imperfezioni e si trovava davanti un gioiello che aveva senso di per s, un'autonomia estetica che prescindeva dal cuore e dall'anima di chi l'aveva voluto.
Ovvio che mastro Nicola non ci pensava con queste parole: nella sua vita aveva solo lavorato, non aveva potuto coltivare con libri e musica il vocabolario dei sentimenti. Per aveva un forte senso estetico, e sapeva capire se per un oggetto creato dalle sue abili mani era giunto il momento di avere una vita propria. Ma non poteva impedirsi di essere un po' triste.
A mastro Nicola piaceva, il mestiere. Gli era sempre piaciuto, fin da quando, bambino, stava per ore ai piedi del banco dove lavorava un lontano cugino, dal quale aveva appreso i rudimenti dell'arte. Il padre era un pescatore, ma la vicinanza del borgo al porto aveva creato una contiguit incongrua tra quelle due attivit tanto diverse, cosicch in molte famiglie c'erano entrambe le professioni.
Nicola non amava la pesca, e il mare, pur attraendolo, gli faceva paura; il mare si era mangiato suo padre. Un giorno la barca su cui era uscito con tre compagni era stata trovata vuota, alla deriva, dopo una tempesta. Non faceva per lui.
Molto pi tranquillo e comodo lavorare il metallo prezioso, l'altra anima del borgo. E siccome il figlio di Gaetano il pescatore dimostrava enorme talento e grande applicazione, non gli era stato difficile ottenere un posticino da apprendista.
Lui per non gradiva gli apprendisti, erano sbadati e svogliati, non riservavano a quel lavoro la sacralit che pretendeva. Ma erano un male necessario: il codice non scritto degli orefici imponeva che il mestiere e le abilit fossero tramandate e rimanessero all'interno della comunit. Ogni bottega passava di generazione in generazione secondo una linea non sempre legata al sangue.
Un apprendista doveva per forza condividere quello che il mastro stava facendo, e a Nicola, invece, piaceva coltivare i suoi piccoli segreti. Lavorava a oggetti diversi in momenti di spirito diversi, e trasfondeva il suo umore nascosto in ci che modellava.
Vedendolo dall'esterno, con il fisico deformato dall'applicazione costante, dava l'impressione di un uomo triste, introverso, taciturno al limite del mutismo, ma dalle sue mani grandi e abili uscivano pezzi di vera arte orafa, che non mancavano di suscitare ammirata meraviglia nei salotti in cui erano indossati.
Niente, pens Nicola guardando la spilla. Quasi sempre, chi riceveva in regalo le sue creazioni non ne capiva niente. Donne ricche e viziate, amanti nascoste e mantenute orgogliose che esibivano le sue cose come trofei, investiture, simboli del ruolo che svolgevano al fianco di uomini gretti e ricchi. Soldi. I gioielli, quei frammenti di cielo e di stelle, risultato di tecnica e invenzione sottili e delicate, valevano soltanto per i soldi che erano costati. Che squallore.
La spilla moltiplicava mille volte il raggio di sole che catturava, illuminando, come una minuscola stella, l'oscura bottega di Nicola.
Sergio, l'apprendista, emise un-fischio sommesso. Era l'unico che avesse resistito agli incredibili ritmi imposti da Coviello, ed era con lui da quasi un anno, ma si sorprendeva ancora quando assisteva al rito dell'esposizione di un gioiello finito. Mormor:
- Mamma mia, mastro Nico', e quant' bello! Guardate, pare fatto di luce!
Nicola continu l'ispezione critica dell'oggetto: un giglio rovesciato, brillanti a taglio antico, piatto, doubl in oro, castoni ad anellatura, lastre traforate e saldate incise a piccoli grani. Dai petali, ognuno dei quali ospitava una serie di diamanti a misura digradante verso il centro, spuntavano dei fili d'oro che reggevano ciascuno una perla naturale. Sul retro, l'ago d'oro con chiusura a crestina. Non male, pens Nicola. Non male.
Poi, nella sua testa comparve la faccia del committente, un grasso e ignorante armatore arricchitosi sul sangue di centinaia di scaricatori, che avrebbe appuntato quel minuscolo capolavoro sul petto della cafona che aveva sposato. La spilla di Nicola sarebbe finita sotto gli occhi di decine di mentecatti che si sarebbero posti un'unica domanda: quanto sar costata?
Come sempre, il pensiero lo mise di malumore. Fece cenno a Sergio di finire la lucidatura e di riporre il gioiello nell'astuccio; non gli interessava gi pi. Ancora una volta la battaglia contro la resistenza del materiale era stata vinta.
Spost il pesante banco per porlo nella giusta luce e and alla monumentale cassaforte grigia che occupava una consistente parte dell'ambiente. Apr con la chiave, gir la maniglia brunita e prese un involto dall'interno. Il ragazzo gli porse l'astuccio e lui lo ripose su uno dei piani, richiudendo il portello; poi conged Sergio. Per quel giorno aveva visto abbastanza.
Quando il giovane, con un rispettoso cenno del capo, fu uscito, apr l'involto sul banco. Il legno scuro accolse il velluto nero al centro del quale c'era il pezzo a cui mastro Nicola lavorava da mesi in solitudine.
La mente and al professor Iovine del Castello, al suo volto, all'espressione dietro le lenti cerchiate d'oro quando gli aveva consegnato i due anelli. Aveva detto tutto al commissario dagli strani occhi, che sembravano smeraldi puri, e al grosso brigadiere? No, forse no.
Forse avrebbe dovuto dire della freddezza con la quale il professore aveva aperto la scatola destinata alla moglie e della tenerezza commossa con cui aveva dischiuso quella per l'altra donna. A come avesse tolto questo secondo anello, con la pietra pi grande, dall'astuccio e lo avesse osservato bene in controluce, per controllare la corretta grafia del nome all'interno. Di come quelle mani dalle dita morbide e curate quanto quelle di una donna, avessero saggiato il peso e percorso la purezza dell'incastonatura.
Di quanto amore ci fosse nel secondo dono, e di quanto non ce ne fosse affatto nel primo.
Inutile spiegare ai due poliziotti che differenza possa esserci nella committenza di un gioiello, riflett fissando gli strumenti allineati sul banco:  una questione di sguardi, di tono della voce, non di soldi. Pu essere pi profondo il sacrificio di qualcuno che mette il suo poco denaro nelle mani dell'orefice di quello di un altro che spende una grossa somma, magari per tacitare la coscienza sporca. Inutile spiegare a dei poliziotti, con il cuore indurito dalla violenza che incontrano e da quella che sono costretti a praticare, quanto amore sia necessario per tirare fuori dal metallo i sentimenti.
Accarezz gli attrezzi che costituivano l'estensione delle sue mani, che rendevano delicati e morbidi i suoi gesti. Il pallettatore, il ferro piatto, l'incastonatore, i ceselli, i bulini col manico in legno dalla forma ovale.
Il sole scendeva; fino alle porte della notte avrebbe lavorato alla luce della lampada a gas. A lungo andare avrebbe perso la vista come aveva perso la statura, la forma della colonna vertebrale, tanti amici e molti amori. Ma la bellezza che usciva dalle sue dita era una ricompensa pi che adeguata.
Sfior l'oggetto al quale avrebbe dedicato ogni attenzione. L'orefice, caro professore, non  come il chirurgo, al quale pure lo accomunano la manualit e l'attenzione estrema, la gravit dell'errore e l'evidenza del risultato. Voi chirurghi, professore, dovreste uguale cura a qualunque parte del corpo stiate operando, chiunque ne sia il proprietario. L'orefice, invece, pu permettersi di conferire diversa considerazione, se una committenza gli sta pi a cuore di un'altra. Voi siete medici, professore. Noi siamo artisti.
Prese il cesello lungo. Ne percorse la lama, ne saggi la punta. Non necessitava di affilatura. Sent la voce del cugino arrivargli da trent'anni prima: abbi cura degli strumenti, guaglio'; gli strumenti sono la prima cosa. E la luce. La luce giusta.
Dipende da chi ti d il lavoro, professore. A te arrivava: ti chiamavano di corsa e tu aggiustavi la macchina o la vedevi fermarsi. Io no. Io posso decidere se mi piace il gioiello che devo fare, se mi piace la persona che mi d il materiale, o i soldi.
Osserv l'oggetto che aveva davanti, che gli restitu un cauto bagliore giallo. Era di una bellezza assoluta: ma non gli strapp nemmeno un sorriso.
Manca poco, si disse. Molto poco, per finirlo.
Rivolse un pensiero a chi glielo aveva commissionato, un pensiero di tenera lontananza.
E ricominci a limare, con piccoli gesti pazienti, la scanalatura della fiamma d'oro.

29.

Pap caro,
che posto meraviglioso  quest'isola! Quanto verde, quanto azzurro, e che bei sorrisi fanno le persone quando mi incontrano per strada in testa alla colonna delle bambine!
Se non fosse per la mancanza che sento di voi tutti, e di te in particolare, mio dolce pap, potrei dire che a mano mano che passano i giorni e mi abituo alla cortesia degli abitanti io mi vada convincendo che questo  davvero un Paradiso.
Quelli come noi, pap caro, molto di pi sono adatti a un luogo cos che alla citt. Qui si parla a voce bassa e nelle pause della conversazione si ascolta la natura, che non smette di cantare la propria canzone; l si corre dalla mattina alla sera e si urla o si tace, senza mai trovare l'adeguata via di mezzo. Vi piacerebbe tanto, credetemi. Varrebbe la pena di pensare a una vacanza: forse perfino la mamma si calmerebbe davanti a tutto questo.
La vita scorre come sempre, qui alla colonia, scandita dagli orari e dalle necessit. Abbiamo cominciato un nuovo lavoro destinato alle celebrazioni della festa di Sant'Anna: le bambine, con la mia supervisione, dovranno ricamare un pannello che raffigura la santa a colloquio con Maria, sua figlia. I maschietti, con la maestra Carla, costruiranno il riquadro in legno nel quale sar fissato il pannello. Doneremo il risultato, se faremo in tempo a realizzarlo per intero, alla chiesetta della baia di Cartaromana. Sapeste quanto si impegnano i piccoli monelli, pap caro! E anche le bambine, pure quelle pi discole, stanno facendo del loro meglio. Di sera, quando vanno a dormire, mi ci metto un po' io e porto il ricamo avanti, ma senza esagerare: non devono accorgersene, toglierebbe loro il gusto della realizzazione.
Cerco di tenermi occupata il pi possibile per non pensare all'argomento che conoscete. Voglio che il sacrificio di questa lontananza sia ricompensato dalla riconquista del mio cuore. Le bambine mi aiutano molto, e anche la maestra Carla, con la quale ho stretto una sincera amicizia, mi tiene buona compagnia.
L'unico motivo di contrasto con lei  la diversa opinione che abbiamo di un ufficiale dell'esercito tedesco, tale Manfred, che  qui per i fanghi termali. Costui si trova ogni mattina alla spiaggia dove portiamo i bambini, perch dipinge paesaggi (che io per non ho mai avuto modo di vedere, visto che lui tiene sempre la tela girata dalla sua parte). In una strana circostanza in cui ha tirato fuori una delle bambine dall'acqua, non perch fosse in pericolo, ma solo perch non voleva uscire, l'abbiamo conosciuto. Da quel giorno, per un motivo o per un altro, questo signore insiste a salutarci e a rivolgerci la parola. Carla fa un poco la civetta, mi sembra, e lui non oltrepassa mai i limiti della cortesia, ma io sono un po' infastidita e, a detta di Carla, glielo dimostro con eccessiva durezza.
Devo ammettere che  un uomo di quelli che piacciono alle ragazze: capelli biondi, alto, con un bel sorriso e tutto il resto. Io per non so come favorire le mire della mia amica, se non tenendomi in disparte il pi possibile.
Stamattina  venuto a offrirci del cioccolato che si era portato dietro per merenda. Io ho rifiutato, ma le bambine, pap caro, avresti dovuto vederle! Sono accorse come api sugli avanzi di un pranzo all'aperto, e lui ridendo ha diviso la tavoletta in pezzi piccolissimi e ha fatto in maniera che ognuna ne avesse un poco. E successo proprio quando Carla non c'era, perch aveva portato i maschietti a fare un'escursione. Ho ritenuto, per educazione, di chiedere notizie sul suo stato di salute e, pap caro, che storia mi ha raccontato!
E un ufficiale di cavalleria, e ha fatto la guerra, tuttavia ci che cura qui a Ischia con i fanghi termali non sono le conseguenze di una ferita in battaglia, ma quelle di una banale caduta da cavallo durante un'esercitazione. Non ci crederete, ma  arrossito quando me l'ha detto: come se fosse una mortificazione, per lui.
E molto legato all'isola perch una sua prozia, che possedeva una casa qui,  morta durante il terremoto dell'83. Dice che quando una parte della famiglia  sepolta in un luogo si ha il dovere di tornarci, di tanto in tanto.
Ha trentott'anni, vive in un paesino della Baviera che si chiama, se ho compreso bene, Prien, sulle rive di un lago. Siccome  un pittore dilettante, me l'ha descritto come un quadro: i tetti in ardesia, i balconi pieni di fiori, le botteghe degli artigiani, le biciclette, le donne con gli abiti tradizionali. Confesso che sentirlo parlare della sua gente con quello strano accento  stato divertente.
Ha accennato che questo soggiorno in Italia  stato superiore alle sue aspettative: apprezza il fermento che si avverte, la voglia di un avvenire migliore che la gente dimostra lavorando duramente. Mi ha fatto sentire orgogliosa del mio paese, per una volta.
Poi  tornata Carla, che mi  parsa dispiaciuta di avermi trovata a conversare con il signor Manfred; ma quando lui se n' andato, le ho spiegato che non ero di certo stata io a sollecitare l'incontro. Figurarsi. Le ho raccontato ogni cosa, e alla fine eravamo pi amiche di prima, per fortuna. Non ho proprio voglia di litigare con lei, perdip per un uomo che non mi interessa affatto.
Da qui mi sembra piccina la mia cameretta, e lontana la finestra di fronte. La sera, per, prima di addormentarmi, la mente vola sempre a lui e a quegli occhi verdi e tristi che mi guardano dal buio come se chiedessero aiuto, e allora mi preme forte in petto un languore. Un incanto e un desiderio.
Ancora non vedo un futuro, almeno dal punto di vista sentimentale. Ma almeno riesco a vivere giorno dopo giorno senza l'oppressione del tempo che passa mentre io non costruisco niente.
Vi voglio tanto bene, pap caro, e l'idea di potervi riabbracciare mi aiuta a pensare al mio ritorno senza alcun timore.
Vostra, Enrica.


30.

Ricciardi stette attento alle informazioni che il brigadiere aveva raccolto da Bambinella, ma continuava a chiedersi cosa avesse Maione. La piega della bocca di Raffaele, la ruga al centro della fronte, il velo davanti allo sguardo raccontavano di qualche preoccupazione seria.
- E cos abbiamo il nome, commissa': Luongo Teresa, detta appunto Sisinella. Sta in una traversa di corso Scarlatti, al Vomero. Rintracciarla non dovrebbe essere difficile. Vale la pena di andare a sentirla, anche perch la notizia che forse teneva un fidanzato nascosto potrebbe essere interessante.
Ricciardi rifletteva, le mani strette a ponte e il mento appoggiato sopra.
- S. E in ogni caso, Sisinella potrebbe sapere di qualche preoccupazione del professore: minacce ricevute o addirittura un'aggressione subita. Gli uomini dicono all'amante quello che non confessano alla moglie.
Maione scatt, punto sul vivo:
- Lasciamo stare, commissa'. Pure le mogli dicono bugie, magari. E magari gli uomini, che sono fessi, ci credono.
Il commissario rilev l'acredine, ma prefer far finta di niente. Se Maione avesse deciso di confidarsi, lo avrebbe ascoltato, per non intendeva forzargli la mano.
- Certo. Ma qui ci interessa del professore, no? E allora incontriamola, questa Sisinella. Poi andremo a vedere di che panni vestono il Lupo e il dottore di Mergellina.
- Sicuro, commissa'. Per io farei attenzione anche al suonatore di pianino, l'amante dell'amante, insomma. Chi tradisce  capace di tutto.
Le parole caddero nel silenzio per qualche secondo. Poi Ricciardi disse:
- Raffaele, se hai bisogno di una giornata di riposo, prenditela pure. Posso andarci io, a interrogare questa Sisinella. Tu torna a casa dai tuoi figli, da tua mo...
Maione lo interruppe:
- Commissa', lasciate stare: io, ora come ora, a casa meno ci sto e meglio , credetemi. E poi il lavoro mi distrae, lo sapete. Andiamocene al Vomero, magari li troviamo un poco di refrigerio.
Presero la funicolare centrale. Gli abitanti della citt concepivano come una novit lo straordinario impianto, bench fosse in funzione da quattro anni. Era stata proprio quella sferragliante carrozza, facendo su e gi senza sosta, a rendere plausibile l'allargamento urbano verso la collina, fino ad allora tenuta in considerazione solo per le vacanze estive e le vaste colture di broccoli. Adesso il quartiere nuovo era sinonimo di modernit e freschezza, concetti che il regime imponeva alla cultura, all'arte e alla mentalit popolare. Teatri, cinematografi e caff venivano aperti in continuazione, e alcune famiglie importanti, ma con minori disponibilit, si trasferivano in altura con la scusa dell'aria buona.

Ricciardi e Maione optarono per il biglietto di andata e ritorno al prezzo di una lira. Si piazzarono sulle panche in legno, rilevando come, sebbene non fosse ancora l'orario del rientro dalla spesa e dagli uffici, e nonostante il prezzo non proprio modico, le carrozze fossero piene.
Spuntarono dalla stazione superiore e subito respirarono un'aria pi tersa e carica di odori; la vegetazione del parco della Villa Floridiana, la ridotta quantit di motori e fabbriche, la minore densit della folla regalavano un immediato ristoro. Le palazzine di recente costruzione si alternavano alle pi vecchie, erette nello stile della fine del secolo precedente, e ai cantieri dei palazzi che sarebbero sorti di li a poco. L'operosit era diffusa, e molte coppie giovani si incontravano salutandosi con un sorriso.
Ricciardi riflett che fosse logico aspettarsi, da un uomo come Iovine, la sistemazione dell'amante in quel luogo. Abbastanza vicino per essere raggiunto in fretta non solo con la funicolare, ma anche con l'automobile, grazie alle strade che erano state migliorate per agevolare la crescita del quartiere, e tuttavia sufficientemente distante da evitare incontri indesiderati. L'eleganza dei negozi e dei giardini era stata senz'altro un elemento basilare per convincere la ragazza a trasferirsi.
Maione fece qualche domanda in giro; come talvolta per fortuna accadeva, la sua divisa costitu un lasciapassare per ricevere le informazioni desiderate. La signorina Luongo, gli disse il titolare di un chiosco d'acqua e limone, abitava a poche decine di metri, in una palazzina nuova di via Kerbaker. Dall'espressione complice dell'uomo, si intuiva che
la professione di Sisinella fosse un fatto accettato per la gente del posto.
Furono accolti da un portinaio scontroso, magrissimo e con gli occhi neri in perenne movimento. Maione chiese se la Luongo fosse in casa, e quello rispose con un tono graffiato:
- E che ne so, io? Che faccio, il maggiordomo della signorina?
Il brigadiere non era dell'umore giusto:
- Senti, amico: io ti ho fatto una domanda con cortesia, e adesso te la rifaccio. E in casa, la signorina Luongo? Mo', o mi rispondi a tono e mi dici come ti chiami e quello che voglio sapere, oppure prima ti prendo a calci e poi ti sbatto in galera per reticenza. Mi hai capito?
Ricciardi lo scrut inquieto; era cos raro che Maione si comportasse in quel modo. Il tono sorti comunque l'effetto opportuno. L'uomo fece un passo indietro, come se si aspettasse un ceffone, e disse:
- Scusatemi, brigadie'. E che qua con la signorina  un via vai continuo. Abbiate pazienza. Mi chiamo Firmino. S, la signorina  in casa, mo' se n' andato... insomma, mo' la sono venuti a trovare. Prego, salite pure: primo piano.
Le scale della palazzina ricevevano luce da ampie vetrate e davano un senso di frescura sconosciuto agli austeri stabili del centro. Un cardellino trillava da qualche terrazzo e si udivano dei bambini giocare in cortile. Sul pianerottolo c'erano due porte, una delle quali recava una targhetta con la scritta " Luongo ". Maione suon il campanello.
Dopo qualche istante, una voce chiese dall'interno:
- Chi ?
- Pubblica sicurezza.
Il battente si apr, ma di uno spiraglio. Si intravedeva un occhio spalancato e un lungo ricciolo nero.
- E che volete, qua? Io non ho chiamato nessuno, e nessuno ha fatto niente.
Maione si sporse in avanti e fiss l'occhio:
- Signorina Luongo Teresa, vi consiglio di lasciarci entrare, e subito. Non vi conviene che cominciamo a fare confusione qui fuori, no? O preferite che ci mettiamo a dire, a voce alta, perch siamo venuti e che vogliamo sapere?
La ragazza tolse la catena.
Al di l del piccolo atrio si apriva un bel salotto luminoso, nel quale furono fatti accomodare. La Luongo era davvero bella, poteva avere poco pi di vent'anni. Abbastanza alta, la figura soda sotto un vestito semplice ma di gusto, scarpe alla moda e un trucco pesante, esibiva nei colori e nei tratti una forte ed evidente personalit: i capelli neri, tagliati corti, lasciavano cadere morbidi riccioli sul collo e ai lati della fronte; gli occhi erano di un azzurro profondo, e le labbra piene, dipinte di rosso scuro e strette in una smorfia diffidente, cercavano di mascherare la giovane et.
Cos questa  la famosa Sisinella, pens Ricciardi. Niente da dire, c'era di che perdere la testa, per il professore. Si rivolse alla donna:
- Buongiorno, signorina. Sono il commissario Ricciardi, e lui  il brigadiere Maione. Voi siete Teresa Luongo, vero?
La supposta signorina Luongo non li aveva invitati a sedere n aveva dimostrato alcuna cortesia.
Li osservava con uno sguardo fermo e sfrontato, quasi di sfida. Una abituata ad avere a che fare con la polizia, si disse Maione.
- S, sono io. E vi chiedo di nuovo: che ci fate qua? E che volete da me?
Il brigadiere volle mettere le cose in chiaro:
- Senti, bellina, non sei nella posizione di giocare alla padrona di casa offesa, credimi. Tu lo sai bene, perch siamo qua. Quindi non metterti di traverso e lasciaci fare il mestiere nostro.
Nell'ambiente ristretto la voce tonante di Maione era sembrata uno sparo. La ragazza spalanc gli occhi in un'espressione sorpresa che, nonostante il trucco, la riport alla sua reale et. Ricciardi non amava quei metodi, ma dovette ammettere che funzionavano. Teresa port la mano tremante al petto, poi fece segno verso i divani:
- S. Prego, accomodatevi. Volete... vi preparo un caff?
Ricciardi alz una mano:
- Grazie, no. Conoscete il professor Tullio Iovine del Castello?
- Certo. E so anche... so quello che  successo. Se siete qui, vuol dire che siete al corrente di me... di noi. Questa casa, i mobili... insomma, s, lo conoscevo. Ci conoscevamo bene.
Maione continuava a fissarla ostile:
- Quando vi siete visti per l'ultima volta?
Teresa resse lo sguardo:
- E venuto qui mercoled sera.
- A che ora?
- Subito dopo mezzanotte. Ed  andato via verso le sei della mattina.
I due uomini restarono in silenzio. Poi Ricciardi chiese:
- Vi aveva chiamato, prima? O avevate gi un appuntamento?
- Lui era... faceva sempre le stesse cose. Veniva qui tre o quattro volte alla settimana, di notte, se non c'erano emergenze di lavoro, e se poteva liberarsi durante il giorno mi chiamava al telefono. Non arrivava mai senza avvertirmi.
Maione chiese:
- E la notte di gioved doveva venire?
- No. Il gioved rimane in ospedale... rimaneva. Da me stava il venerd, e il sabato e la domenica non ci vedevamo.
Ricciardi cercava di leggere le emozioni sul viso della ragazza, ma lei era impenetrabile, guardinga, forse spaventata dall'aggressivit di Maione; probabile che temesse di contraddirsi, perch sceglieva le parole con difficolt. I sentimenti nei confronti di Iovine, per, non trasparivano.
- Come vi siete conosciuti, col professore? Da quanto tempo vi frequentavate?
Maione lanci un'occhiata a Ricciardi. Perch perdere tempo a chiedere cose che sapevano gi?
La ragazza guard nel vuoto, poi si rivolse al commissario.
- Io facevo la vita, commissa'. Immagino che gi lo sapete, e se no ve lo dico io. Non tenevo manco diciassette anni e gi stavo sopra una casa. Ero bella, e mia madre mi disse: vattene da qua, dal paese. Qua si muore di fame. Arriva uno, ti fa gravida e la tua vita  finita. Cos era successo a lei. Mi sono presa una malattia, una cosa da niente, ma se non
lavoravo non mangiavo, allora sono andata in ospedale per farmi curare. E ho conosciuto a Tullio.
I bambini, fuori, urlarono ridendo tutti insieme. Chiss a che stanno giocando, si chiese Maione, e prov una immotivata fitta di nostalgia per i figli e la moglie.
Teresa continu:
- Era gentile, delicato. Forse perch non mi aveva vista l sopra. L sopra, commissa', sembriamo tutte uguali: giovani, vecchie, belle o brutte. La gente viene, fa quello che deve fare, paga e se ne va. In ospedale lui mi vide bella com'ero al paese. E mi volle rivedere. Io, non so perch, non glielo dissi subito che stavo l sopra. Lo incontravo da altre parti: a un caff, in un locale. Mi piaceva assai come mi trattava. Mi apriva la porta, mi spostava la sedia per farmi sedere. E chi le aveva mai avute, queste attenzioni?
Gli schiamazzi dei bambini e il canto del cardellino facevano da sottofondo alle parole della ragazza.
- Era strano per me, ed era strano per lui. Io non ero Sisinella la puttana, lui non era il signor professore. Era come trovarsi in un altro mondo, lo capite, commissa'? Un altro mondo. Lui era il genio che realizza i desideri, la sapete la favola? Siamo stati cinque mesi cos, a vederci in mezzo alla strada. Qualche volta lui mi portava in albergo e... e facevamo l'amore. Ma non era quella, la cosa principale. La cosa principale, con Tullio, era che lui mi voleva curare, e che io volevo essere curata. Secondo me era un bisogno che tenevamo tutti e due.
Rimase in silenzio, perduta dietro i ricordi. Sul volto aleggiava un vago sorriso, ma gli occhi erano velati. Come un padre, pens Ricciardi.
- Come un padre. Una specie di padre, almeno credo, - disse lei. - Una volta vidi una macchina scoperta, ci stava una signora che rideva, rideva. Lui si accorse che la guardavo, e la settimana dopo si present con una macchina uguale. Tullio era cos.
Maione toss, poi parl. E il tono era pi gentile.
- Dopo ha preso questa casa e ti ha messo qua.
Sisinella annui:
- S, dopo Natale. Gli piaceva il quartiere, ha detto che era un investimento buono. L'ha comprata e mi ha fatto trasferire.
- E tu hai accettato di corsa, no?
- E che dovevo fare? Dovevo rifiutare e starmene l dove stavo? Brigadie', con tutto il rispetto, voi non avete idea di quello che significa avere quella gente addosso dalla mattina alla sera: sporchi, puzzolenti, ubriachi, vecchi schifosi, violenti, ragazzini maniaci; le loro mani luride sulla pelle e... e tutto il resto. Ti fai vecchia prima. Ti fai vecchia subito. Io, se ci stavo un altro anno, nemmeno mi riconoscevo pi allo specchio. Tullio mi ha salvato la vita.
Ricciardi lanci un'occhiata a Maione, che era rimasto colpito dalla tirata di Sisinella. Poi domand alla ragazza:
- Avete idea di chi potesse avere motivi di astio nei confronti del professore? Vi aveva parlato di qualche discussione, di qualche minaccia, o cose del genere?
Sisinella punt, calma, gli occhi azzurri in quelli verdi del commissario. Ricciardi pens all'amore, e ai suoi mille vicoli.
- No, commissa'. Quando stava con me, i brutti pensieri li lasciava fuori della porta, questo diceva Tullio. Io me lo ricordo sorridente e felice, a Tullio, e cos me lo voglio ricordare. Lo so che  finita, che dovr lasciare questa casa, che dovr vendere gioielli e vestiti e scarpe e tutto, ma non mi pento: lo sapevo che non era per sempre. E io, il regalo pi bello che ho avuto da lui,  che l sopra non ci torner mai pi. In nessun caso ci torner, l sopra.
Restarono in silenzio, per un po'. Poi Maione disse, con una voce sommessa che contrastava col tono tenuto fin l:
- Signori', voi tenete qualcuno? Un altro, insomma?
Ricciardi rilev che era tornato al voi. Sisinella non sembr accorgersene.
- Si, brigadie'. Aspettavo il momento per parlarne pure a Tullio. Un bravo ragazzo, uno che lavora da ambulante. Ha pi o meno la mia et. Ci vogliamo bene.
Maione sospir. "Ci vogliamo bene". Come se bastasse.
- Quindi il professore non sapeva dell'esistenza di questo signore, che immagino sia della zona,  cos?
- S, abita qua vicino. Si chiama Cortese Salvatore, vende le copielle, gli spartiti delle canzoni, e gira col pianino. Ma vuole fare il cantante, tiene una bellissima voce.
- E sapete dove si trovava, questo vostro amico, la notte di gioved?
Sisinella non rispose per un lungo tempo. Fissava Maione, come a volerne leggere i pensieri. Aveva le labbra strette, le mani tormentavano gli anelli. Poi, con voce ferma, rispose:
- Era qui, brigadie'. Stava qui con me, quella notte.

31.

La funicolare che li riport verso il centro era popolata diversamente da quella che li aveva accompagnati in collina. Adesso, a bordo, c'erano per
la maggior parte giovani ben vestiti che andavano a divertirsi nei locali alla moda.
Maione si rivolse a Ricciardi, pensoso:
- E quindi, commissa', mo' teniamo un altro ipotetico lanciatore di professori dalle finestre: il fidanzato nascosto della bella Sisinella.
Ricciardi guardava il buio della galleria dal finestrino della carrozza.
- Non so. Mi chiedo che interesse avesse il ragazzo. In fondo il benessere economico della Luongo faceva comodo pure a lui.
Maione rispose, cupo:
- E la gelosia dove la mettiamo, commissa'? Ve lo immaginate, voi, a pensare che la tua donna ha un altro? Altre mani su quella pelle, altri occhi che la vedono... come non la devono vedere, altre orecchie che sentono certe parole? La gelosia  una brutta bestia, commissa'. Una gran brutta bestia.
Il tono, pi di quello che andava dicendo, fece s che Ricciardi si voltasse verso il brigadiere.
- Posso immaginarlo, certo. Ma la gelosia, caro Raffaele, deve essere motivata. Servono prove, proprio come nel nostro lavoro. Questo Cortese ha conosciuto Sisinella dopo il professore, non prima. Ora, immaginiamo pure che avesse deciso di liberarsene, che volesse che la relazione della ragazza con Iovine terminasse, convenienza o non convenienza. Bastava dire al professore che gli lasciavano casa, mobili e gioielli e prendevano la loro strada insieme, no? Cosa avrebbe potuto dire, lui? Avevano anche in mano gli strumenti per ricattarlo, facendo sapere alla moglie e nel mondo universitario che aveva un'amante cos giovane. Potevano rovinarlo. Perch ammazzarlo? Non ha senso.
Maione insistette:
- E uno scoppio di rabbia, commissa'? Magari Cortese gli era andato a dire proprio questo, al professore, e l'altro l'ha offeso o ha rifiutato di lasciare la ragazza; e lui l'ha buttato dalla finestra.
- Certo,  possibile. Ma non mi quadra la situazione della stanza, e nemmeno i segni sul corpo di Iovine. Se hai un litigio lotti, alzi la voce, rompi oggetti: non prendi una persona e la butti direttamente dalla finestra. Nessuno ha sentito niente, non abbiamo trovato nulla fuori posto, la vittima non aveva ferite a parte i graffi sulla schiena e i segni sul collo dove l'assassino lo ha afferrato. Ti pare possibile che ci sia stata una colluttazione?
Maione si strinse nelle spalle:
- Ci mancano ancora troppi elementi. Ma col quadro che state facendo voi, commissa', ci azzecca meglio uno che sia andato l proprio per farlo fuori, come il Lupo, che aveva giurato, o il tizio della clinica, che ha scritto la lettera. La cosa triste  che, al solito, pi si scava pi si trova gente che ha un buon motivo per volere qualcuno morto. Che schifo, l'umanit.
Era ormai sera quando arrivarono alla questura. L'indomani avevano un giorno di riposo domenicale. Maione si offr di procedere lo stesso con gli interrogatori, ma Ricciardi disse di no:
- Non credo sia il caso, Raffaele. Nessuno dei due, il Lupo e il dottore, ha interesse a scappare, sarebbe una confessione. Ci pensiamo luned; magari ci vediamo un po' prima. Io passo dall'ufficio per mettere a posto delle carte e me ne torno a casa. Tu vai, e sta' tranquillo.
Il brigadiere si allontan, riluttante. Ricciardi stava pensando al suo strano comportamento, quando il piantone all'ingresso gli si avvicin concitato:
- Buonasera, commissa'. Dovete andare con urgenza all'ospedale dei Pellegrini. Hanno gi chiamato tre volte.

32.

Maione trascinava i piedi.
Il caldo non dava tregua neanche dopo il tramonto. Anzi, era pure peggio.
Se di giorno la colpa si poteva attribuire alla luce, a quella terribile luce che non dava requie e feriva occhi e pelle, e ti faceva desiderare di startene immerso in una tinozza piena d'acqua gelata, o sognare il peggiore degli inverni con le tormente e le bufere, tutto tranne che quell'inferno senza pace; se di giorno la colpa era del maledetto sole vigliacco, che allungava le dita di fuoco fin nei luoghi pi riposti dove si poteva cercare un'ipotesi di fresco; se di giorno ci si poteva lagnare cercando reciproca comprensione nei caff e negli androni dei palazzi,. di sera, quando la luce, il sole e l'arsura avrebbero dovuto ritirarsi, la sofferenza non concedeva remissione.
Figurarsi, pensava il brigadiere, quando l'anima era straziata dal dolore.
Era preoccupato, Maione. Preoccupato che la sua ansia si vedesse, che la tristezza trasparisse. Si aspettava che le donne che mettevano le sedie fuori, in strada, cercando requie dal calore umido dei bassi per dare inizio alla perenne conversazione coi vicini insonni che sarebbe durata fino all'alba, gli dicessero: buonasera, brigadie', ma che  successo? Tenete una faccia che non vi si pu guardare.
Invece nessuno vedeva niente. Tutto sembrava normale.
Alla fine ci arriv, a casa, dopo aver battuto ogni record di lentezza. Le scale, i bambini che gli tendevano il solito agguato; il saluto, le bambine che impastavano, Lucia ai fornelli. Tutto come sempre. And in camera da letto per togliersi la divisa e la camicia zuppe di sudore, e lo sguardo cadde sulla borsetta fuori posto. Non voglio vedere, pens Maione. Non voglio accorgermi che la borsa  sulla sedia e non nell'armadio.
In cucina c'era la solita atmosfera allegra. Lucia gli disse:
- U, com' andata la giornata? Stai stanco? Impossibile che non me lo veda in faccia, pens Maione.
- Un po', s. Siamo andati al Vomero a interrogare una persona, abbiamo preso la funicolare. E tu?
Un attimo di incertezza. Solo un attimo, o era stata un'illusione?
- Io? S, sono uscita, oggi pomeriggio. Sono andata a comprare due paia di scarpe per Maria e Benedetta, le vecchie ormai erano sfondate.
Davvero? E con quali soldi?
- E ho trovato, proprio l vicino, una buona occasione pure per le tue camicie, Raffae'. Ci vogliono pi leggere, con questo caldo. Domani, magari, le vado a prendere.
Per mettere a posto la coscienza? Nella mente di Maione, per un collegamento all'inizio inconsapevole, ma che poi gli caus un morso allo stomaco, comparve Sisinella nella sua bella casa, coi vestiti e i gioielli. Soldi. Soldi, benessere. "Lo sapevo che non era per sempre".
- No, grazie. Non mi servono, vanno benissimo quelle che ho, se hai tempo per stirarle.
- Come sarebbe? Perch,  mai successo che non hai trovato le camicie stirate?
La piccola Immacolata piagnucol:
- Pap, lo sapete che mamm esce e non mi vuole portare?
Maria la canzon:
- Mamm esce... E perch ti deve sempre portare appresso? Sei grande, ormai. Vedi che non soffri nemmeno pi il solletico?
E la gratt sulla pancia; l'altra rise, sputando un po' di pasta.
Maione cal con violenza un pugno sul tavolo, facendo sobbalzare i piatti e rovesciando un paio di bicchieri:
- Basta! Basta, ho detto!, Ma che educazione avete avuto, in questa casa? E possibile che un pover'uomo non pu stare tranquillo nemmeno l'unica volta che mangia a tavola come un cristiano in tutta una giornata? Andate in camera vostra. Digiuni, senza cena! E non voglio sentire volare una mosca!
Attorno alla tavola sette paia di occhi sbarrati, fissi su di lui. La piccola cominci a singhiozzare, Maria la prese in braccio, continuando a tenere sul padre uno sguardo spaventato ma con una vena di rimprovero. I sei ragazzi uscirono dalla stanza, la testa bassa, i piatti pieni.
Lucia teneva le labbra serrate, gli occhi azzurri spalancati per la sorpresa. Pens che la situazione economica doveva essere gravissima se portava il marito a una reazione come quella, che mai, in tanti anni di vita in comune, aveva avuto, nemmeno nei terribili giorni seguiti alla morte di Luca.
Maione si alz. Il mento gli tremava per la rabbia; un muscolo gli guizzava incontrollato sulla mandibola.
Apr la bocca per parlare, fissando la moglie allucinato. Poi si gir e and a prendere la giacca. Era meglio uscire.

33.

Ricciardi arriv trafelato all'ospedale dei Pellegrini. Aveva tentato di richiamare, ma al centralino gli avevano risposto che il dottor Modo era impegnato in una terapia urgente e non poteva venire all'apparecchio; avrebbe potuto il signor commissario riprovare pi tardi?
No, il signor commissario prefer raggiungere il grande edificio grigio al centro del quartiere della Pignasecca. Lungo la strada, cerc di immaginare cosa potesse essere accaduto. Una terapia? Lo stavano forse sottoponendo a un intervento? In che guaio si era cacciato, Bruno, adesso? Aveva ben presente come l'amico, specie dopo aver bevuto un paio di bicchieri, tendesse a perdere ogni freno nell'esporre le proprie idee politiche, che di quei tempi potevano essere definite, con un eufemismo, sovversive. Lo avranno picchiato, stavolta non la scampa.
Quando Ricciardi entr nel reparto, fu enorme la sua sorpresa nel vedere il dottore venirgli incontro, e senza un graffio.
- Bruno? Ma cosa... mi hanno detto che...
L'amico lo prese per un braccio:
- Ricciardi, finalmente. Ti sto cercando dal pomeriggio, ma dov'eri?
Il commissario era disorientato.
- Ero al Vomero, per un'indagine. Ma che succede? Stai bene?
Modo lo aveva portato in un angolo; gli occhi dei pazienti e di qualche visitatore erano fissi su di loro.
- Ascolta, Ricciardi. Oggi, verso le tre a quanto ho capito, la tua tata ha avuto una crisi.
A Ricciardi sembr di precipitare nel peggiore degli incubi.
- Una crisi? Rosa? Una crisi di che? E dov', adesso? Devo andare a casa, da lei!
Bruno lo trattenne:
- Non  a casa. L'abbiamo ricoverata.
Il commissario, che pure in quei giorni aveva pensato con enorme preoccupazione alle condizioni di salute di Rosa, scopr con orrore di essere impreparato a perderla. Rosa era fortissima. Rosa era un quercia. Rosa era indistruttibile. Non scherziamo.
Strinse il braccio del dottore in una morsa convulsa:
- Che dici, Bruno? Adesso... adesso... La salvi, tu la salvi, vero? Perch sei bravo, sei il migliore di tutti, e la salverai, io lo so...
Il volto di Modo era straziato dalla pena per l'amico. Ricciardi sempre misurato, Ricciardi che non rideva e non piangeva, Ricciardi amaramente ironico davanti a ogni miseria umana, adesso era li che piagnucolava come un bambino terrorizzato, aggrappato a lui come a un'ultima speranza, n pi n meno dei tanti parenti che venivano ogni giorno a chiedergli un miracolo.
- Io non sono Dio, Ricciardi. Sono un povero dottore di guerra che ne ha viste tante e fa del suo meglio. Adesso calmati e vieni fuori, ch ti spiego.
Ricciardi lo segu nel cortile. Modo accese una sigaretta e si pass una mano tra i capelli. Li raggiunse subito il bastardino pezzato lo che accompagnava da quando, a novembre, quel cane aveva perso il bambino a cui apparteneva. Il dottore si accovacci e lo accarezz dietro l'orecchio.
- Beato te, cane. Beato te, che non sei umano.
Ricciardi tir un respiro profondo:
- Dimmi, adesso, Bruno. Dimmi tutto. Sono pronto.
Modo si sollev, fissando l'amico:
- No, Ricciardi. Non lo sei. Nessuno lo  mai davvero. Rosa ha avuto una crisi apoplettica. In pratica, un grave problema di pressione. Mentre stava parlando,  impallidita e si  avvicinata alla poltrona, dove si  lasciata cadere. Poi ha detto che si sentiva debole e si  come addormentata. Con lei c'era la nipote, questa Nelide, che sembra Rosa pi giovane, una ragazza, mi consentirai, di singolare bruttezza, ma molto in gamba. Se non ci fosse stata, ora Rosa sarebbe morta.
- Allora  viva! E viva, vero, Bruno?
Modo continu a parlare, come se non fosse stato interrotto:
- Nelide, a quanto mi ha detto, e tirarle fuori le parole  difficile come eseguire un'operazione chirurgica,  gi stata testimone di eventi del genere, al paese, cosa che mi fa pensare a una propensione familiare a questo tipo di male, perci ha riconosciuto il respiro a rantoli, noi diciamo stertoroso, e il viso e. le braccia freddissimi nonostante il caldo. Ha tentato di svegliarla, e quando si  accorta che Rosa era entrata in coma,  scesa nel negozio di generi alimentari e ha telefonato all'ospedale.
Ricciardi era confuso:
- Nelide ha fatto questo? E il tuo nome chi glielo ha dato?
- Rosa stessa, che forse temeva una crisi da un momento all'altro. In caso di necessit le aveva detto di cercare me. Una maledetta abitudine che le hai trasmesso tu, temo. Io ero a casa, per fortuna: mi hanno chiamato e sono venuto di corsa. E andata bene a te e male a me, perch di l a un'oretta mi sarei rintanato nel bordello di Madame Gilda e non sarei stato pi rintracciabile.
Ricciardi non riusciva a superare la sensazione di trovarsi in un incubo.
- E adesso come sta? Posso vederla?
- No, Ricciardi, meglio di no. Dorme profondamente, e non credo si risveglier a breve. Ti dico con sincerit che sono molto preoccupato; il volto era freddo e arrossato, il che mi fa temere un'emorragia cerebrale. Le ho fatto mettere sulla testa dei panni freddi. Poco fa ho misurato la pressione arteriosa, che  elevata, e questo purtroppo va a confermare la diagnosi.
- Che cosa si pu fare, ora?
- Poco. Le abbiamo dato olio canforato e caffeina per migliorare la respirazione e sostenere il cuore, che ho sentito indebolito, le ho praticato un'iniezione sottocutanea di digitalina. Ho usato il Digipuratum Knoll, un farmaco che in quanto tedesco tendo a evitare, data la deriva politica che i crucchi stanno di nuovo prendendo, ma che purtroppo  il migliore in circolazione. Vediamo se il battito si normalizza, altrimenti tenteremo qualcosa di pi forte, ma non prima di domattina.
Ricciardi fiss le mura dell'ospedale; il suo sguardo pareva attraversarle.
- Ma non posso andare da lei anche solo per un minuto?
- Ti ripeto, meglio di no. E' in un reparto femminile, se faccio entrare te adesso, sai che proteste. Poi vicino a lei c' questa Nelide che  un vero mastino, non dice una parola e se ne sta li a scrutare arcigna la zia. Ma le fanno con lo stampo, dalle tue parti? Perch ne compro una decina e risolvo il problema delle infermiere.
- Ma stanotte, dovesse svegliarsi...
Modo gli mise una mano sulla spalla:
- Ricciardi, non ci mettere la speranza. Non credo proprio che possa svegliarsi, e se  vero che ha avuto un'emorragia cerebrale, forse  persino meglio. Rischia di rimanere come un vegetale per il resto dei suoi giorni. Dipende dal danno che ha subito. E ben assistita, credimi. Ho detto alla suora di tenerla coperta e, se la temperatura dovesse rimanere bassa, di applicarle panni caldi sulle gambe. L'importante  che la posizione sia la pi eretta possibile, che il sangue defluisca. E domattina presto vediamo il da farsi.
Il cane si avvicin a Ricciardi, quasi ne intuisse la pena, e lanci un breve guaito. Il commissario si pass una mano sulla faccia. Era disperato. Alz lo sguardo sull'amico.
- Va bene. Se non si pu far altro, mi permetti di restare qui nella sala d'aspetto? Non voglio allontanarmi da lei. E domani potr trasferirsi in una stanza singola? A pagamento,  ovvio. Vorrei poterle stare vicino, tenerle la mano. Sai, quando ero piccolo capitava che... se mi spaventavo per qualcosa, non le dicevo nemmeno perch n lei me lo chiedeva, si
sedeva accanto a me e mi teneva la mano. Cos, senza dire niente. E aspettava che io mi addormentassi. Vorrei tenerle la mano, Bruno. Solo tenerle la mano.
Modo ne aveva viste tante, ma mai ricordava di aver sentito il cuore stringersi in petto come ascoltando il suo amico, l nel cortile dell'ospedale, in quella rovente sera di luglio. Con un nodo alla gola, fece cenno di s.
Ricciardi riprese, fissando il vuoto:
- Sai, Bruno, lei mi ama tanto, nonostante me. Io sono... io ho tanti silenzi. Ero cos anche da piccolo, non avevo amici, giocavo da solo. E lei mi seguiva sempre; io sapevo che c'era, non avevo bisogno nemmeno di controllare. E anche dopo, quando sono diventato grande e ho continuato a... ho continuato a starmene da solo, una parte di me sapeva che poteva voltarsi in ogni momento e trovarla l, la mia Rosa, una statua calda, ferma a seguire con gli occhi quello che facevo. La conosci, lo sai com'. Testarda, lagnosa, petulante. Ma  tutto quello che ho. Lei  la mia famiglia, la mia casa, tutto.
Il cane gua di nuovo e volse il muso verso il dottore.
Ricciardi sussurr nella notte:
- Se puoi, salvala. Se puoi, lasciamela, non togliermi anche lei. Perch senza di lei non so davvero come fare.
Nel silenzio del cortile e nel calore della notte che scendeva, Modo si rese conto con un brivido che l'amico non stava parlando a lui.
Ricciardi stava pregando.


34.

Notte calda.
Notte che non si respira. Notte che sa di polvere e di marcio, i resti del mercato che si decompongono' lenti in piazza.
Notte che si vorrebbe essere ovunque, tranne che dove si . E si cammina, e ci si rivolta nel letto, e si esce sui balconi cercando aria, e invece l'aria non c' e chiss se ci sar pi.
Notte di aria ferma, che  uno sforzo tirarla dentro i polmoni.
Notte.

Maione arriv dopo circa un'ora, trafelato.
Trov Ricciardi seduto, da solo, sul gradino esterno che dava alla sala d'aspetto. Non lontano da lui, accucciato sulle zampe posteriori e fermo come una statua, il cane del dottore.
- Commissa', che  successo? Sono passato in questura, cos, per vedere se c'era qualche novit, e mi hanno detto che eravate venuto d'urgenza qua in ospedale. State bene?
Ricciardi alz la testa e lo guard, con blanda curiosit. Aveva un aspetto terribile. Riassunse la situazione all'amico, poi gli chiese:
- Ma tu, perch non sei rimasto a casa?
Maione rivolse lo sguardo altrove, imbarazzato.
- No, commissa',  che... faceva caldo, e invece di starmene a rivoltarmi nel letto e a tenere sveglia Lucia e i ragazzi, ho preferito uscire a pigliare un poco d'aria. E i piedi, che conoscono una strada sola, mi hanno portato in questura. Tutto qui. Se permettete mi siedo un poco vicino a voi e vi tengo compagnia.

Notte senza requie.
Notte che il sonno non riposa, e non riposa stare sdraiati a occhi spalancati nel buio. Notte senza pi futuro.

Nelide non distoglieva lo sguardo da Rosa.
Sembrava una sagoma di cartone, di quelle poste vicino alla merce per raffigurare una cliente in fase di acquisto. Ma al contrario delle sagome pubblicitarie, Nelide non sorrideva, n poteva definirsi decorativa.
Il corpo tozzo e solido era immobile, le braccia conserte, le mascelle serrate, la fronte aggrottata. Su indicazione del dottore le avevano accostato una sedia al letto, ma lei non si era seduta nemmeno un attimo. Era l per un motivo preciso, non per riposare.
Si era subito resa conto di ci che stava succedendo alla zia. Aveva gi vissuto quell'esperienza con il nonno e con un'altra parente. Entrambi erano morti dopo poco.
La sua mente, pratica e rigorosa, era priva di fantasia, quindi di false speranze e di illusioni. Sarebbe morta anche Rosa, nonostante lei aves
se agito con rapidit, nonostante questo dottore, il cui nome le era stato previdentemente lasciato, sembrasse bravissimo.
E lei, Nelide, che avrebbe fatto?
Quando la zia aveva concordato che venisse in citt, non aveva detto molto ai suoi genitori, e nemmeno a lei. Ma tutti avevano dato per inteso che la prospettiva era di prendere il suo posto come governante di Ricciardi. La condizione economica invidiabile, e il fatto che quasi tutti i componenti della famiglia Vaglio lavorassero a qualche titolo nei possedimenti del barone di Malomonte, collocavano Rosa ai vertici sociali del paese, quindi, per Nelide, del mondo intero. Erano anni che ci si interrogava su chi avrebbe sostituito la tata, che gestiva l'intero patrimonio di Ricciardi dato il totale disinteresse del signorino per i beni materiali.
Per anni, Nelide lo sapeva, la tata aveva studiato le ragazze della famiglia. Ed era consapevole del fatto che molte delle sue innumerevoli cugine avrebbero avuto, per et e preparazione, pi titolo per aspirare al posto.
Ma lei possedeva qualcosa che alle altre mancava: la perfetta affinit con Rosa. Come la zia, era determinata, leale e in grado di adattarsi in fretta a ogni situazione. In pochi giorni, confermando la bont della scelta, aveva appreso quanto era necessario per portare avanti la casa di Ricciardi.
Era per cosciente di essere ancora molto giovane. I coloni, i mezzadri e gli affittuari dei possedimenti avrebbero riconosciuto l'autorit di una ragazzina? Certo, poteva contare sull'aiuto del padre e degli zii, che avevano costituito la rete di cui negli anni si era servita la stessa Rosa consentendo che il patrimonio della famiglia Malomonte aumentasse, invece di disperdersi; ma sarebbe bastato?
Seguiva con gli occhi il lento, regolare alzarsi e abbassarsi del lenzuolo sul petto di Rosa. La donna respirava profondamente, come se dormisse. Eppure Nelide sapeva che quello non era un sonno normale.
Sotto l'espressione dura, c'era una ragazzina spaventata. Non era Ricciardi a farle paura; anche perch non si poneva il problema di capirlo, si limitava ad anticiparne le esigenze. Badava a lui perch le era stato detto di farlo, e lo faceva come le era stato insegnato. Era un compito, Ricciardi, e lei lo avrebbe assolto con scrupolo e applicazione, secondo la sua natura. Era qualcos'altro, a preoccuparla.
Il fatto era che Nelide voleva davvero bene alla zia. Era legata a lei da un amore animale, senza sfumature, senza egoismi. E davanti alle difficolt era abituata a rifugiarsi nel pensiero di lei.
Come avrebbe fatto, senza? Senza la possibilit di chiederle consiglio, di appoggiarsi a lei?
Nella corsia buia dell'ospedale, le labbra serrate di quella ragazza brutta e forte, in piedi nell'ombra, ebbero un tremito.
Ma nessuno se ne accorse.

Notte di rabbia e di paura.
Notte che non ha luce, che non ha speranza.
Notte che sembra possedere le cose e i pensieri. Notte come un lago, che inghiotte la citt e i suoi mille movimenti. Notte che teme il respiro, notte senza amore.
Notte che cambia, che non lascia sorrisi. Notte che non ha carezze.

Lucia vegliava, gli occhi sbarrati.
Quando Raffaele se n'era andato sbattendo la porta, Giovanni, il figlio maggiore ora che Luca non c'era pi, era uscito dalla stanza e le aveva chiesto perch il padre si fosse arrabbiato. Lei gli aveva spiegato che il pap aveva ragione, che bisogna stare attenti a come ci si comporta a tavola, e che dovevano rispettarlo.
Aveva poi aggiunto che era stanco, che era difficile portare avanti una famiglia numerosa come la loro, e proprio lui, che ormai era grande, doveva comprenderlo e aiutarlo.
Giovanni le aveva detto che aveva fame, e chiesto se adesso poteva finire la cena con i fratelli. Ma Lucia gli aveva risposto che, se pap aveva dato un ordine, bisognava obbedire, anche se lui non c'era. Soprattutto se non c'era. Quindi, niente cena per nessuno, neanche per lei.
Tanto le si era chiuso lo stomaco, pens guardando il soffitto.
Era preoccupata, Lucia. Non capiva quali fossero i pensieri del marito. Possibile che la situazione economica fosse cos grave? E se ci fosse stato un debito, un obbligo di cui Raffaele non aveva voluto parlarle per evitare che si agitasse?
Lucia non poteva fare di pi di quanto gi faceva. Percorrere chilometri per acquistare nei negozi e nei mercati meno cari. Provvedere con le proprie mani a riparare tutto fino allo stremo. Rivoltare cento volte i palt dei ragazzi, lavare con attenzione gli abiti eliminando le macchie di sudore con ammoniaca o aceto, e rilavarli in acqua fredda perch non si consumassero.
E adesso anche altro per tirare su qualche soldo da aggiungere al bilancio familiare, approfittando dei doni che la natura le aveva dato. Credeva che sarebbe stato felice di vedere le scarpe nuove delle bambine, di sapere che avrebbe comprato nuove camicie per lui. E invece quella reazione violenta, che l'aveva spaventata ancora pi di quanto avesse spaventato i ragazzi, perch lei, la moglie, sapeva quanto gli fosse estranea.
Immersa nell'aria bollente di una notte infernale, Lucia si chiese dove fosse Raffaele in quel momento.
E preg che stesse bene.

Notte di fantasmi.
Notte di voci e di sussurri che vengono dal buio. ,
Notte allucinata, di movimenti percepiti con la coda dell'occhio. Notte di tremori improvvisi, notte di febbre alta.
Notte di antiche parole, di sospiri senza vita. Notte dall'altro mondo.
Notte di spiriti del passato, notte di ricordi che si credevano seppelliti.

Mentre dormiva il suo sonno che non era un sonno, Rosa vide che vicino a lei, seduta leggera ai piedi del letto, c'era Marta di Malomonte, la madre del signorino.
Blandamente, come accade nei sogni, si domand cosa ci facesse, li. Non era abitudine della baronessa, sedersi sul suo letto; nemmeno entrare nella sua camera, se  per questo. La baronessa era assai rispettosa degli spazi della servit: bussava, chiedeva permesso. I suoi modi, cos diversi da quelli imperiosi e invadenti della madre, erano stati per tutti una piacevole novit. Se a ci si aggiungeva che Marta di Malomonte era morta da oltre quindici anni, tutto risultava piuttosto strano.
Rosa cerc di alzarsi, come aveva sempre fatto al cospetto della padrona, ma non ci riusc. Le mancavano le forze; non riusciva nemmeno a muovere un dito. Allora le parl:
- Barone', e voi che ci fate qua? E un sacco di tempo che non vi vedo.
Marta reggeva il suo cestino da lavoro. Lo appoggi sul letto, ne trasse ago e filo e cominci a ricamare quello che a Rosa sembr un indumento per neonati.
- Ciao, Rosa. Hai visto? Sono venuta a trovarti. Ti tengo un po' di compagnia.
Rosa consider la cosa, poi chiese:
- Ma allora sono morta, barone'?
- No, non sei morta. Non stai bene. E morirai, come tutti. Ma non sei morta. Come ti senti, adesso?
Rosa prov a muovere la mano, inutilmente.
- Mah, barone', non ho dolore, solo non riesco a muovermi. Io senza muovermi, lo sapete, non so stare.
La baronessa annu.
- Lo so, lo so. Sei sempre stata molto attiva e giudiziosa. Per questo ti scegliemmo come tata per Luigi Alfredo, con mio marito. Ora per, vedi, sei costretta a stare ferma. E puoi riposare.
- Barone', allora mi perdonerete se non mi alzo. Mi pare una cosa cos strana a starmene sdraiata, io che sono una serva, mentre voi siete seduta scomoda sul bordo del letto.
Marta le sorrise, con una piccola smorfia della bocca che era uguale a quella del signorino.
- Stai tranquilla. Lo so che non ti senti bene, te l'ho detto. Piuttosto, chi pensa a Luigi Alfredo mentre tu sei qui?
Rosa riflett un attimo.
- C' Nelide, mia nipote, la figlia di mio fratello Andrea, ve lo ricordate? Quello che tiene le pecore e coltiva il vostro podere sotto Sanza, che voi dite che  bravo. Quando voi... quando ve ne siete andata era piccolina, ma mo'  diventata una ragazza forte e sana: E in gamba.
Marta assent, continuando a cucire. -
- Nelide, s, me la ricordo. Quindi  lei che stavi istruendo negli ultimi giorni. Hai ragione,  una ragazza capace, e di fiducia. Secondo te  pronta per pigliare il posto tuo?
- Certo  giovane, barone'. Ma noi siamo una razza particolare, giovani e vecchie siamo uguali. Far qualche errore, forse, chi non ne fa? Per  onesta e forte, piena di salute e senza grilli per la testa. Tiene questo vizio che parla poco e quando parla usa solo i proverbi: forse lo fa per sembrare pi saggia.
Marta sospir. Rosa interpret la cosa come un segno di timore.
- Barone', capitemi. Io non avevo pi tempo, dovevo fare presto. Se avessi avuto, che so, un altro paio d'anni, me la sarei cresciuta meglio, l'avrei
tenuta con me per periodi pi lunghi, le avrei fatto fare i conti degli affittuari per vedere se era capace da sola. Perdonatemi, barone'. Credevo di fare in tempo.
Marta le accarezz la guancia.
- Non ti preoccupare, Rosa. Se la caver, trover il modo. Tu riposa, adesso. Io rimango qui, vicino a te. Quando vuoi, parliamo ancora.
Rosa sorrise e si addorment un po'.
Nelide, che le scrutava il volto, vide le sue labbra incresparsi in una specie di sorriso. Il respiro era regolare e profondo.
La ragazza controll i panni caldi sulle gambe della zia. Quanto era lunga, quella notte.

Notte.
Notte infinita. Notte senza luce. Notte per i morti, notte per i fantasmi. Notte senza vita.

35.

Il maggiore Manfred von Brauchitsch si era alzato molto presto, anche se di domenica la vita sull'isola aveva tempi ancora pi lenti degli altri giorni.
Quello delle diverse velocit era sempre stato un problema, nei suoi soggiorni in Italia. Era come se Manfred fosse la rotella di un ingranaggio che girava molto veloce e che veniva inserita in un motore pi fiacco. D'altronde, era tedesco: caratteristiche del suo popolo erano la frenesia e l'applicazione maniacale.
Si affacci al balcone della stanza. L'alba, dalla pensione in cui era solito scendere, dipingeva il mare e la lingua di terra che vi si insinuava di colori indescrivibili, colori che lui non sarebbe riuscito a tirar fuori dalla tavolozza nemmeno in mille anni. Forse  questo, pens, che rende lenta la gente di qui: com' possibile, perfino dopo secoli d'abitudine, non fermarsi a guardare una natura tanto meravigliosa? Come si fa a non andare piano, respirando quest'aria fiorita, ascoltando le musiche che la saturano?
Rientr per fare un po' di ginnastica. Teneva molto a restare in forma: gli anni avanzavano e il suo mestiere prevedeva un'efficienza assoluta. Do
veva anche ammettere che lo gratificava registrare l'apprezzamento delle signore dell'isola, quando le incrociava durante la passeggiata serale.
Mentre era impegnato nella seconda serie di piegamenti, pens a quella ragazza, l'insegnante della colonia che ormai da diversi giorni incontrava sulla spiaggia dove andava a dipingere.
Di sicuro aveva fatto colpo sull'altra maestra, Carla; era evidente dall'atteggiamento e dagli sguardi che gli lanciava, ma a lui piaceva Enrica, quella che seguiva le bambine, che invece non gli dava confidenza, stimolando ancor pi la sua naturale disposizione all'agonismo.
Non era bellissima; a un primo sguardo poteva anzi risultare insignificante. Le gambe e le braccia troppo lunghe, gli occhiali, il modo di vestire dimesso. Ma Manfred, dentro, era anzitutto un pittore, e ne aveva riconosciuto la figura notevole, elastica e soda, il bel seno e il collo di cigno. E il sorriso, che cos spesso rivolgeva alle piccole, luminoso e pieno di tenerezza.
Forse era per l'abitudine a cogliere aspetti particolari ed espressioni intense che era rimasto affascinato da Enrica. La dolcezza misurata dei movimenti, la femminilit delle posizioni che assumeva quando si sedeva sulla spiaggia, con la gonna bianca raccolta sotto le gambe e il mento appoggiato sulle mani per guardare chiss cosa, lontano.
Si asciug il sudore con una salvietta  si avvi verso il bagno.
Non gli succedeva spesso, riflett. Da quando era morta Elsa, pi di dieci anni prima, aveva avuto solo qualche fugace relazione, e mai la donna di
turno aveva occupato la sua mente fuori dei momenti di intimit. Stavolta, invece, si era scoperto a contare le ore che lo separavano dalla successiva sessione di pittura in spiaggia.
Enrica, lo aveva capito, era timida e riservata, un fiore delicato, una farfalla; affrettando le mosse si rischiava di rovinare ogni cosa. Percepiva anche, da parte della donna, una certa insicurezza, persino paura: forse nel passato di Enrica, come nel suo del resto, c'era qualcosa di triste, di doloroso.
Nelle loro sporadiche conversazioni, aveva preferito affrontare argomenti generici. Le aveva parlato del suo paese, della terra dalla quale veniva e dove ora, forse, stava infuriando uno di quei terribili temporali estivi che lasciavano presagire l'approssimarsi dell'autunno. Era presto per parlarle di Elsa, di com'era lui prima, di come fosse cambiato e quanto. Della guerra e delle armi. Del suo essere soldato.
I tempi stavano mutando. Le conseguenze delle sanzioni del dopoguerra e il bruciante senso di sconfitta venivano a poco a poco superati; in Germania si respirava un clima nuovo. L'Alsazia e la Lorena erano perdute, i possedimenti coloniali dell'impero erano perduti, gran parte dell'esercito, ridotto a centomila uomini, era perduta, la marina, che aveva preferito affondare la flotta per non consegnarla all'Inghilterra, era perduta; eppure il senso dell'onore, la convinzione della propria grandezza, la voglia di risorgere erano pi vivi che mai. Il nazionalismo, fomentato dai penalizzanti trattati di pace, aveva generato un partito che aveva messo radici profonde nella popolazione, e il precedente aprile aveva sfiorato il successo elettorale raccogliendo oltre tredici milioni di voti. Questo sebbene alla guida del movimento vi fosse un uomo che nove anni prima era stato in carcere per un fallito colpo di stato proprio nella sua Baviera.
Quando Manfred era partito per l'Italia, si parlava gi di nuove elezioni per mettere riparo allo squilibrio politico. Lui aveva simpatia per il capo del Partito nazionalsocialista. Pur non amando l'eccessiva foga e i metodi prevaricatori con cui faceva valere le proprie idee, doveva ammettere che l'orgoglio e il patriottismo che vibravano nelle parole di quell'eccellente oratore lo infiammavano e commuovevano. In fondo era un soldato: l'amore per la propria terra, il desiderio di difenderla dallo straniero e di estenderne i confini appartenevano alla sua natura.
Gli piaceva, inoltre, che si ispirasse, pi o meno esplicitamente, al regime fascista. Avvertiva, in Italia, una sorta di vivacit, un ottimismo e una fiducia che contrastavano con le difficili condizioni in cui versava la maggioranza della gente. Avrebbe voluto che lo stesso sentimento si diffondesse in Germania, anche tra i pi anziani, fiaccati dalla guerra e dalla crisi economica. Se i due paesi, fratelli nella sua anima, avessero condiviso certi valori, nulla e nessuno avrebbe potuto fermarli. Cos pensava.
Intanto, si disse, gettandosi acqua fredda sulle braccia e sul dorso, avrebbe stretto una bella e solida alleanza con la ragazza della spiaggia.
Era bello provare di nuovo quella sensazione. Era bello sentirsi ancora vivo. Alla fine di luglio sarebbe rientrato per votare alle elezioni federali, e per capire se poteva rendersi utile nella ricostituzione della forza militare tedesca, avvenuta fin l in modo lento e sottotraccia. Un paio di giorni prima gli aveva scritto un vecchio commilitone, chiedendogli se avesse finito di battere la fiacca e fosse pronto a tornare sulla breccia. Lui aveva risposto che per nulla al mondo avrebbe perso l'occasione di fargli mangiare la polvere col suo cavallo.
Il pensiero del cavallo lo riport alle cure a cui si stava sottoponendo nell'isola. L'allenamento quotidiano e gli impacchi di terra mista all'acqua minerale, quel fango vulcanico definito miracoloso da tanti medici, stavano sortendo i loro benefici effetti. Il dolore alla spalla era quasi scomparso.
Manfred sistem i folti capelli biondi e guard il cielo azzurro. Sospettava che ci fosse anche altro all'origine di quel rinnovato vigore.
Da buon ufficiale, si domand quale strategia seguire per aggirare le barriere che Enrica alzava davanti a s. Era sicuro che se la ragazza si fosse convinta che da lui non poteva venirle alcun male, avrebbe allentato le difese e presto si sarebbe lasciata cullare dal sentimento.
Mentre addentava uno dei biscotti che l'anziana proprietaria della pensione gli aveva regalato, si ritrov a fantasticare sulla faccia che avrebbero fatto i suoi genitori se fosse ritornato con una nuova moglie, perdipi italiana. La madre gli ripeteva in continuazione che Elsa non c'era pi, che avrebbe dovuto rifarsi una vita, e che lei, prima di chiudere gli occhi, avrebbe tanto voluto tenere fra le braccia un nipotino, per essere certa che la famiglia non si sarebbe estinta con Manfred.
Enrica era giovane, posata e aveva bellissimi fianchi. 
Tutte  caratteristiche perfette.
Il maggiore indirizz un sorriso al mare. Dopo l'applicazione dei fanghi sarebbe tornato alla spiaggia.
Aveva un quadro da terminare.

36.

Appena glielo avevano consentito, Ricciardi era corso da Rosa facendo gli scalini a due a due.
Era riuscito a mandare a casa Maione che era ormai notte fonda, convincendolo che cos assonnato non gli era di alcuna utilit: poteva tornare da lui la mattina successiva. Modo, come accadeva spesso, si era fermato a dormire nella foresteria interna, e due volte si era alzato per aggiornarlo sulle condizioni della tata, che permanevano stazionarie.
Quanto a Ricciardi, non aveva chiuso occhio. Non riusciva ad abituarsi all'idea di perdere la donna che era da sempre la sua intera famiglia.
La trov pallida, con il respiro pesante; stava quasi seduta, il corpo sostenuto da quattro cuscini. Davanti al letto, diritta e immobile, c'era Nelide. Ricciardi l'aveva salutata con affetto: lo inteneriva quella sua forma silenziosa e pura d'amore, ed era ammirato dal fatto che non manifestasse alcuna stanchezza. Eppure doveva essere rimasta in piedi tutta la notte.
Si sedette, prese la mano di Rosa ed ebbe un tuffo al cuore: era gelida. Dal viso, per, sembrava serena, appena attenta, come se stesse ascoltando qualcosa. Ricciardi non sapeva cosa pensare. Si volt verso Nelide.
- Non si  svegliata mai? Nemmeno una volta?
La ragazza scosse il capo. Poi disse:
- Cchi scura d'a mezanotta nu' pp vveni'.
Non pu venire pi buio della notte fonda, tradusse mentalmente il commissario. Conosceva l'abitudine della giovane di parlare per proverbi; qualche volta, con Rosa, ne avevano perfino riso. Ora, guardando la tata, si domand se avrebbe pi udito quella sgangherata, contagiosa risata che aveva fatto da sottofondo a tanti momenti della sua vita.
Sent, forte e acutissima, la mancanza di Enrica. Avrebbe voluto farle sapere che Rosa, la donna che era diventata sua amica, che tanto gli aveva parlato della schiva ma dolcissima ragazza che abitava di l dalla strada, stava male, malissimo. E che lui aveva il cuore straziato, e che una parte importante di quello strazio era dovuto alla sua assenza.
Chin la testa sul letto, e si addorment.
Dopo un tempo che non avrebbe saputo quantificare, sent una mano sulla spalla. Ebbe un sussulto e si ritrov accanto Modo.
- Non sei andato a casa, vero? Testaccia dura che non sei altro, ti avevo detto che era inutile restare.
Ricciardi guard Rosa; non si era mossa di un millimetro.
- Non ce la faccio a lasciarla. E poi  domenica, non devo nemmeno lavorare. Tanto vale che stia qui, ti pare? Se dovesse svegliarsi...
- Ricciardi, te lo ripeto:  difficile che si svegli. Quasi impossibile. Adesso la trasferiamo in una stanza singola e tentiamo qualche terapia, ma non sono molte le cose che possiamo fare.
Il commissario si gir verso Nelide; era sempre in piedi, immobile come la zia, eppure dai suoi occhi, vivi e intelligenti, si capiva che non perdeva una parola.
Modo riprese, parlando sostanzialmente a s stesso:
- Prover ad abbassare la pressione del sangue dell'emorragia. Se fosse pi giovane tenterei la trapanazione del cranio, ma una donna di quest'et, e in queste condizioni, morirebbe di sicuro. Anche inciderle la vena del braccio con una flebotomia mi fa paura. Devo inventarmi qualcosa -. Si rivolse a Ricciardi: - Adesso vattene, davvero. Sei dannoso, non solo inutile. Mi distrai e mi fai preoccupare. Vai a casa. E portati pure la signorina, che mi incute anche un po' di timore, ai piedi di questo letto.
Nelide lo fiss, a muso duro:
- 'Ntiempo re tempesta, ogni pertuso  casa.
Modo si volt verso Ricciardi:
- Che?
Ricciardi fece una smorfia:
- In tempo di tempesta, ogni buco diventa una casa. Credo significhi che non ha intenzione di muoversi da qui.
Il dottore fiss Nelide con occhi sgranati, come se avesse scoperto che uno degli armadietti in ferro addossati alla parete fosse vivo.
- Cio, questa parla coi proverbi come un capo indiano? Fantastico. Be', se vuole rimanere, non sar io a cacciarla: visti i muscoli che si ritrova, non mi sentirei di ingaggiare una lotta con lei. Tu per, per cortesia, vai. Oltretutto, qui fuori, c' un brigadiere triste che si gira il cappello in mano e con la sua sola presenza sta terrorizzando un intero ospedale. Lo sai che una buona parte della mia clientela  allergica ai poliziotti.
Ricciardi diede un bacio sulla fronte di Rosa e salut Nelide con un cenno. La ragazza, a sorpresa, gli sussurr:
- Signori', state senza pensiero. Qua ci penso io. E comunque stasera vengo a casa e sistemo la roba vostra.
La somiglianza con il modo di fare della tata gli strinse il cuore.
Nel corridoio, Maione lo avvicin subito, informandosi della situazione. Ricciardi si ravvi i capelli:
- Per ora  stazionaria, ma Modo  pessimista.
- Commissa', figuratevi, quello il dottore  pessimista per principio. Vedrete che tutto si metter a posto. Voi siete stanco, che volete fare? Vi accompagno a casa?
Ricciardi pens all'assenza di Rosa e alla finestra chiusa di Enrica, e fece un cenno di diniego:
- No, no. Non voglio andarci, a casa. Sono troppo teso per dormire. Far un salto in ufficio per ingannare il tempo.
Il brigadiere si tocc la divisa:
- Ho fatto a cambio di turno con Cozzolino, al quale non pareva vero di tenere libera la domenica, cos porta una delle sue zoccole a fare il bagnetto. Pure io preferivo lavorare. A questo punto, commissa', perch non ci portiamo avanti col lavoro della settimana prossima e facciamo una passeggiata alla casa di cura di Mergellina? Cos, per guardare in faccia il mittente della lettera al professore.
- Che fine abbiamo fatto, eh, Raffaele? Ci buttiamo sul lavoro una domenica di luglio, quando tutti se ne vanno al mare.

37.

Dopo un breve conciliabolo, decisero che sarebbero andati a Mergellina a piedi. La notte infinita che avevano trascorso aveva lasciato tracce profonde sull'umore di entrambi, e sottoporsi a un viaggio in un tram affollato di gente che si recava alle spiagge non corrispondeva al loro bisogno di respirare un po' d'aria. Quindi avrebbero percorso via Toledo, attraversato piazza del Plebiscito e sarebbero arrivati al mare da via Cesario Console, per poi fiancheggiarlo seguendo via Partenope e via Caracciolo. Un'ora di cammino sotto il sole della seconda domenica di luglio.
Maione era stato a casa per cambiarsi e aveva schiacciato un breve sonnellino, che non gli aveva certo rinfrancato lo spirito; Ricciardi nemmeno quello, come testimoniava il velo di barba e la particolare irrequietezza del ciuffo sulla fronte. Si sentivano fuori registro rispetto alla fiumana di persone che, dai quartieri popolari e dalle vie illustri, muoveva verso i lidi in cerca di frescura.
La citt aveva caldo, da morire. E siccome era luglio, voleva divertirsi. E siccome voleva divertirsi, era disponibile a spendere qualche spicciolo, e attirava cos uno stuolo di personaggi che di questa disponibilit intendeva approfittare, vendendo, scambiando o rubacchiando. Si andavano perci costituendo le due schiere contrapposte dei Clienti e degli Ambulanti, pi o meno muniti di regolare licenza, pi o meno in lotta fra loro per conquistare la posizione migliore.
Il litorale aveva assunto, per l'intera lunghezza, l'aspetto di una trincea in cui si consumava una guerra incruenta, dove la frase non mi serve niente era solo l'inizio delle schermaglie. I pi rapidi e insistenti, che giravano con le sporte di legno appese al collo tramite una correggia di cuoio oppure con vecchie carrozzine riadattate, incoraggiati da un diniego che costituiva pur sempre una risposta, erano capaci di seguire il potenziale acquirente per centinaia di metri, toccandolo fastidiosamente pi volte sul braccio per richiamarne l'attenzione, finch quello, esasperato, mollava qualche centesimo a fronte di un inutile pacchetto di semenzelle o di un insapore spassatiempo, che poi avrebbe consumato di malumore gettando in terra le bucce con gran gioia dei piccioni.
Ben diverso l'atteggiamento di quelli che godevano dell'invidiabile posizione fissa, tra cui spiccavano gli acquafrescai, i pi amati in quelle giornate torride, con i chioschi a pianta circolare dotati di un bel tetto tondo che ricordava fresche pagode cinesi, decorati da cascate di limoni e arance che davano sollievo solo a guardarle. L'acquaiolo ammiccava invitante, il faccione rosso sotto il cappello di paglia a tesa larga, il camiciotto bianco e pulito che faceva pensare al ghiaccio che grattava con una spatola e aggiungeva alla limonata " a cosce aperte", detta cos perch, colpevole l'aggiunta di un cucchiaino di bicarbonato di sodio, traboccava costringendo l'avventore a sorbirla velocemente in quella posizione per salvare i calzoni. Perlopi, in vendita, c'erano l'acqua ferrata del Beverello o quella zuffregna del Chiatamone, conservata nelle mummare e dal vago sapore di uova marce, amatissima per il fondamentale ausilio che forniva alla digestione. Ausilio che risultava pi che opportuno, perch in riva al mare la tentazione del cibo era seconda solo a quella suscitata dalle gambe delle ragazze in costume da bagno, che richiamavano uomini pi di uno spettacolo teatrale. Ovunque si mangiava o si tentava di vendere roba da mangiare.
L'aria era satura di richiami. Jamm', 'nu sordo: magne, bive e te lave 'a faccia!, urlava il mellonaro, esibendo i suoi cocomeri multiuso; e per magnificarne il rossore e la piena maturit, aggiungeva:  chino 'e fuoco, tene ll'infierno dinto.
Currite, currite, 'e ppullanchelle!, gli faceva eco, dall'altra parte della strada, la spigaiola con le sue pannocchie arrostite, sottolineando la loro somiglianza con delle panciute galline al forno.
Quasi impossibile, poi, era restare indifferenti davanti al tarallaro, il venditore di piccole ciambelle fatte con pasta di pane avanzata, pepe, sugna e mandorle. Taralle, taralle frische, taralle cvere, gridava, reclamizzando una formidabile incongruenza di temperature buona per tutti i gusti. Maione era golosissimo di taralli, ma non degn i venditori di uno sguardo.
Altra peculiarit estiva erano i fichi d'India, venduti su piccoli banchi. In questo caso la spettacolarizzazione del commercio era ancora pi in
teressante; oltre a esibire la capacit di liberare i frutti dalla buccia spinosa in meno di due secondi, con una incredibile perizia e l'uso contemporaneo di due coltelli, gli ambulanti si erano inventati una specie di riffa, detta l'appizzata, che attirava stuoli di clienti. Al costo di pochi centesimi, si aveva la possibilit di lanciare un lungo coltello, legato a una cordicella, all'interno di un sacco pieno di fichi sbucciati nella speranza di pescarne uno, che veniva vinto. Peccato che il commerciante collocasse in cima al mucchio i frutti pi molli, e che questi difficilmente rimanessero infilzati.
Poi barbieri, suonatori, lustrascarpe, sigarai, friggitori, venditori di pesci rossi, di biglietti del lotto, di banane, gelati e caramelle, di vino, di ostriche e frutti di mare, di polipi, di ricotta, tutti a vantare in una grandiosa cacofonia la freschezza, la bont, l'unicit della propria merce alla gente che si sottoponeva a un'indicibile fatica pur di ottenere un attimo di frescura dal mare.
I bambini di strada, nudi o con uno straccio in vita, si rincorrevano ridendo e facendo piccoli scherzi ai passanti, scalzando cappelli o sollevando gonne, aumentando a dismisura la confusione generale. Dai pontili e dai massi dei frangiflutti, ragazzi e ragazze si esibivano in tuffi dallo stile approssimativo, sollevando colonne d'acqua e attirandosi insulti di ogni tipo da anziani signori che tentavano di leggere il giornale con i piedi a bagno. Squadre miste si sfidavano nel tiro alla fune dopo avere reclutato gli uomini pi pesanti, fasciati in costumi a canottiera tesi sulle pance prominenti.

A ridosso del litorale correva la Villa Nazionale, ugualmente affollata ma almeno libera dalle automobili, dalle carrozze, dalle biciclette e dai sidecar che tentavano di farsi largo sulla via principale. L la popolazione era diversa: bambinaie sudate, in divisa nera e crestina, spingevano monumentali carrozzine rintuzzando i tentativi dei bambini pi grandi di staccarsi da loro per giocare a pallone coi coetanei di ceto inferiore; signore al braccio dei mariti si riparavano dal sole con gli ombrellini di seta; giovanotti eleganti dai baffi curati transitavano a due a due in cerca di belle ragazze disponibili a prendere qualcosa di fresco in un caff.
Questi ultimi ricordarono a Maione il famigerato Fef e il mistero delle uscite pomeridiane di Lucia, rendendolo ancora pi di malumore. Ma non era il solo a passeggiare in mezzo ai fantasmi. Ricciardi non aveva quasi pronunciato parola per tutto il tragitto, il cuore straziato da Rosa e dal suo sonno oscuro.
Non viva e non morta, pensava, mentre l'angoscia gli abbuiava l'anima, cos in contrasto con l'esplosione di gioia estiva che aveva attorno. In mezzo a tanti giovani che sorridevano alla vita, a tanti uomini e donne che si godevano la domenica d'estate come se non esistesse un futuro, il Fatto gli mostrava le tracce della follia, della violenza, della disgrazia. Un ragazzo seminudo col collo spezzato chiamava la mamma dagli scogli sui quali si era sfracellato; due pescatori pregavano e bestemmiavano, l'uno di fronte all'altro, le labbra illividite dall'acqua fredda nella quale erano affogati; all'ombra di uno dei lecci della Villa, un uomo gettava sangue
a fiotti dal ventre squarciato da una coltellata, e mormorava di denaro che gli era stato sottratto.
Storie, pensava Ricciardi. Storie. di vivi, storie di morti. E tu, tata mia tenerissima, sei sospesa tra i due mondi, proprio come me. Non lo sai e non lo saprai mai, ma non siamo mai stati cos vicini.
Maione disse, cupo:
- Eccola l, commissa'. Siamo arrivati.

38.

La casa di cura Villa Santa Maria Francesca era una palazzina color giallo tufo in via Tommaso Campanella, all'angolo con viale Principessa Elena; un luogo tranquillo, nell'ultima lingua di citt prima del verde incontaminato della collina di Posillipo. All'ingresso, in una saletta discreta e fresca, c'era una giovane infermiera in divisa. Vedendo entrare Ricciardi e Maione corrug la fronte, probabilmente perch non erano i tipici clienti che era abituata a ricevere, poi per sorrise e domand loro cosa desiderassero.
I due poliziotti si presentarono e chiesero del dottor Ruspo di Roccasole. La ragazza rispose, incerta:
- Forse cercate il figlio, Guido. Non credo che il dottor Francesco possa ricevervi, adesso.
Maione non era nella condizione psicologica di affrontare schermaglie:
- Signori', non ci siamo spiegati: noi siamo la pubblica sicurezza. Non chiediamo di essere ricevuti, lo pretendiamo. Quindi, se diciamo...
Ricciardi gli appoggi una mano sul braccio:
- Lascia stare, Raffaele. Va bene anche il figlio, grazie, signorina. Magari lo chiediamo a lui, se possiamo incontrare il dottore.
L'infermiera prese la cornetta di un moderno telefono che giganteggiava, nero e pieno di cavi e fori, sul banco davanti a lei, attese qualche secondo e sussurr qualcosa.
Dopo un paio di minuti, che Maione occup guardando in cagnesco la donna, arriv il giovane Ruspo di Roccasole, e riemp l'ambiente.
Era poco pi di un ragazzo; i tratti infantili tradivano la giovane et, ma la corporatura era gigantesca. Oltre a essere alto quasi due metri, era parecchio sovrappeso; un vero colosso. Si avvicin e, con sorprendente voce querula, si present:
- Sono Guido Ruspo. Come posso esservi utile?
Sia Maione sia Ricciardi pensarono a quello che aveva riferito il gioielliere Coviello, e cio di avere intravisto, la sera del delitto, una persona di grande statura che attendeva fuori dall'ufficio del professore.
Ricciardi disse:
- Avevamo bisogno di parlare con vostro padre, il dottor Francesco. E anche con voi, per la verit.
- Io sono a vostra disposizione, commissario. Mio padre... mio padre  ammalato. Molto ammalato. E qui, in una stanza al piano superiore, ma non credo che sia in grado di parlare.
Maione sbuff:
- Ecco un altro che decide lui a chi possiamo parlare. Portateci da vostro padre, e se non potr parlare con noi lo vedremo da soli.
Davanti all'aggressivit del brigadiere, che pure sovrastava di almeno dieci centimetri, il ragazzo sbatt le palpebre, e dopo una lieve esitazione annu:
- Come volete. Prego, seguitemi.
Fece strada attraverso una rampa di scale e un corridoio, la cui ampiezza quasi occupava per intero, fino a una porta chiusa che apr senza bussare.

All'interno c'era un letto immerso nella penombra, con un infermiere seduto su una poltroncina addossata al muro. Il ragazzo lo salut con un cenno:
- Lui', vai pure, mettiti qua fuori. Ti chiamo io quando abbiamo finito. E chiudi la porta.
Nell'aria c'era un odore acuto di disinfettante e di medicinali, misto a un retrogusto acido che poteva essere urina o sudore. L'odore della morte, pens Maione.
Guido si avvicin al letto e pos con delicatezza una mano sul lenzuolo.
- Pap? Pap, sei sveglio? Ce la fai a parlare con questi signori?
Dal letto giunse un lamento flebile, poi un colpo di tosse. Alla fine una voce rasposa disse:
- Sveglio, s. Fra poco dormir fin troppo, lo sai. Chi sono questi signori? Fai entrare un poco di luce, Guido. E magari pure un po' d'aria.
Il ragazzo si avvicin alla finestra, aprendo le imposte in maniera da lasciar filtrare un raggio di sole che per non investisse direttamente il letto. E Maione e Ricciardi poterono vedere chi occupava la stanza.
L'uomo era in fin di vita, non c'erano dubbi. La pelle scura del viso, come conciata, era attaccata alle ossa senza quasi pi carne, dando l'idea di un cadavere mummificato. Sul cranio persistevano pochi capelli, che pendevano in ciocche grigiastre sulle tempie. Le labbra erano secche e spaccate in un paio di punti. Il lenzuolo copriva un corpo filiforme che a stento si distingueva. Solo gli occhi, neri e vivaci, tradivano curiosit e intelligenza.
- Quindi  giorno. Buongiorno, allora, signori. Siete della polizia, immagino.
Maione e Ricciardi si guardarono, sorpresi. Poi il commissario disse:
- Buongiorno, dottore. S, siamo il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione. Posso sapere perch vi aspettavate la nostra visita?
Il dottore emise una risata secca che termin in un colpo di tosse. Il figlio si accost premuroso al letto, ma lui lo allontan con un gesto.
- Perch sembro morto ma non lo sono ancora, ecco perch. E siccome non sono morto, mi faccio leggere il giornale della sera dall'infermiere Luigi, che avete incontrato prima e che non  ignorante come sembra. Leggerei anche da solo, perch incredibilmente ci vedo ancora bene, ma non riesco a tenere niente con le mani. Interessante, no?
Ricciardi lo fissava, inespressivo:
- La vostra lettura indiretta del giornale, dottore, non spiega ancora perch ci aspettavate.
L'uomo fece un sorriso che su quel volto devastato sort un effetto raccapricciante.
- E' chiaro. Il buon Tullio Iovine, contro ogni previsione, mi ha anticipato nel viaggio. E voi sarete andati a casa sua e avrete trovato la mia lettera. Quella che gli ho mandato un paio di mesi fa, pi o meno.
Guido trasal:
- Una lettera? Quale lettera, pap? Avevi promesso che non ti saresti intromesso! Avevi promesso...
L'uomo tir fuori dal lenzuolo una mano ossuta. Come il viso era scura, quasi nera, e come il braccio recava i segni di numerose punture.
- Ti prego. Taci. Era l'unico modo.
Maione lanci un'occhiata a Ricciardi: dubitava che Guido fosse all'oscuro della lettera, ed era incline a ritenere che fosse tutta una pantomima.
- Quindi voi, Guido, non ne sapevate nulla. E ci volete far credere che vostro padre l'ha scritta da solo.
Il ragazzo lo fiss con astio:
- Mio padre, brigadiere,  molto peggiorato negli ultimi tempi. Due mesi fa era in grado di scrivere. Purtroppo.
Ruspo toss, e disse:
- Questo  vero. Ero anche in grado di alzarmi. Poi la cosa ha preso la piega che vedete. Si chiama cancro, brigadiere. Attacca gli organi a uno a uno, e ti consuma dall'interno finch non muori.
Maione annu.
- Lo so che cos' il cancro, dotto'. Ci ho perso mia madre. E vi posso garantire che almeno  naturale; invece il professor Iovine del Castello non  morto in modo naturale, perci, come dite voi, ha fatto prima.
Ruspo scoppi a ridere, quasi si stesse rianimando.
- Del Castello. Incredibile, con questa sciocchezza ha abbindolato tutti fino alla fine. Non si chiamava affatto cos, brigadiere. Si chiamava Iovine e basta.
Maione rimase disorientato:
- E perch allora quell'aggiunta?
- Perch era un buffone impostore, ecco perch. Lo era da studente, lo era da assistente, lo  stato da professore. Siccome, secondo lui, l'ambiente, della medicina era troppo aristocratico per accettare un plebeo qualsiasi, ha pensato che il doppio cognome gli avrebbe aperto delle porte. E forse aveva pure ragione.
Ricciardi cerc di ricondurre la conversazione sugli argomenti rilevanti. Vedere quell'uomo in condizioni terminali lo riportava col cuore a Rosa; voleva tornare presto da lei.
- Per quale motivo avete scritto la lettera, dottore?
L'uomo nel letto lo fiss malevolo:
- E secondo voi perch, commissario? L'avete letta, no? Quel bastardo ha bocciato mio figlio, qui, per tre volte, impedendogli di prendere la laurea in Medicina e quindi il mio posto nella direzione della casa di cura. Ho pensato di avvertirlo che non avrei tollerato il persistere di questa situazione.
Maione disse:
- Veramente, a essere precisi, lo avete ricattato, dotto'. Avete minacciato di produrre documenti circa errori medici che...
Guido fissava il padre, sconvolto:
- Ma pap, che hai fatto? Perch...
Ruspo agit la mano nell'aria:
- Ho fatto il tentativo che dovevo fare. Comunque era solo una minaccia, quei corrotti del consiglio dell'ordine non avrebbero mai portato avanti un procedimento, era la mia parola contro quella dell'universit. Ma come vedete non ho pi tempo, e avevo solo una possibilit. Ci dovevo provare. Quel bastardo non avrebbe mai fatto passare l'esame a mio figlio.
Ricciardi si sporse in avanti:
- Per quale motivo Iovine avrebbe dovuto ostacolare vostro figlio?
Guido tampon la fronte del padre con una salvietta. Disse:
- Commissario, credo sia il caso di smettere. Mio...
Ruspo lo interruppe:
- No. Non la voglio portare nella tomba, questa cosa. Fammela dire.
- Pap, ti prego...
- Sai solo dire pap, ti prego. Sta' zitto, dammi un po' d'acqua -. Quando ebbe deglutito un sorso dal bicchiere che il figlio gli aveva porto, l'uomo riprese: - Eravamo nello stesso corso, Iovine e io. Pure amici eravamo; lui sceglieva chi lo poteva aiutare nella sua ascesa: era abilissimo. Io appartenevo alla buona societ, e avevo un bel nome. E a me piaceva, lui. Era intelligente, allegro, brillante. Ci divertivamo; Dopo la laurea intraprendemmo la carriera universitaria, lui per ambizione, io perch non ero il tipo da mettermi a fare la professione, troppa fatica. Facevamo gli assistenti volontari. Eravamo i pi giovani, ma di gran lunga i pi bravi.
Ricciardi chiese:
- E quanto dur?
- Il direttore era troppo in gamba per tenerci in una posizione subordinata. Dopo un anno, in corrispondenza di un paio di cattedre che si erano liberate altrove e di un pensionamento, ci prese come assistenti. E dopo poco parlava soltanto con noi; ci chiamava ogni volta che c'era qualcosa di interessante da vedere. Ci appassionammo grazie a lui. Lavoravamo giorno e notte, non esisteva altro.
- E i rapporti fra voi?
- Per me erano uguali. Solo per me, per, mi accorsi in seguito.
Ricciardi era molto interessato.
- E poi, che successe?
- Prima vi devo dire del professore. Un genio, un uomo meraviglioso, mai pi nella vita mi  capitato di parlare la stessa lingua di qualcuno come con lui. Era diventato direttore giovanissimo; non era molto pi vecchio di noi, ma era dotato come nessuno, un luminare. Venivano da tutto il mondo a portare mogli, madri, figlie. E lui non pensava al denaro o alla carriera: lui lottava. Era uno che lottava contro la sofferenza, in qualsiasi forma. E concepiva solo chi la pensava come lui.
- E voi due?
- Noi avevamo motivazioni diverse. Iovine voleva affermarsi, diventare rispettato e ricco. Veniva da un paese, e pativa un senso di inferiorit. Provava rabbia e invidia, era quella la sua fonte di energia. Io, invece, volevo diventare come il professore.
Ricciardi era, suo malgrado, affascinato.
- Quindi?
Ruspo ebbe un accesso di tosse. Il figlio, preoccupato, gli sostenne il capo e gli diede un altro sorso d'acqua. Maione distinse un arrossamento sul fazzoletto col quale Guido gli asciug la bocca.
Quando la tosse si calm, l'uomo riprese a voce pi bassa:
- Quindi. Quindi si arriv al punto che era inevitabile. La clinica ostetrico-ginecologica ha un direttore e due aiuti, cinque assistenti pi un numero variabile di volontari. Uno degli aiuti and all'estero e si liber un posto. Uno solo.
Maione annu:
- E voi eravate due.
Ruspo guardava nel vuoto.
- S. Eravamo due. Pari in ogni cosa: applicazione, abilit chirurgica, intuito diagnostico. Tutto stava all'insindacabile giudizio del professore.
- E lui chi preferiva?
Perso nei ricordi, l'uomo non fece caso alla domanda di Maione e prosegu nel racconto:
- Si chiamava Rosario Albese. Aveva una quarantina d'anni. Era instancabile, gentile, preparatissimo. Ve l'ho detto: un genio. Per Iovine era diventato un'ossessione: lo osservava da lontano, ne studiava i gesti. Voleva essere lui. Prendersi la sua vita: la cattedra, le scarpe e la penna, la scrivania, la cravatta. Voleva il suo posto.
Ricciardi chiese:
- Dov', adesso?
- Mor dopo qualche anno. Era cardiopatico. Ebbe un attacco mentre lavorava, come c'era da aspettarsi.
Maione insistette:
- Ma chi preferiva di voi due?
Ruspo si mise una mano tremante sulla fronte: - Preferiva me. Lo sapevamo tutti e tre. Preferiva me perch io non avevo la rabbia e la cattiveria
di Iovine. Non lo disse mai, ma avrebbe scelto me, senza alcun dubbio.
Ricciardi voleva saperne di pi:
- Non lo disse mai? Perch?
- Perch Iovine mi fece fuori. Fece fuori il suo amico, quello che tante volte lo aveva aiutato presentandogli uomini facoltosi e importanti, attraverso i quali  riuscito a crearsi la rete che lo ha sostenuto finch, grazie a Dio,  crepato.
- E come ha fatto?
- Semplice. Avevo una relazione con la moglie di un conte, un uomo molto in vista. Scrisse una lettera anonima, rivelando dove e quando io e la donna ci saremmo incontrati. Fu uno scandalo, e a queste cose l'universit  attenta.
Maione domand:
- Siete sicuro che la scrisse Iovine, la lettera anonima?
- Uno scandalo tre giorni prima della nomina ad aiuto? Certo che ne sono sicuro. Del resto lo ammise lui stesso, non volendo incontrarmi pi.
Ci fu un lungo silenzio. Poi Ricciardi disse:
- E davvero non vi siete incontrati pi?
- Io mi misi in proprio, e in breve tempo ebbi una clientela vastissima nel mio ambiente, quello dei ricchi. Poi, quando mia moglie mor lasciando Guido molto piccolo, volli riservarmi pi tempo libero per stare con lui, ed entrai in societ con due investitori per aprire questa casa di cura. Mi occupai di dirigerla, e l'ho fatto fino a sei mesi fa, quando la malattia non mi ha pi consentito di lavorare.
Maione non era disposto a lasciare zone d'ombra:
- Questo problema della laurea di vostro figlio... perch? In fondo era lui che aveva fatto del male a voi.
Ruspo non rispose subito. Sembrava dormire. Poi riprese, e la voce era flebile:
- Me lo sono chiesto anch'io, ma non ho saputo darmi una risposta. Forse voleva dimostrare a s stesso che aveva avuto ragione a farmi fuori, che
non ero nemmeno in grado di insegnare a mio figlio. Oppure il solo ritrovarselo davanti gli ricordava ci che aveva fatto, e la cosa non gli piaceva. O magari pensava che Guido, prima o poi, se fosse rimasto nella professione, avrebbe trovato il modo di vendicarmi. Non lo so. Meglio eliminare la stirpe dei nemici, no? Lo diceva, da ragazzo, e io pensavo che scherzasse...
Ci fu un altro silenzio. L'uomo emise un rantolo. Ricciardi e Maione si alzarono; Guido li accompagn fuori.
Il brigadiere gli disse:
- Prima di andarcene ve lo dobbiamo chiedere: voi dove stavate la notte tra gioved e venerd?
Il ragazzo sostenne lo sguardo del brigadiere:
- Ero con mio padre. Come ogni notte da quando sta cos. Non mi piace lasciarlo solo. Si  occupato di me sempre, da che posso ricordare. Mi pare il minimo essere io a occuparmi di lui, adesso.
Ricciardi lo capiva bene. Eccome, se lo capiva.
- Ditemi un'ultima cosa: che succede, se non vi laureate? Se vostro padre muore prima che voi prendiate la laurea?
Guido si strinse nelle spalle. Il commissario si accorse che quella sinistra era pi bassa della destra; una lieve curvatura, una piccola menomazione che non aveva notato in precedenza.
- Lui era il direttore della clinica, e cos ha mantenuto la nostra quota anche se gli investimenti principali sono degli altri due soci. Insomma, faceva comodo a tutti questa suddivisione. Se io non potr sostituirlo, verr assunto un direttore medico dall'esterno, a stipendio. A quel punto...
Ricciardi concluse per lui:
- A quel punto sar facile estromettervi, giusto? Baster chiedere un nuovo investimento e voi non potrete farvi fronte.
Guido distolse lo sguardo e lo rivolse verso il mare, che brillava sotto il sole di mezzogiorno dietro la fila dei palazzi.
- S. Immagino che potrebbe andare cos. Ma ce la far, commissario. Passer quel maledetto esame, prender la laurea e il posto di mio padre.
Maione mormor:
- Ci scommetterei. Adesso si, che passerete l'esame.

39.

Per il ritorno scelsero la via interna, un po' pi lunga ma meno intasata da uomini, cavalli e ruote. Maione esord:
- Commissa', a me questi due mica la contano giusta. In pratica erano rovinati, se il ragazzo non aveva questo colpo di fortuna, diciamo cos, della morte del professore. Il quale, se ho capito bene, non lo avrebbe promosso n ora n mai.
Ricciardi assent:
- Gi. Senza quell'esame non si sarebbe mai laureato, non avrebbe potuto prendere il posto del padre morente e i soci lo avrebbero sbattuto fuori.
Maione rincar:
- A parte l'esame, mi pare che il dottore malato teneva altri motivi per volerlo morto, al collega suo. Gli aveva rovinato la vita, con la lettera anonima.
Il commissario era perplesso.
- Tutto vero. E in pi la statura del ragazzo corrisponde a quella dell'uomo di cui ha parlato l'orefice. Per, mi chiedo: che senso aveva spedire una lettera di minacce per poi fare un gesto cos? Equivale a una confessione anticipata. E poi, una vendetta dopo pi di vent'anni? Non mi quadra. Una cosa  lasciare un figlio senza lavoro, e una cosa  mandarlo in galera per tutta la vita.
Il brigadiere non era disposto ad archiviare la sua teoria:
- Magari non c'era la premeditazione, commissa'. Magari il ragazzo c'era andato a parlare, col professore, e siccome quello non cambiava idea, l'ha preso e l'ha buttato gi. E il padre, nel suo letto, s' trovato di fronte al fatto compiuto.
- Pu essere. Tutto pu essere. Hai visto che il ragazzo ha la spalla sinistra pi bassa dell'altra? Il gioielliere potrebbe averlo notato, questo particolare. Varr la pena di risentirlo. Comunque, prima voglio incontrare Peppino il Lupo, e riparlare con la vedova del professore; mi piacerebbe capire se sapeva della piccola Sisinella.
Maione rumin sull'idea. Poi disse:
- Questa pure  una pista, commissa'. Uno, se scopre che la moglie... Pardon, una moglie, se scopre che il marito la tradisce, chiss di che cosa  capace. Per la signora stava dai cugini nel palazzo, col figlio, e non mi pare che tenga la forza di buttare qualcuno da una finestra.
- No, non pensavo in quel senso. Non  stata la moglie, di questo siamo certi; pensavo a Sisinella e al suo nuovo fidanzato. Voglio capire se pu avere preso qualche iniziativa, come andare dal professore. Quanto alla signora Iovine, magari aveva notato un cambiamento d'umore del marito.
Maione mormor, cupo:
- E gi. Il marito cornuto, come del resto la moglie,  l'ultimo a vederle, le corna.
Arrivarono all'angolo di via Toledo e si salutarono: Ricciardi proseguiva verso l'ospedale, e Maione rientrava a casa. Il brigadiere disse che sarebbe passato pi tardi per sapere come stava Rosa, ma il commissario rispose:
- No, Raffaele; resta con la tua famiglia, oggi. Ci vediamo domani in ufficio, abbiamo diverse cose da fare.
E s'incammin, con la morte nel cuore.

Nelide fissava il volto placido della zia. Il dottore aveva detto che non era possibile, ma lei sentiva che qualcosa, dentro quella testa, stava succedendo: riconosceva impercettibili movimenti dei muscoli della faccia, come se l'anziana stesse sognando.
La mente pratica della ragazza continuava a lavorare senza sosta. Che doveva fare, adesso? Certo, poteva tornarsene al paese. Sarebbe stato pi giusto che al capezzale ci fosse una delle sorelle di Rosa. Questo, per, avrebbe comportato un periodo di almeno due giorni in cui accanto all'ammalata non sarebbe rimasto che il signorino.
Il signorino, gi. Un altro problema. Rosa le aveva spiegato quanto fosse inadeguato alla conduzione della casa e alla cura di s. E l'aveva investita del compito di occuparsi di lui: avrebbe ereditato l'obbligo dell'assistenza.
Doveva prima di tutto seguire le indicazioni che le aveva lasciato la zia. S, ne era sicura. Era nata per questo. Una volta accaduto quello che riteneva inevitabile, si sarebbe caricata sulle spalle ogni incombenza che riguardasse Ricciardi, senza dubbi o tentennamenti.
Nessun'altra donna della famiglia, pens Nelide, aveva pi titolo di lei di badare alla casa di Luigi Alfredo Ricciardi. Era stata la zia a confe
rirle quell'enorme incarico, e lei lo avrebbe assolto a meno che non fosse stato lo stesso Ricciardi a cacciarla.
Si concentr di nuovo su Rosa. La zia le aveva insegnato tutto ci che aveva potuto, ed era l'esempio sulla base del quale era stata educata. Le voleva bene, e si sentiva pronta a ereditarne il posto. Le sarebbe piaciuto, per, che Rosa fosse rimasta ancora un po' con lei e col signorino, anche se costretta in un letto; per poterle parlare, per confidarsi, per chiederle consiglio.
In silenzio, senza nemmeno articolare le parole con le labbra, rivolse una preghiera alla Madonna del Carmine di cui presto sarebbe stata la festa. Madonnina, chiese, non me la potreste lasciare un altro poco? Se non vi serve subito l sopra, per fare ordine in paradiso, magari la potete far stare un altro poco qui con me. Per dirmi ancora una volta come si fa la teneredda, o la pizza roce; o che bisogna fare se i mezzadri ritardano i pagamenti per pi di una tornata; o se una delle piante fuori al balcone si secca a met.
Non aveva paura, Nelide. Non riteneva il compito eccessivamente gravoso, n pensava a s stessa come a una ragazza troppo giovane. Aveva lottato contro la siccit, contro due inondazioni, contro l'epidemia che aveva colpito gli animali. Non sei mai disperata se hai superato l'inverno dopo che la grandine ha distrutto il raccolto o i lupi hanno divorato otto pecore su quattordici, se sei sopravvissuta a dieci gradi sotto zero con pochissima legna e hai dovuto fare a pezzi il tavolo e tre sedie per scaldarti, e se la febbre ti ha ucciso due fratellini nello stesso autunno. Quello che succede, le diceva la zia, ti lascia un regalo: le cose belle e le cose brutte. E i regali migliori vengono dalle cose brutte, perch  l'insegnamento di come fare per non averne altre. Le cose belle ti lasciano soltanto un ricordo piacevole, che serve a poco.
Una volta Rosa l'aveva presa per mano e l'aveva portata alla finestra. "Guarda, Ne', - le aveva detto. - Le vedi quelle due signorine che si riparano dal sole con l'ombrellino di seta bianco? Le vedi? Be', quell'ombrellino  una sciocchezza. Lo devi portare in mano e d l'ingombro e il peso di un ombrello normale, ma non ripara n dal sole n dalla pioggia. Non serve a niente. Tu, Ne', ti devi caricare solamente di quello che ti serve. Non ti devi portare appresso niente di inutile. Io ti insegno le cose necessarie, e tu quelle ti devi caricare".
Nelide aveva riflettuto. Poi si era girata a guardare Rosa e le aveva detto: "S, 'a zi'. Ho capito. Solo le cose necessarie".
'Nu sacco vaco nun se regge all'erta, pens. Era vero: un sacco vuoto non sta in piedi. Un sacco vuoto s'affloscia al suolo. E lei, Nelide Vaglio, non era un sacco vuoto. Zia Rosa l'aveva riempito, quel sacco.
Madonni', un altro poco, se si pu. Solo un altro poco.
Con un gesto veloce, si asciug una lacrima.

40.

Il dottor Modo entr nella stanza di Rosa e trov Ricciardi seduto vicino al letto, la mano della tata 'nella sua. Poco pi in l Nelide, in piedi nella penombra.
- Mi pare che stia peggio tu di lei, sai? Guardati: spettinato, la barba lunga, la camicia sbottonata. Stai perdendo ogni fascino. Il tuo leggendario successo con le donne verr meno, cos si accorgeranno di un meraviglioso medico non pi giovanissimo ma ancora in perfetta forma.
- Sei fuori tempo massimo, Bruno. Puoi conquistare le donne solo a pagamento, ormai.
- Soldi ben spesi, caro. E poi sono le migliori: professionali, dolci, ascoltatrici, e non pretendono di essere portate a cena. E una scelta, non una necessit, ricorda.
Ricciardi guard Rosa.
- Sono rientrato e l'ho trovata uguale. Non ci sono segnali di miglioramento?
- Forse non mi sono spiegato, o pi probabilmente tu non vuoi capire. Potrebbe rimanere in queste condizioni per molto tempo. Non posso escludere che si svegli, l'ho visto accadere: una volta un soldato fu colpito da una scheggia e dorm per quasi due mesi; avevamo pensato di finirlo noi, perch
ci serviva la branda e per lui non sembrava ci fossero speranze, poi apr gli occhi e chiese da mangiare. Ma aveva vent'anni. Lei non so... un giorno, un mese. E una donna anziana. Forte, ma anziana.
Ricciardi si sfreg gli occhi.
- E noi che possiamo fare? Io... io non posso starmene qua a guardare.
Il dottore si appoggi al muro e strinse le braccia al corpo.
- No, infatti. E non serve nemmeno a nulla. Devi tornare a casa, lavarti, cambiarti. Devi mangiare, andare a lavorare. Se dovesse succedere qualcosa, e non credo possa essere a breve, ti mando a chiamare. Il personale  allertato: mi avvertiranno all'istante di ogni novit. D'altronde  per colpa tua e di quelli come te che io dormo qua cos spesso e che quel povero cane si  abituato a starsene in cortile; gli infermieri gli portano da mangiare avanzi tutti i giorni.
- Ti prego, Bruno, fai il possibile. Se dovessero esserci cure particolari, anche costose, io ...
- Gi, come se fosse una questione di soldi. Lo so che sei ricco, che credi? Te lo avrei detto. E poi, - aggiunse abbassando la voce, - se ci fosse qualcosa da fare l'avrei gi fatto, anche perch la signorina, l, mi fa paura, e non ha la minima intenzione di lasciare questa stanza. Un paio d'ore fa, quando tu non c'eri, le ho detto che poteva pure andare a casa, ch Rosa era assistita ottimamente.
- E lei?
- Mi ha guardato storto e ha pronunciato una frase in quella vostra lingua cilentana dal significato per me oscuro: tre dentali, quattro gutturali,
un paio di aspirate e vocali chiuse come dittonghi. Poi ha riportato gli occhi sulla faccia di Rosa e l li ha lasciati. Non so se ha fatto pip da ieri, io non l'ho vista muoversi. Puoi chiederle se  disposta, di qui a cent'anni, a lasciare il suo corpo alla scienza? Vorrei studiarla.
Suo malgrado, Ricciardi assunse un'espressione divertita.
- Le donne cilentane sono indistruttibili, dottore. Quando Nelide sar studiabile, tu sarai un mezzobusto in gesso nell'atrio di questo ospedale.
Il dottore lo fiss, preoccupato.
- Davvero, Ricciardi: vai a casa. Dormi un po'. Non sei di nessun aiuto a Rosa, in questo stato.
Il commissario riport gli occhi sulla tata:
- Le tengo solo la mano, fino a sera. Poi vado a casa. Ma adesso, lasciami stare ancora un po'. Magari la sente, la mia mano.
Rosa sent una carezza sulla mano e apr gli occhi. Stava bene, era riposata. Cerc di alzarsi, ma non ci riusc.
La baronessa le sorrise, sempre concentrata sul suo lavoro di cucito:
- Stai buona, tata. Non fare sforzi inutili, non ti puoi muovere, te l'ho detto.
- Barone', e allora chi  che mi ha accarezzato la mano? Io l'ho sentito che qualcuno me la toccava.
Marta si strinse nelle spalle.
- Forse un sospiro, un soffio di vento. O forse il pensiero dolce di chi ti vuole bene. Sar stato Luigi Alfredo.
- Come, il signorino? E dove sta?
La baronessa sospir.
- E chi lo sa. Mica li possiamo vedere. Magari  qui, da te, proprio adesso.
- Ma se io non vedo nessuno, barone'... qua stiamo solo io e voi.
Marta ridacchi:
- No, che non siamo sole. Vedi?
E indic col capo verso il fondo della stanza, dove c'era un signore alto, anziano ma diritto come un fuso e vestito elegantemente.
- Uh, il barone! - disse Rosa, con il cuore che le balzava in petto. Aveva sempre avuto soggezione di quell'uomo austero e taciturno.
Marta abbass la voce, come per non farsi sentire:
- S, lui. Se ne sta l perch si vergogna, ma vuole vedere che succede. Importa anche a lui, sai?
- Di chi gli importa, barone'?
Marta alz la vestina da neonato in controluce, per esaminare il proprio lavoro.
- Del figlio, naturalmente. E l'unico modo che abbiamo, questo.
Rosa era perplessa:
- Quale modo, barone'? Per fare che?
- Per sapere di lui. Per fargli sentire che gli vogliamo bene. Tu sei l'unico contatto. Rosa non capiva.
- Come, l'unico contatto? Che volete dire?
Marta smise di cucire e la guard:
- Perch lui ti ama teneramente, tata. E sta soffrendo le pene dell'inferno adesso, vicino a te. Ha paura. Proprio lui, che sente il dolore degli altri, che pensa di essere pazzo, sta provando un dolore inaudito. Per questo siamo qui, il padre e io. Per cercare di fargli arrivare un po' di conforto.
Rosa consider la cosa.
- Mi dispiace tanto, barone'. Non ci sono riuscita a fargli trovare una moglie, a fargli fare una famiglia. Lo sapevo che non ero eterna, che non potevo durare. E invece l'unica cosa che ho potuto fare  stata mettere Nelide in casa, in tempo almeno per la cucina. Ho fallito. Perdonatemi, baronessa. Perdonatemi.
- Ma che dici? Sono sciocchezze. Tu sei stata una tata meravigliosa, e hai fatto tutto quello che potevi e anche di pi. Vedi questa maglietta da neonata? E per te, per quando sarai qui con noi. Sto cucendo piano piano, perch quando sar finita tu rinascerai. E Luigi Alfredo rimarr solo. Per allora, speriamo sia pronto.
Rosa chiese:
- Pronto a fare che?
Marta fiss un punto nel vuoto.
- Pronto a condividere la vita. A capire che si pu amare, anche quando si porta il peso che portiamo noi.
- Quale peso, barone'? Che peso porta, il signorino, che portavate pure voi? Me lo volete dire?
- E che te lo dico a fare, povera tata? Non capiresti. Devi solo dormire un po', adesso. Non preoccuparti: io cucio piano.

41.

Livia giunse al Gambrinus in perfetto orario.
L'autista sost in piazza Trieste e Trento e and ad aprirle la portiera dal lato del caff. Lei scese provocando un paio di alti fischi d'approvazione, a cui non fece caso pi di tanto. Fu il servitore, anche per affermare la propria presenza, a lanciare un'occhiataccia agli sfaccendati stravaccati ai tavolini esterni, che si sventolavano con le pagliette e si arricciavano i baffi sperando appunto nel passaggio di qualche bella ragazza, che magari usciva dalla funzione serale a San Ferdinando.
A passi spediti, la donna entr nel locale. Due giovanotti scattarono: una cos, da sola, al caff, era pi di un richiamo. Fecero per seguirla in una saletta interna, ma un colosso seduto a un tavolino si alz e sbarr loro il passaggio, piazzandosi a braccia conserte sulla soglia. I due si guardarono, sorpresi, si aggiustarono il nodo della cravatta l'uno e la piega della giacca l'altro, e con disappunto tornarono di vedetta.
Livia controll qualcosa su un foglietto e attravers la sala deserta per prendere posto vicino alla vetrata che dava su via Chiaia. Avvert un lieve profumo di lavanda e alz gli occhi dalla lista delle bevande, incrociando quelli di un uomo di mezza et, distinto, di media statura, in piedi a poca distanza.
- Buonasera, Falco, - disse Livia.
L'uomo chin il capo in un saluto rispettoso. In mano teneva una cartella in pelle, come ogni volta che Livia l'aveva incontrato.
- Buonasera, signora. Posso sedermi con voi?
- Mi avete convocata d'urgenza, mi avete offerto di prelevarmi con una vostra automobile, a quanto sembra avete riservato l'intera saletta del Gambrinus, quindi direi che s, potete sedervi.
Come se non avesse colto l'ironia di Livia, Falco si produsse in un nuovo inchino e si sedette di fronte a lei. Dopo un attimo arriv il cameriere con un vassoio.
- Mi sono permesso di ordinarvi un vermut. A quest'ora magari lo gradirete.
Livia lo fiss.
- Sapete dove trovarmi. Sapete quello che faccio, come e dove mi vesto, i posti e le persone che frequento. Non sono affatto sorpresa che sappiate anche quello che gradisco bere, o che addirittura lo decidiate, il che  lo stesso. Va bene il vermut, grazie.
L'uomo restitu impassibile lo sguardo:
- Credetemi, signora, non voglio darvi disturbo. E mi dispiace che vi siate abituata a pensare alla mia presenza come a una seccatura. Cerchiamo di essere discreti,  nella natura del nostro... lavoro. Ma quando siamo costretti a intervenire, interveniamo. Anche se con attenzione, dobbiamo farlo.
- Ah, s? Sentiamo, per quale motivo siete costretti a intervenire, stavolta? E poi, toglietemi una curiosit: come mai questa scelta di convocarmi qui con un biglietto? Siete sempre comparso come per magia nel mio salotto, senza essere annunciato. Adesso, addirittura, una specie di appuntamento.
- Un appuntamento, dite? Troppo ardire per me, temo. La pi bella e affascinante donna della citt  al di l delle mie aspirazioni. Ve l'ho detto, dovete considerarmi una specie di angelo custode. Se vi cerco,  per aiutarvi.
Livia si sporse in avanti e parl con tono duro:
- Falco, non dite sciocchezze. Angelo custode un corno. Io per voi, e per la struttura, sezione, dipartimento o come diavolo lo chiamate, sono una gran seccatura. Lo sono fin da quando ho deciso di trasferirmi qui. Si pu sapere perch vi prendete tanta cura di me senza che io ve l'abbia chiesto? Volete lasciarmi vivere in pace la mia vita?
L'uomo sorseggi il suo caff, guardando pigramente il passeggio in strada, reso poco intenso dal gran caldo. Poi pos la tazzina e parl.
- Buono. Il caff  una delle cose buone di questa citt. Sono stato un po' in giro, e credetemi, se c' una cosa che ho sempre rimpianto quando ero fuori  il caff del Gambrinus. Credo che la particolarit del suo aroma abbia inciso nella scelta di questo posto per incontrarvi. Peccato che voi non lo beviate.
Livia non intendeva accogliere la divagazione.
- Io bevo quello che voglio, Falco. E non devo rendere conto dei miei gusti a voi. Ora, per cortesia, volete rispondere alla mia domanda? Perch continuate a controllarmi?
- Mi dispiace. Mi dispiace che usiate questo tono, e soprattutto mi dispiace di dover essere proprio io a subire il vostro malanimo. Mi chiedete perch vi controlliamo ancora? Vi risponder -. Bevve un sorso d'acqua. - Noi, vedete, controlliamo molte persone. Sareste sorpresa di conoscerne il numero. E non si tratta sempre di persone in vista, o di sediziosi e sovversivi. Sono diversi i motivi per cui si decide di sorvegliare qualcuno. E sappiate, mia cara signora, che non  un compito facile, n divertente. Ci avvaliamo di una rete di informatori che non appartiene direttamente alla mia... struttura, anzi, direi che chi ci supporta nella sorveglianza  perlopi gente comune. Fornitori, ambulanti, perfino preti. Tutti sorvegliano tutti. E ci fanno rapporto. La parte pi complessa del nostro mestiere, signora, consiste proprio in una scrematura di questi rapporti, per evitare di prendere per serie segnalazioni che invece sono regolamenti di conti, vendette, invidie, gelosie o semplici maldicenze.
Livia era disgustata:
- Dio, che schifo  diventato questo paese. Mi vergogno quasi di appartenere a...
Falco alz la mano:
- Vi prego, signora. Non dite cose di cui poi io sia costretto a tenere memoria. Vi prego. E gi molto difficile cos.
L'uomo alla porta se ne stava appoggiato allo stipite, ostentando indifferenza. Falco riprese:
- Comunque il vostro caso  diverso, lo sapete. Non vi osserviamo, preferiamo usare questo termine, perch vi sospettiamo di attivit rilevanti, anche se devo dire che alcune vostre frequentazioni indirette, come vi  noto, ci dnno qualche preoccupazione. La nostra cura nei vostri confronti... Livia sbott:
- Cura, la chiamate?
-... dipende da altre questioni. Voi, signora, state molto, molto a cuore a qualcuno molto, molto importante a Roma. La cosa ci  stata segnalata fin dal vostro arrivo in citt, e siamo tuttora ritenuti responsabili di quello che vi accade o anche di quello che vi potrebbe accadere.
- Il che vuol dire che per liberarmi da questa ossessione basterebbe che facessi una telefonata a... a qualche mia amica? Sarebbe cos semplice?
- No, signora. Non sarebbe cos semplice. Non mi vedreste pi, certo; e non sapreste pi nulla n di me, n dei miei... colleghi. Ma, se possibile, la nostra osservazione diventerebbe ancora pi stretta. Per esempio, vi siete correttamente chiesta per quale motivo ci stiamo incontrando qui e non a casa vostra.
- E allora?
- Ho deciso cos proprio per cautelarvi da chi  preposto a tenere d'occhio il vostro appartamento, che non mi conosce e avrebbe potuto scambiarmi per qualcun altro.
Livia aveva voglia di ridere:
- Davvero? Cio, non vi conoscete nemmeno tra voi? Incredibile, bella dimostrazione di efficienza...
- No, signora. Vi sbagliate. La mancata conoscenza reciproca dei sorveglianti consente di verificare l'onest e la puntualit delle segnalazioni.
A questo punto lei rise davvero:
- Onest, dite! Che scelta di parola interessante, complimenti. Tagliamo corto, Falco, perch avete voluto vedermi?
- Come desiderate. Allora, avete deciso di dare una festa, giusto? Una festa importante, a cui parteciper molta gente. Ora...
Livia lo interruppe, sconcertata:
- Ma... ma come lo sapete? Ne ho parlato con pochissime persone! Quindi la mia cameriera, Clara...
Falco scosse il capo:
- No, no. La serva Fenizia Clara, di anni ventidue, non  in contatto con noi. Diciamo che gli ordini che avete fatto ai fornitori, qualche telefonata e un paio di incontri ci hanno messo sull'avviso. Devo chiedervi la lista degli invitati, signora. E necessario che l'abbiamo per predisporre le adeguate misure di sicurezza.
Livia scatt in piedi, le labbra strette dall'ira:
- Io non vi dar proprio niente, Falco. Niente! Sono una donna libera, fino a prova contraria, e in casa mia faccio quello che voglio con chi voglio.
Aveva alzato la voce; dall'esterno qualcuno volt la testa nella loro direzione. L'uomo sulla soglia fece un passo verso di loro, preoccupato, ma Falco lo ferm con un gesto, senza guardarlo.
- Sapete, signora, come tutte le donne davvero belle lo diventate anche di pi quando vi adirate. Sedetevi, vi prego, e ascoltatemi.
Livia si risedette a malincuore, le mani serrate a pugno nei guanti neri.
- Noi quella lista l'avremmo in ogni caso, lo capite, no? Solo ci costerebbe pi fatica e correremmo il rischio che sia incompleta. Voi, ne siamo certi, avete in mente di invitare persone molto importanti, per noi. E io non vorrei mai che aveste dei fastidi per questo. Ci possono essere... alcune incompatibilit fra i vostri ospiti. E noi intendiamo evitarvi eventuali disagi causati da incontri sgradevoli. Ecco il perch della mia richiesta.
Il tono accorato di Falco fece capire a Livia di essere stata inutilmente sgarbata e troppo aggressiva. La situazione politica era quella: inutile prendersela con chi, anche se in un modo strano, cercava solo di essere gentile. Magari a proprio rischio e pericolo.
- Scusatemi, Falco. Ho esagerato. Sapete, quest'idea della festa l'avevo accantonata, poi le cose sono cambiate e adesso mi pare una bella cosa presentarmi, e presentare chi mi sta a cuore, alla buona societ. Nell'occasione vorrei fare qualcosa che non faccio da molto tempo. Troppo tempo.
Falco non aveva mai mostrato emozioni nei loro sporadici incontri. Assomigliava a uno di quei maggiordomi che si vedevano nelle pellicole o erano descritti nei romanzi d'oltremanica, che non perdevano mai la flemma. Era sempre maniacalmente ordinato nei suoi anonimi abiti grigi di taglio antiquato, con i capelli radi ben pettinati, il cappello tra le mani. Per questo il cambiamento repentino dell'espressione e la forte emozione che trasparirono dal suo viso costituirono per Livia una sorpresa.
Falco aveva gli occhi luccicanti come quelli di un bambino che abbia appena ricevuto la promessa di un regalo. Allung la mano sul tavolo e la pos su quella guantata di Livia:
- Non me lo dite, signora! Canterete! Canterete di nuovo, finalmente!
Livia lo fiss attonita:
- S... io pensavo... ma che... perch fate cos, Falco? Non capisco.
Falco si riscosse, come riavendosi da un momento di incoscienza. Ritrasse la mano, si appoggi allo schienale e si guard attorno, confuso. L'uomo alla porta ostentava indifferenza, ma aveva le orecchie rosse.
- Scusatemi. Vi prego, signora, scusatemi. Vedete, io... insomma, il canto, la lirica, sono una mia debolezza. Ho avuto la fortuna, come gi vi dissi, di sentirvi in teatro, e da allora ho seguito la vostra carriera con attenzione. Posseggo le vostre cinque incisioni, varie riviste... e cos, quando abbiamo saputo che eravate in citt ho chiesto di potermi occupare di voi. E non ho resistito alla tentazione di incontrarvi di persona, anche se la cosa  fortemente sconsigliata nella nostra operativit. Mi sono sempre rammaricato della vostra decisione, affrettata se posso permettermi, di ritirarvi. Avete un dono, sapete. Un dono importante.
Livia non sapeva cosa pensare.
- Sapete, mio marito, finch era vivo... lui non gradiva che io cantassi, ecco.
Falco annu, serio.
- S, naturale. Forse anch'io, al suo posto, sarei stato geloso della vostra bravura. Pure se lui stesso era un genio.
- S, be'... insomma ho pensato di poter cantare ancora, almeno tra amici. Magari una canzone, una sola. E di un autore della citt. Mi pare giusto.
- Sarete splendida, signora. Splendida. Avevo il compito di dissuadervi dal dare questa festa. Il momento  difficile, sapete, le prossime elezioni in Germania... Avremo un po' di lavoro in pi. Ma se canterete, allora tutto cambia. Far in modo di esserci, e vi prometto che non mi vedrete. Ma io ci sar. Sentirvi cantare di nuovo  un'esperienza che non voglio perdermi per nulla al mondo.
Livia non pot fare a meno di sentirsi lusingata da tanta ammirazione da parte di un uomo che, sospettava, non usava concederne con facilit.
- Vi ringrazio, Falco. E sar bello sapere che ci siete anche voi, da qualche parte. La festa sar in maschera, con tema il mare. Vi far avere la lista, naturalmente. Molti degli invitati, del resto, potete prevederli: la buona societ  un circolo abbastanza chiuso, qui. Aggiunger qualcuno, giusto per ricambiare delle gentilezze. Per esempio pensavo a Garzo, il vicequestore, che  sempre cos cortese con me e qualche volta consente a Ricciardi di accompagnarmi a teatro, liberandolo dal servizio.
- Certo, capisco. E con l'occasione volevo dirvi che mi dispiace per la signora, la governante del commissario. Non  facile quando qualcuno a cui si  tanto affezionati...
Livia si alz di scatto:
- Rosa, dite? Che cosa  successo? Non ne so nulla!
Falco si alz a sua volta:
- Ma come, non ve l'ha detto? Credevo... La signora si  sentita male ieri ed  stata portata all'ospedale dei Pellegrini, dove l'ha presa in cura il dottor Modo, che voi, purtroppo, ben conoscete. E in condizioni piuttosto gravi, a quanto mi dicono.
- E lui? Lui sar con lei, all'ospedale. E l'unica persona cara che ha. Devo raggiungerlo, devo... devo andare da lui, subito!
L'uomo assunse un'aria costernata:
- Signora, vi prego. Non  necessario. Vi ho gi detto in diverse occasioni che il dottore... per carit, un uomo valido e un professionista straordinario, ma le sue idee politiche... potrebbe darvi problemi seri, a voi e al vostro commissario. Vi devo raccomandare...
Livia aveva gi afferrato la borsa. Gli si rivolse con freddezza:
- Falco, vi prego, non perdete tempo a dirmi sempre le stesse cose. Mi scuserete se ora ho un impegno. Buonasera.
E se ne and a passo svelto.

42.

A mezzanotte Ricciardi and ad ascoltare il Fatto.
Era una cosa che non faceva pi da anni. Una volta, al tempo in cui aveva deciso di diventare poliziotto, lo riteneva importante. Il Fatto, nell'ora in cui era accaduto, era pi forte e diretto. Raccontava con chiarezza il sentimento del morto, quasi fosse amplificato.
Poi si era accorto che troppo spesso il pensiero che gli arrivava sul dorso dell'anima come una frustata era un vano dolore; che lo sviava e lo distraeva pi di quanto gli fosse utile a dipanare la matassa.
Era stato il Fatto a spingerlo verso la sua professione. Percepire la sofferenza di un modo violento di lasciare la vita, avere la cognizione dell'assurdit della morte non naturale era stato un elemento cogente, aveva reso irrinunciabile l'idea di poter rimettere, se non altro a posteriori, le cose in ordine. Inoltre Ricciardi non aveva il carattere e lo spirito per ciondolare tra caff e teatri sperperando il patrimonio di famiglia con una laurea attaccata al muro.
Adesso, per, aveva sentito la necessit di ascoltare il professore sul selciato del vialetto del policlinico, dov'era atterrato tre giorni prima, allo stesso orario in cui il delitto si era presumibilmente consumato.
Dopo che Nelide era tornata da casa, dov'era andata a cambiarsi, Modo lo aveva cacciato dalla stanza di Rosa. Trafelata e col viso segnato da un dolore sincero, nel tardo pomeriggio era passata anche Livia. Lui le aveva chiesto come avesse saputo, ma la donna era stata vaga, accennando a una visita in questura. Ricciardi l'aveva rassicurata e aveva fatto in maniera che andasse via presto: per qualche strana ragione, gli era sembrata fuori posto, in una stanza d'ospedale con Rosa nel letto. Si era anche chiesto, con una punta di malinconia, come avrebbe accolto Enrica. Ma lei non era venuta. Chiss dov'era.
Invece che verso casa, i piedi l'avevano portato al policlinico. Era stanco, e ne era consapevole; ma la stanchezza era un territorio fertile per il Fatto. Quand'era stanco le difese istintive venivano meno, e il suo orecchio speciale, quello che ascoltava i morti, si faceva pi attento.
Si present al custode notturno, che lo fece passare senza difficolt e senza nemmeno alzarsi dalla sedia dove sonnecchiava. Percorse il viale, fiancheggiato dalle minacciose sagome scure degli alberi, fino al punto dove c'era ancora la macchia scura a terra. Il sangue del professore.
Se anche non avesse ricordato il luogo preciso, lo avrebbe trovato lo stesso. La figura di Iovine, la schiena spezzata, il cranio fratturato, la piccola cascata rossa che gli calava sul viso come lava da un vulcano in eruzione, si par davanti a lui, traslucida nella notte, visibile al suo cuore come illuminata da un faro.

Sisinella e l'amore, l'amore e Sisinella, Sisinella e l'amore, l'amore e Sisinella. Una litania mormorata. Ricordava le parole, ma voleva carpirne la tinta, la sfumatura.
Alz lo sguardo verso la finestra dell'ufficio. Era buia e molto in alto, a pi di venti metri. Quanto ci hai messo, professore? Calcol velocemente: almeno un paio di secondi. Il tempo per portare il pensiero da una cosa all'altra.
Fiss l'immagine. L'amore. Ti  venuto in mente l'amore. E l'amore che  salito a galla. Non  detto che sia collegato a chi ti ha scagliato di sotto, per vendetta, per calcolo, per interesse o per un rimpianto. Ma l'amore ti ha chiuso gli occhi. L'amore per una ragazza che poteva essere tua figlia, e che ti ha regalato attimi di illusoria felicit.
Rest un poco a vegliare il fantasma, poi si avvi verso casa. Avrebbe cercato di dormire qualche ora, sarebbe passato in ospedale da Rosa e dopo avrebbe riprovato a mettere a posto le cose. Perch la morte arriva troppo presto anche da sola, pens. Non  giusto destarla con tanto anticipo.
Non  giusto.
Pap caro,
si avvicina la festa del Carmine e il mio pensiero viene a voi con maggiore tenerezza. Ogni anno ci avete portato a guardare l'incendio del campanile, e prima il lancio dei palloni, i fuochi d'artificio, i balconi addobbati. Sento ancora il sapore delle nocciole, dei gelati che ci compravate e le grida di felicit dei fratelli. Ci penso con gioia e con un po' di nostalgia.
Qui alla colonia la vita continua come al solito. Le bambine hanno abbracciato il compito della realizzazione del pannello ricamato per la festa di Sant'Anna (vi ricordate, pap caro? Ve ne scrissi in una delle lettere precedenti), e abbiamo fondate speranze di fare in tempo. I maschietti procedono nella costruzione della struttura in legno, anche se a me sembra che siano indietro. Carla, la mia collega,  sicura che ci riusciranno. Speriamo.
Devo dirvi, pap caro, che i miei rapporti con Carla si sono un po' incrinati, e non certo per colpa mia. Non ne abbiamo parlato, ma credo che la cosa sia dovuta al fatto che Manfred, l'ufficiale tedesco di cui vi ho scritto, manifesta un'evidente preferenza per me. Non saprei spiegarvi il motivo, dato che Carla civetta con lui in modo esplicito e io, al contrario, sono pure pi dura e scostante del necessario, proprio perch non vorrei che la mia collega mi accusasse di avere interesse per lui; ma Manfred mi cerca con insistenza, non perde occasione per rivolgersi a me, e ho perfino l'impressione che crei le circostanze per incontrarmi. Ieri, per esempio, me lo sono trovato davanti quando sono uscita prima di cena a prendere un po' d'aria in pineta.
Non temete, pap caro,  rispettoso e molto, educato. Ha il savoir faire dei militari e dei tedeschi, e sono certa che non avrebbe mai comportamenti offensivi nei miei confronti; ma mi imbarazza, e molto, la luce che vedo nel suo sguardo quando mi si rivolge.
In una conversazione che abbiamo avuto in spiaggia, durante una pausa del suo lavoro di pittore (non mi consente di vedere il quadro che sta dipingendo!), mi ha raccontato della sua vita. Poverino,  rimasto vedovo anni fa per un'improvvisa malattia della moglie; non sono riusciti neanche a capire cosa l'abbia uccisa. Elsa, si chiamava. Il suo viso ha assunto un'espressione di profonda tristezza quando ne ha pronunciato il nome;  chiaro che ha il cuore segnato dalla perdita. Mi ha detto che da allora non ha pi saputo immaginarsi come un padre di famiglia, e che credeva sarebbe rimasto solo per il resto della vita. Poi, fissandomi, ha aggiunto che era quello che pensava fino a prima del soggiorno sull'isola.
Ho trovato una scusa e sono scappata via, pap caro. Voi sapete quanto il mio cuore sia ferito, e quanto, ancora, nella notte io riveda lo sguardo di cui vi ho detto. Non sono pronta, e non lo sar per molto tempo, a parlare di certi argomenti con altre persone.
Per devo dirvi una cosa, e solo a voi, pap. Vi ricordate che un anno fa la mamma si mise in testa di farmi fidanzare con Sebastiano, l'orribile figlio dei signori Fiore? Ricordate che faceva in modo che ci trovassimo sempre da soli, quando ci venivano a trovare la sera a casa? E ricordate quanto vi chiedessi aiuto per evitarlo? Era un supplizio anche soltanto averlo vicino.
Ecco, stavolta, pap caro, vi confesso che una parte di me si sente lusingata dalle attenzioni di Manfred; e di certo non mi pesa ritrovarmi da sola con lui, anche se mi dispiace per Carla. Del resto, nessuno pu dire che io lo abbia incoraggiato o lo incoraggi.
Il mio cuore ha un proprietario, per. E forse non  giusto costringersi a pensare a qualcun altro per dimenticarlo. D'amore non so molto, anzi, quasi nulla, ma credo che la regola del chiodo che ne scaccia un altro non valga.
Prima che scappassi via con una scusa, Manfred mi ha chiesto di dargli l'occasione di parlarmi in maniera meno casuale. Avrebbe qualcosa da dirmi. Non ho risposto nulla e sono terrorizzata dal fatto che possa chiedermelo di nuovo.
La sera, dopo cena, guardo il mare. E al di l del mare, nelle luci tremolanti della citt lontana, vedo due occhi verdi fissi su di me. Se solo il mio cuore, il mio piccolo maledetto cuore, non percepisse cos forte che lui pensa ancora a me, forse mi sentirei libera di guardare avanti.
Vi abbraccio con tenerezza, pap caro. Non potete immaginare quanto mi conforti potervi scrivere di queste mie pene.
Vostra, Enrica.

43.

Stavolta non furono sorpresi di ritrovarsi insieme molto presto. Ormai era chiaro sia a Ricciardi sia a Maione che in quello strano, tortuoso periodo stavano meglio al lavoro che a casa, anche se il commissario non capiva perch il brigadiere avesse avuto un cambiamento cos repentino dell'umore.
Pianificarono la giornata: Ricciardi voleva che la questura fosse in grado di localizzarli con precisione nel caso arrivassero notizie dall'ospedale. Sarebbero andati a parlare con Graziani Giuseppe, detto Peppino il Lupo; poi, se l'orario lo avesse consentito, sarebbero passati dalla moglie del professore.
Non ebbero bisogno di dirsi nulla in merito alle difficolt del primo appuntamento; il Lupo, nonostante la giovane et, era un uomo di potere e si comportava secondo un codice difficile da comprendere all'esterno del suo mondo. Avrebbero dovuto essere cauti ma determinati, muovendosi lungo una sottile linea di confine: di qua non sarebbero riusciti a sapere nulla, di l avrebbero rischiato l'incolumit. Erano frequenti gli episodi di violenza verso i poliziotti che si permettevano di invadere un territorio governato da forze che non erano quelle dello stato.
Mentre si preparavano a uscire, si affacci nell'ufficio di Ricciardi nientemeno che Garzo.

Era raro che il vicequestore si recasse nell'ufficio dei sottoposti. Riteneva una prerogativa della sua funzione riceverli nel proprio, dietro la monumentale scrivania in mogano, introdotti da Ponte, l'usciere che aveva trasformato in assistente personale nonostante gli organici ufficiali non prevedessero tale incarico.
Fu perci enorme la sorpresa di Ricciardi e Maione nel veder sbucare sulla soglia il suo faccione sorridente, con i baffetti curati, le guance perfettamente rasate, i capelli castani ben pettinati e i lunghi favoriti brizzolati. Sorprendente era anche l'orario: Garzo non si presentava mai in questura cos presto, fedele al principio che le persone importanti possono permettersi di giungere tardi.
Commissario e brigadiere condividevano l'opinione sul vicequestore: un ottuso burocrate arrivista, incapace della minima intuizione ma abile nella diplomazia, debole con i forti e forte con i deboli, terrorizzato di essere messo in cattiva luce coi superiori. E siccome accadeva spesso che l'attivit di polizia portasse a pestare piedi scomodi, pi di una volta c'erano stati attriti tra loro.
Ma quel giorno Garzo sorrideva, e la cosa diede i brividi a Maione. Temere sempre il diavolo, ancora di pi quando ti accarezza, pens il brigadiere.
- Ah, caro Ricciardi, lo sapevo che vi avrei trovato gi qui. Sempre indefesso e dedito al lavoro, vero? E pure il bravo Maione, bene, bene. Come va? Che si dice, in mezzo ai delinquenti?
Ricciardi e Maione si scambiarono uno sguardo. La situazione doveva essere davvero grave.
- Buongiorno, dottore. Stiamo seguendo il caso del professor Iovine del Castello, avrete sentito, che  stato buttato da una finestra del policlinico...
Garzo agit la mano nell'aria.
- Gi, gi, lo so. Poverino. D'altra parte era un parvenu, uno tenuto fuori dai salotti perch non si riusciva a capire da dove venisse. Anche politicamente rimaneva nella zona d'ombra, senza mai prendere posizione. E invece oggi, caro Ricciardi,  il momento di venire allo scoperto, di guardare in faccia l'avvenire. Lo dice il Duce, e lo dice la Storia.
Maione tossicchi:
- Commissa', vi ricordo che dobbiamo andare, se vogliamo trovare quel sospettato per interrogarlo.
Garzo si accomod davanti alla scrivania di Ricciardi:
- Ah, benissimo! Abbiamo gi dei sospettati! E splendido poter contare su gente come voi, solerte e puntuale, per tenere la citt pulita e funzionante com', e come deve rimanere. Non  un caso che da Roma ci arrivino in continuazione encomi e riconoscimenti.
Il commissario aveva poche ore di sonno e un'enorme preoccupazione sulle spalle. Non era in grado di fare salotto con Garzo, n di sopportarne i proclami politici.
- Dottore, che possiamo fare per voi? Abbiamo un programma piuttosto intenso per la mattinata e...
- Giusto, giusto. Il lavoro prima di tutto. E noi, che abbiamo la nostra guerra quotidiana da combattere, che siamo in prima linea, non dobbiamo dimenticarlo mai: lo dico sempre anche a mia moglie, che non lo vuole capire. Allora, Ricciardi, veniamo al dunque. Mi giunge sulla scrivania un rapporto riservato. Da questo rapporto si evince che  in corso di organizzazione un ricevimento al quale si prevede la partecipazione, oltre che delle maggiori autorit cittadine, anche di alcune personalit da Roma. Personalit, capite, Ricciardi? C' scritto proprio: "personalit".
Tacque, gli occhi scintillanti come se si aspettasse una qualche reazione, ma Ricciardi rimase impassibile, aspettando il seguito. Maione toss di nuovo, strisciando lo scarpone in terra; non sapeva se ridere o piangere.
- Chiedo scusa, dottore, - disse il commissario, - proprio non vedo come potrei essere utile io per questa cosa. Non...
Garzo proruppe:
- Ricciardi, non capite? A questo ricevimento potrebbe addirittura intervenire... non oso nemmeno dirlo... qualcuno della famiglia del Duce! Il linguaggio di certi rapporti, vedete,  comprensibile solo leggendo fra le righe: se c' scritto "personalit", e non, per esempio, "autorit" o "figure istituzionali", significa personaggi di assoluta rilevanza. Non c' nessuno pi importante delle "personalit". Vi rendete conto?
- S, dottore, mi rendo conto. Personalit. Sono certo che saremo in grado di organizzare un adeguato servizio di sicurezza, mi accorder con i colleghi che...
Garzo balz in piedi, esaltato:
- No, no, che dite? Voi non sarete incaricato della sicurezza, ci mancherebbe altro! Voi quella sera sarete libero. Potrete dedicarvi con pienezza a ricevere queste "personalit", e non solo. Perch la festa, caro Ricciardi, si terr a casa della vostra amica Livia Lucani, la vedova Vezzi. Non ditemi che non lo sapete gi!
Ricciardi corrug la fronte, ricordando quello che Livia gli aveva detto tre giorni prima. Sembrava passata una vita, da allora.
- S, s, credo di ricordare che me ne abbia parlato. Ma io...
Garzo rise, sgangheratamente:
- Crede di ricordare, dice! Ma se sar l'evento pi importante dell'estate! Ricciardi, fuori dai denti: sappiamo tutti quanto stiate a cuore alla vedova Vezzi... e per inciso non mi spiego il perch,  una donna che potrebbe avere chiunque senza alcuno sforzo; sapeste quanto sono livide mia moglie e le sue amiche quando spettegolano su di lei. In ogni caso, io pretendo, e sottolineo "pretendo", di essere invitato. Conto su di voi. E un'occasione irrinunciabile per me. E dato il rapporto che ci unisce, oserei dire di profonda amicizia e di stima reciproca, credo di avere il diritto di attendermi una vostra buona parola.
Ricciardi avrebbe detto qualsiasi cosa, pur di porre fine a quella conversazione.
- Dottore, vi prometto che mi adoperer per voi con Livia appena avr occasione di rivederla. Ora per sono molto assorbito dall'indagine e da alcune questioni di carattere personale, quindi...
Garzo si avvi verso la porta, soddisfatto:
- Capisco, capisco. Quindi mi raccomando, Ricciardi: aspetto l'invito della signora. E vi assicuro che la mia considerazione nei vostri confronti non potr che aumentare, con queste meravigliose frequentazioni che avete. Ah, la giovent! Avessi io la vostra libert! Andate, andate. E fatemi sapere dell'indagine, naturalmente. Il lavoro, prima di tutto!
E usc canticchiando.

44.

Dagli archivi della memoria di Antonelli era emerso un indirizzo: vicolo Santa Croce al Purgatorio. Si trovava a ridosso della piazza del Mercato, a pochi metri da quella del Carmine.
Avanzando lungo stradine anguste e slarghi improvvisi, Ricciardi e Maione ebbero l'impressione di addentrarsi, metro dopo metro, all'interno di un organismo vivente, in direzione del cuore. Il quartiere Pendino aveva infatti cominciato a vivere la settimana pi importante dell'intero anno, quella che culminava nella festa della Madonna Bruna.
Non era una delle innumerevoli feste di quartiere, e non coinvolgeva soltanto la gente del posto: la Madonna del Carmine era una figura centrale nella tradizione della citt, e veniva invocata di continuo dai fedeli sia nelle richieste di aiuto sia come interiezione nelle conversazioni. Di fronte a un evento tragico o terribile, a un'emozione collettiva, uomini, donne e bambini si segnavano mormorando il nome della Signora Bruna.
L'icona era cos nominata per la colorazione scura dell'incarnato della Madonna e del Bambino, tenuto fra le braccia con tenerezza. Sul viso, appena malinconico, si legge il presagio del futuro dolore; le guance e le labbra si sfiorano. Una madre, un figlio. Un'unione perfetta ed eterna che da sempre aveva richiamato all'amore la gente di quella citt meravigliosa e disgraziata.
La festa partiva con la processione dell'ultima domenica di maggio, in cui Mamma Schiavona, come la chiamava il popolino, attraversava il quartiere scortata dalle massime autorit. Dopodich iniziavano i preparativi degli eventi che avrebbero avuto luogo il 15 e il 16 di luglio.
La frenesia dell'attesa era percepibile anche solo camminando per strada. Gli aspetti pagani e quelli religiosi si intrecciavano pi di sempre, coinvolgendo chiunque abitasse nel quartiere o fosse di passaggio. Si stavano preparando abiti e pannelli recanti l'immagine della Madonna con una stella d'oro sulla spalla, palloni da liberare in cielo per le tre sere della festa, luminarie ad arco sulla via che portava alla chiesa; e l'abbellimento dei balconi, delle terrazze, delle finestre e delle pi semplici aperture che davano sulla piazza, un tripudio di festoni e fiori; e ancora le mille bancarelle che avrebbero venduto quintali di merce alla citt intera, che sarebbe affluita l: Maione comprese che la loro presenza non era passata inosservata. Il suo occhio allenato aveva distinto sguardi che duravano un attimo di troppo, una vecchia che spostava una sedia facendo rumore, un bambino che si metteva a correre, un uomo che emetteva un fischio. Insieme a loro si muoveva un'onda invisibile fatta di apparente noncuranza e di massima attenzione.
Ricciardi non dava segno di essersi accorto di nulla. Teneva le mani in tasca e guardava in basso.
Attorno a lui i vivi e i morti turbinavano nelle due esistenze, diverse e inconsapevoli l'una dell'altra, mormorando, parlando e urlando le loro sofferenze e le loro allegrie. Il commissario cercava di distogliere il pensiero da tutto questo e da Rosa, dal sonno innaturale di lei, chiedendosi cosa avrebbe potuto fare e finendo sempre con il rispondersi: niente. E provava a concentrarsi sul delitto sul quale stavano indagando, perch il professore avrebbe avuto pieno diritto alla sua cura, perch chi aveva interrotto la sua vita doveva pagare. Perch avrebbe dovuto, il professore, poter morire nel proprio letto. Come il dottor Ruspo. E come la sua Rosa.
Capirono di essere arrivati a destinazione quando si apr davanti a loro un vicolo vuoto, un'oasi di silenzio nel mare in tempesta che era il quartiere.
Un giovanotto, che fumava appoggiato al muro, gett la sigaretta, rivolse uno sguardo sfrontato a Maione e si allontan. Due piani pi su, un'imposta si richiuse con un rumore secco, mentre una donna prese a cantare da un balcone.
Seduta all'esterno di un basso c'era una vecchia che pelava patate. Alz gli occhi sui poliziotti e chiese, in dialetto stretto, se stavano cercando qualcuno. Dall'espressione, Maione cap che la sua risposta era pressoch inutile.
- Buongiorno, signo'. S, stiamo cercando Graziani Giuseppe. Lo conoscete?
La vecchia lo fiss, come se non capisse la lingua del brigadiere. Poi chiam ad alta voce:
- Tanino!
Un bambino seminudo usc di corsa da un androne. Poteva avere non pi di sette, otto anni. Era scalzo, con molti segni di sbucciature sulle gambe e sulle braccia, secche come stecchi. Si ferm nei pressi dei due uomini, diede loro le spalle e rientr nel palazzo dal quale era venuto fuori. Sulla soglia si volt per vedere se lo seguivano. Poi indic col mento una rampa di scale. Ricciardi e Maione la imboccarono.
Al primo piano, davanti a una porta, due giovani in camiciotto e berretto li fissarono ostili, senza un cenno di saluto. Maione sostenne lo sguardo e chiese:
- Sta di l?
Il pi anziano accenn di s col capo.
Maione si volt verso Ricciardi:
- Prego, commissa'. A quanto pare siamo attesi.
Entrarono in un appartamento pulito e ordinato, arredato sobriamente. Dalle imposte semichiuse filtrava la luce del sole. Il caldo era soffocante. Venne loro incontro una donna anziana vestita di nero:
- A chi cercate? Qua nessuno ha fatto niente, siamo gente onesta.
Maione la fronteggi a muso duro:
- Scusate, signo', ma qualcuno ha detto che siamo venuti perch non siete gente onesta? 'Sto maledetto vizio di pensare che la pubblica sicurezza  un nemico, quando ce lo vogliamo togliere in questa citt?
Una voce profonda giunse dalle loro spalle:
- Evidentemente, brigadie', se la gente si comporta cos un motivo lo deve pure tenere. O siamo tutti pazzi, che dite?
Si girarono e si trovarono di fronte un uomo molto alto, dal fisico atletico, vestito con una camicia bianca, un panciotto e un paio di pantaloni scuri. Al braccio portava una fascia nera, in segno di lutto. Era spettinato e aveva la barba lunga, gli occhi cerchiati e un'espressione dura, da vecchio: ma non doveva avere nemmeno trent'anni.
Maione si tocc la visiera, senza cambiare tono:
- Voi siete Graziani Giuseppe,  cos?
L'uomo, appoggiato a braccia conserte allo stipite della porta, annu. Era davvero enorme, con robusti avambracci resi muscolosi dal duro lavoro. Sembrava disinteressato alla presenza in casa sua dei due poliziotti. Disse alla donna:
- State senza pensiero, mamm. Andate a vedere se si  svegliata la creatura. Prima mi pareva che si agitava un poco.
La vecchia, a malincuore, si allontan.
Graziani fece un cenno col capo, invitandoli a seguirlo in una stanza dove c'erano delle sedie e un tavolo; contro una parete, una specchiera coperta da un panno nero. Sopra una credenza bassa c'era una fotografia incorniciata in cui lo stesso uomo appariva in piedi, palesemente a disagio in giacca e cravatta, con una bellissima ragazza in abito nuziale seduta davanti. Entrambi avevano l'aria compunta, come usava quando ci si metteva in posa per essere ritratti, ma lei teneva la mano di lui con le dita intrecciate alle proprie, in un gesto pieno di tenerezza.
Maione disse:
- Sono il brigadiere Maione, e lui  il...
L'uomo lo interruppe:
- S, s. Lo so chi siete voi, e voi sapete chi sono io. E so pure perch siete venuti. La risposta : no, non l'ho ammazzato io a chill'omm' 'e mmerda del professore Iovine. Non ho fatto in tempo, perch ci ha pensato qualcuno prima di me. Maione rise:
- E bravo il signor Peppino il Lupo. Vi chiamano cos, vero? Bravo. Siccome siete cos in gamba e ci dite quello che dobbiamo sapere, scusateci tanto per il disturbo, mo' subito ce ne andiamo. Se ci mandavate un biglietto, dicendo che non eravate stato voi, ci risparmiavamo pure la passeggiata, con questo caldo.
- Io vi dico le cose come stanno. Poi, se volete consumare il tempo facendovi una camminata per la citt, io non ve lo posso impedire.
Maione rugg:
- Grazia', voi fate troppo lo spiritoso. Mi fate venire voglia di farvele in questura, un po' di domande. Che dite, ve la volete fare voi una passeggiata? Cos passate in mezzo alla gente vostra con un bel paio di braccialetti di ferro.
Ricciardi cap che cos non si arrivava a niente. Decise di intervenire:
- Sentite, Graziani: mi dispiace per la vostra perdita. Abbiamo saputo com' andata, e capisco il dolore che...
Peppino sibil:
- Voi non sapete niente, commissa'. Non sapete com' andata, non capite il dolore. Non sapete niente e niente potete sapere. Maione disse:
- Ne', Grazia', vi avverto: se non rispondete correttamente al commissario, io...
- Voi che fate, brigadie'? Che fate? Lo capite che, se non volevo che arrivavate fino a qua, non ci arrivavate mai, vero? Che potevate sparire cento volte, lungo la strada, voi e il commissario vostro, qua, e nessuno avrebbe saputo mai pi niente di che fine avevate fatto? Quindi, fatemi il favore e fatelo a voi stesso: non mi minacciate. Non qui, in casa mia. Va bene? Ci siamo capiti? - Poi si rivolse a Ricciardi: - Commissa', non vi volevo provocare. Dicevo la verit. Voi non potete sapere, perch non vi hanno detto le cose come sono andate in realt.
Ricciardi disse:
- Allora perch non me le raccontate voi?
- E voi a chi credereste, commissa'?
- Graziani, voi mi sembrate un ragazzo intelligente. Se avessimo deciso prima di non credervi, venivamo qua a parlarvi nella vostra tana? Non sarebbe stato pi facile convocarvi in questura, o meglio ancora, mettervi direttamente sotto processo?
Peppino parve divertito:
- La tana del Lupo. E bravo, commissa'. Mi avete convinto. Che volete sapere?
- Tutto, vogliamo sapere. I vostri rapporti col professore Iovine. Perch e quando avete giurato di ucciderlo. E perch avete detto di non avere fatto in tempo.

45.

Chi lo sa se voi volete bene a qualcuno, commissa'. Se siete felice solo se questa persona sta vicino a voi e respirate l'aria che respira lei. Chi lo sa se avete mai sentito il cuore che vi scoppiava in petto per la gioia e se conoscete il colore della disperazione, quella che vi fa pensare di essere morto e di stare all'inferno, e invece state ancora qui.
Io sono orfano di padre dacch ero piccolo, sapete. Mio padre se l' preso il mare. Siamo rimasti io e mamm, l'avete vista,  una tigre che difende il cucciolo, pure se io mo' sono tre volte a lei. E cos faceva anche quando ero bambino, mi ha portato avanti con le unghie e coi denti. Le strade nostre sono come la foresta, commissa'. I deboli non campano, i forti s. Io e mamm eravamo forti, e siamo sopravvissuti.
Se uno non tiene che mangiare, se non tiene come vestirsi e si litiga un pezzo di pane vecchio coi cani, non ha tempo per la felicit. La felicit non sa nemmeno che esiste. Io, fino a dodici anni, pensavo solo ad arrivare al giorno dopo. Poi ho incontrato Rosinella mia.
Voi siete sposato, commissa'? No? E voi, brigadie'? Allora voi s, lo sapete quello che dico. Cambia tutto. Quando ho incontrato a Rosinella mia
ho capito che volevo vivere. Non sopravvivere: vivere. Volevo una casa, dei figli, un futuro. Mi ha cambiato l'anima, Rosinella mia. L'ho conosciuta e ho capito che cos'era il sole, che cosa significava ridere e perch valeva la pena aprire gli occhi la mattina.
Lei era la donna mia, commissa'. Pure quando eravamo bambini, era la donna mia. Siamo nati insieme, quindi era giusto che morivamo insieme, vi pare?
Lo so che non  possibile decidere quanti anni deve durare la vita, non sono pazzo. Lo so. E lo capisco che si pu morire prima del tempo. Campo per strada, faccio il commercio: una coltellata, un colpo di fucile, una ruota di carrozza stanno dietro l'angolo. Perci mi organizzo. Tutto qua, brigadie', io mi organizzo. L'unica differenza tra me e questi ragazzi che vedete qua fuori, o quelli che avete incontrato lungo la strada,  che io mi organizzo. Penso a quello che pu succedere e mi preparo. Esamino le ipotesi, le possibilit. E mi organizzo.
Perci mi chiamano il Lupo. Perch sto bene da solo, non ho bisogno di mettermi all'angolo di una via a giocare a carte, a perdere tempo o a ubriacarmi con gli amici. Io sono uno che pensa, pensa. Ero cos pure da piccolo. Uno che pensa.
Il Lupo, lo sapete, sta solo finch non trova una compagna. E Rosinella era la compagna della vita mia. Una sola ne pu avere, uno come me, e se la perde non ne va a cercare un'altra.
Quando ha cominciato ad avere dei dolori strani ho pensato a tutte le possibilit. Mamm, la mamma sua e le altre donne del quartiere mi dicevano
di stare tranquillo, che era normale, al primo figlio succede. Io per mi organizzo, ve l'ho detto. E mi sono fatto indicare il miglior dottore che esiste per le femmine che devono partorire. Il migliore.
Mi vedete, sono grosso. Lo sono sempre stato: pure mio padre lo era. La gente pensa che quelli grossi sono fessi, chiss perch. Ma questo fatto di essere grosso l'ho sfruttato bene, all'inizio. Poi ho usato la testa. Aiuto la gente, commissa', fare male  inutile. Se ti rispettano solo per paura, prima o poi uno che non ha paura lo trovi, e ti trovi pure un coltello nella schiena. Invece se la gente ti rispetta perch sei uno giusto, e se l'aiuti senza chiedere niente in cambio, allora te la trovi al fianco.
In pochi anni, da quando Rosinella e io abbiamo deciso di sposarci e di avere dei figli, ho messo insieme le cose, ho organizzato il commercio. Ci siamo arricchiti e si sono arricchiti quelli che lavoravano con me. Certo, ogni tanto qualche ostacolo lo abbiamo incontrato e abbiamo dovuto occuparcene; come si dice, sono i rischi del mestiere. Ma il dottore bravo, bravissimo, ce lo potevamo permettere.
All'inizio non voleva, diceva che non teneva tempo. Forse gli sembrava che non lo potevamo pagare. Allora gli ho mostrato i soldi, gli ho dato un bell'anticipo e ha cambiato subito modo di fare. Diceva che Rosinella mia aveva qualche problema; usava paroloni che non capivamo bene. Ma io pagavo e lui sorrideva e mi diceva: non vi preoccupate, Grazia', tutto andr bene.
Tutto andr bene.
E solo una questione di soldi, sapete, commissa'? La differenza, alla fine,  quella. Sono giovane, ma l'ho capito presto. Ho preso le informazioni mie prima di mettere Rosinella in mano a quello l. Era bravo, mi avevano assicurato; d'altra parte, se uno insegna all'universit, dev'essere bravo per forza, no? Il professore degli altri medici. Il pi preparato, il migliore, appunto. Solo che costava, costava assai. Era una questione, di soldi, e io gliene davo quanti ne voleva.
Aveva detto ai colleghi suoi, l'aveva detto davanti a noi: la signora Graziani  una paziente mia. La devo vedere io e io solo. Perch io, i soldi, a lui li davo, e lui mica poteva lasciarmi capire che era lo stesso se la seguiva un altro, uno qualsiasi. Perci se capitava, ed  capitato una o due volte, che non lo trovavamo, ci facevano aspettare: ha detto il professore che la signora vostra la deve vedere lui e solo lui.
Quella notte che  cominciato a uscire il sangue e non era ancora il tempo preciso di Rosinella, siamo scappati in ospedale. Le infermiere si guardavano e rimanevano zitte. Era lui di turno ma non ci stava, e nessuno sapeva dov'era. Il custode ha detto che non c'era neppure la macchina. Ho chiesto all'altro dottore, un ragazzino che non capiva niente, e lui mi ha risposto: il professore le sue pazienti le vede solo lui. Allora l'ho preso per il bavero, l'ho alzato da terra fino a tenere gli occhi negli occhi, e gli ho spiegato: e mo' sei tu, il professore. La guardi tu, a mia moglie.
Intanto avevo mandato i miei in giro per la citt, per trovare dove stava chill' omm' 'e mmerda. Sono andati a casa sua, hanno svegliato alla moglie dal sonno, e lui non c'era. Sono andati a vedere dovunque, e lui non c'era. E i minuti passavano, e sono diventati ore. Alla fine  arrivata la notizia dal Vomero che ci stava la macchina sua ferma sotto a una palazzina nuova. Teneva una macchina particolare, bella, costosa. Ve l'ho detto,  una questione di soldi.
Quando l'hanno portato, con la camicia abbottonata male, la cravatta slacciata, due dei miei che lo tenevano ognuno per un braccio, Rosinella era bianca bianca e non mi rispondeva pi. Il dottorino non aveva capito niente, piangeva: professore, professore, l'emorragia era troppo vasta, diceva. Lui si  chiuso dentro con Rosinella. Poi si  sentito un rumore.
Era la bambina che piangeva.
E uscito con un'infermiera che la teneva in braccio, la teneva come uno scudo. Non aveva la forza di guardarmi in faccia, lui. Tremava:
Mia madre ha preso la bambina. Ci sono voluti, tra quelli dell'ospedale e i miei, sette persone per togliermelo dalle mani. Sette.
Ho giurato, s. Ho giurato che avrei visto il colore del suo sangue, che gli avrei dato la morte con le mani mie, come lui l'aveva data a me, perch invece di stare dove doveva stare era con la puttana sua al Vomero. Mentre Rosinella moriva.
L'ho giurato su Mamma Schiavona, la Madonna nostra. Lo sapete, commissa'? E la protettrice delle anime purganti, di quelli che si devono salvare perch sono dannati. E io, quant' vero che sabato  la festa sua, ero il pi dannato di tutti.
La bambina, per due giorni, non l'ho voluta guardare. Pensavo che alla fine l'aveva ammazzata lei, a Rosinella. E mi sono chiuso nella stanza
mia. Il Lupo cos fa, sapete, se  ferito a morte si nasconde. Non si fa vedere, se sta morendo.
Poi sono uscito, e lei stava in braccio a mia madre e piangeva, piangeva. Non finiva di piangere. Mi sono avvicinato, l'ho toccata e non ha pianto pi. Da quel momento, ogni volta che mi avvicino io, non piange pi.
Ed  tale e quale alla mamma, sapete, commissa'. Proprio tale e quale.
Ma io avevo giurato. E quando uno come me giura, commissa', lo deve mantenere il giuramento.
Ho pensato: aspetto qualche giorno. Meglio che non mi muovo, se no la bambina ricomincia a piangere e non la finisce pi.
Poi l'altra mattina  venuto uno dei miei. Peppi', ha detto, la sai la novit? E' caduto l'omm' 'e mmerda,  caduto dalla finestra sua. Te ne devi scappare, mo' penseranno tutti che sei stato tu, perch avevi giurato.
Forse, commissa', avrei dovuto essere contento che era morto. O avrei dovuto scappare davvero: a quelli come noi, le anime purganti, nessuno gli crede. Ci crediamo solo fra di noi. Ma ci stava la bambina, commissa'. Sapete, quella appena mi allontano comincia a piangere.
Non sono stato io, no. Quelli come me, se devono fare una cosa cos, la fanno alla luce del sole, non di notte e di nascosto. E non lo buttavo da sopra abbasso, io. Io gli dovevo vedere gli occhi mentre lo spanzavo in modo che ci metteva un'ora a morire, goccia di sangue dopo goccia di sangue, com'era morta Rosinella mia per mano sua. Non lo ammazzavo cos, con una spinta.
L'hanno ammazzato, certo. Quelli come lui non lo fanno da soli perch non tengono onore n coscienza. Per ammazzarsi serve l'orgoglio, o la disperazione. E lui non li teneva.
S, commissa', lo dovevo ammazzare io. L'avevo giurato. E forse l'avrei fatto, appena finiva questa storia della creatura che piange appena mi allontano. E forse no, perch da qualche giorno sto pensando che  Rosinella che la fa piangere per tenermi a casa. E io a casa ero, quella notte, con mia madre e la creatura. Tutta la famiglia che mi  rimasta.
Lo dovevo ammazzare io.
Ma non l'ho fatto.

46.

Maione guard torvo il giovanotto appoggiato contro il muro all'inizio del vicolo.
- E come un esercito, ci pensate, commissa'? Guardate l, una vedetta di guardia alla via che porta al quartier generale. Io li arresterei solo per questo.
- S, ma il fatto che siano delinquenti non ce li deve far credere per forza colpevoli di tutto. Graziani mi  sembrato un ragazzo ottenebrato dal dolore di una perdita enorme.
- S, commissa', tutto quello che volete voi, ma aveva giurato davanti a un sacco di testimoni di ammazzare il professore. E pochi giorni dopo il professore  stato ammazzato, e lui non ha alibi.
Ricciardi lo corresse:
- Era con la famiglia. Lo stesso alibi del figlio del professore e di centinaia di migliaia di persone che abitano in questa citt, inclusi tu e io. Ed era notte. Non possiamo basarci solo sull'esistenza di un alibi.
Maione difese la sua tesi:
- Commissa', se un delinquente giura che ammazzer uno e quello muore ammazzato, io sono propenso a credere che il delinquente ha mantenuto il giuramento, tutto qua. E ricordiamoci che posso pure far fare la cosa a uno dei miei uomini e starmene tranquillo a casa, vi pare?
- No, in quel caso mi metto in mezzo alla gente, mi faccio vedere da tutti e mi procuro un alibi vero, ti pare?
Maione scosse il capo:
- Cos non si arriva a niente, per. Come ci muoviamo adesso?
- Come sempre: continuiamo a fare domande sperando di capirci qualcosa, o che qualcuno, rispondendo, si tradisca. Dobbiamo brancolare nel buio, Raffaele, e attendere che qualcosa che non sappiamo ci rimanga in testa.
Erano arrivati al palazzo dove abitava Iovine. Ines, la portinaia, stava tenendo un comizio per un uditorio pi ridotto rispetto alla prima volta: due serve e un fornitore che l'ascoltavano a bocca aperta:
- ... e allora l'hanno buttato,  sicuro, non si  buttato lui come si pensava all'inizio. Dice che la polizia...
Maione le arriv alle spalle e toss. La donna ebbe un sussulto e il pubblico si dilegu, salvo fermarsi dietro l'angolo per assistere all'epico sviluppo del momento, che sarebbe stato riferito in giro opportunamente ingigantito.
- Oh, brigadie', mi avete spaventata. Buongiorno.
- Diteci, signo', allora siete sicura che l'hanno buttato? E che ha fatto, la polizia? Spiegatelo pure a noi, magari capiamo.
- No, brigadie', che dite? Io non mi permetterei mai! E' che siccome a trovare la povera signora  venuta la caposala del policlinico, con la quale ci conosciamo da tanti anni, mi ha confidato che ha saputo dall'assistente questa cosa che voi avevate saputo dal medico dei Pellegrini, che forse, e dico forse, al professore l'hanno buttato gi. E questo  confermato dal custode del policlinico, che ha visto uno di voi, mo' non so chi perch non me l'ha detto, che  andato sul posto pure di notte, alla stessa ora di quando  successo, a vedere, e...
Maione si rivolse a Ricciardi, esasperato:
- Io mi chiedo che la facciamo a fare tutta questa fatica. Tanto vale venire dalla signora Ines, qua, che ci racconta tutto lei. Pensate a quanta strada risparmiata, a quanto sudore in meno, con questo caldo.
La portinaia assunse un'aria contrita:
- Scusate, brigadie', ma di qualcosa dobbiamo pur parlare; le giornate sono lunghe, e un fatto grosso come il professore che cade da una finestra non  da poco. Se ne discuter per anni.
Ricciardi ritenne di interrompere la simpatica conversazione.
- E in casa la signora Iovine?
La donna si guard attorno, circospetta.
- Non saprei...
Maione era furioso:
- Ah, voi sapete per filo e per segno lo stato delle nostre indagini e non sapete se una persona che abita nel palazzo di cui siete la portinaia  in casa o no? Mo' ci accompagnate subito di sopra, se no quant' vero Iddio vi arresto! .
Ines scatt verso le scale, facendo cenno ai poliziotti di attendere. Dopo un attimo era di nuovo davanti a loro:
- Prego, brigadie' accomodatevi. La signora vi aspetta.
Una cameriera in divisa nera e grembiule bianco li fece accomodare nello stesso salotto dov'erano stati ricevuti in occasione della visita precedente. Dalle imposte aperte filtrava la luce impietosa del sole di mezzogiorno, ma l'aria era mantenuta abbastanza fresca da una piacevole corrente d'aria, forse ottenuta dosando le aperture della casa. Tutto era ordinato e pulito, e c'era un odore lieve che Maione non seppe identificare.
Maria Carmela Iovine entr dopo qualche minuto. Era vestita di nero, con un filo di perle al collo e i capelli raccolti dietro la nuca. Il volto era sereno e i solchi delle rughe, molto evidenti nel primo incontro, erano meno profondi. Solo gli occhi scuri dicevano di un dolore insopprimibile.
- Buongiorno, signori. Scusatemi, non attendevo visite e la cameriera ha appena pulito l'argenteria con l'ammoniaca. Sono stati giorni pesanti, come potete immaginare, e avevamo trascurato la casa. Accomodatevi.
Maione diede un nome all'odore che aveva sentito e prov una fitta sentendo parlare di cura per la casa; gli sembrava che negli ultimi tempi la moglie fosse meno attenta alle faccende domestiche.
Ricciardi guard la donna:
- Scusate l'intrusione, signora, avremmo dovuto avvertirvi, ma ci stiamo muovendo a largo raggio per capire che cosa sia successo. Innanzitutto devo dirvi che le risultanze dell'esame necroscopico potrebbero far pensare che... che non sia stato il professore, di propria volont, a provocarsi la morte.
Lei annu, le dita lunghe e sottili intrecciate fra loro.
- S, commissario, lo sapevo gi. Me l'ha riferito la caposala di mio marito, che  venuta a farmi compagnia dopo il funerale. Sapete, da un ospedale all'altro le voci corrono, e mio marito era molto conosciuto.
- Posso sapere che ne pensate? Se dovesse essere confermato, naturalmente.
- E che vi devo dire, commissario? Avrei sofferto di pi scoprendo che si era tolto la vita. Io sono religiosa, e un atto del genere gli avrebbe gettato addosso la dannazione eterna. Inoltre lo scandalo sarebbe ricaduto su mio figlio: un padre che si suicida, ci pensate? E poi, per una donna, sarebbe molto triste non essersi accorta che l'uomo che le stava accanto covava una decisione simile.
Ricciardi continu:
- Capisco... Signora, l'altra volta vi abbiamo chiesto se vostro marito potesse avere qualche motivo di angoscia o prostrazione tale da spingerlo a un gesto insano. Adesso invece dobbiamo concentrarci sull'ipotesi che ci sia qualcuno che provava forte risentimento nei suoi confronti.
Maria Carmela riflett:
- Commissario, vi diedi gi quella lettera di Ruspo, e la caposala, Ada Coppola, mi ha riferito di un uomo, uno che ha perso la moglie di parto, che aveva fatto delle minacce. Non so altro.
- Erano cose che accadevano di frequente, queste? Che il marito di una paziente parlasse di vendicarsi?
- Vedete, Tullio era uno dei medici pi noti del paese. Veniva chiamato a consulto in continuazione; era bravissimo, ma non significa che fosse infallibile. Poteva accadere, nell'immensa mole di interventi che venivano praticati sotto la sua direzione, che qualcuno andasse male. Per erano poche le pazienti che seguiva in modo diretto. Non mi ha mai parlato di quell'episodio, immagino per non farmi preoccupare. Tuttavia non credo si possa uccidere un medico per un tragico evento che non  dipeso da lui, non vi pare?
Maione e Ricciardi se ne stettero in silenzio. Poi il commissario disse:
- Non siete a conoscenza di... altre situazioni al di fuori del lavoro che avrebbero potuto creare problemi o contrasti a vostro marito?
La donna tacque per qualche istante, gli occhi calmi fissi su Ricciardi; nella piazza il traffico rumoreggiava. Poi disse:
- Fatemi capire, commissario: mi state chiedendo se mio marito aveva una doppia vita e se io lo sapevo?
Ricciardi si scambi uno sguardo con Maione. Erano arrivati al punto.
La Iovine si alz e and alla finestra. Parl senza voltarsi:
- Tullio non era il mio primo marito. Ero vedova. Lo sono anche ora, naturalmente, ma lo ero gi stata. Non avevo figli, per. L'unico mio figlio  Federico. Ha otto anni, ve l'ho detto l'altra volta, mi pare. Ogni amore  diverso dagli altri, secondo me. L'amore  come un vestito. Lo si sceglie su misura, lo si indossa, lo si porta anche per molto tempo. Poi un giorno lo si guarda e ci si domanda perch lo si  scelto. Non ti assomiglia pi. Il primo amore, quello di quando si  giovani,  fatto di pelle e di sangue. Non si concepisce altro, si  gelosi, si soffre, perfino. Quando si  adulti, invece, si ragiona. Soprattutto, si ragiona.
Si volt a met. Osservandone il profilo, Ricciardi vide il naso lungo e affilato, il mento volitivo. Una donna non bella ma di carattere, intelligente.
- I figli sono una cosa diversa. I figli dividono la vita in due. Quando si ha un figlio lo si protegge contro tutto e tutti. Un figlio lo si porta in grembo per sempre: il genitore  responsabile di quello che gli accade. E anche di quello che non gli accade -. Torn vicino a loro: - No, commissario. Immagino, certo, ho le mie idee. Diciamo che non sarei sorpresa se dovessi scoprire che esiste un'altra donna, o che ne esistono altre due. E non potrei giurare che Tullio non avesse altri vizi. Quando un uomo fa un lavoro per il quale sta fuori casa per la maggior parte del tempo, la moglie non pu avere tante certezze. Era un buon marito, e un buon padre. Badava a noi, non ci faceva mancare niente. Io questo so e questo vi posso dire.
Ricciardi annu:
- Capisco. Vi chiedo scusa per queste domande, ma vi prego di comprendere che tutto  teso a chiarire i termini dell'accaduto, come credo che desideriate voi stessa. Un'ultima cosa: siete al corrente che il professore vi aveva comprato un regalo in occasione del vostro prossimo onomastico?
La donna sorrise:
- Ogni anno me ne faceva uno pi costoso. Credo fosse un modo per dimostrarmi il suo successo.
- Avete idea di che cosa fosse?
- Un anello? Avevo espresso il desiderio di averne uno nuovo. Un'amica, non ricordo pi quale, mi aveva parlato di un artigiano con bottega al borgo degli orefici che faceva degli anelli di particolare bellezza, e ricordo che Tullio aveva voluto saperne il nome. Era cos trasparente quando credeva di fare una sorpresa. Voi uomini siete molto ingenui, a volte.
Prima che Ricciardi potesse replicare, nella stanza entr di corsa un bambino vestito alla marinara. La sua somiglianza con la madre era straordinaria.
Le salt al collo. Con grande tenerezza, lei gli disse:
- Federico, hai salutato i signori?
Il piccolo si gir, serio:
- Buongiorno, signori. Lo sapete che il mio pap  morto? Per andare in vacanza dovremo prendere un autista.
Maione sent un groppo alla gola. Disse:
- Ma guarda che ometto. Mi raccomando, adesso devi pensarci tu alla tua mamma..
Il bambino lo squadr. Poi disse:
- Per se vengono i cattivi ti chiamo, perch tu hai la pistola.
Ricciardi vide brillare gli occhi di Maria Carmela Iovine. La donna baci il figlio e gli sussurr all'orecchio:
- Bader a me, il mio ometto. E io bader a lui. Per tutta la vita bader a lui.

47.

Livia si era fatta accompagnare con l'automobile all'ospedale dei Pellegrini per sapere se lo stato di salute della governante di Ricciardi avesse avuto qualche miglioramento.
Per la verit, sperava di trovarci il commissario e di convincerlo a uscire per mangiare qualcosa; lo aveva visto malmesso quando la sera prima si era precipitata l dopo l'incontro con Falco. Si era accorta subito che Ricciardi non era particolarmente contento di averla al fianco, ma non se ne era rammaricata. Capiva che il contesto era molto privato, ed era normale che lui preferisse rimanere da solo al capezzale della tata.
Sapeva quanto fosse legato alla donna che, stando al poco che le aveva raccontato di s, gli aveva fatto da madre ed era tutta la sua famiglia. Si era recata in ospedale obbedendo a un impulso e al desiderio di essergli vicino in un momento difficile. Purtroppo le condizioni di Rosa le erano parse disperate. Il dottore era gi andato a casa, non aveva potuto sentire dalla sua voce una diagnosi precisa, e Ricciardi era stato vago, per Livia aveva gi visto altri casi di colpi apoplettici ed era in grado di discernere la gravit della situazione.

L'immagine dell'uomo che amava con la mano della vecchia tra le proprie, in un'anonima stanza d'ospedale e con quell'inquietante figura di ragazza in piedi nell'ombra, cos simile alla zia da sembrare la stessa persona in due diverse fasi della vita, le aveva fatto male. Non amava trovarsi al cospetto del dolore; forse era vile, ma riteneva di essere giustificata da ci che le era accaduto.
Tornando a casa, si era chiesta se fosse il caso di continuare nell'organizzazione del ricevimento, e si era ripromessa di parlarne con Modo per avere un consiglio.
Il dottore le and incontro, felice:
- Ma guarda, la signora Livia. Eppure l'oroscopo di oggi non prevedeva che questo fosse uno dei giorni migliori della mia vita.
A Livia quell'uomo era proprio simpatico, con la sua ribalda, esplicita galanteria, anche se Falco ne parlava come di un pericolo incombente per Ricciardi e per lei stessa.
- Dottore, quando mi sento brutta basta che venga da voi e subito mi fate cambiare opinione.
- Per quello, signora, vi basta uno specchio. Credetemi, siete un raggio di sole nella vita di questo povero, vecchio medico di guerra. A che devo questa benedizione? Ve lo domando anche se temo di conoscere la risposta.
Livia lo prese sottobraccio e lo condusse in cortile. Il cane si avvicin, accucciandosi a un metro da loro. La donna lo guard.
- Non vi ha lasciato pi, vero? Eppure avete condiviso frangenti non del tutto piacevoli.
Livia si riferiva alla Pasqua precedente, quando lei, Ricciardi e Maione avevano tolto il dottore da una brutta situazione politica.
Modo si abbass ad accarezzare l'animale, il quale, avendo forse intuito che si parlava di lui, si era messo a scodinzolare.
- I cani non sono come le donne, mia bella signora. Dnno il cuore e non lo riprendono mai indietro.
Livia rise:
- Le donne, come voi ben sapete, dottore, il cuore non lo hanno affatto.
- Vero, - ammise Modo, - ma  cos bello continuare a cercarlo. Ditemi, signora.
Livia si fece seria:
- Ieri ho visto la tata di Ricciardi. Mi  sembrata in condizioni davvero gravi. Credete che altrove si potrebbe fare qualcosa per lei? Che so, a Roma. Io... be', lo sapete, conosco tanta gente.
- Lo so, e mi chiedo sempre perch una signora come voi abbia certe frequentazioni. No, apprezzo le vostre premure, ma purtroppo la situazione della cara Rosa non migliorerebbe nemmeno con l'intervento del miglior medico del mondo. Il guaio  successo, e ripararlo  pressoch impossibile senza la via chirurgica, che per  troppo rischiosa. La trapanazione del cranio, per una persona di quell'et,  mortale nella quasi totalit dei casi.
- Povero Ricciardi. Ama cos tanto quella donna. E ditemi, dottore, che decorso pu avere? Cio, quando... quando potrebbe accadere l'irreparabile?
- Nessuno pu saperlo. Rosa ha una fibra molto forte, e secondo me il danno cerebrale  abbastanza circoscritto. Finch riusciremo ad alimentarla e gli organi non collasseranno, regger. Credo potrebbe durare almeno una quindicina di giorni, salvo repentini e imprevedibili peggioramenti. Livia annu.
- Quindi voi dite che questa settimana, dovrebbe ancora...
- Direi di s, certo. Posso sapere qual  il motivo di questa domanda?
La donna lo guard come una bambina che cerca di farsi perdonare una marachella:
- Vedete, dottore, temo che sia piuttosto frivolo. Avevo deciso di dare un ricevimento, venerd prossimo. Cos, per presentarmi alla citt, e ricambiare i tanti inviti che mi sono stati fatti in questi mesi. Volevo... ecco... per me  importante che Ricciardi ci sia. Voi sapete, avrete di certo intuito, e del resto siete in pratica l'unico amico che ha... insomma, vorrei proprio che ci fosse. E se la situazione della sua tata dovesse peggiorare, non credo che accetterebbe di separarsi da lei anche solo per qualche ora.
- E troppo facile per voi intenerire questo vecchio cuore stropicciato, signora. Far in maniera di cacciarlo da qui cambiando i miei turni e restando io vicino a Rosa al posto suo. Star poi a voi convincerlo, e non ho dubbi che possediate le armi per riuscirci.
- Ma questo significherebbe non avere voi alla festa, dottore.
Il medico rise:
- Temo non ci siano alternative, Ricciardi non mollerebbe la postazione a nessuno se non al sottoscritto: l'unico, peraltro, che ha la facolt di metterlo alla porta. E poi, signora, credo che molti dei vostri invitati saranno ben contenti di non incontrarmi e, se posso permettermi, anche io sar contento di non incontrare loro. Vorr dire che, se il piano funziona, mi dovrete una cena fra vecchi amici: voi, io, il vecchio brigadiere Maione e il principe delle tenebre, il nostro Ricciardi. Con una ciotola di avanzi per il mio amico peloso, qui.

Ottenuto il via libera dal dottore, Livia diede all'autista un indirizzo di via Duomo. Restava da completare la parte pi difficile dell'organizzazione della festa.
Scese dalla macchina, entr a passo sicuro nell'androne di un palazzo e salut con garbo il portinaio, che rispose con un inchino. Tutto faceva pensare che la donna avesse una certa consuetudine col luogo. Salite due rampe di scale, suon un campanello.
- Lui  in casa? - domand alla cameriera che venne ad aprire.
- Certo, signo'. Gli vado a dire che state qua.
Dopo qualche attimo arriv trotterellando un uomo di mezza et, non molto alto e sovrappeso. Il doppio mento era compresso da un colletto troppo stretto, e la giacca da camera, a disegni geometrici azzurri su fondo bianco, era chiusa sul ventre prominente da una fusciacca rossa, con un effetto cromatico originale.
- Donna Livia, e che piacere! A che dobbiamo questa visita? Mi siete venuta a dire che finalmente avete superato ogni remora e accettate di fuggire con me oggi stesso?
Livia si lasci baciare sulle guance dall'ometto.
- Don Libero, quale donna al mondo sarebbe capace di resistere al pi grande poeta vivente nella lingua pi bella che esista? Non certo io, che sono vostra fervente ammiratrice. Ma fuggire... Potreste vivere senza la vostra Maria?
L'uomo agit la mano, come a scacciare un'idea fastidiosa:
- Maria? Quale Maria? Ah, mia moglie, dite. E gi, avete ragione, purtroppo. Non se ne pu fare a meno, anche perch sta sempre tra i piedi. Mo' la vedete tornare,  andata a fare un poco di spesa; si ostina a comprare il cibo con le sue mani, dice che se no la fregano sia i negozianti sia la domestica. Prego, accomodatevi. Che posso fare per voi?
Livia entr in un salone al cui centro, come un altare pagano, campeggiava un pianoforte a coda al quale sedeva in maniche di camicia un uomo con i baffi e spessi occhiali da vista, che prendeva appunti su un foglio. E fogli parzialmente coperti di note e versi erano ovunque: sul tappeto, sul piano, su poltrone e divani.
L'uomo si alz in piedi e fece un inchino:
- Donna Livia, che piacere! Siete venuta a liberarmi dagli artigli di questo pazzo?
Livia offr la mano al galante bacio del pianista:
- Don Ernesto, la vostra prigione  il sogno proibito di ogni cantante e musicista della citt. E io sono una privilegiata a poter accedere alla bottega dove nascono tanti meravigliosi capolavori. Come state?
- E come devo stare, signo': una tragedia. Mentre stiamo facendo una cosa, quello l ne inventa un'altra. E saltiamo da una canzone a una poesia, da una poesia a un romanzo, da un romanzo a una canzone. Sto uscendo di senno, appresso a lui.
Don Libero, dal fondo della sala, con una pagina di spartito in mano, esclam:
- Non lo state a sentire, signo'. Quello si diverte alle mie spalle. Se non fosse il miglior compositore della citt, secondo voi lo vorrei qui, col brutto muso che tiene? E poi, quando viene un'idea bisogna seguirla: e descrivere le passioni nel modo pi semplice possibile. Lo dico sempre, no? Com' facile scrivere difficile, e com' difficile scrivere facile! Ma bando alle ciance: come possiamo ripagarvi per avere portato la bellezza in questa valle di lacrime?
- Sono venuta a chiedervi un favore. A tutti e due.
Spieg quello che doveva. Quando ebbe finito, don Libero ed Ernesto si guardarono. Poi l'ometto grasso spalanc le braccia entusiasta.
- Donna Livia, quello che dite  bellissimo. Quando una cantante ha di nuovo voglia di cantare, dopo tanti anni e tanto dolore, significa che ha di nuovo voglia di vivere. E per me, e credo pure per l'amico Ernesto,  una gioia immensa e un onore che abbiate pensato di venire qua da noi a cercare la musica e le parole giuste. Ditemi: che sentimento volete cantare? Gelosia? Rimpianto? Dolore? Amore?
- Non saprei, don Libero. La passione, credo. Soltanto la passione.
L'uomo s'illumin:
- La passione. Certamente, la passione! E che altro, se no? - Vag per la stanza, mormorando e scavando nel disordine, poi, trionfante, agguant due fogli e disse: - Eccola qua! - Si avvicin al pianoforte e mise le pagine sul leggio. - Dunque, donna Livia, ascoltatemi bene. Avete detto che cercate una canzone che non sia stata mai cantata, e volevate che ve la facevamo apposta. Per io chiederei un favore a voi. Ci sta questa canzone qua che l'amico Ernesto e il caro Nicola, che voi conoscete, hanno imbastito. Pensavamo di presentarla alla Piedigrotta, ma non a quella di quest'anno, perch gi teniamo troppa roba in cantiere. Eppure crediamo che questa possa davvero entrare nella storia della nostra musica, modestamente. Dunque, quale migliore sperimentazione della vostra meravigliosa voce?
- Don Libero, forse non  l'occasione adatta per una canzone tanto importante. Magari qualcosa di pi modesto...
L'ometto alz la mano:
- No,  deciso. La dovete cantare voi, per forza.
Livia era impaurita.
- Vi prego, non una cosa cos. E tanto di quel tempo che non... non so se me la sento.
Il pianista prese il foglio della musica e disse:
- Sentitela, almeno. Poi deciderete.
Quando Ernesto termin, Livia, con le lacrime agli occhi e il cuore impazzito, decise che avrebbe cantato quella canzone o nessun'altra.
Fosse stata l'ultima esibizione della sua vita, avrebbe cantato quella canzone.

48.

Era tardi per rientrare in questura.
Ricciardi e Maione optarono per un carrettino della pizza che stazionava all'angolo dei Quattro Palazzi, dal lato del porto. La colonna di fumo che saliva dal pentolone d'olio bollente e l'inconfondibile, celestiale profumo valevano pi di un'insegna.
La divisa di Maione fece s che la fila degli affamati davanti a loro si riducesse sensibilmente. A intervalli, l'ometto con la blusa bianca bisunta urlava: Pizze cvere, oggi a otto! Faceva riferimento alla tradizionale e astuta forma di vendita che prevedeva il pagamento dell'alimento solo otto giorni dopo averlo consumato, e che fidelizzava la clientela a fronte del limitato rischio di una pizza perduta.
Maione opt per i cicinielli e la pummarola, piccolissimi pesci fritti e pomodoro, mentre Ricciardi scelse aglio, olio e origano. Il commissario si rese conto, dal violento brontolio dello stomaco, che non mangiava da ventiquattro ore, e il suo pensiero and con dolore a Rosa.
Addentando la pizza precariamente sporto in avanti per non sporcarsi, il brigadiere disse:
- Insomma, commissa', non se ne viene a capo. A me mi pare che la signora qualcosa della tresca del professore sospettasse, ma che non gliene fregasse molto.
Ricciardi deglut:
- S, anch'io ho avuto la stessa impressione. Uno di quei matrimoni che diventano una specie di societ: dove ognuno trova le proprie convenienze.
Con uno scambio di gesti, Maione ordin al friggitore un secondo giro.
- Io non lo concepisco, commissa'. Se due sono sposati sono sposati, e fanno i mariti e le mogli. Se no, si lasciano.
Ricciardi guard l'orologio:
- Ci resta un'oretta, poi voglio andare in ospedale a vedere se ci sono novit.
Maione annu, masticando.
- Allora ci conviene passare dall'orefice Coviello, commissa'. Sta qua vicino, al borgo. Ci arriviamo in dieci minuti. Pure io vorrei fare una cosa, prima di tornare a casa.
La strada per arrivare al borgo degli orefici era in effetti breve, eppure la distanza tra i due mondi, quello del corso Umberto - via di passeggio e di traffico, invasa da carrozze e automobili e fiancheggiata da sfavillanti vetrine - e quello del reticolo di viuzze uguale a s stesso da pi di un secolo, appariva enorme.
Nel tempo, per, il lavoro degli straordinari artigiani, la cui scuola era stata ed era fra le prime al mondo, era cambiato col mutare della domanda della clientela. L'imitazione dei gioielli antichi, che andava per la maggiore sessant'anni prima, all'inizio del secolo era stata rimpiazzata da un gusto pi internazionale. Alcuni mestieri, come il tiratore di fili e l'addetto al crogiuolo e alla piombagine, erano a poco a poco scomparsi, lasciando il posto allo smaltatore e al cesellatore. E molte ditte avevano aperto un negozio a via Toledo, proponendo vetrine scintillanti che affascinavano gli occhi delle donne e intimorivano il portafoglio degli uomini.
Al borgo erano rimasti gli artigiani pi legati alla tradizione. Quasi tutti avevano mantenuto la fabbrica, aprendo per la vendita diretta al pubblico; pochissimi persistevano a voler fare solo gli inventori di gioielli su commissione. La vocazione antica, quella dell'arte sacra, era diminuita con lo scemare delle richieste, ma resisteva nelle mani di alcuni autentici artisti che fabbricavano le immagini esibite nelle cappelle di famiglia delle case nobili o decoravano le tombe monumentali del cimitero.
L'impressione di Ricciardi, mentre Maione chiedeva dove si trovasse la bottega di Nicola Coviello, era quella di un generale regresso. La povert che serpeggiava ovunque, anche se la stampa di regime millantava il contrario, si rifletteva sui consumi. Se a stento riesco a mangiare, pensava il popolo, non posso certo comprarmi oro e coralli.
Il laboratorio che cercavano era defilato, in un vicolo senza sbocco lontano dallo slargo principale. Alcune galline razzolavano per strada, e due donne sedute all'ombra su sedie sgangherate riparavano una rete da pesca. Una fece un cenno all'altra quando si accorse dell'arrivo dei poliziotti, ed entrambe restarono a fissarli senza smettere di far scorrere le maglie tra le mani alla ricerca di strappi da riannodare, quasi sfilassero la corona di un rosario. Alla fine del vicolo c'era una porticina bassa, senza insegna; Coviello, era evidente, non ci teneva ad attirare l'attenzione dei clienti di passaggio.
Si affacciarono all'interno, cercando di abituare gli occhi alla differenza di luce. Il caldo del vicolo, dove l'aria non circolava, era terribile, ma nella bottega era ancora maggiore, incrementato da una piccola fornace per fondere il metallo. L'illuminazione, che veniva da una lanterna a olio, era diretta su un pesante ceppo di legno grezzo utilizzato come banco da lavoro, con il piano levigato dall'uso e segnato dai colpi, e i piedi solidi che lasciavano lo spazio per le gambe di almeno quattro lavoranti. Al momento, per, lo stava utilizzando il solo Coviello, che quando l'imponente sagoma di Maione oscur l'ingresso alz lo sguardo, sbattendo le palpebre dietro le lenti pesanti di una vecchia montatura.
- Buonasera, Coviello. Siamo qui, il commissario Ricciardi e io, per farvi qualche domanda, se non vi disturbiamo.
L'orefice avvolse in un panno scuro l'oggetto su cui stava lavorando. Si alz, si avvicin alla cassaforte e l'apri, depositando l'involto all'interno. Richiuso il forziere, si rivolse a Maione:
- Accomodatevi, brigadie'. Mi dispiace, non ho dove farvi sedere, a meno che non vi mettete vicino al banco.
Ricciardi entr e si guard attorno. Immaginava qualcosa di diverso: un artigiano tanto rinomato, la cui bravura era cos riconosciuta da meritare una commissione come quella di Iovine, avrebbe dovuto avere un atelier. L'ambiente, invece, era spoglio, senza esposizione di merce e senza abbellimenti o arredi. Oltre al banco da lavoro, con due sgabelli bassi, c'erano una rastrelliera con degli strumenti di foggia diversa, la fornace e la cassaforte. Appesa sopra la postazione di Coviello, la lanterna a olio. Le pareti erano macchiate d'umidit. Su una campeggiavano una stampa sbiadita con la Madonna del Carmine e un mazzetto di fiori freschi infilato in un anello di ferro nel muro. Su quella di fronte, un calendario di una decina d'anni prima, col disegno anch'esso sbiadito di un piroscafo in partenza e la fotografia colorata a mano di un giovane con uno spettacolare paio di baffoni e un berretto in testa; sotto la cornice, una candela accesa su una mensola. Sulla terza parete c'era una specie di armadio e sulla quarta, accanto alla porta d'ingresso, alcune pagine strappate da una rivista mostravano modelle con indosso gioielli di complicata fattura. Il soffitto era in travi di legno a vista.
Avrebbe potuto essere la bottega di un ciabattino, o di un maniscalco. E lo stesso Coviello avrebbe potuto essere ben altro tipo di artigiano, con quelle mani grandi e le braccia lunghe sul corpo tozzo e incurvato. Gli occhi, dietro le lenti spesse, erano enormi e inespressivi.
- Che posso fare, per voi?
Ricciardi disse:
- Vorremmo farvi ancora qualche domanda sulla notte in cui avete portato i due anelli al professore. Ci potete dire altro sulla sagoma che avete intravisto quando siete uscito?
Mentre Coviello stava per rispondere, arriv una ragazzina:
- Mastro Nico', scusatemi, ha detto mamm che deve scendere un momento a casa per fare una cosa, potete venire dalla mamma vostra?
L'orefice guard Ricciardi e Maione, poi si rivolse alla ragazzina:
- Va bene, arrivo -. Si alz e disse ai poliziotti: - Scusatemi. Mia madre... mia madre non sta bene e una signora del palazzo mi fa il piacere di stare con lei. Ora tiene da fare, quindi io devo andare a casa. O mi aspettate qui, ma non so quando mi sbrigo, o venite con me.
Ricciardi scambi un'occhiata con Maione, che disse:
- Preferiamo venire con voi, se non vi dispiace. E' cosa di cinque minuti, non vale la pena farvi tornare qua.
Coviello sbarr la bottega inserendo un palo di ferro su due guide e si avvi lungo il vicolo. Osservandolo di spalle, Ricciardi not di nuovo come la schiena dell'uomo ricordasse un punto interrogativo, e si chiese come facesse a muoversi con tanta agilit.
La casa era a poca distanza, appena fuori la stradina chiusa. Coviello s'inerpic su una rampa stretta in cima alla quale c'era una porta spalancata. Una donna giovane, dall'espressione dura, gli si fece incontro:
- Mastro Nico', scusatemi, devo scendere perch  venuta la sorella di mio marito e...
Vide i poliziotti e si zitt di botto, chiudendo la bocca con un rumore curioso.
- Figuratevi, donna Conce', fate il comodo vostro. I signori, qui, non sono venuti per arrestarmi, state tranquilla, vogliono solo farmi qualche domanda su un cliente mio. Quando potete risalire, io me ne torno al negozio.
La donna scivol via, non senza un ultimo sguardo in tralice a Maione, che ancora una volta pens con amarezza quanto la propria divisa fosse tutt'altro che un lasciapassare per entrare nel cuore dei suoi concittadini, a prescindere dal quartiere.
L'appartamento era buio, il caldo soffocante, e c'era un odore strano, in cui il dolciastro dell'ammuffito si mescolava all'acido della cucina e a uno sgradevolissimo retrogusto di urina. L abitava una persona molto anziana, si percepiva nell'aria.
Coviello chiam ad alta voce:
- Mamm! Mamm, add state?
Comparve una donna. Nella penombra del pomeriggio, fu una visione spaventosa; Maione avvert un brivido.
I capelli bianchi e radi spuntavano diritti dal cranio, formando una specie di nuvola attorno alla testa. Il naso, con un grosso neo al centro, aveva una gobba che portava la punta verso il basso, quasi a toccare il mento sporgente. La bocca, priva di denti, era aperta in un ghigno raccapricciante che aveva qualcosa di lascivo. Quello che tuttavia impressionava di pi erano gli occhi velati dalle cataratte, nei quali luccicava un lampo di giovanile follia.
- Uh,  tornato Nicolino. Mamma d'o Carmene, Nicoli', e quanto ti sei fatto brutto! E chi sono questi signori che sono venuti con te? Quant' bello questo con la divisa; ma chi , un soldato? E si vuole fidanzare con me?
Coviello le rispose, brusco:
- Mamm, questi signori mi devono parlare. Andatevene di l, fatemi il piacere. Dopo vi porto una caramella, va bene?
La vecchia si avvicin ancora, fissando Maione. Si pass sulle labbra un'enorme lingua nera e disse:
- Sentite, soldato, lo sapete che Nicolino  fidanzato? E tornata la fidanzata sua, mo' si sposa. Pure io mi voglio sposare. Mi volete sposare, voi?
Allung la mano verso il cavallo dei pantaloni di Maione, che fece un balzo all'indietro. Coviello, pi seccato che imbarazzato, afferr la vecchia per le braccia, la trascin nell'altra stanza e chiuse la porta.
- Scusate, mia madre  vecchia assai e non capisce pi niente. Si sente come una ragazza. Dunque, gi in negozio mi stavate chiedendo di quella sera. Io non ci vedo bene, il lavoro mi ha fatto calare la vista. E poi era buio. Insomma, ci stava seduto uno, sulla panca. Era molto grosso, questo  sicuro, perch se no non lo vedevo. Pareva una montagna, tanto era grosso.
Ricciardi insistette:
- Ma aveva qualcosa di particolare? Pensateci bene. Stava piegato da un lato? Era giovane, vecchio... Qualsiasi dettaglio pu esserci utile.
Il gioielliere si mise a riflettere, una mano sotto il mento, gli occhi miopi nel vuoto.
- Commissa', forse, ma forse, aveva l'aria... giovane, ecco. Non vi saprei dire perch, ma ripensandoci adesso ho avuto l'impressione che fosse un ragazzo.
Ricciardi annu.
- E il professore non vi pareva preoccupato, vero? Quando siete andato a consegnare i due anelli, dico.
- No, commissa'. Era come l'avevo sempre visto. D'altra parte non mi sono messo a osservare come stava d'umore; dovevo solo consegnare i gioielli ed essere pagato. Lui era uno sbrigativo, e pure io lo sono.
Maione decise di insistere sull'argomento, per trovare un qualsiasi indizio.
- E le altre volte, quando era stato da voi, si era trattenuto? Vi ha detto qualcosa del perch, per esempio, voleva due anelli uguali? E per quale motivo aveva scelto quel modello?
- Brigadie', proprio non vi so dire. Era come tutti gli altri clienti che vengono in bottega. Io non chiedo mai niente e tengo la bocca chiusa. Mi faccio i fatti miei. Il mio, che vi credete,  un lavoro che  meglio essere riservati: sapeste quanta gente commissiona oggetti che non sono per le mogli. Il modello, invece, l'ho consigliato io per il primo anello, e lui, ve l'ho spiegato l'altra volta, l'ha voluto uguale quando  tornato per il secondo, solo con una pietra pi grossa. E un gioiello alla moda; gli ho detto che per delle dita sottili andava bene, e lui mi  sembrato contento. Glieli ho portati entrambi appena li ho terminati, come avevamo concordato; mi ha pagato ed  finita l.
Ricciardi sospir, deluso:	,
- E non ricordate altro: una frase, un riferimento...
L'orefice allarg le lunghe braccia:
- Commissa', mi dispiace.
I poliziotti salutarono Coviello e se ne andarono.
Fu l'ultima volta che lo videro vivo.

49.

I piedi di Maione, incuranti della fatica e del caldo che resisteva al tardo pomeriggio, si rifiutarono di portarlo in questura o a casa, e il brigadiere si ritrov a bighellonare per via Toledo.
Il caso Iovine gli dava angoscia. Non provava particolare compassione per il dottore, che aveva una doppia vita e pi di un'ombra nel passato. N la vedova si era mostrata annientata dal dolore: la signora sembrava anzi possedere le risorse per tirare avanti sia dal punto di vista emotivo sia da quello economico; e a voler essere cinici, nemmeno si trattava del pi efferato degli omicidi. In fondo, se si butta qualcuno gi da una finestra, non lo si vede neanche morire. A mettere Maione a disagio era il proprio atteggiamento nel corso delle indagini.
In genere era Ricciardi a spaccare il capello in quattro, a insistere negli interrogatori, a diffidare di ci che dicevano sospettati e testimoni. Maione era quello che partiva dal presupposto che tutti fossero innocenti, che tutti dicessero la verit. Odio, invidia e vendetta gli erano estranei, e gli pareva assurdo che qualcuno potesse compiere un delitto spinto da quei sentimenti.
Stavolta, invece, era lui a vedere colpevoli ovunque. Gli pareva colpevole il morente dottor Ruspo, tramite il mastodontico figlio. Gli pareva colpevole il Lupo, direttamente o mediante uno dei numerosi membri del suo piccolo esercito criminale. Gli pareva colpevole, prima ancora di incontrarlo e interrogarlo, perfino il fantomatico fidanzato di Sisinella, la giovane prostituta che Iovine aveva fatto diventare una ricca signorina del Vomero, dove avevano concordato di tornare l'indomani, lui e Ricciardi, per scoprire appunto qualcosa di pi del signor Cortese Salvatore, in arte Tore 'o pianino.
Quella storia lo aveva reso ombroso. O magari era lui, non il delitto. Era lui che trasferiva sul lavoro la propria inquietudine.
Camminando torvo e immusonito, le mani in tasca e gli occhi bassi, incurante di quanti lo salutavano e rimanevano col cappello in mano, perplessi dalla sua mancata risposta, Maione pens: sar il caldo. Tutti gli uomini grossi soffrono il caldo, no? Sudano, sbuffano, arrancano. E gli uomini grossi che fanno i poliziotti, e devono girare con una divisa che diventa pesante come una corazza, stanno pure peggio. Sar questo, riflett, che mi mette di malumore.
Oppure no.
Oppure  questo pensiero di Lucia che mi avvelena l'anima e mi fa vedere il male dappertutto.
Era combattuto, Maione. Una parte della sua anima rifiutava l'idea che la moglie potesse tradirlo; dopo anni di vita in comune, dopo tanti momenti di felicit e di terribile disperazione, dopo le difficolt affrontate e superate insieme, non riusciva a immaginarla tra le braccia di un altro.
Con una parte pi piccola - pi perfida, per - ci riusciva benissimo. Era cos bella, Lucia, ancora cos giovane nonostante i figli, la fatica, i dolori e le preoccupazioni; chiunque la incontrasse non poteva che desiderarla, si disse. Quella stessa perfida parte della sua anima soggiungeva: guardati tu, invece. Sei grasso, vecchio, pieno di peli tranne dove dovrebbero essere, cio sulla testa; goffo, mai elegante nemmeno se indossi il vestito della domenica; incolto e poco raffinato, sempre preso da un lavoro di cui non sai liberarti neanche quando torni a casa; e non hai mai un argomento di conversazione al di fuori dei figli o del far quadrare i conti. E sei povero, inoltre, uno che, pur spezzandosi la schiena, non trova i soldi per un appartamento pi grande. Perch una come Lucia, che potrebbe aspirare a qualsiasi uomo, che se sorride oscura il sole, che negli occhi ha il cielo e il mare e mentre cammina pare che danzi, perch una cos dovrebbe continuare a stare con te?
Questo gli mormorava all'orecchio la piccola, perfida parte della sua anima dal momento in cui Maione aveva visto Lucia uscire da quel maledetto palazzo di via Toledo. Lo stesso palazzo di fronte al quale si trovava adesso, nascosto nella penombra di un androne, dopo aver zittito e allontanato con un secco e imperioso gesto della mano il portinaio che si era avvicinato per chiedergli cosa volesse.
Maione aveva un dono che nella professione lo aveva tanto aiutato. Si mimetizzava. Come quella specie di lucertola di cui non ricordava il nome e che aveva visto sul libro di scuola di uno dei figli, prendeva il colore dello sfondo e diventava invisibile. Lo trovava stranissimo lui per primo:
un omaccione di un metro e novanta, pesante pi di centodieci chili, con mani come vanghe e piedi enormi, perdipi in divisa. Eppure, se il brigadiere lo voleva, nessuno lo notava pi di quanto si noti una bancarella, un ambulante, un mendicante o la statua di un re a cavallo. La persona seguita non si accorgeva di lui, anche se in strada - e non era quello il caso, perch via Toledo era invasa da un fiume di folla - c'erano solo loro due.
Si vantava molto, Maione, di tale capacit. La faceva risalire a una perfetta sintonia con la citt, quasi questa fosse un concerto e lui una sua nota. Si riteneva cos adattabile a tutto ci che gli stava attorno da non risultare pi evidente dei palazzi scrostati o dei paracarri lungo i marciapiedi. E gli pareva quasi scorretto usare una simile attitudine per scopi personali; un po' come estrarre la pistola durante una lite in osteria. Ma la piccola, perfida parte di s stesso gli sussurr che quella caratteristica poteva tornare utile per fugare ogni dubbio, per convincersi che aveva visto male.
Lucia usc dal portone dello stabile sull'altro lato della strada. Stavolta non potevano esserci dubbi. Era l, a pochi metri da Maione, col suo vestito nero, splendida come sempre; il brigadiere ne vedeva il viso segnato dalla stanchezza, ma con lo sguardo luccicante di una bambina che ha appena rubato il vasetto della marmellata. Lo sguardo di quando aveva appena fatto l'amore.
Il pensiero lo invest come una carrozza trainata da un cavallo imbizzarrito. Dove diavolo andava Lucia, la sua Lucia? In quale maledetto appartamento di quel maledetto palazzo?

L'istinto di maschio lo spingeva a saltare fuori dall'ombra e a chiederle spiegazioni. Ma Maione possedeva anche l'istinto del poliziotto. Lei gli pass accanto. Se avesse allungato la mano, avrebbe potuto afferrarla per un braccio, costringerla a girarsi e a guardarlo negli occhi; o accarezzarle fuggevolmente i capelli appiccicati alla nuca dal sudore, sotto il fazzoletto che le copriva la testa.
Rimase dov'era, grigio e immobile come un pilastro. La osserv procedere spedita e sparire nel vicolo. Ogni tanto il portinaio gli lanciava un'occhiata preoccupata, mentre spazzava il cortile. Lui sudava e non asciugava le gocce che, lente, filtravano dal cappello e gli solcavano la faccia per approdare al colletto.
Aspettava.
Dopo una decina di minuti, eccolo l.
Elegante, fresco come una rosa e insopportabilmente magro, dallo stesso portone dal quale era uscita Lucia sbuc un uomo. Portava la cravatta a farfalla e un cappello bianco di paglia con una fascia nera; i baffi a manubrio erano curatissimi, e indossava un vestito di lino chiaro e scarpe bicolori. Stringeva un sottile bastone da passeggio, col pomo dorato che riverberava i raggi del sole morente.
Pianese Ferdinando detto Fef, pens Maione. E se mai un pensiero avesse potuto fulminare qualcuno, era quello. Un elegante essere inutile con la passione per le bionde.
L'uomo salut con un gesto noncurante il portinaio Fanelli, che nel suo nuovo ruolo di informatore della polizia segreta lo studi con malevola attenzione, poi si accese una sigaretta e si avvi sorridente per la sua passeggiata. Maione dovette resistere alla tentazione di balzargli al collo, staccargli la carne a morsi e pasteggiare con le sue interiora.
La comparsa di Lucia e quella del maledetto Pianese diedero al cuore di Maione una conferma che non desiderava. La piccola, perfida parte di s che sosteneva l'infedelt di Lucia danzava sulle punte, felice di avere avuto ragione. Tuttavia, la residua razionalit impostagli dalla mente investigativa - e la disperata voglia di sbagliarsi - gli imponevano ulteriori verifiche.
Decise che non avrebbe detto niente alla moglie. Che avrebbe resistito alla tentazione di farle domande, di scavare nelle eventuali contraddizioni. Avrebbe aspettato che si tradisse da sola. Nel frattempo, si sarebbe sforzato di tenere un comportamento di normalit assoluta.	.
Ci sarebbe voluta una grande forza di volont, perci decise di impiegare l'ora successiva cercando di imporsela, e si avvi all'osteria. Un bicchiere di vino bianco freddo lo avrebbe aiutato.

50.

La seconda ascesa al Vomero, la mattina successiva, si consum nel silenzio.
Ricciardi era reduce da una notte movimentata, trascorsa per met al capezzale di Rosa in sostituzione di Nelide, a cui aveva dovuto ordinare a muso duro di andare a riposare, e per met a casa, in un dormiveglia pervaso dai fantasmi del futuro.
Modo si stava davvero facendo in quattro, non avrebbe mai potuto ringraziarlo abbastanza. Il dottore era preoccupato dall'insorgere di complicazioni polmonari e dalle aritmie cardiache; controllava Rosa quasi ogni ora, e il suo viso era sempre pi teso, sebbene cercasse di nasconderlo. Aveva spiegato che l'alimentazione avveniva tramite clistere e non per via endovenosa, per non sottoporre il sistema circolatorio a un carico eccessivo.
All'arrivo in ospedale, avevano detto al commissario che era passata una donna a trovare Rosa. Il cuore di Ricciardi aveva sperato si trattasse di Enrica che in qualche oscuro modo aveva avuto notizie della tata, da un fornitore, dal custode del palazzo, da qualcuno insomma. Gli avrebbe riscaldato l'anima sapere le due donne insieme, e sarebbe stato sollevato e felice di incontrare Enrica.
Ma era Livia, la visitatrice; Ricciardi lo aveva capito dalla descrizione fatta da Nelide: Bella 'nchiazza e 'ncasa sciazza, bella in piazza e sciatta in casa, aveva mormorato con una smorfia. Rosa doveva aver fatto in tempo a esprimerle la propria opinione sulla vedova Vezzi; la quale aveva portato un inutile e decorativo mazzo di fiori che la ragazza, appena l'altra era andata via, aveva messo in un vaso ai piedi della statua della Madonna, nel corridoio.
Enrica non c'era. Enrica se n'era andata. Non l'avrebbe vista pi.
Le assenze, sua madre, Rosa, Enrica, avevano popolato il residuo della notte di Ricciardi; mai alba era giunta pi gradita.
Neanche Maione aveva chiuso occhio, pur esibendosi nella passabile imitazione di un brigadiere addormentato. La sua mente vagava veloce attraverso immagini che non avrebbe voluto mai concepire, stanze e alcove di palazzi sconosciuti, ristoranti e caff di lusso che lui non si sarebbe potuto permettere. Quando infine si era assopito per qualche istante, si era subito ridestato di soprassalto, convinto di aver sentito la moglie parlare nel sonno, e rimanendo con quel terribile dubbio per il resto del tempo che la notte gli imponeva.
Un truce brigadiere e un introspettivo commissario erano cos pronti a lanciarsi con sollievo sull'indagine. Giunsero al Vomero di buonora e si recarono all'indirizzo che ormai conoscevano. Stavolta il portinaio li salut con deferenza e continu a innaffiare le piante in cortile, lasciandoli liberi di salire al primo piano e di bussare alla porta.

Luongo Teresa, detta Sisinella, apr loro in vestaglia, con la faccia di chi  stata buttata gi dal letto. Ricciardi dovette ammettere che, se  vero che per giudicare la bellezza di una donna bisogna vederla appena sveglia, senza trucco e spettinata, allora quella ragazza era proprio bella. Dimostrava ancora meno dei suoi anni, le guance arrossate dal sonno, la bocca imbronciata, la mano che chiudeva i lembi della veste sul seno ampio e sodo, i capelli neri a far da corona alla fronte larga e agli occhi azzurri intorpiditi.
- Ma... che volete? Che ora ?
Maione reag come se la ragazza lo avesse insultato:
- Guaglio',  un'ora che chi fatica sta faticando da un sacco di tempo. Facci entrare, perch abbiamo altre cose da chiederti.
Sin dall'inizio, il rapporto tra Sisinella e Maione era stato improntato all'ostilit. La ragazza aveva fatto la vita in una casa di irregolari, e aveva imparato sulla propria pelle di quanto male fossero capaci i poliziotti e quanto spesso fossero costrette, lei e le sue compagne, a esercitare gratis il mestiere con loro per ottenerne l'indifferenza. Il brigadiere, invece, pensava che vendere amore costituisse una scorciatoia immorale per arrivare a un benessere altrimenti irraggiungibile, e che fosse assai pi dignitoso andare a servizio, spaccandosi la schiena per molto meno. I due erano nemici innati, lo sapevano e si riconoscevano, dimostrando il proprio astio l'uno dando del tu, l'altra esibendo sfrontatezza.
La giovane rientr in casa, lasciando la porta aperta ma senza invitarli ad accomodarsi. Ricciardi la segu, ignorando il sordo brontolio di Maione. La ritrovarono seduta su una poltrona, le gambe accavallate e scoperte, che si accendeva una sigaretta.
Il brigadiere le si rivolse sarcastico:
- Abbiamo gi finito di fare la signora alla villeggiatura, eh? Meglio cos. Ognuno secondo la sua natura.
Sisinella sbuff volgarmente il fumo dalla sua parte:
- Non cantate vittoria, brigadie'. Io la puttana non la torno a fare. A costo di morire di fame, io l sopra non ci torno.
Maione non era disposto a concederle sconti:
- Ah, no? E dove te ne vai a stare? Secondo te, quando la moglie del professore sapr di questa bella casetta, te la lascia?
- E gi, perch una ragazza povera, se appena  bellina, allora pu fare solo la puttana. Invece no. Io ho un uomo, capite? Un uomo. E mi vuole bene, e mi manterr lui col suo lavoro. Lo sapevo che tutto questo non durava. Lo sapevo e ho messo qualche cosa da parte. Mi vender i regali di Tullio. A proposito, commissa', - disse rivolgendosi a Ricciardi, e rimarcando in tal modo di avere pi fiducia in lui che nel suo sottoposto, - Tullio mi aveva parlato di una sorpresa che mi avrebbe lasciato senza respiro. Avete trovato niente? Lui le cose per me se le teneva in ufficio, cos la moglie non poteva scoprirle.
Ricciardi annui:
- Forse s, signorina, ma sono elementi che riguardano le indagini e non sono nella nostra disponibilit.
- Ma una volta che l'indagine  finita potr avere il mio regalo?
Maione scosse il capo con decisione:
- No che non lo potrai avere. Gli effetti personali della vittima andranno tutti, com' giusto, alla famiglia. Perch  la famiglia che ha diritto, non gli amanti clandestini.
Ricciardi lanci al brigadiere uno sguardo di disapprovazione. Non riusciva a comprendere tanto astio verso una ragazza che, al di l della relazione illegittima, non aveva commesso nulla di grave; e in pi, quell'atteggiamento poteva spingere Sisinella a chiudersi, il che avrebbe nuociuto alle indagini. Il momento personale di Maione si rifletteva sul lavoro, e questo era negativo.
- Il brigadiere ha ragione, signorina. Pure se l'intenzione della vittima era di farvi un regalo,  molto difficile che l'oggetto vi arrivi. Per noi abbiamo bisogno lo stesso di sapere da voi qualche altra cosa. Volete rispondere?
Sisinella parve colpita dalla cortesia di Ricciardi e assent, non senza gettare a Maione un'occhiata in tralice.
Il commissario riprese:
- Il professore passava con voi il tempo libero; quello che poteva, almeno. Era con voi, riteniamo, un mese fa circa, quando alcuni uomini vennero a prenderlo per...
- E come no, commissa', me la ricordo quella notte. Stavamo... stavamo dormendo, quando sentimmo un rumore di frenata e subito dopo delle urla in cortile. Avevano svegliato a Firmino, il portiere, e chiedevano dove stava Tullio. Dopo manco un minuto, il tempo di mettermi una cosa addosso, cominciarono a sbattere i pugni sulla porta: aprite!, dicevano, aprite! Io ho aperto e mi hanno buttato per l'aria; due di loro, brutti, sporchi e violenti, hanno pigliato al povero Tullio uno per una spalla e uno per l'altra e se lo sono portato via.
Maione intervenne:
- Ti ricordi se hanno specificato chi erano e da parte di chi venivano?
- No, no. Lo insultavano, gli dicevano che se succedeva qualcosa era peggio per lui, cose cos. Lui mi ripeteva di stare calma, di non preoccuparmi. Due o tre giorni dopo  tornato, tranquillo, come se niente fosse, ed  finita l.
Ricciardi domand:
- E voi non gli avete chiesto che cosa fosse accaduto?
- Certo che gliel'ho chiesto, ma lui ha detto: una mia paziente che stava male, nulla di importante. Poi, una decina di giorni dopo, ha voluto sapere se qualcuno era venuto a disturbarmi, ma non era venuto nessuno.
Il quadro corrispondeva a quanto raccontato dal Lupo; e la serenit ostentata dal professore poteva dipendere dal fatto che voleva evitare alla ragazza ogni preoccupazione.
Ricciardi disse:
- Signorina, so che non vi piacer, ma dobbiamo parlare pure con il vostro fidanzato:  necessario per le indagini.
Sisinella sussult:
- Ma perch? Che ha fatto? Commissa', lui non c'entra con questa storia. E poi lui a Tullio non l'ha mai conosciuto n incontrato, non capisco che...
Maione fece un passo avanti, minaccioso:
- U, piccere', stai attenta a come ti rivolgi, hai capito? Noi ti possiamo sbattere in galera, a te e a lui, e tenervi l quanto tempo vogliamo. Non ti permettere di sindacare su chi dobbiamo vedere e chi no!
Ricciardi gli strinse piano un braccio:
- Raffaele, calmati adesso. Lascia parlare me, per favore.
Aveva usato un tono pacato, ma ottenne l'effetto che sperava. Maione si calm, sospir e gli rispose, senza tuttavia staccare gli occhi da Sisinella:
- Scusate, commissa'. Avete ragione. Mi sono fatto prendere la mano. Ma tu, attenta a te!
La ragazza sibil con aria di sfida:
- Non mi fate paura, brigadie'. Non mi fate paura. Ho conosciuto gente che ti apriva la pancia col coltello per sfizio, figuratevi se mi metto paura di voi.
Ricciardi sent che doveva intervenire di nuovo.
- Signorina, se abbiamo deciso di rintracciare una persona di cui, peraltro, sappiamo nome e cognome, possiamo cercarla chiedendo informazioni per strada, facendo cos al vostro fidanzato pi danno che se lo incontrassimo tramite voi. Dobbiamo solo sentirlo, tutto qui. Scegliete voi: a noi potete solo causare il disagio di una piccola perdita di tempo.
La ragazza consider le parole di Ricciardi. Era giovane, ma la vita le aveva gi insegnato a valutare i pro e i contro di ogni situazione nel modo
pi oggettivo. A voce cos bassa da essere appena udibile, disse:
- Lui ha il pianino. Va in giro, ma tiene un percorso fisso. A mezzogiorno, di solito,  al Belvedere di San Martino, perch ci va la gente che viene da fuori a vedere il museo e il panorama. Oggi  una bella giornata, facile che lo trovate l.
Ricciardi accenn un inchino:
- Grazie, signorina. Posso chiedervi che pensate di fare con questa casa?
- Che vi devo dire, commissa'? Aspetto che mi cacciano.
Ricciardi usc, seguito da Maione. Il brigadiere rivolse un ultimo sguardo arcigno a Sisinella, che ricambi con un ironico bacio in punta di dita.

51.

Ricciardi e Maione erano in anticipo e il tragitto per il piazzale di San Martino era breve, cos se la presero comoda, concedendosi anche una sosta in un caff fornito di una terrazza che dava sui tetti della citt.
Il vulcano si stagliava contro il cielo azzurro come su un fondale dipinto, di quelli che si vedevano nelle scenografie al Salone Margherita. Dall'alto, le strade e i palazzi del centro sembravano un presepe, modelli in legno e terracotta costruiti per i bambini, con minuscole automobili e carrozze che si spostavano silenziose. L'aria era pervasa dall'odore pungente di sterco di cavallo e vegetazione bruciata dal sole.
Ricciardi aspettava che Maione parlasse, magari svelando la ragione del proprio nervosismo, ma il brigadiere non pareva incline alle confidenze; rimestava col cucchiaino nella tazzina e guardava il panorama.
Il commissario prov allora a prenderla alla larga:
- La ragazza mi fa pena, sai? Era sicura di aver chiuso con la vita precedente, e ora corre il rischio di ricaderci. A meno che questo Cortese non abbia davvero intenzioni serie.
Maione rispose senza distogliere gli occhi dal reticolo di casette:
- Voi dite, commissa'? Quelle come lei tengono presente solo l'interesse. Sono come gli animali, i cani, i gatti, che vogliono da mangiare e che quando l'hanno avuto se ne vanno e non ti pensano pi.
- Sei sicuro che funzioni cos? Pensa al cagnolino del dottore, quello che stava col bambino di Capodimonte. Il piccolo non poteva certo dargli molto da mangiare, eppure lui non l'ha lasciato neppure dopo che  morto.
Il brigadiere si strinse nelle spalle:
- Ci stanno sempre le eccezioni. Ma le donne, commissa', sono cos. Cercano il benessere, le agiatezze. E se uno non glieli pu dare, se li vanno a cercare da un'altra parte.
- Ma che dici? Proprio tu questo discorso non lo puoi fare. Hai condiviso con Lucia la vita intera, dolori e felicit. Sostenendovi a vicenda siete venuti fuori dalla disperazione, avete superato una tragedia che avrebbe distrutto quasi tutte le persone che conosco.
Maione parl con voce spezzata.
- Tutto passa, commissa'. Tutto passa. Adesso dobbiamo andare,  quasi mezzogiorno.
E si alz con un movimento brusco.

Il piazzale davanti alla Certosa di San Martino era ampio, quasi circolare, con il fondo quasi per intero in terra battuta. Vi si accedeva mediante una bella strada, non molto ripida, percorsa da carrozze che accompagnavano i visitatori a uno dei pi incantevoli belvedere della citt. Il contrasto
fra la pace dell'eremo e la frenesia che imperava ai piedi della collina era accentuato dalla presenza di un gregge di capre, le cui campane contribuivano a creare un'atmosfera bucolica.
Alcuni ambulanti si erano appostati con la propria merce; a una certa distanza, come per rimarcare la diversit dell'offerta, un pianino trainato da un mulo piuttosto malridotto. A girare la manovella, circondato da un pubblico perlopi femminile di una decina di persone, un ragazzo che cantava con voce tenorile e intanto fissava una giovane turista straniera, vestita di bianco e con un grazioso ombrellino. La donna, dal viso equino, ascoltava incantata, gli occhi scintillanti e la bocca socchiusa a scoprire i denti sporgenti.

Chisto  'o paese d'o sole,
chisto  'o paese d'o mare,
chisto  'o paese add tutt'e pparole so' doce e so' amare,  so' sempe parole d'ammore!

Per dare enfasi all'interpretazione, il suonatore sottolineava i versi con la mano libera. Ricciardi lo studi: non molto alto, magro e nervoso, la camicia con il colletto sbottonato sotto il panciotto, il berretto spostato all'indietro da cui spuntavano i riccioli neri, denti bianchi, fossetta sul mento e collo abbronzato. Il classico tipo che fa breccia nel cuore delle donne.
La turista si gir verso una signora anziana, che Maione stabil con certezza essere la madre per via della stessa conformazione della dentatura:
- Wonderful, mom! Did you listen? What a fan
tastic voice, and he's so gorgeous...
Il giovane le sorrise, sprizzando malizia da ogni poro:
- Do you like, madam? Mo' canto ancora, non vi preoccupate.
Maione tossicchi con intenzione:
- Magari tra un poco. Adesso io e il commissario, qui, ti vorremmo parlare.
L'altro fece una smorfia:
- Non si pu dopo, brigadie'? Mi fate perdere l'occasione con la signorina, qua.
- No, non si pu. E stai tranquillo, ch se pure la dentona se ne va, ne arrivano altre. Ma magari preferisci venire a farle in questura, queste quattro chiacchiere. Scegli tu.
Il ragazzo indirizz un sospiro alla giovane inglese, si scus con un sorriso e le invi un bacio.
Quella arross e la madre la trascin via per un braccio.
Mentre il pubblico del pianino si diradava, i tre uomini si spostarono di qualche passo.
- Comandate, brigadie'. Che vi serve?
- Sei tu Cortese Salvatore, detto Tore 'o pianino? -'gnors, brigadie'. Ma che ho fatto di male? Maione sbuff:
- Io non capisco: ogni volta che vogliamo parlare con qualcuno, questo deve aver fatto per forza qualche cosa di male. Niente, hai fatto di male. Almeno speriamo per te. Ci serve solo qualche informazione. Conosci una certa Luongo Teresa? - Chi, Sisinella? Certo che la conosco. Perch? Ricciardi subentr a Maione:
- Dove vi trovavate la notte fra gioved e venerd scorso? Era il 7, per intenderci.
Cortese strizz gli occhi:
- Commissa', ma che volete dire? E quando  morto il tizio, quello che stava con Sisinella, quello che pagava? Niente niente vi pensate che... Maione lo interruppe, a muso duro:
- Rispondi alla domanda del commissario. Cortese rimase guardingo:
-Io... commissa', io non mi ricordo bene. Mi pare che... mi pare che stavo al Vomero, comunque. Io abito all'Arenella, un po' distante, stavo
per strada, forse...
Ricciardi anticip la reazione furiosa di Maione:
- Cortese, ascoltatemi, la cosa  seria e noi non possiamo stare qua a perdere tempo. O ce lo dite o vi portiamo con noi.
- No, no, adesso mi ricordo. Stavo con Sisinella, a casa sua. Ho passato la notte l, come faccio spesso quando... quando  sicuro che non arriva qualcun altro, insomma.
Maione annu:
- Ecco. Allora ti copre Sisinella. E lei il tuo alibi.
Tore cominci a piagnucolare:
- Brigadie', ma che volete dire? Che alibi? Io non ho bisogno di nessun alibi, nemmeno lo conoscevo a questo professore, l'ho visto una volta da lontano, perch  venuto un giorno che non doveva venire e me ne sono dovuto scappare dal balcone mezzo nudo coi vestiti sotto al braccio; fortuna che era di sera, se no mi arrestavano. Che ne so di quello che  successo? Abbiate piet, io sono uno che lavora onestamente...
Ricciardi tagli corto:
- Quindi non conoscevate il professore. E non eravate geloso di lui?
Il ragazzo sembr sinceramente sorpreso:
- Che? E perch mai dovevo essere geloso di lui?
Maione lo fiss truce:
- E perch, secondo te? Quello stava con la fidanzata tua, veniva quando voleva lui e tu te ne dovevi scappare dalla finestra, si coricava nel tuo letto, e tu non eri geloso di lui?
Tore spost un paio di volte gli occhi da Maione a Ricciardi.
- La fidanzata... no, no, no, brigadie', voi avete capito male. O vi hanno detto qualche cosa di sbagliato, di sbagliato assai. Io non ce l'ho la fidanzata, non ci penso proprio! Sisinella  una bella ragazza, le voglio bene e ci divertiamo insieme, ma per carit, Sisinella fa la puttana. Vi pare che un ragazzo come me, serio, lavoratore, cristiano si mette con una puttana?
Ricciardi disse:
- Che io sappia non la fa pi la prostituta. Ha lasciato anche il bordello.
L'altro rise, sguaiato:
- Che c'entra, commissa', se una  stata puttana, sempre puttana resta. Io ci vado, mi diverto... E poi, finch c'era il turzo che pagava, che faceva regali e lasciava pure le banconote da cento lire, valeva sempre la pena. Con quali soldi, secondo voi, mi sono comprato il mulo? Prima dovevo trascinarlo io il pianino su questa salita. Ma per la mia vita voglio qualche cosa di meglio, mica una puttana.

Maione e Ricciardi tacquero. Poi Maione disse:
- Quindi non eri geloso.
- Anzi, brigadie', quello era una rendita! Quando abbiamo saputo che era morto ci siamo visti perduti, mannaggia a lui. Figuratevi se ammazzavo alla gallina dalle uova d'oro!
Il brigadiere lo guard con disgusto:
- Credimi, Corte', mi fai proprio schifo. Ma come, uno si corica con la ragazza tua e tu, invece di fare il pazzo, ti mangi i soldi suoi e sei contento?
Il ragazzo era esasperato:
- Brigadie', ma allora non mi state a sentire: Sisinella non  la mia fidanzata!
Ricciardi disse, a mezza voce:
- Lei per pensa di esserlo. E conta di stare con voi, adesso che perder tutto.
Cortese cominci a ridere.
- E gi... e io mi mettevo con una puttana e la mantenevo pure. Io a lei! Ma figuratevi, mo' le toglieranno pure l'appartamento; magari me la porto a casa mia, da mia madre, che dite? In una casa onorata ci porto una puttana. Io gi da tre giorni, da quando ho saputo del fatto del professore, non ci vado nemmeno pi. Per carit,  bella, e... insomma,  pure una esperta. Ma io tengo da fare. Magari una come quella coi denti di fuori, l'avete vista: ci hanno tanti di quei soldi, 'ste inglesi... una cos, se piglia la fissazione, ti porta pure al paese suo con la nave.
Maione lo agguant per il bavero e lo sollev da terra. Cortese squitt per la paura, agitando i piedi nel vuoto.
- Fammi guardare in faccia un uomo da niente, - disse il brigadiere. - Chiss quando mi ricapita, uno cos -. Lo moll di botto, facendolo cadere a terra. E continu: - Ti dico una cosa, Corte': ti tengo d'occhio. Io ti tengo d'occhio. Se sgarri di un millimetro, un tanto cos, prima ti piglio a calci nel culo che non ti siedi mai pi, poi ti sbatto in galera. Sai quanto gli piaci, a quelli l, col bel sorriso che tieni e la voce da cantante lirico.
Cortese si rialz di scatto, spolverandosi il fondoschiena:
- State senza pensiero, brigadie', io non faccio mai niente di male. Qualsiasi cosa, se avete bisogno, mandatemi a chiamare e sto a vostra disposizione. Grazie, brigadie', grazie, commissa', servo vostro. Posso andare, adesso?
Mentre scendevano di nuovo in centro con la funicolare, Ricciardi comment amaro:
- Povera ragazza. In pochi giorni ha perso chi la manteneva e pure il fidanzato. La vita pu essere davvero crudele.
Maione se ne stava sul sedile di legno a braccia incrociate.
- S, commissa'. E mi dispiace di averla trattata  male. E pi onesta lei, col lavoro che ha fatto e dove l'ha fatto, di questa chiavica di Cortese che la sfruttava mentre lei gli voleva bene sul serio. .
E proprio vero che si pu tradire in molti modi. E per molti motivi.

52.

Faceva freddo, stavolta. C'era un vento che tagliava il porto in due e che non finiva di soffiare. Avrebbe potuto mettersi al riparo del muro di un deposito, o di una barca in secca, ma non voleva.
Ne erano partiti di piroscafi, da quando se n'era andata, e lui era tornato ogni volta, col sole e con la pioggia, e si era seduto al loro posto pur sapendo che lei non sarebbe venuta. Non per ora.
Chiss com'era, partire col brutto tempo. Magari il mare faceva pi paura, nero e freddo, gonfio e rumoroso, per, forse, se non c'era il profumo dei fiori e non si sentivano le canzoni, se non c'era il sole a tirare fuori tutti quei colori dalle case della riviera che spariva piano alla vista, il distacco pesava meno.
Gli emigranti si tenevano stretti per trovare calore. Lui ne scrutava le facce, ma non ci vedeva traccia della paura di un tempo. Le cose erano cambiate. Erano cambiate per tutti: anche per lui.
La partenza del piroscafo: da sempre il loro spazio e il loro tempo. Di loro due. Da quando, anni prima, erano poco pi che bambini. Lei lo aveva seguito l, senza chiedere nulla: aveva capito da sola. Perch loro si capivano.
Tutti e due silenziosi, tutti e due determinati, tutti e due poveri, tutti e due convinti che non lo sarebbero stati in eterno.
Ma, si domandava lui adesso, mentre il marinaio scendeva la scaletta con la lista in mano, cosa volevano dal futuro? Desideravano davvero le stesse cose?
Si strinse il bavero, abbassando il berretto sulle orecchie. L'America. Lui avrebbe voluto l'America.
In tanti gli avevano detto che, con il suo mestiere, avrebbe fatto un sacco di soldi. L non c'era tradizione, e nemmeno fantasia. La sua ambizione non avrebbe trovato limiti.
Perch s, era ambizioso. Non lo aveva capito nessuno quanto lo fosse. Era bravo, e lo sarebbe diventato ancora di pi. Ma a che serve la bravura, a che servono successo, denaro, apprezzamento, se non a rendere felice chi ami? A che serve tutto, se non hai nessuno da far sorridere?
Avrebbe voluto l'America, ma con lei. Senza di lei, l'America era vuota. Non era niente.
Per tanto tempo, piroscafo dopo piroscafo, aveva sperato che si innamorasse di quell'idea: lui e lei insieme di l dal mare, lontano da chi non capiva, da chi lasciava che l'esistenza gli rotolasse addosso. Lui e lei insieme in un nuovo mondo, parte di un popolo che sapeva guardare in faccia il futuro e cambiarlo.
Gli avevano raccontato che l non c'erano nobili. Che chi valeva valeva, e si faceva una posizione senza che nessuno gli domandasse come si chiamava o chi fossero i suoi genitori. Gli avevano raccontato che potevi perfino diventare presidente, che era una specie di re, pure se venivi dal letame.
Qui, invece, se eri tu, rimanevi tu anche se eri un genio capace di fare miracoli con le mani.
Ma lei non voleva andarsene. Era affascinata, lo sentiva, e gli voleva bene; forse non come gliene voleva lui, ma abbastanza da ritenere pacifico che avrebbero passato la vita insieme. Cos era, dove stavano loro. Ci si trovava e si rimaneva insieme per tutta la vita. Senza lasciarsi, senza scegliere altre strade. Insieme per tutta la vita. Loro due si erano trovati e non dovevano lasciarsi mai, come i loro genitori prima, come i nonni prima dei genitori e cos via, fino alla notte dei tempi.
Questo non riusciva a comprendere, mentre guardava la stanca fila degli emigranti inerpicarsi sulla scaletta frustata dall'aria gelida. Se lui desiderava partire, perch lei non aveva accettato la cosa e basta? Perch, come dovrebbero fare le donne, non aveva detto di s, aiutandolo a racimolare i soldi per il biglietto?
Aveva capito che lei non voleva, e aveva evitato di parlarne. Aveva nascosto a tutti il proprio sogno. Era quello il loro segreto, il motivo per cui si sedevano in silenzio tra gomene e reti: guardavano la partenza che per loro non ci sarebbe mai stata.
Lei era diversa. Era questa la verit. Diversa negli occhi, diversa nelle mani e nella bocca. Diversa. Non era del loro mondo, anche se era nata li come lui, anche se aveva respirato la stessa aria e mangiato lo stesso pane, anche se quando veniva la festa metteva l'abito bello e si attaccava al suo braccio e lui si credeva il re del mondo. Lei era diversa.
Quando gli aveva detto, proprio li, mentre guardavano salpare un piroscafo, che sarebbe andata via, ma via da lui, lui era morto. Aveva sentito il sangue fermarsi, e se non aveva parlato, se non aveva urlato la propria disperazione, era perch non voleva tagliare il filo che li teneva legati.
Perch l'amore, pens, guardando una donna prendere in braccio il figlioletto che non ce la faceva a salire da solo,  un germe. Una malattia che nasce da un seme minuscolo e si annida in un punto preciso. In fondo al cuore.
Aveva promesso che sarebbe tornata. Che era questione di tempo, il tempo necessario ad accumulare la forza, i soldi e il benessere per stare insieme per sempre.
Aveva promesso che non si sarebbero lasciati mai pi e che, per quanto lunga fosse la strada da percorrere, prima o poi si sarebbero riuniti.
Aveva promesso.
Ma lei era diversa. Era di un altro mondo, non del suo. E lui, che invece era uno di quella terra, di quel quartiere, mai avrebbe avuto un'altra, perch lei era la sua compagna, ed era stata al suo braccio la sera della festa, quando s'incendia il campanile e si esprime un desiderio.
Lui aveva lei. Aveva solo lei.
In fondo al suo cuore.

53.

Quel pomeriggio non furono i piedi a portare Maione di fronte al 270 di via Toledo. Gli incontri con Sisinella e Cortese, il Vomero con la sua greve atmosfera romantica, il caldo patito sulla funicolare, immagine della discesa in un inferno di disperazione: tutto aveva concorso a suscitare nel suo animo tormentato la voglia insopprimibile di guardare negli occhi l'uomo che riceveva le attenzioni della moglie.
Si appost nell'androne del giorno precedente. Il portinaio finse di non vederlo e se ne and dritto nel cortile interno, con una sedia, il giornale della sera e un mezzo sigaro. Il brigadiere si dispose a un'attesa che ipotizz non lunga: l'orario corrispondeva.
Dopo nemmeno mezz'ora, infatti, usc Lucia, accomodandosi i capelli sotto il fazzoletto. Come la sera prima, lanci un rapido sguardo attorno e si avvi verso casa. Maione si domand dove prendesse una tale sicurezza quella sconosciuta che per tanti anni aveva avuto al fianco, che esercitava cos bene l'arte della dissimulazione e della menzogna.
Dieci minuti scarsi, neanche il tempo di abbandonarsi all'amarezza, e spunt il maledetto Pianese Ferdinando, l'orribile Fef del racconto di
Bambinella, il debosciato, l'inutile essere capace di avvelenargli perfino il sonno travagliato di quei giorni orribili.
Gli lasci qualche metro di vantaggio e lo segu. Non c'era molta gente per strada; il caldo scoraggiava dal passeggio e alcuni negozi avevano chiuso prima del solito. Non potevano apparire pi diversi, Maione e Fef. L'andatura del brigadiere era quella di un poliziotto intento al suo lavoro: mani in tasca, cappello all'indietro, occhi che vagavano da una vetrina a un mendicante, da un chiosco a una coppia con bambini; la camminata di Fef, quella di un gag che aspetta l'ora di cena e intanto decide con calma dove prendere l'aperitivo, sorridendo alla vita e a un futuro radioso. All'apparenza, due personaggi qualsiasi fra i tanti che popolavano la citt; non un predatore affamato e una preda ignara.
Il cervello del brigadiere pianificava il momento in cui avrebbe affrontato il rivale. Ecco, pensava, adesso gira l'angolo di via Chiaia... c' ancora troppo passeggio, per strada... poi prender la discesa verso piazza dei Martiri, dove si fermer al caff con altri nullafacenti a importunare le donne altrui.
Devo fermarlo prima.
A pochi metri dall'ultimo tratto prima dello slargo frequentato dalla migliore societ cittadina, terreno di caccia ideale per gente come Fef, Maione allung la falcata e lo affianc all'altezza di un vicolo, una rampa di larghe scale senza sbocco; lo agguant per il braccio e lo trasse nell'ombra.
L'uomo si mostr pi sorpreso che spaventato: un poliziotto enorme, arcigno e sudato, in divisa e con tanto di pistola, stringeva la manona attorno
all'immacolata manica della sua giacca leggera, che probabilmente non sarebbe mai pi stata la stessa. Di sicuro uno scambio di persona, si convinse Fef. Baster che mi guardi in faccia.
Ma il brigadiere lo sbatt senza riguardo contro un muro. Due ragazzi che stavano portando a termine qualche traffico che richiedeva una certa riservatezza, ritennero pi salubre dileguarsi. Ora Maione e Fef erano soli.
Il damerino strabuzz gli occhi:
- Ma... ma che volete da me, brigadie'? Ci dev'essere un errore, io non ho fatto niente.
- Niente, Piane'? Niente? Non c' nessun errore, io a voi cercavo. E se vi passate una mano sulla coscienza, posto che ancora la tenete, allora ve lo spiegate chiaro, che cosa voglio da voi.
Pianese cercava di pensare velocemente, ma aveva difficolt a farlo, perch Maione gli aveva lasciato la manica e lo aveva afferrato per il collo, stringendo nell'immenso pugno colletto, cravatta a farfalla e bavero della giacca, tutto insieme premuto con forza sul gozzo dell'avvocato che non riusciva a respirare. In un barlume di lucidit, il poliziotto si rese conto che l'uomo stava soffocando, e allent di pochissimo la stretta.
Fef inspir con forza, gemendo:
- Brigadie', ci dev'essere per forza uno scambio di persona, vi posso assicurare che non ho fatto niente, io...
Il sussurro di Maione assunse un tono amaro:
- Niente. E gi. E niente rovinare una famiglia, mettere il serpente in una casa onesta, togliere una madre ai figli. E niente distruggere una vita, uccidere il cuore di un uomo che credeva di avere vicino una moglie fedele e innamorata. E niente togliere la luce, l'aria a qualcuno. Siete un bastardo, Piane'. Siete un bastardo.
L'altro si guardava attorno, sperando invano in un aiuto. Aveva paura a urlare, temeva che, se lo avesse fatto, quel pazzo in divisa gli avrebbe spezzato l'osso del collo con una semplice contrazione della mano.
Tent di ragionare. Se non l'aveva ucciso ancora, se gli parlava, forse poteva farcela. Doveva trattarsi per forza di Lucrezia.
Dopo un corteggiamento durato mesi, era da poco riuscito a entrare nelle grazie della marchesa Lucrezia Carrara di Morsano, una delle signore pi in vista della citt. Non era avvenente, la donna, con i suoi occhi sporgenti, le lunghe gambe secche e i capelli crespi e gialli, che provavano a scappare da ogni cappellino formando una sorta di nuvola attorno alla fronte; ma i soldi del marito, un vecchio proprietario terriero che aveva nel cibo l'unico interesse, erano davvero tanti, e lei, in cambio di prestazioni sessuali, non mancava di elargirne in generosa quantit.
Lucrezia, che veleggiava verso i sessanta, aveva due figli, un maschio e una femmina, ma rispettivamente di trentasei e trentaquattro anni, coniugati e dotati di prole: parlare di togliere una madre ai figli sembrava a Fef esagerato. E si chiedeva anche, Fef, perch mai l'anziano e goloso marchese di Morsano avesse chiesto e ottenuto addirittura l'intervento violento delle forze dell'ordine per dirimere una questione che poteva rimanere nell'ambito di un gentlemen's agreement, mettendo la cosa fra le mani sapienti di qualche comune amico, come di solito avveniva.
Rauco per la stretta, mormor:
- Brigadie', calmatevi, per carit. Dite al marchese che ho capito e che mi regoler secondo il suo volere. Rassicuratelo, la marchesa...
Maione non badava al balbettio dell'uomo, avendo deciso in anticipo che non avrebbe sentito ragioni:
- Ora ascoltami bene, vigliacco bastardo che non sei altro: tu rivedila una volta, una sola volta ancora, e io ti ammazzo, hai capito? Ti ammazzo. E in modo tale che nemmeno tua madre potr riconoscere il cadavere, mi hai sentito bene? Nemmeno tua madre. Dici di s. Dillo subito, e forte.
Pur di uscire da quella situazione, Pianese avrebbe ammesso pure di essere l'toile del corpo di ballo del San Carlo, corredando l'ammissione con qualche passo esemplificativo sul selciato sconnesso del vicolo.
- S, s, brigadie', state sicuro e tranquillo. E diteglielo al marchese, che stesse certo che mai pi, mai pi rivedr la marchesa.
Maione rugg.. Quell'uomo era insopportabile, e lo prendeva anche in giro.
Si sent disgustato da lui, dal vicolo, da Lucia e perfino da s stesso. Moll Fef e quello ricadde a terra ansimando, prima di rialzarsi e darsi a una fuga scomposta.
Nell'ombra della sera che scendeva, il brigadiere si copr la faccia con le mani, e pianse.

54.

Tornando, si sent in pace.
Era la prima volta, da pi di quanto riuscisse a ricordare. La sua anima era stata in tumulto per tanto di quel tempo che si era ormai abituato a quel sordo sottofondo di dolore, rimpianto, rimorso, incompiutezza che aveva dato alla sua vita il colore che aveva.
La preparazione della festa stava arrivando al suo parossistico finale. Il quartiere brulicava di frenetica attivit, ognuno portava qualcosa da qualche parte, sistemava festoni, applicava ornamenti.
All'andata si era guardato attorno con la massima attenzione: sarebbe stata una terribile ironia del destino, essere rapinato proprio adesso. Ma tutto era stato fatto secondo i piani. C'erano voluti tre giorni in pi, ecco tutto. Per portare a termine il suo capolavoro. Ma ogni cosa era andata in porto.
Percorrendo la solita strada, un passo dopo l'altro, respirava profondamente. L'aria rovente gli entrava nei polmoni, gravida di odori. Non provava alcuna malinconia, eppure avrebbe creduto di s; non aveva voluto pensarci, preferendo rimanere concentrato sul lavoro che stava portando a termine secondo il disegno che aveva composto nell'anima, prima che col cervello.

La preparazione, il completamento e il perfezionamento di tutto, era la prima cosa che faceva per s da troppo tempo. Ora che camminava schivando i passanti indaffarati, ora che risaliva i luoghi noti sin dall'infanzia, non si pentiva di niente. Nemmeno delle parole che non aveva detto, si pentiva. Perch non sarebbero servite a niente. Non avrebbero cambiato il corso della sua vita, non avrebbero aggiunto niente n tolto nulla. Meglio stare zitto.
Il pensiero si form, davanti ai suoi occhi. Il solito viso. Come ogni volta, ogni singola volta, cento volte al giorno per tanti anni. Camminava lungo il muro, e invece di assaporare il respiro, invece di guardare ancora il mare o di arrampicarsi sulla collina per ammirare di nuovo il profilo della montagna contro l'azzurro del cielo, ricostru il viso di lei. Non come era diventato, con la durezza, la malinconia a segnarne i tratti. Com'era allora, piuttosto. Com'era la sera della festa, anni prima: quando l'aveva portata al braccio, fiero e orgoglioso del suo sorriso, della sua veste bianca.
Erano bellissimi, insieme. Il resto dell'esistenza era stato un tempo insufficiente per ricordare la pressione lieve sul suo braccio, la mano di lei, quella mano che era una farfalla dalle ali leggere.
Qualcuno lo salut, da un banchetto per strada. Nel momento della pace ormai raggiunta pens alla sua gente, alla lotta contro la miseria e la disperazione. Pens alle facce di quelli che erano rimasti; non aveva mai visto in questi termini chi se n'era andato, e una luce negli occhi, anche nel pi profondo dei dolori, l'aveva mantenuta sempre. Quelli che erano rimasti, invece, no: la luce, molti non l'avevano mai avuta.
Raccolse qualche occhiata sorpresa dalle donne sedute nella fascia d'ombra del palazzo. Dopo anni di precisione, di assoluta prevedibilit, ecco che aveva fatto saltare tutto. Ma era necessario completare quell'ultimo passaggio. Senza la consegna, un lavoro non poteva dirsi concluso.
Apr la porta, entr. Accost il pesante battente e lasci passare la lama di luce del sole del mattino. Non che ne avesse bisogno: in quello spazio stretto avrebbe potuto muoversi nel buio pi profondo senza nemmeno sfiorare mobili e oggetti, per quanto lo conosceva; per volle comunque accendere la lampada. La sua luce calda, dorata, gli aveva fatto tanta compagnia: gli sembrava giusto che illuminasse anche questo.
Torn alla porta e la richiuse dall'interno. Si guard attorno, come faceva la sera prima di andar via.
Prima di andar via.
Tutto in ordine. Si sentiva sereno, felice. Pieno di speranza, assurdamente. Si sentiva come quelli che partivano. Come se ora ci fosse anche lui, tra loro. Il mare, e l'America.
Si avvicin al banco. Prese il pi resistente degli attrezzi e fece l'ultima incisione. Poi raccolse la corda che aveva preparato da due giorni, sali sul piano di legno e la fece passare sotto la trave.
Era in pace. Gli occhi andarono al piroscafo sul muro.
Mise la testa nel cappio e si iss con le mani. Pens a lei com'era, un passo dietro di lui, seduta in mezzo alle corde a guardare la nave e il mare. Ci sei tu, in fondo al mio cuore. Ci sei tu. E chiss se ci sono io, in fondo al tuo cuore.
E finalmente part per il suo viaggio.

55.

Enrica non lo avrebbe ammesso nemmeno con s stessa, ma ormai se l'aspettava.
Lanciava occhiate di nascosto, dalla spiaggia al crinale dove Manfred piazzava il cavalletto; attendeva l'arrivo di quell'uomo gentile, la luce del sole che si rifletteva sui capelli biondi, il cenno che le faceva con la mano prima di sedersi sullo sgabello di fronte al mare.
Era diventato una specie di rito del mattino, ed era piacevole. Ormai Carla, l'altra maestra, si era arresa all'evidente preferenza dell'ufficiale tedesco, e aveva perfino cominciato a darle dei consigli su come accalappiarlo, offrendosi di farsi carico del suo orario di sorveglianza serale per consentirle di uscire con lui.
Dentro di s, Enrica divideva la giornata in due parti. Il giorno, quando c'erano il sole e le grida dei bambini e dei gabbiani, il saluto sorridente degli abitanti dell'isola e la brezza dolce che arrivava dal mare; e la notte, quando il profumo dei fiori e il canto dei grilli riempivano l'aria e l'anima, e la mente vagava in cerca di qualcosa da accarezzare. Il giorno ospitava l'accento spigoloso di Manfred, i racconti della sua terra lontana, la merenda coi bambini della quale il tedesco era un ospite fisso; la notte il pensiero di Ricciardi, il suo sguardo verde e febbrile, la passione che vibrava sotto la superficie di uno specchio d'acqua in apparenza quieto.
Di notte Enrica capiva quanto fosse ancora innamorata di lui. Di notte, quando il cervello smetteva di costruire castelli di razionalit, quando non combatteva pi contro un'evidenza fatta di silenzio e solitudine. Di notte, quando sentiva gli occhi di lui addosso e dentro, al di l del mare che li separava.
Eppure la compagnia di Manfred le era gradita. Le piaceva la sua conversazione brillante di uomo sensibile, non privo di dolcezza malgrado facesse un mestiere duro e violento: un contrasto che dava i brividi, ma che raccontava di una personalit complessa e affascinante. Le storie di lui la portavano in altri mondi, fatti di feste contadine e campi di battaglia, di onore e di sconfitte.
Le piaceva anche la testarda fiducia di Manfred nel futuro, mai appannata dalla durezza di un passato sfortunato. Se dai suoi ricordi emergeva la figura della moglie morta, Enrica non avvertiva rimpianti o sofferenza: solo la malinconia di un tempo che si era concluso. Maggior dolore, e una venatura di rabbia, arrivava dalla memoria della guerra e delle successive, dure sanzioni alle quali era stato sottoposto il suo paese, amato con passione e verso il quale l'ufficiale portava una dedizione assoluta.
Anche su quell'argomento, tuttavia, a prevalere era l'ottimismo. Le prossime elezioni, le aveva detto fissando il mare, avrebbero creato di nuovo la coscienza della forza tedesca; e la voglia di rialzare la testa, di riaffermare il ruolo della Germania nel panorama internazionale.
A Enrica la politica non interessava molto e le discussioni ferocemente contrapposte le sembravano un modo assai sterile di trascorrere le ore. Ma l'entusiasmo, la voglia di un futuro migliore, quelli s che li comprendeva; e contrapporre lo scintillio di ottimismo che leggeva negli occhi azzurri di Manfred al dolore senza speranza che scaturiva da quelli di Ricciardi, era una novit che la disorientava.
Dal cenno che le aveva fatto Carla, seppe che era arrivato. Si gir verso il crinale, e lui, i capelli biondi che si muovevano nella brezza marina, sollev la mano verso di lei. Enrica rispose senza manifestare pi di un tenue sorriso.
Chiss perch, si sent triste. Come se si stesse allontanando da casa.

Ricciardi si riscosse dal sonno e si drizz a sedere. La stanza d'ospedale, le luci dell'alba che filtravano dalle tende tirate. Faceva gi caldo.
Guard il profilo sereno di Rosa, la fronte lievemente corrugata; ne ascolt il respiro profondo, regolare, fiss il lenzuolo che si alzava e si abbassava sul torace. Controll l'orologio: le cinque e quaranta. Aveva dormito due ore. Nell'ombra, la sedia occupata da Nelide, che invece era sveglia, le braccia conserte, gli occhi su di lui. Questa ragazza non dorme mai, pens Ricciardi.
- Signori', avete fame? Ho portato un poco di pizza chiena, ve ne d una fettina?
Ricciardi prov una fitta al cuore, riconoscendo le stesse parole e perfino lo stesso tono di voce di Rosa. E la stessa cura per lui, tesa a rimpinzarlo di assurdit. Figurarsi: la pizza chiena. Un impasto di sugna, uova e pepe. Alle cinque e mezzo del mattino.
- No, grazie. Ma tu, piuttosto, perch non vai a casa a riposare?
Nelide scosse il capo.
- 'A cera se cunzuma, e 'a processione n camina, - disse lugubre. L'immagine delle candele che si consumavano in silenzio mentre la processione restava ferma, arriv dall'antica saggezza popolare cilentana addosso a Ricciardi come un treno in corsa. Era vero. Rosa si consumava, e la sua vita non riprendeva.
Per la prima volta da quando la tata si era addormentata, Ricciardi usc dal recinto esclusivo del suo dolore e pens che la povera Nelide stava portando una croce pesantissima; era giovane, affezionata alla zia, lontana da casa. Era venuta per fare compagnia a Rosa, e ora si trovava a vegliare al suo capezzale.
- Nelide, ascolta. Sentiti libera di tornartene al paese. Qui, lo vedi, ci sono io, il dottor Modo, gli altri medici e le infermiere. Non ti devi preoccupare.
- Signori', la zi' Rosa mi ha chiamato. Mi ha scelta, mi ha imparato tutte cose. Io resto. Io voglio restare. Se non mi cacciate. Io sono come a zi' Rosa, comme 'a mamma vene 'a figliola. Se mi volete.
Il cuore di Ricciardi si strinse: lo sapeva. Rosa lo sapeva, che se ne sarebbe andata. E aveva pensato a chi sarebbe rimasta vicino a lui, che non si decideva a farsi una famiglia. Cocciuta, vecchia pazza: invece di dirgli che non stava bene, invece di farsi curare, si era preoccupata di istruire la nipote pi simile a lei.
Comme 'a mamma vene 'a figliola: una figlia  come la madre. Testarda Rosa, testarda Nelide. Forti come due querce.
- S, Nelide. Rimani con me. E rimarrai quanto tempo vuoi. Se vuoi.
Sulle labbra strette della ragazza pass un rapido sorriso, cos veloce da far dubitare a Ricciardi di averlo visto davvero.
La mente segu il cuore verso Enrica. Come avrebbe voluto sentirla vicina. Era assurdo: le aveva scritto, l'aveva tanto guardata, ma si erano parlati pochissimo. E una sola, imprevedibile volta, in strada, sotto uno strano nevischio una notte d'inverno, aveva provato il sapore aspro e dolcissimo delle labbra di lei. Eppure ne avvertiva l'acuta, dolorosa mancanza, l, presso il letto di Rosa, all'alba, come se fosse quello il posto suo, accanto a lui.
Assurdo l'amore, si disse Ricciardi. Assurdo nei gesti, nei comportamenti. Assurdo nei pianti dei fantasmi agli angoli delle strade, assurdo nei sospiri dei morti innamorati nei giardini dove si erano tagliati le vene, sotto le finestre dalle quali si erano gettati, nelle stanze chiuse dove avevano bevuto veleno. E assurdo l'amore in questa assenza che pesava a lui stesso come un macigno, che gli piegava il cuore come fosse di latta.
Ci sei tu, pens. Ci sei tu.

La baronessa Marta di Malomonte ridacchi,
continuando a cucire. Rosa, incuriosita, le chiese: - Barone', perch ridete? Marta si volt verso di lei:
- No, niente. Sono Nelide e Luigi Alfredo. Sono cos strani: pensano, pensano. Parlano poco, e pensano molto.
Rosa sospir:
- E perch sono cilentani, barone'. Lo sapete che gente siamo, no? Non ci conoscete, ormai?
- S, s, figurati. Ma loro due hanno cos paura, che mi fanno ridere.
La tata era disorientata:
- Come, hanno paura e vi fanno ridere? E poi, paura di che?
- Hanno paura di restare senza di te, e ognuno dei due pensa che l'altro soffrir di pi e si chiede se sar adeguato a sostenerlo. Succede sempre cos. E una cosa... umana, direi. Ma vedrai, ce la faranno. Perch tu sei stata davvero brava.
- Io, barone'? Io, brava? E a fare che? Nelide  una ragazza di campagna, il signorino non riesce nemmeno a parlare con una donna che gli piace. Pure io mi metto paura per loro.
Marta assunse un'espressione di rimprovero:
- Guarda che Nelide ha la testa sulle spalle, far benissimo il tuo lavoro: in migliori mani, mio figlio non lo potevi lasciare. E lui, forse, proprio da te prender la forza per uscire dal suo guscio. Sta' tranquilla. Le persone si abituano facilmente anche alle situazioni pi difficili. Tu, piuttosto, come ti senti?
Rosa si guard attorno. La stanza era sempre pi piena di luce, e una gradevole aria fresca entrava dalla finestra.
- Meglio, barone'. Meglio.
Marta sollev la maglietta da neonata alla quale stava lavorando, di un rosa delicato che alla luce del sole faceva pensare a un confetto.
- Sta venendo proprio bene. Sarai bellissima tra poco, con questa maglietta addosso.
- Io? Ma lo vedete come sono grossa? E come c'entro, in quella maglietta vostra?
- Vedrai, c'entrerai benissimo. E io sar fiera della mia tata, che sar la tata pi bella di tutte.
- Perfino bella, mi volete far diventare? E allora  proprio vero, il fatto dei miracoli. Ma ditemi, il signorino? Che gli succeder?
Marta si ferm. Ripose il lavoro in grembo e si mise a guardare dalla finestra. Stesa nel letto, Rosa non poteva condividere la visione.
- Sai, Rosa, a volte la sofferenza appare eterna. Ti prende, ti avvolge, sembra come se non dovesse passare mai pi. Come quando c' il temporale, hai presente? Ci si sente sommersi, disperati. E poi, lo vedi, esce il sole. Io non lo credevo, quando... quando ero con te, con voi. Mi sembrava che potesse esistere solo l'inferno. Quel dolore, quel terribile, costante dolore... tutti quei cadaveri che parlavano, parlavano... Pensavo che non dovesse finire mai. Invece finisce. Finisce.
Rosa ascoltava, attenta. Qualcosa le pareva di comprendere, qualcos'altro no.
- Ma il signorino lo capir, vero? Lo capir, che l'inferno finisce?
Marta si volt di nuovo verso di lei:
- Forse. E forse no. Dipende da tante cose, sai, tata? Non solo da lui. E adesso lasciami terminare, non c' molto prima che venga il buio.
E si rimise a cucire, sorridendo come per una musica che solo lei udiva.

56.

Maione era rimasto a dormire in questura; non se l'era sentita di trovarsi occhi negli occhi con Lucia, dopo aver affrontato Pianese.
Aveva fatto chiamare la signora Ruggiero, l'unica del palazzo ad avere il telefono, per avvertire che doveva trattenersi in ufficio. Dopo neanche mezz'ora era arrivato Giovanni, il figlio maggiore: gli portava una zuppiera protetta da un tovagliolo annodato, con all'interno una generosa porzione di pasta col pomodoro a pezzi e gli spollichini, i fagioli freschi che d'estate erano uno dei suoi alimenti preferiti.
- Pap, ha detto mamm: mangiatevi tutto, piano, ch se no vi fa male. E ha detto pure: domani, quando tornate a casa, non vi dimenticate la zuppiera. E sciacquatela, quando avete finito di mangiare, se no non si arriva a pulire pi.
Aveva risposto con una distratta carezza al figlio, che non si era soffermato sull'espressione addolorata del padre, intento com'era a guardarsi attorno con famelica curiosit come ogni volta che lo andava a trovare.
Maione non era riuscito a mangiare, il che pi di ogni altra cosa testimoniava del suo stato di prostrazione. Lo stomaco gli si era chiuso. Non sapeva che fare, come comportarsi; con Fef aveva agito d'impulso, sulla base di un istinto, ma con Lucia, che lo conosceva bene, non avrebbe retto a mostrare indifferenza. Doveva andarsene, forse? E dove? Ed era giusto rassegnarsi a perderla cos, senza combattere? E dei figli, che ne sarebbe stato?
Mentre era preso da mille ansie, arriv la telefonata.
La notizia colse Ricciardi e Maione di sorpresa.
Mentre percorrevano la breve distanza che separava la questura dal borgo degli orefici, avevano entrambi la spiacevole sensazione di essere stati distratti dall'indagine per la situazione personale che stavano attraversando, e per poliziotti cos coscienziosi era una colpa grave. La chiamata ricevuta, il cui contenuto era peraltro poco chiaro, acuiva questa percezione rendendo ancora pi cupo l'umore dei due poliziotti, che lungo la strada non si parlarono quasi: Maione si limit a chiedere notizie di Rosa, e Ricciardi a rispondere che non c'erano novit. Nessuno dei due comment la tragica notizia che li chiamava, di prima mattina, in un vicolo senza uscita della zona antica a ridosso del porto.
C'era un capannello di curiosi davanti alla bottega. La porta di legno era aperta a met, come fosse incerta se spalancarsi o richiudersi per nascondere l'orrore all'interno. L'atmosfera, per, era diversa da quella di morbosa curiosit che i poliziotti erano abituati a registrare, quella che recava ai presenti il vago sollievo che la cattiva sorte fosse toccata a qualcun altro; stavolta c'era una diffusa tristezza, una sincera malinconia, se non dolore.
Venne loro incontro con andatura traballante una signora anziana vestita di nero, dalle gambe grosse e la voce roca:
- Brigadie', io l'avevo detto che era strano. Quello, mastro Nicola, arrivava sempre alle otto in punto, si potevano regolare gli orologi, e invece stamattina erano le sette quando  arrivato, io ce l'ho detto all'amica mia Amalia che era strano, e quando ce l'ho detto pure lei ha detto: veramente? E strano. E allora io...
Maione ferm la valanga di parole alzando le mani:
- Signo', signo', per carit, tacete un momento. Chi siete, voi? E di che cosa state parlando?
Si era avvicinata una seconda donna, pi o meno della stessa et e vestita anche lei di nero, ma magra come un chiodo e con gli occhi sporgenti; cominci a parlare come se gli altri fossero in ansiosa attesa del suo verbo:
- Quando Enzina qua me l'ha detto, io subito ho pensato: qualcosa  successo. Mastro Nicola era sempre puntualissimo, arrivava alle otto che si potevano regolare gli orologi, e invece stamattina erano le sette, e io ho detto: Enzi', ma che cosa curiosa che  questa, ma come, quello viene alle otto e...
Maione scambi con Ricciardi uno sguardo sfiduciato, poi si rivolse alla donna che aveva parlato per ultima:
- Signo', voi dovete essere donna Amalia, immagino. E voi, - disse alla prima, - la signora Enza. Le due donne si guardarono, sorprese:
- Ges, brigadie', e voi come lo sapete? Allora  vero che la polizia ci controlla e sa tutto!
Maione sospir.
- Allora, a parte l'arrivo anticipato, ci dite che  successo dopo?
Sembrava che entrambe avessero perso la voglia di parlare. Si diedero di gomito, l'una invitando l'altra a rispondere, poi Enza prese il ruolo
di portavoce:
- Noi ci mettiamo l, vedete? In punta al vicolo. Fa caldo, e nei bassi non si respira, noi siamo anziane, e amiche da sempre. Perci, quando ancora
 notte, ci mettiamo sulle sedie a parlare.
L'altra interloqu:
- Qualche volta, se ci sta luce, ci mettiamo pure a fare la maglia o a cucire.
Enza le diede un'occhiataccia, come a dire: parlo io o parli tu? Poi riprese:
- Quindi vediamo un po' tutto quello che succede nel vicolo, e...
- ... ma non per farci i fatti degli altri, sia chiaro. Solo perch ci mettiamo l, e...
Enza alz la voce, intendendo che non avrebbe sopportato altre interruzioni:
- ... e abbiamo visto arrivare mastro Nicola. Ci ha salutato e si  chiuso dentro.
Ricciardi chiese:
- Come, si  chiuso dentro?
- S, si  chiuso dentro. Ha chiuso la porta e non si  sentito pi niente.
Amalia non resistette: - Chiuso, inserrato. Maione era perplesso:
- E allora chi lo ha... insomma, chi ci ha chiamato?
Si fece avanti un ragazzo:
- Io, brigadie'. Sono l'apprendista. Ricciardi disse:
- Aspettate tutti qua. Raffaele, io vado dentro.
Ricciardi lasci che la vista si abituasse alla semioscurit della bottega. Tutto era come in occasione della prima e unica visita che aveva fatto all'orefice, perfino la lampada sul banco era ancora accesa.
Gir la testa, e vide quello che c'era di cambiato.
Il corpo di Nicola Coviello, rinomato orefice e maestro gioielliere, pendeva da una trave del soffitto con una corda attorno al collo. Immobile, le mani sproporzionate lungo i fianchi, le gambe allineate, i piedi a una decina di centimetri dal pavimento.
Il commissario si concentr sul punto verso il quale era rivolto il viso dell'impiccato, un angolo della bottega immerso nell'ombra; in piedi, nella stessa posizione del cadavere, il suo simulacro gli fu evidente, la lingua sporgente fra i denti, gli occhiali sghembi, un occhio socchiuso e l'altro spalancato.
Sul collo si distingueva il segno della corda, un solco bruno, profondo, e un rivolo di bava rossastra gli scorreva dall'angolo della bocca. Ricciardi riport lo sguardo alla corda appesa alla trave, accorgendosi che il nodo scorsoio si era bloccato prima della fine della corsa. Coviello era morto soffocato. Nemmeno la piet del collo spezzato.
Il commissario si concentr sull'immagine del cadavere, nell'angolo buio. La testa piegata di lato, sgraziato com'era stato in vita, il corpo curvo
e corto, le braccia e le gambe lunghe. Da morto sembrava pi giovane.
Ricciardi ascolt.
E il cadavere gli disse: in fondo al tuo cuore.

57.
Fuori, Maione era riuscito ad allontanare quasi tutti. Erano rimasti l'apprendista e le due donne, Amalia ed Enza, che si erano elette a interlocutrici del brigadiere.
Maione si rivolse a Ricciardi:
- Commissa', allora l'ha trovato Sergio, qua, che  il ragazzo che lavorava con Coviello. Lui arriva verso le nove, perch il mastro vuole stare da solo la prima ora. E pure l'ultima, la sera, quando chiude. Cos mi ha detto.
Ricciardi domand al ragazzo, un adolescente terrorizzato, dal viso brufoloso.
- E stamattina c'era qualcosa di diverso dal solito?
- La porta, commissa'. La porta era chiusa dall'interno. Ho dovuto tornare a casa, li tenevo l'altra chiave che mastro Nicola mi ha dato per ogni evenienza; quello tiene la madre malata, un paio di volte  successo che non si poteva muovere e ho aperto io la bottega.
- E quando sei entrato, che cosa hai visto?
Il ragazzo tremava, ed evitava di guardare verso la porta aperta del negozio.
- Ho visto... l'ho visto subito, commissa'. E sono uscito, e ho chiamato aiuto.
Si fece avanti Enza, orgogliosa:
- Nel vicolo ci stavamo solo io e Amalia, commissa'. Abbiamo visto 'o guaglione, qua, che strillava e siamo venute. Poi...
Amalia l'interruppe, attirandosi un'occhiataccia:
- ... poi siamo andate dalla signora Grimaldi, che tiene il telefono, e abbiamo detto alla signorina del centralino: vogliamo parlare con la questura!
Ricciardi disse:
- Va bene. Andiamo dentro, adesso. No, signore, voi no: solo noi col ragazzo. Grazie, se avremo bisogno vi manderemo a chiamare.
La delusione delle due donne fu enorme. Sconfitte, si spostarono, ma non di molto: sulla soglia di un basso dall'altra parte del vicolo, dove si sistemarono sulle sedie continuando a non perdersi una mossa dei poliziotti.
Maione mormor:
- Niente da fare. Nessuno tiene i fatti suoi da fare, in questa citt.
Il ragazzo era riluttante a entrare, e quando fu all'interno concentr lo sguardo sul banco, sulla parete e sulla sedia, per evitare anche solo di sfiorare con gli occhi il cadavere appeso al soffitto.
Maione disse:
- Ho fatto chiamare fotografo e medico prima di partire dalla questura, commissa'. Staranno arrivando.
In fondo al tuo cuore, sent Ricciardi sui capelli dietro la nuca, sui peli delle braccia e dentro il petto. In fondo al tuo cuore.
Chiese al ragazzo:
- Ti ha detto qualcosa, ieri? Qualcosa di strano, intendo.
Il giovane fece segno di no, guardando a terra. Ricciardi insistette:
- E gli hai visto fare cose particolari? Com'era, di umore?
Sergio si strinse nelle spalle. Maione intervenne, duro:
- Guaglio', rispondi, e rispondi bene, se no  peggio per te.
Il ragazzo sussult, poi disse, a voce bassa:
- Era... contento. Contento. Sorrideva. Non sorrideva mai, e invece da qualche giorno sorrideva. Fischiettava pure, quando mai l'aveva fatto? Mi faceva quasi impressione.
Ricciardi e Maione si guardarono, perplessi. Un uomo che medita di uccidersi che fischietta e sorride.
- E non ti ha detto niente? Nemmeno, che so, qualcosa relativa al lavoro, o...
Il giovane scroll le spalle:
- Il lavoro, quella era la cosa strana: rifiutava le commissioni.
Maione si asciug la fronte:
- Che significa?
- Che venivano le persone per farsi fare i gioielli, o i negozianti di via Toledo, e lui nemmeno li faceva entrare. Se quelli insistevano, diceva: no,
adesso non posso, sono impegnato, tornate il mese prossimo. Non l'aveva mai fatto, prima; era capace di fermarsi pure di notte, per prendere altro
lavoro. Invece adesso mandava indietro la gente. Ricciardi si fece pi attento:
- E che faceva, invece di lavorare? Riceveva persone, si allontanava o...
- No, no. Lavorava, eccome se lavorava. Stava facendo una cosa. Una cosa... una cosa sua. Non potevo neanche vedere, mi faceva mettere di spalle, sulla porta. Mi pagava lo stesso, per stare senza fare niente e per dire alla gente di non entrare.
Arriv il fotografo, quasi di corsa, sudatissimo:
- Permesso... E qua? Mamma mia, che calore stamattina, brigadie'.
Maione gli indic il cadavere, e lui, trafelato, sistem gli strumenti cominciando a piazzare il cavalletto.
- Io vorrei sapere dove la piglia l'energia, la gente, per ammazzarsi con questo caldo.
Maione lo zitt con un gesto brusco, e chiese al ragazzo:
- E tu, questo lavoro che stava facendo, non hai idea di che cosa sia?
- Lo teneva in un panno scuro, nella cassaforte. Solo quando mi ero sistemato alla porta per non fare passare la gente, l'andava a prendere. Io... io non l'ho mai visto.
Ricciardi colse l'indecisione al volo:
- Io credo di s, invece. Stai attento, si tratta di un'indagine per omicidio: se non ci dici tutto puoi finire in guai seri.
Sergio era un bravo ragazzo che stava cercando di imparare un mestiere; era volenteroso, ed era riuscito a impiegarsi col migliore di tutti, anche se mastro Nicola aveva un carattere tutto suo. Non voleva mettersi nei guai, e quel commissario con gli occhi strani lo inquietava.
La bottega era illuminata a intervalli dai lampi del fotografo.
Il ragazzo decise di rispondere.
- Una volta, donna Concetta, la signora che stava con la mamma di mastro Nicola... la mamma  malata, sapete, non capisce pi con la testa...  venuta qua perch diceva che ci stavano problemi a casa. Il mastro si  allontanato cinque minuti. Mi ha detto: stai qua e non ti muovere, non fare entrare a nessuno. Ha avvolto il lavoro nel panno e l'ha messo nella cassaforte, ma non ha chiuso, andava di fretta, donna Concetta strillava, si  rivoltato il vicolo... e io...
Maione complet la frase:
- E tu sei andato a vedere cos'era. E cos?
Il ragazzo lo guard con aria colpevole:
- S, brigadie'. Non ho resistito. Ero troppo curioso, non mi aveva mai nascosto il lavoro. Mai.
Ricciardi attese, poi chiese:
- E allora? Che cos'era?
Sergio disse, come tra s:
- Era bravo, il mastro mio. Il pi bravo di tutti. Certe volte quelli pi famosi di lui, di sera tardi, quando nessuno li vedeva, venivano qui e gli davano le loro commissioni, e lo pagavano di pi perch non lo dicesse a nessuno. Sapeste quanti gioielli tengono addosso le meglio signore della citt, e si pensano che glieli hanno fatti i grandi gioiellieri di via Toledo, e invece sono stati fatti qua, in questa bottega, dal mastro mio.
Il fotografo mormor di aver finito, raccolse gli strumenti e se ne and. Dall'ospedale degli Incurabili arrivarono un giovane medico e due necrofori. Maione indic il cadavere e disse di procedere.
Ricciardi fece cenno a Sergio di continuare.
- Ma la cosa in cui era pi bravo era nei lavori tradizionali. Mo' si fanno di meno, perch la gente non tiene tanti soldi, ma una volta, commissa', qui al borgo si viveva di questo. E lui aveva imparato il mestiere allora, quando si facevano queste cose.
Ricciardi chiese:
- Cio? In che cosa era bravissimo, Coviello?
Il ragazzo alz gli occhi e li fiss in quelli di Ricciardi che, con sorpresa, si rese conto che l'apprendista stava piangendo.
- Negli ex voto, commissa'. Mastro Nicola stava facendo un ex voto.

58.

Pap caro,
si avvicina la festa della Madonna del Carmine. Immagino come cresca l'attesa nelle vie della citt, come si preparino tutti, sia i venditori ambulanti che quelli che devono sistemare le installazioni. Ricordate, pap caro, quando ero piccolissima e mi portavate alla festa? Mi mettevate a cavalluccio sulle spalle, e io mi sentivo una regina condotta in trionfo!
Nella tranquillit dell'isola, in cui sento di giorno il canto degli uccelli e di notte quello delle cicale, a volte mi manca la confusione della citt; ma so gi che quando sar tornata, nel rumore costante che entra dalla strada anche con le finestre chiuse, urla dei venditori, litigi nelle case, canzoni, avr nostalgia di questo silenzio. Non siamo mai contenti, vero, pap caro? Ci manca sempre qualcosa.
Anche il mio cuore  cos. Come pu essere, pap caro, che il dolore, la sofferenza, alla fine facciano compagnia? Come pu essere che possano mancarmi il soffrire, il piangere di notte nel cuscino, la solitudine e la paura del futuro?
E come pu essere, al contrario, che la prospettiva di una serena normalit con una casa, dei figli, un uomo innamorato al fianco possano spaventarmi tanto?
Manfred, l'ufficiale tedesco di cui vi ho gi scritto, mi ha chiesto un appuntamento. Vuole vedermi da sola, di sera, venerd. Dice che conosce un posto, qui sull'isola, dal quale se il tempo  buono i fuochi d'artificio si vedono benissimo come su un balcone nella piazza. E dice che vuole farmi vedere il quadro che sta dipingendo, che per allora sar finito.
Dice che vuole parlarmi. Che mi deve dire una cosa. Sapete, pap caro, questo incontro mi genera molta inquietudine. Manfred  una carissima persona, sensibile, e so che non mi farebbe mai del male. Mi ha raccontato tante cose della sua terra, della sua famiglia; e mi ha detto che in questi giorni, nella meravigliosa estate dell'isola, ha capito che la vita  troppo importante per lasciarla scorrere cos, triste e vuota, e che bisogna riempirla di cose belle, in primis l'amore. E la famiglia. E i figli. Parlava di s stesso. Ma alle mie orecchie parlava di me.
Temo di sapere quello che mi dir, pap caro, e ne sono terrorizzata. Perch non so cosa il mio povero cuore vorr rispondergli. Io voglio vivere, pap caro; e voglio essere felice. Ma so che cosa ho nel cuore.
Vostra, Enrica.

Giulio Colombo si tolse gli occhiali e li appoggi sul tavolino del Gambrinus, di fianco alla tazzina vuota. Si massaggi le palpebre con le dita, in un gesto che gli era usuale quando era concentrato o confuso. Adesso era tutte e due le cose.
Enrica era una ragazza decisa. Lo era sempre stata, fin da bambina. Gentile, silenziosa; non alzava la voce, non protestava, non si agitava e non si addentrava in lunghe e sterili polemiche, ma non mostrava mai indecisione. Eppure da quell'ultima lettera emergevano preoccupazione e incertezza.
Anche se da padre gli era difficile ammetterlo, ormai la figlia era una donna e non pi una ragazza, e avrebbe dovuto gioire di essere corteggiata; tanto pi da un uomo che, come emergeva dalle sue stesse descrizioni, aveva ogni elemento per affascinarla: bello, maturo ma non anziano, una posizione importante. E che soprattutto manifestava nei confronti di lei un sentimento vero, tanto da parlarle di vita da riempire, di famiglia. Che avrebbe dovuto chiedere di pi?
Invece - e quello era il punto, il motivo del mal di testa che Giulio sentiva incipiente - Enrica era preoccupata e infelice. Come stesse andando incontro a una condanna.
Cerc di immedesimarsi nella figlia. La somiglianza, l'identit profonda che li aveva sempre legati consentiva loro di capirsi con uno sguardo. Gli bastava leggere tra le righe.
Prese in mano la lettera di Enrica. Che c'era scritto davvero? Che cosa aveva voluto dirgli la figlia, raccontandogli di quell'incontro?
Giulio sapeva di appartenere a un'altra generazione, e di non poter comprendere con completezza quello che i giovani stavano vivendo. La politica, la societ cambiavano pi velocemente di quanto potesse percepire. A nemmeno sessant'anni si sentiva vecchio.
Si preoccupava per i figli, per il nipotino, per i tempi che temeva avrebbero dovuto vivere; udiva risuonare di nuovo le armi, meno di vent'anni dopo la fine di una guerra che aveva fatto centinaia di migliaia di morti e aveva messo un continente in ginocchio. Pareva che tutto fosse stato dimenticato, e si riparlava di grandezza e di destino, di avvenire e di lotta. Molta della felicit che i giovani sarebbero riusciti a conquistare, e soprattutto dell'infelicit che gli sarebbe caduta addosso, non dipendeva da loro; n dalla generazione che li precedeva. Non da quelli come lui, quindi.
Prov a immaginare la sua Enrica sposata a un tedesco; in un paese straniero, magari al sicuro dai venti terribili che vedeva soffiare sulle pagine dei ,giornali della sera, o nei proclami alla radio. Lontano da un posto in cui bastava una delazione, una maldicenza per essere mandati al confino o per essere picchiati e incarcerati. Lontano, sposata a un ufficiale dell'esercito tedesco rispettato e benvoluto. Lontano, al sicuro.
E magari no. Magari nelle elezioni che, aveva letto, si sarebbero tenute alla fine di quel torrido luglio, anche la Germania sarebbe diventata un luogo insicuro. Ed Enrica si sarebbe trovata l, senza nemmeno poter rifugiarsi tra le braccia del suo pap.
Ma era certo, conoscendola, che Enrica non si ponesse il problema. Era certo che la sua bambina fosse tanto forte da affrontare qualsiasi contesto, una volta che avesse deciso. Il punto era proprio quello: decidere. Decidere tra l'amore, quello che ti prende allo stomaco anche se non ha futuro, e la ragione, quella che ti aiuta a scegliere tra il meglio e il peggio.
Non ebbe dubbi su quello che avrebbe detto la moglie se l'avesse messa a parte della questione: avrebbe festeggiato, felice che finalmente la sua maggior fonte di preoccupazione, la figlia maggiore ancora senza marito a venticinque anni o quasi, aveva ora l'opportunit di sistemarsi. Per quello Enrica non aveva raccontato nulla nelle lettere ufficiali, quelle giocose e allegre che mandava a casa. Per quello, il tono delle lettere che mandava a lui in negozio era cos diverso.

Giulio Colombo ordin un altro caff, consapevole che fosse ormai il terzo e che avrebbe dovuto rientrare in bottega, a quell'ora probabilmente intasata di clienti che chiedevano di lui. Guard la lettera, un foglio di carta all'apparenza inoffensivo sul tavolino del Gambrinus. Che mi volevi dire, in realt, tesoro mio? Che c' scritto, tra le righe della tua lettera?
All'improvviso gli fu dolorosamente chiaro quello che Enrica gli chiedeva, scrivendogli dell'appuntamento di venerd con Manfred.
Era una richiesta d'aiuto.

59.

Ricciardi fissava sorpreso l'apprendista di Nicola Coviello:
- Ex voto? Come sarebbe, un ex voto?
- S, commissa'. Come li chiamate, voi? Sono quegli oggetti che si regalano in chiesa, ai santi, per le grazie ricevute o per averne una.
Maione intervenne:
- Lo sa il commissario che sono, gli ex voto. Vuole sapere che tipo di ex voto.
Sergio abbass la voce, teso, come per non farsi sentire dal principale. I necrofori avevano sganciato il cadavere dalla trave e l'avevano appoggiato sul pavimento, dove il medico stava eseguendo un esame sommario. I rumori facevano sussultare il ragazzo, ostinatamente rivolto verso il muro per non vedere.
- L'ho visto che aveva appena iniziato con le incisioni, commissa'. Ma era bellissimo. Lui... lui aveva una specie di magia nelle mani. Nessuno era cos.
Ricciardi cominci a spazientirsi:
- S, ma che cos'era? Che cosa rappresentava, com'era fatto?
- Un cuore, commissa'. Era un cuore con la fiamma sopra, tutto d'oro, pesante, grande. Doveva valere un sacco di soldi.
Un oggetto di grande valore, e un morto suicida di ottimo umore che era stato l'ultimo a vedere vivo un morto ammazzato. Il quadro si andava complicando.
Maione chiese:	.
- Chi ce l'ha, la chiave della cassaforte?
- Non so, adesso. Lui... lui teneva le chiavi di tutto, il negozio, la cassaforte e casa sua, in tasca, legate a una catenella al panciotto. Non se ne separava mai. Non ho visto se... se ce le ha ancora addosso.
Maione e Ricciardi si voltarono verso il cadavere, attorno al quale si stava ancora affaccendando il giovane medico. Il brigadiere si avvicin:
- Dotto', scusate: posso chiedervi a che punto state?
Il giovane si alz in piedi, si sistem sul naso gli occhiali cerchiati d'oro e si schiar la voce. Dimostrava meno di trent'anni, era smilzo, e portava i capelli con una scriminatura al centro cos perfetta da sembrare disegnata.
- E' sicuramente un suicidio, brigadie'. Non ci sono tracce di colluttazione n contusioni di qualsiasi tipo. La corda pare una di quelle per ormeggiare le barche, non  stata unta n insaponata, quindi si  bloccata, e il poveretto  morto soffocato. Non una bella morte. Si  issato da solo, con le mani nude che portano i segni della presa sulla corda: doveva avere una forza eccezionale, nelle braccia. S, era leggero, magro com'era, ma la forza ci vuole lo stesso. Comunque, a giudicare dalla rigidit del cadavere e dalle macchie ipostatiche, direi che la morte risale al massimo a tre, quattro ore fa.
Ricciardi domand:
- Dottore, voi vedete qualche segno di malattia? Qualcosa che possa averlo indotto a...
- ... a uccidersi, addirittura? No, commissa', non credo proprio. Certo, a guardare questa deformit, questa cifosi che aveva, non doveva avere una vita semplice, ma comunque senza dolori forti. Era sano. Vi sapr dire meglio dopo l'esame necroscopico,  ovvio.
Maione si era avvicinato agli indumenti:
- Ah, eccole qua, le chiavi. Come aveva detto il ragazzo.
Le prese e le fece tintinnare. L'apprendista sobbalz e si mise le mani sul viso. Ricciardi fece un cenno, e Maione si diresse verso la pesante cassaforte nell'angolo. Apr il massiccio sportello e guard all'interno, piegandosi in due. Poi si gir:
- Niente, commissa'. Ci stanno un paio di scatole vuote, delle note con colonne di numeri e basta.
Ricciardi guard il ragazzo:
- Quando lo hai visto lavorare l'ultima volta a quell'oggetto?
- Ieri sera, quando me ne sono andato. Credo lo stesse rifinendo: faceva dei versi, degli schiocchi con la bocca, sempre gli stessi quando rifiniva, commissa'.
- Ed era allegro, hai detto.
- Eccome. Mai visto, cos.
Non se ne veniva a capo. Chi aveva commissionato l'oggetto a Coviello? E lui quando l'aveva consegnato? C'era un legame con la morte di Iovine? E soprattutto, per quale motivo l'orefice si era ucciso, portandosi nella tomba tutte le risposte?

Il cadavere fu caricato in una cassa di legno e poi nel furgone dell'obitorio, tra gli sguardi curiosi delle finestre che davano sul vicolo e di donna Enza e donna Amalia, sedute di vedetta. Ricciardi tocc la spalla all'apprendista:
- E andato via. Puoi voltarti, adesso. Vorrei che tu perlustrassi la bottega e mi dicessi se c' qualcosa che prima non c'era, o se invece manca qualcosa che prima c'era, a parte l'ex voto di cui parlavamo.
Il ragazzo si gir piano. Gli occhi andarono subito alla trave al centro del soffitto, alla quale si era appeso il suo principale. Forse in quel momento, pens Ricciardi, il ragazzo riusciva a immaginarselo mentre, nella semioscurit, abbrancava la corda, si issava e infilava la testa nel cappio per poi lasciarsi cadere; e forse provava una gran pena per quel corpo curvo, quelle mani forti e delicatissime, quello spirito silenzioso e dolente.
L'apprendista cominci a piangere. Maione toss, commosso. Ricciardi, rattristato, concesse uno sguardo dell'anima all'ombra nell'angolo che gli ripeteva, dalla bocca con la lingua nera e sporgente e col rivolo di bava rossa: infondo al tuo cuore.
Ma il cuore di chi?
Soffiatosi il naso nella manica, il ragazzo si era messo a esplorare la bottega. Spostava oggetti, sollevava sgabelli, controllava rastrelliere.
Poi si ferm dietro il banco da lavoro, nella posizione che occupava Coviello quando lavorava, nel cono di luce della lampada a olio. Allung una mano e la ritrasse. Poi, indicando col dito tremante:
- Qui, commissa'. Qui. Questa non c'era, ne sono sicuro.
Ricciardi si avvicin. Sul bordo del banco, incise con un attrezzo appuntito ma con una perizia tale da far pensare di essere state scritte con semplice inchiostro si stagliavano in maiuscolo le parole:
FINALMENTE POSSO PARTIRE
Il commissario alz gli occhi e si trov a fissare, sulla parete di fronte, il vecchio calendario col disegno del piroscafo dai colori sbiaditi. Alle sue spalle, altrettanto sbiadita, la Madonna del Carmine accarezzava con tenerezza il suo bambino.
Che cosa aveva permesso all'orefice di sentirsi finalmente libero per quell'ultima, definitiva partenza? Ricciardi si rivolse al ragazzo, l'unico di sua conoscenza ad aver avuto contatti con quell'uomo schivo e silenzioso, a parte il defunto professore:
- Ascolta, Sergio. Tu ricordi Iovine, che ha commissionato dei gioielli a Coviello?
-'gnors, commissa', me lo ricordo. E quello dei due anelli uguali. Sono anelli importanti, costano quanto un appartamento: i brillanti sono purissimi e grandi, soprattutto quello del secondo, che  stato fatto dopo. Doveva essere ricco assai, quel professore. E stato da quando ha finito quegli anelli che il mastro mio non ha accettato pi lavori.
- E ti ricordi quante volte  venuto, e che si sono detti?
Sergio si concentr:
- Due volte quando c'ero io, commissa'. Ha detto che la moglie aveva avuto il nome di mastro Nicola da certe amiche sue, e che quindi lui voleva commissionargli il lavoro. Poi, quand' tornato, ha detto che gli serviva un altro anello per un'altra persona, e che si affidava alla discrezione del mastro mio.
Corrispondeva con quello che sapevano. Ricciardi sospir, sconfitto.
Poi Sergio disse:
- Me lo ricordo, perch la prima volta venne il giorno dopo della signora col velo.
Maione fece quasi un salto:
- Quale signora col velo?
- Venne di sera tardi, mastro Nicola mi stava facendo vedere come si lavora il corallo. Buss alla porta, teneva un cappello col velo scuro, non si vedeva in faccia. Mastro Nicola disse: siamo chiusi, tornate domani. E lei disse: domani non ci sono piroscafi che partono. Allora mastro Nicola mi disse di andarmene subito.
Il brigadiere chiese:
- E com'era questa signora? Alta, bassa, giovane, vecchia? E che fece Coviello? -
L'apprendista si mosse, a disagio.
- Una normale, n giovane n vecchia, n bassa n alta. Ma mastro Nicola si fece bianco bianco, e gli cadde il bulino di mano. Io gli chiesi se si sentiva bene: mi pareva che aveva visto un fantasma. Ma lui mi ripet di andarmene, e pure di corsa.
Ricciardi insistette:
- E l'indomani non ti disse niente?
- Niente. Qualche giorno dopo gli domandai se la signora ci aveva commissionato un lavoro nuovo, e lui strill: quale signora? Non c' nessuna signora. Te la sei sognata. Per questo me la ricordo: per quello che mi disse mastro Nicola.
Finalmente posso partire, lesse Ricciardi sul bordo del banco nel silenzio che segu. In fondo al tuo cuore, mormor dall'angolo in ombra l'immagine dell'orefice morto.
Si sent stanchissimo. Forse quell'aria pesante. Doveva uscire dalla bottega.
Fuori, nel caldo del sole che saliva, Ricciardi pens che ora aveva una traccia.

60.

Lungo la strada del ritorno in questura, per Ricciardi e Maione tornarono l'umore tetro e i cattivi pensieri che li avevano oppressi al mattino. Li aveva colti la stessa preoccupazione. Quanto poco avevano concesso di s stessi all'indagine? Quanto erano stati distratti dalle difficolt personali?
Ricciardi aveva l'impressione di possedere ogni elemento per raggiungere la soluzione, ma non trovava il filo, il collegamento tra i singoli frammenti utile a comporre il quadro.
Maione disse:
- Non capisco per quale motivo Coviello si sia ammazzato. Era sereno, addirittura allegro, ci ha detto il ragazzo. Stava portando a termine un lavoro importante, tanto da tenerlo nascosto al suo stesso apprendista, lo ha finito e si  ucciso. Perch?
Ricciardi camminava a testa bassa, le mani in tasca. Il ciuffo ribelle che gli pendeva sulla fronte.
- Non lo so, Raffaele. Mi chiedo se ci sia un rapporto tra la donna velata e questo ex voto. Se la committente segreta sia lei. Ma se  stata lei a commissionare un lavoro cos importante, perch non  andata qualche altra volta a trovare Coviello in bottega, per vedere a che punto era?
Maione si asciugava il sudore ogni tre passi. Il sole picchiava impietoso.
- E poi, commissa', ci sta qualche relazione tra il suicidio di Coviello e la morte del professore? Non c' un biglietto, e nemmeno ha detto qualcosa a qualcuno. Forse sono due fatti indipendenti.
Ricciardi fece una smorfia:
- Un uomo consegna dei gioielli a un altro, che dopo pochi minuti viene gettato dalla finestra;  l'ultimo a vederlo vivo, e probabilmente ha incontrato o intravisto l'assassino che attendeva fuori dell'ufficio, poi si ammazza. Non credo alle coincidenze, Raffaele. Due fatti di sangue a distanza di pochi giorni e una stessa persona a fare da denominatore comune: Coviello. Mi pare difficile che non ci siano correlazioni. Dobbiamo solo individuarle.
Erano arrivati alla porta di Ricciardi. Il commissario, nell'aprirla, percep un vago profumo di spezie e il pensiero di Livia trov subito conferma. Era seduta davanti alla scrivania.
Si sent infastidito da quell'invasione del proprio spazio: come si era permessa di accedervi in sua assenza?
- E tu che ci fai, qui? Chi ti ha fatto entrare?
Livia gli rivolse un sorriso incerto, ma a rispondergli fu l'occupante dell'altra sedia, nascosto dall'attaccapanni:
- Oh, eccolo qua, il nostro Ricciardi, finalmente! Per fortuna ho incontrato io la cara signora, che vagava per i corridoi; mentre voi, Ricciardi, passate il tempo a inseguire chiss quale delinquente, una cos importante visitatrice, e dico: importante, deve attendervi qui. Ma che cosa vi salta in mente?

Nell'udire la voce di Garzo, Maione, alle spalle di Ricciardi, emise un sordo brontolio, come un cane che vede un gatto.
Il commissario rispose, cortese e freddo:
- Buongiorno, dottore. S, in effetti eravamo fuori per servizio. Non so se sapete del suicidio del principale testimone del caso Iovine, abbiamo fatto un sopralluogo e...
Garzo agit la mano, come per scacciare una mosca:
- S, s, lo so. Il lavoro. Ma  lavoro anche badare alla sicurezza delle persone importanti che abbiamo in citt. E attendere a che gli eventi, e dico: eventi, che vi si tengono si svolgano nella massima tranquillit, per poter avere il rilievo che meritano. Quindi la signora Livia ci ha fatto visita proprio per concordare queste misure.
Ricciardi mantenne un tono asettico:
- Con tutto il rispetto, dottore, credo che un omicidio e un suicidio mantengano un'urgenza maggiore di una festa in maschera che...
Fu interrotto da un gridolino in falsetto:
- Che? In maschera? Ma... ma non me l'avevate detto, cara signora! Un'idea meravigliosa, sar un ricevimento che far epoca! Immagino che anche a Roma le personalit, e dico: personalit, che avete invitato ne saranno estasiate! Devo dirvi che quando mi  pervenuto l'invito, di cui vi ringrazio ancora, mi sono sentito onorato e felice, e ancora di pi responsabile a fornirvi la sicurezza massima, mediante un piano di sorveglianza al quale ho lavorato io stesso e che vi sottoporr.
Livia era in difficolt; percepiva l'ostilit di Ricciardi e Maione e teneva gli occhi sul volto inespressivo del commissario mentre rispondeva a Garzo:
- Ve l'avrei detto, dottore, ma mancano ancora due giorni. Non volevo interrompere il vostro lavoro, e...
Garzo rise, rumorosamente:
- Ma cara, cara signora,  lavoro anche questo! Io a mia moglie lo dico sempre: il lavoro, prima di tutto. Ma una festa, e in maschera perdipi! Il nostro Ricciardi, qui, si fa prendere la mano dalle indagini in strada, e questo gli f a onore, ma la vostra festa  anche un problema di ordine pubblico, dato il livello delle personalit, e dico: personalit, che interverranno!
Ricciardi ritenne di intervenire:
- Dottore, vi chiedo perdono, ma noi dovremmo continuare a occuparci dell'indagine: come sapete, il tempo  un fattore cruciale.
Livia fece per alzarsi.
- Certo, dottore, Ricciardi ha ragione. Del resto ero passata solo per informarmi della salute della signora Rosa, e...
Garzo l'interruppe:
- Ah, gi, s, Ricciardi, ho sentito che la vostra serva ha avuto un colpo apoplettico. Come sta?
Maione fece un passo avanti e se ne venne fuori in tono durissimo:
- La signora Rosa non  una serva, dotto'. La signora Rosa  una persona di famiglia per il commissario, e dico: una persona di famiglia, e da sola vale pi di tutta la questura compresi i dirigenti, e dico: i dirigenti.

Nel silenzio imbarazzato che segu, Garzo, come sempre gli accadeva quando si irritava, rimase con la bocca semiaperta; sbatt le palpebre, e il collo gli si chiazz di rosso. Stava per ribattere a Maione, che lo fissava arcigno, ma Livia non gliene lasci il tempo:
- Il brigadiere dice bene, dottore: la signora Rosa  una donna eccezionale, e io le sono molto affezionata. Una di quelle persone rare che hanno il privilegio di avere affetto da chiunque le incontri. Farei mia qualsiasi offesa le fosse rivolta.
Garzo aveva tutti i difetti del mondo, ma non gli mancava la velocit di pensiero per assumere con straordinaria rapidit la posizione che pi gli conveniva.
- Ma certo, signora. E noi, qui in questura, abbiamo a cuore i famigliari di chi lavora con noi. Oserei dire che siamo tutti una sola, grande famiglia. Allora, Ricciardi, come sta questa cara signora?
Il commissario sussurr:
- Non sono cose che si risolvono facilmente, dottore. Ho il conforto che si trovi in ottime mani, le migliori forse: quelle del dottor Modo, all'ospedale dei Pellegrini.
Garzo fece una smorfia:
- Ah, s, Modo. Un personaggio particolare, mi risulta. Credo di aver visto uno o due rapporti riservati... ma lasciamo stare. Allora, vogliamo discutere del piano di sicurezza per la nostra, e mi permetto di dire: nostra, festa, cara signora?
Livia poteva rendersi conto bene, al contrario di Garzo, del clima che si era creato. Fiss Ricciardi e disse, col suo tono profondo e calmo:
- Dottor Garzo, credo che il commissario e il brigadiere abbiano davvero altro per la testa. D'altronde sono cos fortunata da poter interloquire con voi... Magari potreste ospitarmi nel vostro ufficio per poterne parlare pi liberamente, non credete?
Garzo balz in piedi, felice:
- Ma certo, signora,  un vero onore. Prego, prego, venite pure: dar incarico a Ponte, il mio assistente, di far arrivare un ottimo caff, cos mi direte tutto della festa. In maschera, dicevamo? E con quale tema? Spero che mia moglie non mi uccida, sapendo che con cos poco preavviso deve procurarsi un costume. Anzi, - disse ridendo gioviale, - mi uccider di sicuro!
Maione, a mezza bocca ma udibile da Ricciardi, disse:
- E facesse proprio bbuono, 'a signora.
Livia sorrise a Garzo:
- Fate strada, dottore. Io vi raggiungo subito, saluto i signori.
- Non mi fate aspettare troppo, per. Lo dico sempre: il lavoro, prima di tutto!
Maione fece un cenno a Ricciardi e si avvi in direzione opposta a quella di Garzo:
- Commissa', ci vediamo dopo.
Rimasti soli, Livia appoggi la mano guantata sul braccio di Ricciardi:
- Mi dispiace, caro. L'ho incontrato qui fuori, avevo chiesto se c'eri e stavo andando via, lui ha insistito per farmi entrare, io non mi sarei mai permessa.
Il commissario quasi esplose:
- Livia, te l'ho gi detto: tu vieni troppo spesso, qui in questura. Lo sai che quando lavoro, io...
Lei l'interruppe con una risata amara:
- Il lavoro prima di tutto, gi. Ascoltami, Ricciardi, non ci giriamo intorno: io sono una donna, e ho dei sentimenti. E non sono affatto stupida. Tu attraversi un momento terribile, so quanto Rosa ti sia cara: non dormi pi, non mangi, guarda come sei ridotto, non ti sei nemmeno rasato. Tu devi, devi consentirmi di volerti bene.
Ricciardi si pass una mano sulla faccia, rendendosi conto che la donna aveva ragione.
- Livia, ogni cosa ha un suo tempo, un suo spazio. Per parlare di questi argomenti bisogna avere la testa sgombra, e io...
- Tu non puoi scegliere di rimanere solo. Qualsiasi dolore segreto tu abbia, devi condividerlo con qualcuno. Nessuno pu vivere solo, ricorda. E quello l'inferno, l'unico che esista, su questa terra: la solitudine. Lascialo dire a me, che l'ho provata anche con tanta gente intorno. Devi aprire quest'accidenti di porta che tieni chiusa in petto. Devi farlo, capisci?
Ricciardi fissava il vuoto. L'inferno in terra  la solitudine. Un inferno, pensava, al quale mi sono condannato da quando ero bambino. L'inferno della mia follia. Infondo al tuo cuore, gli disse il ricordo del fantasma di Coviello. In fondo al tuo cuore.
Guard la donna, che gli teneva ancora la mano sul braccio. I suoi occhi neri come la notte, la sua bocca semiaperta, le guance arrossate dal dialogo accorato. Che cosa le manca? Che cosa non ha?
- Livia, cara,  soltanto un momento difficile, complicato. Ne riparleremo, se vorrai. Ma devo prima uscirne.
Lei lo fiss in silenzio. Poi disse:
-Io... io far una cosa, a questa festa. Una cosa alla quale tengo molto, e la far per te. Che tu ci sia o meno.
Gli sfior le labbra con un bacio e usc.

61.

Maione era furioso. Con Garzo, che era un idiota, un rozzo imbecille; ma anche con Lucia, con Pianese, con Coviello, che si era ucciso incomprensibilmente.
E soprattutto ce l'aveva con s stesso. Era stato un cattivo marito, se Lucia lo tradiva; un cattivo padre, che col proprio stupido esempio aveva indotto il povero Luca a seguire le sue orme e a farsi uccidere; un cattivo poliziotto, che anzich concentrarsi su un'indagine utilizzava il tempo in cui era di servizio per aggredire un tizio per strada. Sentiva sgretolarsi l'opinione che aveva di s, e la sua vita per come l'aveva costruita con fatica e sofferenza. E aveva paura.
La camicia slacciata, le mani sulla faccia, se ne stava chiuso nella stanza dove teneva un tavolo, una sedia e la branda su cui dormicchiava quando era di turno la notte. Questo caldo, rifletteva. Questo terribile, infame caldo, che ammazza la voglia di muoversi e di vivere, che spezza i pensieri in inutili frammenti aguzzi. Non a caso l'inferno  caldo.
Bussarono alla porta. Maione disse, brusco:
- Avanti!
Si affacci Camarda, che reggeva un ragazzino scalciante per la collottola:
- Brigadie', perdonatemi, non vi volevo disturbare, ma questo qua dice che vi deve dire una cosa. L'umore pessimo di Maione era diventato la notizia del giorno tra le guardie, e Camarda prima di portare il ragazzino al cospetto del brigadiere ci aveva pensato a lungo; poi la paura che potesse trattarsi di qualcosa di importante era stata superiore a quella di essere preso a calci, ed era l. Molto cauto, per.
Maione osserv il ragazzino. Non lo conosceva: uno scugnizzo uguale ai mille che infestavano le strade facendo scherzi ai passanti e attaccandosi
all'asta dei filobus. Disse:
- E che vuoi, tu, qua dentro?
Il ragazzino lo guard con aria di sfida:
- Se non mi fate lasciare subito non vi dico niente.
Maione fece un cenno a Camarda, che lo moll.
Il bambino, che non poteva avere pi di sette, otto anni, scocc una malevola occhiata alla guardia, massaggiandosi il collo. Poi si volt verso Maione: - Non posso parlare se  non stiamo io e voi e basta.
Divertito suo malgrado dal tono formale del ragazzo, il brigadiere fece un segno col capo a Camarda, che a malincuore chiuse la porta, lasciandoli soli. Maione disse:
- Allora? Chi sei, come ti chiami?
Il ragazzino si schiar la gola e fece stentoreo: - Siete voi il brigadiere Raffaele Maione? - S, sono io, ma...
- E allora vi devo dire che ci sta una signora al caff Caflisch, nella saletta interna, che vi aspetta. Dovete venire voi solo, assicurarvi che nessuno vi vede arrivare e darmi la mancia per il servizio.
Il brigadiere lo aveva ascoltato trasecolato.
- E se invece della mancia ti piglio a calci e non vado da nessuna parte, che ne dici?
Il ragazzo non si scompose.
- Ha detto la signora che  peggio per voi. Cos ha detto. E comunque, brigadie', con tutto il rispetto, voi finch fate il giro del tavolo io sto gi a Capodimonte.
Maione sarebbe scoppiato volentieri a ridere, ma non voleva dare un cattivo esempio. Tir fuori una moneta e la lanci al ragazzino; lui la prese al volo, fece un passabile saluto militare, apr la porta e scapp velocissimo in mezzo alle gambe del sorpreso Camarda.
- Brigadie', perdonatemi, ma 'o guaglione mi aveva detto che vi conosceva e...
Maione lo guard disgustato mentre prendeva il cappello:
- Siete esseri inutili, questo siete. Uno potrebbe entrare, accoltellare qualcuno e andarsene senza che nemmeno ve ne rendete conto. Lvati, va', ch tengo da fare.

Il caff Caflisch era tra i pi eleganti della citt. Maione si distric fra i molti avventori intenti a sorbire t e caff e a mangiare sfogliatelle e bab, avviandosi verso la saletta interna come lo scugnizzo gli aveva indicato.
Si era assicurato di non essere seguito, passando per vicoli. Non gli piacevano gli incontri segreti, ma non aveva intenzione di trascurare un'opportunit che poteva rivelarsi utile per la loro intricata indagine. Avrebbe forse dovuto avvertire il commissario, ma riteneva possibile che fosse ancora impegnato con la vedova Vezzi, una donna che, per inciso, Maione avrebbe visto benissimo al fianco di Ricciardi, specie ora che le condizioni della signora Rosa non lasciavano presagire niente di buono.
Un cameriere in livrea gli sbarr la strada.
- Scusate, la saletta  riservata.
Maione lo fiss a muso duro:
- Lo so. A quanto pare, sono atteso.
L'uomo gett un'occhiata sospettosa attorno, assicurandosi che nessuno lo ascoltasse, poi a voce bassa disse:
- Quindi, voi siete il brigadiere Maione Raffaele?
Maione cominci a spazientirsi. Avvicin il viso a quello del cameriere e sibil:
- Giovino', io sono chi sono e tanto basta. O mi fate passare, o prima vi piglio a calci e poi vi faccio chiudere il caff per un mese, che ne dite?
Il cameriere si fece da parte. Maione entr e richiuse la porta alle proprie spalle.
Seduta di fronte all'ingresso, c'era una donna alta con un vestito a fiori colorati, lunghi guanti neri e un cappello con una spessa veletta che ne occultava il volto. La mente di Maione corse subito alla visitatrice misteriosa di cui aveva parlato l'apprendista del povero Coviello.
Si avvicin al tavolo e si present, toccandosi la visiera, poi domand:
- Mi avete fatto chiamare?
La donna fece una risatina e sollev la veletta.
Uno sconcertato Maione scopr i tratti inconfondibili di Bambinella.
- Brigadie', buongiorno. Non mi avete riconosciuta,  overo? E grazie, quando decido di mettermi in ghingheri sono la pi bella della citt.
- Bambine', dammi una buona ragione, ma buona assai, per cui non ti dovrei strangolare con le mani mie. Ma sei impazzito? Che  'sta pantomima? Ma secondo te non tengo da fare, io? E tutta 'sta segretezza poi... Si pu sapere che ti  venuto in mente?
Il femminiello apr un ventaglio con un gesto affettato e si mise a sventolarsi, sbattendo le ciglia:
- Uh, mamma mia, brigadie', e che fuoco che tenete! Ma non lo sentite, il caldo che fa? Mettetevi a sedere, ch dobbiamo parlare, su. Che vi pigliate, un caff? Una sfogliatella? Dite, dite, senza paura: offro io.
A Maione pareva di trovarsi in un brutto sogno.
- Ma scusa, mi spieghi che ci fai tu, vestito in questa maniera, nella saletta riservata di uno dei caff pi importanti della citt? E come mai offri tu, che hai fatto, hai preso un terno al lotto?
Bambinella rise col caratteristico nitrito, coprendosi la bocca col ventaglio:
- No, no, che terno e terno;  che il cameriere che avete visto fuori  un cliente mio, e quando gli chiedo il favore non riesce a dirmi di no. Dovete sapere che gli piace quando io lo aspetto con le calze a rete, e...
Maione si tapp le orecchie:
- Basta! Dici un'altra parola sulle cose che fai quando lavori e ti devo per forza arrestare. E ti arresto non prima di averti spaccato la faccia, con la scusa della resistenza a pubblico ufficiale!
Bambinella assunse un'aria amareggiata:
- Ecco. Questo si ottiene, a fare un favore a un amico. Insomma, io vengo fino a qua per voi a rischio di passare un guaio, ch se mi vedono insieme a voi si pensano niente niente che io vi passo le informazioni, e voi reagite cos.
Maione allarg le braccia sconsolato:
- E perch, non me le passi davvero le informazioni? A volte penso che se ti fanno fuori, mi levano un pensiero a me.
Il femminiello rispose, offeso:
- Ma quando mai, io vi faccio delle confidenze perch siete amico mio, mica vi passo informazioni! Sono una ragazza seria, io! Comunque stavolta ho dovuto correre per forza il rischio, perch secondo me le informazioni che vi devo dare sono urgenti, urgenti assai: e non potevo aspettare che voi venivate da me. E allora ho preso il vestito buono, mi sono tolta questi sfaccimm' di peli che continuano a crescere una continuazione sulle cosce, che se non fosse per questo, parlando con rispetto, io terrei le meglio cosce di tutta la citt, ho detto a Egisto, che sarebbe il cameriere cliente mio, di tenermi la saletta chiusa, ed eccomi qua. E poi, brigadie', vi immaginate se mi fanno fuori? Pensate ai titoli sui giornali: morta Bambinella, la pi bella femmina della citt. Indaga il brigadiere Maione, che era segretamente innamorato di lei.
Maione consider la cosa e concluse:
- No, io non aspetto che ti fanno fuori: ti ammazzo io, mo' mo', e ci leviamo il pensiero, non voglio concedere a nessun altro questo privilegio. Ti d un minuto d'orologio per dirmi che vuoi, poi ti lascio solo col cameriere pervertito amico tuo.

Bambinella si sedette meglio, giunse le mani guantate e alz gli occhi al soffitto:
- Dunque, brigadie', voi l'altra volta quando siete venuto da me mi avete chiesto di Pianese Ferdinando, per gli amici e le amiche Fef,  cos?
A sentire quel nome, e ricordando di aver usato impropriamente anche il canale dell'informatore per fini personali, Maione prov un ulteriore moto di fastidio.
- S, vabbe', Bambine', scrdatene. Non serve pi.
Bambinella spalanc gli occhi:
- S? Che peccato, perch avevo notizie interessanti. Anzi, interessantissime.
- E dimmi, allora. Ma fai presto, ch tengo che fare.
- Allora, dovete sapere che in quel palazzo ci sta una compagna mia, che prima lavorava in un bordello che sta alla Sanit, per non si trovava bene: soldati, studenti, chi la pagava e chi no, e pure la madame era una sporca che faceva finta di selezionare la clientela e invece se ne fotteva, e allora lei ha detto: ne', ma a me chi me lo fa fare, e siccome era brava assai a cucire perch  'nu poco chiattulella e si doveva sempre aggiustare i vestiti, si era imparata bene e...
Maione rugg:
- Bambine', io mo' prima ti ammazzo e poi me ne vado, cos accusano dell'omicidio il cameriere e vi levo dalle scatole a tutti e due! Vai avanti!
- Eh, brigadie', voi cos mi fate perdere il filo! Comunque, questa compagna mia ha trovato il posto in sartoria e la signora, la principale,  assai contenta. Tengono un sacco di lavoro e... vabbe', brigadie', e come siete arrabbiato stamattina! Vi fa pure male, con questo caldo! Insomma, lei conosce bene il portiere del palazzo, secondo me gli fa pure qualche servizietto ogni tanto, cos, per mantenersi in esercizio. Embe', sapete che mi ha raccontato?
Maione era sul chi vive:
- No, che ti ha raccontato?
- Che Fef  sorvegliato dalla polizia fascista, ecco che mi ha raccontato. E questo  niente! Fef, da ieri, si  chiuso dentro casa e non apre pi a nessuno. Pare che si  spaventato per qualcosa, dice che ha detto al portiere di non far salire a nessuno, di dire a tutti che lui  partito per l'America, che non c'. Pensate che gli ha dato i soldi, al portiere, per farsi portare la spesa fino a casa, quando  noto a tutti che  un tirchio di prima categoria.
Maione era avvilito.
- E allora? Che me lo racconti a fare, tutto questo?
- Ascoltatemi bene, brigadie', che il bello viene adesso. Fef ha detto al portiere di non fare salire a nessuno, ma soprattutto di non far entrare in nessun caso, a costo della vita, due persone: una  un poliziotto grande e grosso, molto arrabbiato, di cui non sapeva il nome ma che sicuramente il portiere avrebbe riconosciuto perch  una specie di mostro, violento e sudato. Strano, eh?
Maione si asciug la fronte.
- Strano, ma continuo a non capire a me che me ne fotte di questa storia.
- Per carit, niente, ve lo dicevo per curiosit. L'altra persona alla quale Fef ha interdetto l'ingresso  una cosa ancora pi curiosa. La marchesa di Morsano. Lo sapete chi ?
- No. Chi ?
- La marchesa Lucrezia di Morsano  una vecchia megera che da poco era diventata l'amante di Fef, e che lui aveva corteggiato per anni, piena di soldi e molto generosa. Bionda. Brutta come la morte, ma bionda. Non  strano?
- Che cosa,  strano?
- E strano che, dopo tanto tempo che la corteggiava, mo' non la vuole vedere pi. Anche perch il povero Fef ormai si vedeva solo con lei. Aveva messo la testa a posto, in un certo senso. Evidentemente l'incontro con questo poliziotto lo ha cos spaventato che si  preso una specie di malanno.
Maione tacque. Bambinella sorrideva come una sfinge alla quale il trucco era scappato di mano.
- Poi l'amica mia mi ha raccontato un'altra cosa. Pare che non pi di una settimana fa si  presentata una signora alla principale sua, e ha detto che se c'era qualche lavoretto di sartoria da fare, lei sarebbe stata contenta di provare. E una sartoria importante, sapete, brigadie', non  che pigliano a chiunque si presenta. E poi questa signora tiene i figli a casa, e magari pure qualche marito testone, e voleva lavorare solo per una o due ore al giorno e di pomeriggio, chiss perch. Voleva guadagnarsi qualche soldo, per dare una mano al marito che pare tiene preoccupazioni.
Maione era impietrito. Bambinella seguit imperterrito:
- E allora la principale dell'amica mia l'ha provata, a questa signora, e pare che  brava, ma proprio brava. E quindi l'ha pigliata a lavorare, anche solo per una o due ore il pomeriggio, e ci sta andando questa signora. La sartoria, sapete, sta al primo piano dello stesso palazzo sorvegliato dalla polizia fascista. Che strano, eh?
Il brigadiere cercava di non sorridere, con un effetto spettacolare che gli allargava la bocca sotto uno sguardo che restava arcigno.
- Bambine', io continuo a non capire il perch di queste tue assurde confidenze, stamattina. Si pu sapere perch mi vieni a dire tutto questo?
Bambinella si sfil un guanto scoprendo l'avambraccio peloso, e si mise a controllare con ostentata attenzione le unghie laccate:
- No, brigadie', io vi volevo dire che, se casomai incontrate questo poliziotto mostruoso, grosso, arrabbiato e sudato, gli potete dire da parte mia che non facesse il fesso; che se tiene una moglie, ammesso e non concesso che la tiene ancora e lei non l'ha mandato affanculo come si meriterebbe, la moglie  una specie di santa che non solamente lo sopporta, ma che prova pure a dargli una mano a tirare avanti la famiglia. Che lasciasse in pace il povero Fef, che vuole soltanto mantenersi utilizzando la capacit che tiene di coricarsi con una che  un mostro, e che poverina solo cos pu avere un poco di bene, brutta com' e sposata a un centenario. E ditegli pure da parte mia che uno affascinante e bello come lui, chi ce l'ha non lo tradisce. Ecco. Me lo fate, questo piacere?

Maione si alz e fiss a lungo Bambinella, che resse lo sguardo coi suoi grandi occhi neri. Poi disse:
- Bambine', io a questo poliziotto che dici tu non lo conosco, e mi pare strano, perch noi poliziotti ci conosciamo tutti quanti. Ma se lo conoscessi gli direi che  proprio un poliziotto fortunato a tenere gli amici che tiene, che sono capaci di ricordargli quanto  fesso. Gli direi: beato te, che tieni questi amici. Io, invece, tengo attorno gente che non si fa mai i fatti suoi, e una volta di queste andr pure in galera perch li devo scannare con le mani mie. Questo, gli direi.
E, cercando di recuperare un frammento della perduta dignit, si volt per andarsene. Bambinella gli disse dietro:
- Brigadie', se mi scannate perdete il sorriso. Gi vi perdete assai, credetemi: domandate al cameriere, uscendo, e vi sapr dire!
E rise, con il solito nitrito.

62.

Ricciardi se ne stava in piedi davanti alla finestra dell'ufficio, spalancata per far entrare un po' d'aria e di movimento. Il pomeriggio non portava ristoro, anzi, ma l'attivit nella piazza sottostante era frenetica; il commissario vedeva intersecarsi le traiettorie di automobili, carri e carretti, furgoni, tram e filobus, pedoni, mamme e bambinaie con carrozzine, in un disordine indecifrabile e senza regola.
Si sarebbe quasi meravigliato che non ci fossero delle collisioni; ma certo non si sarebbe aspettato che sotto i suoi occhi, e quasi simultanei, avvenissero due nuovi fatti di sangue. Li vide, e si chiese con amarezza che persona sarebbe mai potuto essere senza quella capacit di percepire con nettezza, anche se distanti fra loro, una all'angolo dell'ingresso al molo, l'altro proprio a qualche metro dal portone della questura, le due nuove vittime. Vittime della distrazione, della fretta e dell'incuria, constat Ricciardi. Una ragazzina con un paniere, che portava il pesce da una delle barche che approdavano l sotto e rifornivano il vicino mercato, tranciata quasi in due da un'automobile; e un anziano uomo d'affari, forse un avvocato, colpito alla testa dallo zoccolo di un cavallo imbizzarrito.
Da quella distanza, a Ricciardi arrivava dai due non pi che un sottile mormorio. Ma arrivava. La ragazza cantava: pe' dint' all'ombra va 'stu core, ca nun p durmi'... L'uomo, invece, faceva dei conti: duecentoquaranta lire, meno trentuno fanno duecentonove, e dodici a me fanno. .. Correvano. E adesso non avrebbero corso mai pi.
Ricciardi pensava, le braccia conserte e la citt che si muoveva come un mare in tempesta, a quante cose ci si perde andando di fretta. E se si muore, ancora di pi. Rosa, che se ne stava andando e che forse, anche se la parte cosciente di lui non era disposta ad ammetterlo, se n'era gi andata; Enrica, che non si faceva pi vedere; Livia, sempre in attesa di un sorriso che lui non era in grado di regalarle. Andarsene, aspettare. Forse tornare. La fretta.
Secondo abitudine, quasi senza accorgersene la sua mente and al delitto sul quale stava indagando; forse per distrarsi dai cupi pensieri che si affastellavano, Ricciardi cominci a riflettere su Coviello, l'orefice suicida. Aveva lavorato; giorno e notte, a qualcosa che non si sapeva da chi fosse stato commissionato. Il ragazzo, Sergio, aveva visto un ex voto: un cuore con la fiamma sopra.
Non sapeva in realt quasi nulla, Ricciardi, di ex voto; ma ricordava la chiesa del suo paese, dove la madre e Rosa lo conducevano la domenica per la funzione, e rammentava che su una parete di fianco all'altare, sormontato da una croce e da un Cristo che due volte all'anno veniva portato in processione, c'erano degli strani oggetti. Una volta aveva chiesto alla mamma di che si trattasse, e lei aveva pronunciato quelle parole: sono ex voto.
Lo aveva particolarmente impressionato una piccola gamba d'argento, rifinita in modo piuttosto grossolano, sotto la quale giaceva una specie di gambale in cuoio consunto dal tempo. Rosa gli aveva raccontato del figlio di un contadino che non camminava perch sulla gamba si formava una piaga orribile, che lui doveva portare coperta da una benda e da quel gambale, e che poi, grazie al diretto intervento del Cristo della croce, era finalmente guarita; il padre, per ringraziare Ges, aveva ordinato quella gamba d'argento e l'aveva donata alla chiesa. Ridendo, Rosa diceva che per il prezzo dell'ex voto li aveva quasi fatti morire di fame, quindi alla fine era stato peggio che il ragazzo fosse guarito.
Ricciardi prov una fitta al cuore. Non sapeva come avrebbe fatto senza la tata; gli mancavano la sua invadenza, la risata e l'amore incondizionato che non avrebbe mai pi sentito sulla pelle, e che aveva dato per scontati per troppo tempo.
La fretta. La distrazione, il guardare avanti sempre, e cos poco indietro o di lato. Che errore. Anche tu, Coviello: perch lavoravi cos in fretta, se avevi deciso di morire? Oppure, cos' successo che ti ha portato da un insolito buonumore, da una serenit raggiunta, a una corda appesa alla trave della bottega? Cos'era, che ti dava quella frenesia?
In basso, a una ventina di metri, alcuni ambulanti si incamminavano nella stessa direzione, come per una processione laica; uno di loro, un uomo gigantesco la cui bancarella semovente era stracarica di noci, nocciole e castagne incastrate in una spettacolare scenografia, ondeggi con tutto il carico e rischi di stramazzare al suolo. Alle orecchie di Ricciardi giunsero, indistinte per la cacofonia della piazza, le sue imprecazioni. Il commissario pens che era ridicolo bestemmiare tanto se l'uomo stava andando, come gli altri, a piazzare la bancarella nei pressi della chiesa del Carmine, nella fretta, appunto, di trovare una buona posizione per la festa incombente.
Fretta, pens.
Festa. Fretta. Festa, ex voto, fretta.
Col cuore in gola, chiam a voce alta Maione.

L'umore del brigadiere era cambiato in modo spettacolare, e se ne accorse perfino Ricciardi, la cui mente era presa in un complesso ingranaggio che aveva finalmente cominciato a girare. Il viso di Maione, che negli ultimi giorni era stato increspato da un reticolo di rughe che lo facevano sembrare pi vecchio, adesso era disteso, sereno; si produceva perfino, a intervalli, in una specie di fischiettio, come se canticchiasse tra s qualche canzoncina.
Il commissario, lungo la strada, gli lanciava occhiate perplesse: quasi lo preoccupava di pi quel repentino cambiamento che il precedente malumore.
Maione proruppe, estasiato:
- Ma la vedete tutta 'sta gente, commissa'? Le voci, i profumi, le canzoni. Non vi pare che siano meravigliosi? So' come una sinfonia, una specie di banda come quella che suona alla Cassa Armonica, alla Villa Nazionale: ognuno col suo strumento, per suonare tutti insieme la musica della citt!
Fendendo con sempre maggiore difficolt la folla che si addensava man mano che si avvicinavano alla meta, Ricciardi ribatt:
- Raffaele, si pu sapere che succede? Prima tutta quella rabbia, ogni cosa ti pesava, tutti ti davano fastidio, e ora mi parli della musica della citt?
E Maione, condiscendente:
- No, commissa',  che certe volte qualcosa ti fa aprire gli occhi. Sapete, quelle indagini in cui uno cerca per forza di far combaciare prove e indizi con l'idea che si  fatto lui? E gli indizi non combaciano mai perfettamente ma uno non se ne accorge, perch ormai, da fesso qual , si  fatto la sua opinione e non la cambia. Poi, appunto, arriva uno, o una, insomma quello che , ti dice una cosa e quell'opinione cambia, e tutti gli indizi e le prove vanno al posto loro e tutto  chiaro. Avete presente?
- Certo che ho presente. E il rischio principale del mestiere nostro, no? Il pregiudizio. E anche la perdita di tempo che ne deriva, che ti fa fare un sacco di errori che possono essere irreparabili. Chiss quanti innocenti stanno in galera, per questo. E proprio per questo dobbiamo muoverci in fretta.
Arrivarono dov'erano diretti, e varcarono l'alto portone.
L'interno della basilica del Carmine Maggiore assomigliava pi a un cantiere che a un luogo di culto. L'imminenza della festa, un momento al quale partecipava l'intera citt in un'esplosione di gioia, fuoco e danze che molto aveva di pagano, si rifletteva in un'attivit frenetica anche lungo le navate della bellissima chiesa antica.
Una dozzina di uomini si arrampicavano su precarie scale in legno per fissare drappeggi e festoni in seta e cotone, di colore bianco e azzurro, decorando il portale interno e gli altari, le colonne e la navata. Alcuni fioristi si davano da fare per sostituire i fiori che perdevano freschezza, nelle composizioni gi disposte per le funzioni preparatorie: le piante verdi sotto l'altare, le felci, il bosso, le ortensie per l'azzurro e le calle e i gladioli per il bianco, le rose a centinaia riempivano l'aria calda, con la cera fusa delle mille candele e l'incenso. L'immenso organo monumentale, sistemato secondo tradizione sopra il portale d'ingresso, muggiva melodioso nelle prove delle musiche sacre che sarebbero state suonate.
Ad aumentare la confusione, una trentina di fedeli attendeva ai lumi e alle panche, cercando di rendere quel vasto spazio adeguato ad accogliere tutti coloro che nel giro di due giorni lo avrebbero gremito.
Attirato dalla divisa di Maione, un giovane frate si avvicin.
- Pace a voi. Cosa desiderate?
Ricciardi lo osserv. Poteva avere poco pi di venticinque anni, e la tonsura e gli occhiali da vista non riuscivano a farlo sembrare pi anziano; l'abito marrone dell'ordine dei Carmelitani gli stava un po' largo, e teneva le mani all'interno delle maniche, nella caratteristica postura dei frati.
Maione che si era tolto il cappello all'ingresso in chiesa, lo salut:
- Pace a voi, fratello. Siamo il commissario Ricciardi e il brigadiere Maione, della questura. Dovremmo parlare con chi riceve gli ex voto dei fedeli.
Lo sguardo del giovane s'indur. Si avvi in silenzio in un anfratto della navata laterale, dove non c'era traffico di persone impegnate nei preparativi; un paio di uomini e qualche donna si erano comunque voltati a guardare, incuriositi. A labbra strette disse:
- Ma come vi permettete? I rapporti tra i fedeli e la chiesa sono segreti, riservatissimi. A che titolo vi presentate?
I due poliziotti furono sorpresi dalla reazione. Ricciardi disse:
- Scusatemi, non credo di aver capito il vostro nome.
L'uomo sostenne lo sguardo:
- Sono frate Simone. E vi ribadisco che non avete alcun diritto di indagare sugli ex voto. E nemmeno di accedervi, senza il nostro permesso.
Maione era sconcertato dal netto diniego del frate.
- Scusate, fratello, ma gli ex voto non stanno esposti? Non li pu vedere chiunque?
Il frate neg col capo:
- Solo una minima parte si trova nelle teche di fianco all'altare. Sono quelli esposti. E tutti sono in forma anonima, tranne quelli che recano i nomi dei fedeli dipinti o incisi.
Ricciardi disse:
- Potete accompagnarci, allora? Vogliamo solo vedere, non indagare. Ce lo concedete?
Il giovane annu diffidente, e si allontan senza invitare i due poliziotti a seguirlo, che gli andarono dietro comunque.
Accanto all'altare maggiore c'era una cappella che dava su una saletta non molto ampia. Sia questa che la cappella erano tappezzate di ex voto. Maione, che evidentemente li c'era gi stato, sorrise al sospiro di sorpresa di Ricciardi.
C'erano oggetti d'oro, argento e legno dipinto di qualsiasi foggia, alcuni piuttosto antichi. Parti del corpo si alternavano a scene di caccia, incidenti, naufragi raffigurati su tavole; l'argento e l'oro erano presenti in considerevoli quantit, e Ricciardi si chiese se fossero davvero al sicuro, bench in un luogo sacro.
Come intuendone il pensiero, Maione gli sussurr:
- Nessuno toccherebbe mai niente, commissa'. Sono cose della Madonna del Carmine, nemmeno a pensarlo.
Gli oggetti pi preziosi, soprattutto i monili in oro e pietre che mandavano moltiplicati i bagliori delle candele, erano custoditi in teche di vetro.
Ricciardi chiese al frate:
- Qualcuno di questi  stato esposto di recente? Negli ultimi due giorni, voglio dire.
- No. Gli ex voto vengono esposti solo dopo un esame e una valutazione del priorato di questo convento. Torno a dirvi che sono questioni sulle quali non avete nessuna giurisdizione. Vi prego, se non siete qui per pregare, di andarvene subito. E se...
Una voce profonda alle loro spalle lo interruppe:
- Frate Simone, da quando in qua cacciamo la gente dalla chiesa? Capisco che siamo impegnati nei preparativi della festa, ma mi pare davvero troppo, non credi?
Si voltarono e si trovarono di fronte a un uomo anziano, vestito esattamente come il giovane; era di bassa statura, e la tonaca era pulita ma pi consunta, eppure emanava dagli occhi azzurri una vivacit e un'autorit quasi palpabili.
Simone si inchin:
- Padre, non avevo certo intenzione di cacciare nessuno. I signori, qui, sono della...
- ... della polizia, immagino. A meno che il brigadiere non sia un attore o venga da una mascherata. Buonasera, signori. Che possiamo fare per voi?
Ricciardi salut a propria volta e si present, poi:
- Siamo venuti perch abbiamo bisogno di una informazione che riguarda gli ex voto. Anzi, un ex voto in particolare. Solo che frate Simone dice che purtroppo non possiamo accedere a quest'informazione. Nemmeno alla vista degli ex voto, avremmo potuto accedere.
L'anziano annu, pensoso. Poi disse:
- Io sono frate Bartolomeo, priore del convento e quindi responsabile di molte, troppe cose; anche degli ex voto. Il mio giovane fratello ha ragione, sono riservati: sono inerenti al rapporto dei fedeli con la chiesa, un fatto, per grazia di Dio, ancora al di fuori delle ingerenze degli uomini.
Ricciardi rispose, conciliante:
- Lo so, padre. E credetemi se vi dico che in nessun caso vorrei entrare in tali questioni, sono gi tanti i dolori coi quali ci confrontiamo. Ma si tratta di un omicidio; e non sono disposto a lasciare niente di intentato per mettere a posto le cose, e soprattutto per impedire che un innocente si trovi a scontare la pena invece di un colpevole.
Il priore lo fiss. Poi, come se avesse raggiunto una decisione, disse:
- Frate Simone, ben fatto. Adesso per ci penso io. Signori, seguitemi.
Attraverso una porta, si avviarono in un corridoio, finch spuntarono in un meraviglioso chiostro, un quadrilatero di una trentina di metri per lato dalle pareti finemente affrescate e con al centro un giardino rigoglioso; di l passarono in un basso edificio dalle mura bianche. Frate Bartolomeo si inerpic per una rampa di scale rivelando un'agilit giovanile, poi si ferm davanti a una pesante porta in legno scuro. Estrasse dalla tonaca un grande anello con molte chiavi, apr e li invit a entrare.
L'ufficio del priore era fresco, per l'alto soffitto e le mura spesse che mantenevano la temperatura interna. I pochi mobili erano in legno pesante e lavorato. Non c'erano concessioni al lusso n abbellimenti, ma l'impressione che ebbe Ricciardi fu di un luogo dove si gestiva un grande potere.
Frate Bartolomeo gir attorno alla scrivania e si sedette, facendo segno ai poliziotti di fare altrettanto. Poi si rivolse a Ricciardi:
- Commissario, ditemi pure. Togliere la vita  un peccato mortale, la massima arroganza di un uomo che pensa di poter prendere il posto di Dio. Nemmeno noi possiamo consentire che rimanga impunito.
Ricciardi raccont la vicenda di Iovine, dal momento della scoperta del cadavere al policlinico fino a quanto accaduto quella stessa mattina.
- A quanto abbiamo appreso dal suo apprendista, l'orefice, Nicola Coviello, lavorava freneticamente negli ultimi giorni al completamento di un ex voto di grande valore, un cuore d'oro istoriato con una fiamma sopra. Ho pensato che la fretta potesse essere dovuta all'imminenza della festa, anche perch nella sua bottega c' l'immagine della Madonna del Carmine proprio sul suo banco da lavoro.
Il frate ascoltava con attenzione:
- Ma non potete chiedere a questo Coviello?
Maione e Ricciardi si guardarono, poi il brigadiere disse:
- Purtroppo, padre, Coviello si  tolto la vita questa mattina, impiccandosi nella sua bottega.
Il priore rimase in silenzio; giunse le mani e fiss il piano della scrivania, per poi segnarsi. Aveva sulla faccia un tale dolore da far credere a Ricciardi che conoscesse bene l'orefice.
Bartolomeo chiese:
- Mi potete descrivere quest'uomo, commissario?
Ricciardi lo fece, per come lo ricordava; occhiali con lenti molto spesse, gambe e braccia lunghe e sproporzionate, figura resa ridicola da una gobba sulla schiena; gli disse perfino del cambiamento d'umore dell'uomo l'ultima volta che era stato visto vivo. Man mano che andava avanti, l'espressione del priore si faceva sempre pi dolente. Alla fine gli chiese:
- Capite bene, padre, quanto sia importante per noi capire il perch di questo ex voto. Chi lo abbia commissionato, perch Coviello ci abbia lavorato come ultima azione prima di morire, e soprattutto per quale motivo si sia ucciso. Al di l di un'incisione sul banco, non ha lasciato una parola.
Bartolomeo tacque a lungo. Poi si alz e and alla finestra:
- Sapete, commissario, nessuno si affaccia ai misteri della mente umana come un prete. Nella confessione, le persone aprono la porta su certi abissi che hanno dentro, in cui si nasconde ogni sorta di spettro. A volte capita che qualcuno decida di non confessarsi, di tenersi lontano dal sacramento. Noi per li capiamo lo stesso; per l'abitudine a guardare attraverso gli occhi, forse.
Nel chiostro, un uccello gracchi lugubre.
- L'uomo che avete descritto  stato qui, stamattina presto, prima dell'alba. Il Signore ha voluto che incontrasse me, che approfittavo dell'ora antelucana, dopo la lettura del Mattutino con i miei confratelli, per raccogliermi in studio prima del giorno. Mi  comparso al fianco, quasi mi ha spaventato. Gli ho chiesto cosa volesse, e lui mi ha parlato.
Ricciardi voleva che il frate gli dicesse tutto quello che ricordava:
- Com'era, padre? Lo ha visto angosciato, disperato, confuso?
Il priore si volt verso di lui, le mani intrecciate dietro la schiena:
- No, commissario, tutt'altro. Era quello che cercavo di dirvi, prima. In lui non c'era angoscia, paura o disperazione; e nemmeno rassegnazione, o rabbia. Era un uomo in pace, sereno e tranquillo. Per questo la notizia che mi avete dato mi ha sconvolto, e vi ho chiesto conferma della descrizione. Dopo tanti anni credevo di saper riconoscere una creatura alle porte di un gesto terribile come il suicidio, e invece, come vedete, non  cos.
Ricciardi capiva benissimo.
- Che vi ha detto, padre?
- Mi ha detto il suo nome, e la sua professione. Aveva un involto, me l'ha consegnato. Mi ha detto che era un suo dono alla Madonna, e mi ha chiesto se potevo esporlo il giorno della festa.
Maione chiese:
- E non vi ha detto se era da parte di qualcuno? Se per caso gliel'aveva commissionato una donna?
- Una donna? No, brigadiere. Mi ha detto che era un oggetto che aveva fatto lui per la Madonna, alla quale era molto devoto. Io, del resto, ricordo quell'uomo benissimo perch veniva a ogni funzione della domenica, e spesso pure durante la settimana. Doveva essere davvero molto devoto alla nostra Signora.
Ricciardi taceva. Aveva sperato nella consegna della visitatrice misteriosa, e di poter quindi risalire a lei per sapere quale fosse il legame con Coviello, e che cosa lo avesse portato a uccidersi. Alla fine disse:
- Possiamo vedere quest'oggetto, padre? Magari pu aiutarci a capire.
Il priore disse:
- Non vedo come. Anche se  di squisita fattura, il fatto che sia stato donato da un uomo che poi si  ammazzato toglie valore al dono, e non c' modo, da parte mia, di eseguire la volont del povero Coviello. La Madonna, il giorno della Sua festa, non pu certo portare un gioiello macchiato di sangue.
Ricciardi decise di insistere:
- Ragione di pi, padre, per non tenercelo celato. Se non pu pi essere oggetto di culto per il suicidio di chi l'ha creato e donato, e quindi il mero valore venale pu essere solo utile a fare qualche opera di bene, forse farcelo vedere non contravviene alle vostre regole.
Il priore sospir:
- Va bene. Probabilmente avete ragione.
And a un armadio alto e profondo. Tir di nuovo fuori l'anello con la moltitudine di chiavi e lo apr. I poliziotti intravidero, al di l della minuta corporatura del frate, una gran quantit di oggetti in metallo che brillarono nella luce calante del sole; l'uomo prese qualcosa e richiuse in fretta l'anta, girando la chiave pi volte. Poi torn alla scrivania recando in mano un fagotto di panno scuro che Ricciardi riconobbe come quello che Coviello, quando erano andati la prima volta alla sua bottega, aveva chiuso e riposto in fretta nella cassaforte.
Il frate si accost alla scrivania e stese il panno sul piano. Al centro, lucido e brillante come un piccolo sole, c'era il cuore di Coviello.
Aveva la dimensione di un pugno chiuso, sormontato da una fiamma a nove punte. Era lucidato con cura, e la parte anteriore, quella visibile nella posizione in cui era posto sul panno, recava raffinatissimi arabeschi che sembravano ricamati.
Era di una bellezza assoluta, pens Ricciardi; poteva a buon titolo essere il testamento artistico di un grande artigiano. Chiese al priore:
- Ha un significato, padre? Vuol dire qualcosa, gi di per s?
Il frate fece una faccia perplessa:
- Difficile da dire. Il voto, vedete, non  stato sempre lo stesso nel corso della storia:  una testimonianza, una specie di firma su un patto tra l'uomo e Dio o i santi. Ogni oggetto pu avere un senso diverso, anche se hanno fogge simili: come saprete, gli ex voto hanno la forma degli
organi malati e guariti, o per i quali si chiede la grazia. Il materiale usato simboleggia la gravit della malattia o l'importanza della grazia che si richiede, per l'oro ovviamente la gravit  massima. Il donatore fa quello che pu, a volte le sostanze a disposizione non permettono di stanziare grosse cifre, ma la fede che sostiene il dono  quasi sempre dettata da un'immensa speranza o da vera gratitudine. Un cuore con la fiamma, come questo, pu avere diversi significati. E un cuore che brucia, di sofferenza o d'amore come quello di Ges: una fiamma che non consuma, che non si esaurisce mai. Un amore eterno, come quello del Salvatore per i Suoi figli.
Ricciardi mormor:
- Un amore eterno. Un amore che va fino alla morte. Un amore che non finisce con la morte, che rende la morte una partenza.
Il frate e Maione si guardarono, perplessi.
Il commissario sembrava pregare:
- Un amore che non si esaurisce mai, avete detto. Inutile combattere, contro un amore cos. Meglio farla finita -. Si volt verso il frate, indicando il cuore sulla scrivania: - Posso, vero?
Il frate annu. Ricciardi allung la mano e prese l'oggetto con cautela.
Era massiccio, un unico blocco d'oro. Doveva valere una fortuna. Ricciardi pens a quanti anni di lavoro oscuro e meraviglioso doveva aver trascorso Coviello, perdendo la vista e la salute alla luce della fioca lampada a olio, per raggranellare l'oro necessario a portare a termine quell'oggetto di immensa bellezza.
Lo rigir tra le mani, ammirandone da vicino la fattura. Cercava di percepire, dalla liscia superficie istoriata, il sentimento, la passione che il suo artefice ci aveva messo; cercava di riconoscere, sul metallo lucidato a specchio, il riflesso del volto lungo e irregolare di Coviello, tutto il suo dolore. Una fiamma che non estingue, ma che continua a bruciare.
L'inferno. L'inferno in un cuore.
Ricciardi osserv un arabesco, sul vertice del cuore, lievemente asimmetrico rispetto al disegno. - Padre, avete una lente?
Il frate annu, prese un cerchio di cristallo con un manico d'argento e lo porse a Ricciardi.
Il commissario avvicin la lente al cuore e guard. Leggendo il nome che c'era in fondo al cuore di mastro Nicola Coviello.

63.

Di fronte al cancello che costituiva l'entrata dell'antico convento, ora divenuto il complesso del policlinico, c'era un caff ristoro per i famigliari degli ammalati in cerca di un intervallo al dolore e alla preoccupazione, e per i medici e gli infermieri che sentivano il bisogno di allontanarsi per un po' da un luogo di lavoro che sapeva diventare opprimente e molto triste.
Ricciardi era seduto l, a un tavolino dal quale si vedeva bene l'ingresso, quella mattina del gioved che precedeva le celebrazioni ultime per la festa della Madonna del Carmine.
Aspettava qualcuno.
Lasciati la chiesa e il priore, aveva trascorso l'intera serata del mercoled al capezzale di Rosa. Il respiro della donna gli era parso pi rasposo e pesante. Ne aveva chiesto il motivo a Bruno, che era passato pi volte, e l'amico si era stretto nelle spalle. A un certo punto gli aveva appoggiato una mano sul braccio e gli aveva detto una sola parola: preparati. Come se fosse possibile prepararsi alla perdita di una persona cara, aveva pensato lui. Come se fosse possibile scrollarsi di dosso per pura forza di volont, la cappa scura della solitudine incombente.
Di mattina presto, dopo qualche ora di sonno travagliato, si era incamminato verso il policlinico, dove lo attendeva il primo incontro di quel giorno. I piccoli pezzi che componevano il quadro generale dell'indagine andavano collocandosi, ma c'erano ancora delle zone d'ombra da mettere in luce. Il pomeriggio precedente, al ritorno dalla basilica del Carmine, il commissario e Maione avevano convenuto che si sarebbero visti l'indomani in questura solo in tarda mattinata: Ricciardi avrebbe riferito al brigadiere l'esito di quella visita non medica che andava a fare in ospedale. Maione, sorridente e un po' distratto per un suo segreto motivo, non aveva insistito per accompagnarlo come faceva di solito, n si era dilungato in domande. Strano. Sembrava avesse deciso di abitare in ufficio, e ora invece aveva manifestato una gran voglia di andare a casa. Il commissario aveva perci intuito che Raffaele fosse riuscito ad appianare una qualche controversia importante con la moglie; ne era stato contento, sapeva quanto contasse per lui la pace familiare, e vedere tornare il sorriso su quel faccione era stata l'unica cosa bella da parecchio tempo.
Ricciardi aveva comunque pregato Maione di passare per il policlinico prima di cena, per accertarsi nel suo modo discreto dell'ora in cui la persona che il commissario voleva incontrare finisse il turno; non che non ci si potesse fidare dei centralini, ma aveva accennato a Raffaele l'idea che si era fatto su come fossero andate le cose, ed era meglio agire con prudenza. Il brigadiere era tornato dopo mezz'ora, informandolo che avrebbe
potuto vedere chi cercava l'indomani, verso le sette del mattino, all'uscita. Trovandosi l, aveva controllato che nessuno fosse entrato nell'ufficio di Iovine, ancora interdetto al personale della clinica ostetrica.
"Tutto a posto, commissa', - gli aveva detto. - Nessuno va in quella stanza, gli deve fare impressione. Ci vediamo domani intorno alle undici, cos chiudiamo questa faccenda".
Mentre sorbiva il caff, Ricciardi si chiedeva se certe faccende si chiudano mai. Se il sangue sparso non continui per sempre a sgorgare, rosso e maligno, e a imbrattare la vita di chi  entrato in contatto col delitto per l'eternit. Come accadeva per lui.
Finalmente dal cancello spunt chi stava attendendo. L'uomo salut il custode con un cenno del capo, si guard attorno strizzando gli occhi nella luce e s'incammin proprio verso il caff. Non si accorse subito di Ricciardi, poi lo riconobbe e lo salut sorpreso:
- Oh, buongiorno, commissario. Come mai qui?
- Buongiorno, dottor Rispoli. Aspettavo proprio voi. Vi volevo invitare a prendere un caff e a fare due chiacchiere. Se avete cinque minuti.
L'uomo si sedette di fronte al commissario. Era incuriosito, ma non inquieto.
- Certo, commissario. Quando si esce da li dentro, - e indic il policlinico, - non si ha mai voglia di tornare subito a casa, anche se, come in questo periodo, si lavora il doppio. E' come se ci si dovesse disintossicare...
Ricciardi lo ferm:
- State facendo voi il lavoro di Iovine, o  stato gi destinato qualcuno al suo posto?
Rispoli si accese una sigaretta, con una smorfia triste:
- Macch, commissario. Passeranno mesi prima che la direzione della cattedra, e quindi della clinica, venga assegnata. Non avete idea della lentezza della burocrazia e della lotta intestina che, in tutta Italia, si star scatenando. Vi posso assicurare che la morte del povero Tullio  vista come un terno al lotto per molti, nelle varie universit. Un sacco di mani si staranno allungando su di noi, posso solo immaginare le telefonate che si rincorrono per trovare la raccomandazione giusta. E nel frattempo io e i colleghi dobbiamo dividerci le responsabilit.
Ricciardi bevve un sorso.
- E voi? Non avete l'ambizione di succedere a Iovine? In fondo eravate il suo primo assistente.
- No, commissario. L'iter della carriera universitaria prevede, al massimo, che io vada a ricoprire il ruolo in una struttura pi piccola, altrove, per poi, magari, ritornare: ma non ho questo desiderio. Innanzitutto sono gi troppo anziano per aspirare a una cattedra come questa, poi non ho titoli sufficienti. Sono uno che potrebbe essere definito un praticone, uno da sala operatoria e da visite in corsia, non certo uno che si mette a fare ricerca o a scrivere saggi. Tullio mi aveva scelto per questo.
- Come sarebbe?
Rispoli sbuff un po' di fumo:
- Non avrebbe mai preso al suo fianco uno ambizioso, uno da cui avrebbe dovuto guardarsi. E poi gli serviva uno affidabile, che potesse reggere la situazione quando lui si allontanava.
Ricciardi si accomod meglio sulla sedia.
- Per, la notte in cui mor la moglie di Graziani non c'eravate n voi n Iovine.
- Poteva capitare. In effetti quella notte, in cui io non ero di turno, lui non avrebbe dovuto andar via. Poi... be', poi lo sapete. E uscito, ed  successo quello che  successo. Mi hanno chiamato d'urgenza, ma sono arrivato tardi, dopo che Tullio aveva gi tentato l'impossibile. Come vi ho detto l'altro giorno, commissario, probabilmente la donna sarebbe morta comunque. Pu accadere.
Ricciardi annu.
- Infatti. Prima avete detto che Iovine non avrebbe mai preso con s uno da cui avrebbe dovuto guardarsi. Perch?
Rispoli schiacci il mozzicone nel posacenere.
- Perch era attaccato alla propria posizione, commissario. Come quasi tutti quelli che fanno della carriera il pilastro della vita. Tullio era cos, nessuno che potesse insidiarne il ruolo: il grande professore, il luminare. Io andavo benissimo, ero un assistente. E rimarr un assistente, seppure di qualcun altro.
Ricciardi cerc rammarico o ironia nelle parole del dottore, ma non ne colse.
- E che succede, quando si fa della carriera il pilastro della propria vita? Che cosa si  disposti a fare?
Il dottore fiss a lungo Ricciardi:
- Commissario, non capisco. Perch siete venuto da me, stamattina? Cosa volete che vi dica?

Ricciardi fece un cenno al cameriere e ordin un altro caff.
- Mi occorrono informazioni sul passato, Rispoli; su come Iovine era diventato quello che era, su come aveva raggiunto la sua posizione. Su un tempo in cui, magari, non lo conoscevate ancora, ma di cui avrete sentito parlare nel vostro ambiente.
Rispoli era disorientato:
- Ma... commissario, non capisco: che c'entra, come Tullio aveva fatto carriera? Lui era titolare della cattedra da moltissimi anni, cosa...
Il commissario lo interruppe con un gesto secco:
- Lo so bene. E vi prego, lasciate che sia io a giudicare quello che ci serve e quello che non ci serve. Sono cose che, facendo giri pi lunghi e scartabellando negli archivi, potrei trovare comunque: ma ci vorrebbe pi tempo, e io voglio risolvere la faccenda al pi presto, anche per evitare che degli innocenti, solo perch non hanno come provare che quella notte non erano qui, possano finire in guai grossi. Per cui sono venuto da voi, e confido nel vostro buon senso. Altrimenti, arrivederci.
Rispoli tacque. Ricciardi cap che stava valutando quali problemi avrebbero potuto venirgli dal dare le informazioni richieste, e quali dal non darle. Poi annu, e ordin anche lui un altro caff.
- Lavoravo con Tullio, vi dissi, da diversi anni. Sono piuttosto bravo, e quando mi chiam ne fui onorato: almeno finch ho compreso l'utilizzo che voleva fare di me e della mia professionalit; ma siccome anche quello mi andava bene, e il lavoro  tanto ma lo stipendio  ottimo e soprattutto arriva puntuale, diciamo che costruimmo una buona societ. E devo dire che tutto quello che avevo sentito di lui  stato confermato.
- E cosa avevate sentito, di lui?
- Si diceva che fosse determinato e preparatissimo; ma che condividesse assai poco di quello che sapeva, che fosse geloso della propria cultura, e pure un po' avido. Insomma, l'ideale se uno se ne stava al posto suo e non faceva errori. Per me non c'erano problemi, anche perch alla fine mi lasciava piena autonomia.
- Ma dal punto di vista personale?
- Be', non dava confidenza. Ci siamo dati del tu col tempo, ed  capitato che scambiassimo due chiacchiere, ma niente di pi. Da ultimo mi aveva fatto dare un'occhiata alla macchina nuova, ne era orgoglioso; ma non parlavamo tanto della vita fuori di qui.
Ricciardi voleva sapere di pi:
- E del suo passato, vi raccontava niente? Che so, ricordi, riferimenti a quando era lui stesso un aiuto o un assistente...
Rispoli sorrise, con un lampo di astio:
- No, direi proprio di no. E del resto, a quanto ho sentito mentre io stesso frequentavo l'universit, non c'era certo di che raccontare volentieri.
Il commissario si fece pi attento:
- Perch? Ditemi tutto.
L'invito non fu disatteso. Sembrava che il medico non aspettasse altro. Ricciardi si prepar ad ascoltare, chiss con quali varianti, una storia che gi conosceva:
- Tullio era uno dei due aiuti di un famoso professore, un vero genio, uno che era diventato direttore della cattedra da giovanissimo: Albese, si chiamava. Era talmente bravo che, pur venendo da un paese e non essendo di famiglia nobile, cose che, credetemi, sono necessarie per fare carriera, era un punto di riferimento per l'intero mondo accademico. Ebbene, a un certo punto l'altro aiuto, un certo Ruspo che ora credo abbia una casa di cura dalle parti di Mergellina, fu fatto fuori da una lettera anonima che lo accusava di avere una relazione con una donna sposata. Nell'ambiente si diceva che la lettera l'avesse scritta proprio Tullio, l'unico che aveva da guadagnarci dallo scandalo. A parte il marito cornuto,  chiaro.
Rispoli ridacchi sorbendo il caff. Ricciardi chiese:
- E dopo, che successe?
- Dopo la fortuna fece la sua parte, per la carriera di Tullio. Albese, che era sofferente di cuore, si aggrav e mor. E Tullio si trov al posto giusto nel momento giusto, un po' come me adesso ma con ben altri appoggi e ben altra determinazione: si era creato una rete di amicizie cos potenti che fu nominato direttore di cattedra, e da allora ha mantenuto questo ruolo. Fino alla caduta dalla finestra.
Tutto corrispondeva a quello che Ricciardi sapeva peva gi.
- E naturalmente Iovine in quel periodo, per farsi trovare pronto, passava tutto il tempo qui al lavoro. Doveva essere una condizione triste, per la moglie.
Rispoli neg:
- Ma no, commissario: all'epoca Tullio non era ancora sposato. Non avrebbe potuto esserlo, d'altronde.
- E perch mai?
- Semplice: perch spos in seconde nozze la moglie di Albese, Maria Carmela.
Ricciardi trattenne il respiro. Era la risposta che cercava.
Davanti al caff pass sferragliando una vecchia automobile, seguita da un gruppo di ragazzini seminudi che le correvano dietro.
- Quanto tempo dopo la morte di Albese si sposarono Iovine e la signora?
Rispoli si concentr:
- Mi pare giusto due anni, finito il periodo di lutto stretto per la signora. La storia in effetti fu abbastanza triste. Lei era incinta, credo al quarto o quinto mese, quando il primo marito mor. Fu proprio Tullio ad assumersi la responsabilit di seguirne la gravidanza, che purtroppo and male; sapete, per le primipare il rischio  sempre maggiore, e la signora perse il bambino. Tullio le rimase accanto, non le faceva mancare mai la sua compagnia, e alla fine si sposarono. Dopo un po' ebbero un figlio, che invece sopravvisse senza difficolt.
Ricciardi osservava le cime degli alberi all'interno delle mura del policlinico, ferme nell'aria immobile di quell'infernale mattino di luglio. Pens alla caduta di Iovine, in mezzo a quegli alberi, sino allo schianto sul vialetto sottostante. E pens alle strade tortuose dell'amore e della fame di potere, dell'ambizione e della tenerezza, che si incrociano e si dividono mille volte fino a portare all'abisso.
Pens a Sisinella, che era stata l'ultimo, disperato legame di Iovine con la vita; allo sprazzo di felicit che forse era riuscita a dare, ancorch a pagamento, a un uomo la cui esistenza era stata votata al calcolo e all'arrivismo. E pens a Enrica, ormai lontana da lui, sulla strada che forse la portava alla felicit.
Alz gli occhi verso Rispoli.
- E che rapporto c'era tra marito e moglie? Siete a conoscenza di qualche lite, di qualche contrasto?
- Non saprei, commissario; ve l'ho detto, Tullio non si lasciava andare a confidenze. La signora, in quasi dieci anni, l'ho incontrata non pi di un paio di volte: in occasione della festa per il pensionamento di un dirigente del policlinico, e un'estate in cui dovevano partire per le vacanze e Tullio pass di qui per accertarsi che andasse tutto bene. Pi di recente, venne un giorno che il marito non c'era; la vidi di sfuggita perch dovevo operare, ma il personale l'accolse con cordialit: credo che quando era sposata col primo marito venisse in clinica pi spesso. Ma non ho idea di come fosse con Tullio. Ebbi l'impressione di una donna forte, forse un po' dura; ma quando si provano certi dolori probabilmente lo si diventa, no, commissario?
Ricciardi riflett e poi disse, ma a voce cos bassa che sembr lo dicesse unicamente per s stesso:
- S. Lo si diventa. Il dolore indurisce. Vi ringrazio, dottore. Mi siete stato utilissimo.
E chiam il cameriere per il conto.

64.

Se qualcuno si fosse guardato attorno, sulla funicolare che s'inerpicava verso il Vomero la mattina di quel gioved 14 luglio, avrebbe visto spiccare, nella piccola folla di operai, commessi e impiegati che andavano a dare il proprio giornaliero contributo alla crescita del quartiere nuovo, una grossa testa di brigadiere, sormontata dal cappello d'ordinanza e decorata da. un sorriso estatico.
La vita - pensava Maione, incurante del caldo terribile, delle zanzare e della molesta ressa umidiccia e invadente -  bellissima. Soprattutto quando ti concede la rara opportunit di contemplare l'abisso della disperazione e poi ti fa capire che era tutto un brutto sogno, e che al risveglio c' il sole.
La chiacchierata con Bambinella, da Caflisch, lo aveva dapprima frastornato, poi reso incredibilmente felice. Lucia non lo tradiva. Lucia non aveva smesso di pensare a lui. Lucia era ancora la meravigliosa sposa e madre che era sempre stata. Non doveva pi lui, Maione, cancellare i ricordi pi segreti che costituivano il passato e la stessa sua natura; non doveva meditare oscure vendette; non doveva rinchiudersi nella disperazione.
I primi a ricevere beneficio dalla novit erano stati i poliziotti della questura, che avevano visto uscire un tempestoso energumeno pronto all'ira e alla violenza e avevano assistito al rientro di un comprensivo, paterno superiore incline alla lode e alla gentilezza. La repentinit del cambiamento li aveva gettati nella confusione, e per un po' avevano continuato a girargli alla larga, salvo poi avvicinarsi e approfittare dell'aria nuova per chiedere una meno rigida rivisitazione dei turni estivi.
Maione si era poi precipitato a ordinare un mazzo di fiori di campo, disponendone la consegna prima del suo arrivo a casa. Il gesto non aveva per prodotto l'effetto sperato: una stanca e accaldata Lucia l'aveva ricevuto urlando che non le sembrava il caso di sperperare i soldi - che cos a fatica entravano in quella casa in quantit appena sufficienti alle necessit familiari - per futilit come un esagerato mazzo di fiori, che poteva essere raccolto senza sforzo dalle bambine nella vicina campagna. Chiss quanto se li era fatti pagare quel ladro del fioraio, approfittando della dabbenaggine del marito.
Il quale, ora che Lucia ci pensava, aveva forse qualcosa da farsi perdonare? Perch se un uomo, fuori da ogni ricorrenza e senza una ragione apparente, decide di regalare dei fiori alla propria donna, allora il motivo va invariabilmente ricercato in qualche colpa inconfessabile e nell'esigenza di tacitare i morsi della coscienza.
Per fortuna Maione aveva un'ottima memoria e una lunghissima teoria di ricorrenze, e ricord alla moglie il primo bacio, in una sera di luglio dolce e piena di speranza, nella frescura di una passeggiata nel bosco di Capodimonte; in verit la data era stata anticipata di almeno un paio di settimane, ma Lucia non aveva la stessa ferrea capacit di ricordare e ci credette, commutando il rimprovero in sorriso, e premiando il brigadiere con una notte che valeva un intero bosco, altro che un mazzo di fiori.
Tuttavia Maione aveva rinunciato a qualche residua ora da passare in famiglia godendosi la ritrovata pace perch aveva una commissione da fare.
Chiss perch ci aveva pensato quasi subito, quando era uscito dal caff in possesso delle notizie che lo avevano rasserenato. In quegli ultimi giorni, la convinzione di aver perso l'amore della sua vita, e probabilmente di non averlo mai avuto, lo avevano indotto a comportamenti molto distanti dalla sua natura; e nel contempo gli avevano fatto comprendere tutta l'importanza di quel sentimento, e quanto dovesse essere terribile doverne fare a meno.
Ragion per cui la sera prima aveva preso una decisione. Approfittando della richiesta di Ricciardi di andare a controllare al policlinico a che ora finisse il turno Rispoli, si era introdotto nella stanza che era stata di Iovine. Si era guardato attorno, e si era domandato quanto e come avesse pesato l'amore in quella brutta storia. Il commissario l'aveva messo a parte dell'idea che si era fatto, confermata dal passaggio nella basilica del Carmine, e lui aveva dovuto ammettere che tutto quadrava; ma da marito, padre e uomo si augurava ancora che non fosse cos, che il commissario avesse confuso qualche indizio o preso un abbaglio.
E per la prima volta ebbe la sensazione che il suo commissario e il suo amico e compagno gli si svelasse fino in fondo nella sua verit. Non era quella fitta al cuore che provava sempre quando pensava al solitario superiore. La mancanza dell'amore, della speranza, della famiglia. Niente donna al fianco, niente figli. Conoscere tutto quello che poteva esserci nella vita di un uomo, e farne a meno. Bisogna voler bene a qualcuno, rifletteva Maione con semplicit; altrimenti, che si campa a fare? Quando sarebbe venuta a mancare la povera Rosa, chi ci sarebbe rimasto ogni giorno nella vita del povero commissario? A parte lui, Maione, s'intende.
La funicolare sbarc il proprio carico in una piazza immersa nel sole. Dalla campagna intorno arrivava una leggera brezza che increment il buonumore del brigadiere, mentre si avviava verso la palazzina di via Kerbaker che aveva visitato gi due volte negli ultimi giorni. Da lontano gli sembr di udire il suono di un pianino, e questo gli caus un corrugamento di sopracciglia: esistono persone, pens, nate per campare addosso alla gente. Magari non lo fanno esplicitamente, nascondono il freddo calcolo dietro un bel sorriso o una canzone seducente, e sono molto pi pericolosi di quelli che invece lo fanno per mestiere, alla luce del sole. O a quella dei lampioni, all'angolo delle strade.
La sera prima gli erano venute in mente Maria e Benedetta: la figlia del suo sangue e dell'amore, e la piccola orfana che era diventata sua figlia ancora di pi. Le aveva viste cresciute, in grado di badare ai fratelli piccoli, sempre pi brave nell'imitare la madre nel cucire, nel cucinare; non giocavano pi, ciancicando la farina e l'acqua o bucherellando stracci con l'ago. Adesso facevano dei lavoretti completi, e gareggiavano nel riscuotere i mugolii di piacere del pap quando gli proponevano frittelle uguali in tutto e per tutto a quelle di Lucia.
Le aveva immaginate grandi, adulte. I primi occhi dolci a un ragazzo, le prime pene, qualche lacrima. E poi lui stesso che, in alta uniforme, le accompagnava all'altare, bellissime e fiorite nei lunghi abiti bianchi.
Poi aveva immaginato che a lui, proprio a lui, fosse successo qualcosa: una coltellata, come a Luca; o il colpo di pistola di un delinquente colto in flagrante. O una malattia fulminante. La miseria, la disperazione, la necessit di sopravvivere; e il dolore, il sordo dolore della mancanza, che le spingeva verso chiss cosa, o tra le braccia di chiss chi. Le sue figlie, le sue tenere, belle figlie condannate a chiss quale destino.
Il pensiero improvviso, mentre Lucia e le bambine ridevano felici per qualche sua pagliacciata a tavola, non gli si era riflesso sulla faccia e non gli aveva appannato la risata, ma gli aveva raffreddato il cuore come per una folata di vento di tramontana. Ora che aveva visto l'abisso, era cento, mille volte pi di prima terrorizzato all'idea di perdere la sua famiglia, e che la sua famiglia si perdesse. E la mente era andata a Sisinella, la giovane puttana che aveva creduto per una brevissima stagione di allontanarsi dall'inferno in cui aveva vissuto, e che lui, Maione, aveva ingiustamente trattato come la peggiore delle malfattrici.
L'immagine della ragazza, che difendeva le lacrime negli occhi, gli aveva infestato la notte. E gli risuonava nelle orecchie la frase che gli aveva detto, in risposta alle sue minacce: non mi fate paura, brigadie'. Non mi fate paura. Ho conosciuto gente che ti apriva la pancia col coltello per sfizio, figuratevi se mi metto paura di voi. Che vita doveva aver avuto, quella donna diventata vecchia nell'anima con un corpo ancora cos giovane. Che dannazione doveva essere stata, la sua bellezza.
Per quel motivo si trovava adesso nel grazioso cortile della palazzina vomerese. Il portiere, Firmino, gli si avvicin con un ghigno:
- Oh, brigadie', buona giornata. Allora  finita la pacchia per la signorina, eh? Era ora. Vedere una pezzente che faceva la signora, una puttana riverita, era troppo ridicolo, no?
L'uomo doveva avere ascoltato l'alterco tra il brigadiere e Sisinella, e solidarizzava con lui. Un po' di cameratismo tra veri uomini, con veri valori. A Maione venne voglia di spaccargli il muso.
Lo fiss, freddo, e disse:
- Non vi prendete confidenza, Firmi'. Anzi, ho visto perlomeno una decina di irregolarit nella tenuta del palazzo e sono tentato di farvi una bella multa; se la volete evitare, state attento a non gettare fango su chi abita qui. Ci sta la galera, per la diffamazione, e io sarei ben felice di sbattervi dentro. Quindi, attenzione.
L'uomo arretr, sbiancando.
- Certo, brigadie'. Scusatemi. Non succeder pi. Prego, prego, andate: fate pure il comodo vostro, io rimango qua di guardia.
Con un fremito di disgusto, Maione si rese conto che quell'individuo pensava fosse venuto l per approfittare della ragazza. Gli sal una vampa di calore e prese Firmino per il collo, alzandolo come un fuscello e portandoselo vicino alla faccia. Il portiere espir con un sibilo tutta l'aria che aveva nei polmoni e divenne paonazzo.
- Firmi', un'altra allusione cos e siete un uomo morto. Vi giuro sui figli: un'altra parola che dite su quella povera ragazza e vi ammazzo con le mani mie. Avete capito? Avete capito? Fate segno di s con la testa, se avete capito.
Al ripetuto cenno di assenso, lo lasci cadere. L'uomo si afflosci come un abito vuoto, tossendo e succhiando aria con avidit. Maione gli rivolse un ultimo sguardo sdegnato e si avvi per le scale.
La porta dell'appartamento di Sisinella era socchiusa. Maione buss e chiese permesso, ma nessuno rispose. Entr.
Tutto era molto diverso dalla prima volta che era stato l. La casa era spoglia, priva di vita e di allegria. I mobili erano gli stessi, la luce era la stessa, il posto era ancora pulito e ben tenuto, ma mancava quella ridente energia, quell'armonia civettuola e pacchiana che aveva colpito il brigadiere. Maione not che erano state tolte le tende, mancava un tappeto ed erano stati rimossi dai divani alcuni centrini ricamati.
In cucina c'era un grosso involto fatto con un lenzuolo, che conteneva alcune masserizie; altre erano stipate in due federe. Maione intravide Sisinella seduta di spalle, sul terrazzino: fumava guardando gli alberi e la campagna sul retro della palazzina. Buss al balcone, con leggerezza:
- Permesso? Posso entrare?
La ragazza si volt a mezzo:
- Ah, siete voi. Che altro volete? Siete venuto a godervi il mio ritorno alla vecchia vita?
Maione usc sul terrazzo. L'aria era calda ma profumata, e si sentivano cantare gli uccelli.
- Bel posto, questo. Si sta proprio bene. Hai ragione, Sisine': viene voglia di mettersi seduti a pensare.
La donna fece una risatina beffarda:
- Pensare? Meglio di no, brigadie'. Meglio non pensare. Perch se penso capisco che idiota deficiente sono stata, e mi ammazzo. Meglio non pensare.
Maione prese l'altra sedia e si accomod a poca distanza dalla ragazza.
- E perch? Che hai sbagliato, Sisine'? Tanta gente si dimostra diversa da quello che , e mica si capisce subito.
Da cos vicino si accorse che la ragazza stava piangendo, silenziosa. Le lacrime le scorrevano lente sulle guance, portandosi dietro una riga nera di trucco sbavato.
- Io gli volevo bene. Per la prima volta, volevo bene a qualcuno. Mi credevo che mi sposava, che mi cambiava la vita, pensate che scema. Ero disposta a faticare, a darmi da fare per lui e per avere una vita onesta. Forse quelle come me non sono destinate, a fare una vita onesta.
Maione taceva. La ragazza si gir a guardarlo:
- Siete contento, eh, brigadie'? Avete avuto la vostra conferma. Una puttana resta una puttana. Quello fa, e quello far per tutta la vita. Dicevate giusto.
Il brigadiere fece un cenno verso la cucina.
- Ho visto che stai facendo i bagagli. Dove te ne andrai?
Sisinella si strinse nelle spalle.
- Ho preso solo la roba mia, quella che mi ero comprata coi soldi miei. Le cose che aveva preso Tullio, le ho lasciate qua. Sapete, teneva una specie di frenesia, si divertiva come un bambino. Questa casa per lui era un bel gioco. Diceva che l'altra, quella dei Quattro Palazzi dove stava la moglie, con tutto l'oro e l'argento che c'erano dentro e i quadri antichi, gli sembrava un museo, e che qua invece si sentiva a casa sua. Che pazzo, eh?
Al ricordo aveva sorriso tra le lacrime, e cos come Maione aveva immaginato le donne che sarebbero state le sue bambine, adesso vide la bambina che quella donna era stata. L'idea gli strinse il cuore.
- Sapete, brigadie', io penso che a me Tullio mi voleva bene veramente. Certe volte nemmeno voleva fare quella cosa l, si metteva seduto e mi guardava. Io cucivo, cucinavo, pulivo a terra, cantavo, e lui mi guardava come al cinematografo o a teatro. Ero lo spettacolo suo. Povero Tullio.
Si alz, tirando su col naso e passandosi la manica della vestaglia sulla faccia per pulirsi.
- Mi avete chiesto dove me ne andr. Io vi dico che non morir, brigadie'. Sisinella non muore, nemmeno stavolta. Sisinella esce fiera, con qualche vestito e qualche paio di scarpe, e non muore. Per mo' mi sono venduta i regali di Tullio, qualche gioiellino che tenevo per conto mio, e ho affittato un quartino in un palazzo popolare a poca distanza da qua, all'Arenella. Un quartiere nuovo, gente che non mi conosce. Voglio provare a vedere se, magari, trovo un servizio, o qualche negozio che ha bisogno di una commessa. Perch la notizia, brigadie',  che io l sopra, dove sapete voi, non ci torno. Una puttana non rimane una puttana per sempre, avete torto. Si pu cambiare.
Maione si alz a propria volta.
- Hai ragione, Sisine'. Ho torto. E ti chiedo scusa per quello che ti ho detto l'altra volta, non lo pensavo. Non dovevo dirti quelle cose. Ho attraversato un periodo... insomma, non dovevo permettermi di parlarti cos, e nemmeno di giudicarti. Sono venuto a chiederti scusa.
La ragazza lo fiss, perplessa:
- Ma... niente di male, brigadie'. Grazie, anzi, per quello che mi state dicendo adesso. E forse avete fatto bene, perch mi avete dato la forza di reagire. E solo che... ci avevo messo il pensiero, con Tore. Ci avevo messo il cuore. E l'ho perso.
- No, Sisine'. Io questo ti sono venuto a dire. Il cuore non si perde. Si ferisce, rimane acciaccato, ma si riprende. Soprattutto il cuore giovane e bello di una guagliona come te.

La ragazza gli sorrise, incerta.
- Ci prover, brigadie'. Ve lo prometto, che ci prover.
Maione sorrise a sua volta. Poi si diede una manata sulla fronte:
- Ah, mo' mi scordavo. Tie', questo  tuo.
E tir fuori dalla tasca un astuccio. Sisinella lo apri, dubbiosa, e rimase a bocca spalancata.

- E un regalo che il professore aveva fatto fare per te, Sisine'. Glielo avevano consegnato la sera stessa che  morto, e te l'avrebbe dato appena
fosse tornato qua. Ho pensato che alla fine fosse giusto fartelo avere, no? Perch questa era la volont del professore.
La ragazza estrasse l'anello dall'astuccio. L'enorme pietra brill nella luce come un secondo sole.
- Brigadie', ma io... come... come potete darmela? La moglie... non mi spetta, quest'anello, brigadie'.
- La moglie i soldi li tiene gi, non ti preoccupare. E pure questa casa, di cui nemmeno sospetta l'esistenza,  sua con tutto quello che ci sta dentro. Ma dentro all'anello, lo vedi, c' scritto il tuo nome, quindi  tuo e nessuno te lo potr contestare. Si trattava solo di decidere di fartelo avere.
La ragazza non riusciva a distogliere gli occhi dal brillante incastonato nell'oro. La fattura del gioiello era splendida.
- Ma deve valere un'enormit, brigadie'.
- S, un'enormit. Ho chiesto a un amico che fa il gioielliere a via Toledo, e mi ha detto che coi soldi che ti dnno per l'anello qui al Vomero, dove i prezzi sono bassi, ti compri una casetta e ti apri pure una piccola attivit commerciale. O, naturalmente, te li mangi in poco tempo e poi torni a fare il mestiere: Insomma, adesso puoi scegliere.
Sisinella strinse le labbra, decisa:
- S, brigadie', posso scegliere. E la prima volta nella vita mia, che posso scegliere. E state senza pensiero, sceglier bene.
Si avvicin a Maione, si alz sulla punta dei piedi, gli gett le braccia al collo e gli schiocc un bacio sulla guancia. Lui sorrise, si tocc la visiera e se ne and.
Del portiere, in cortile, nessuna traccia.

65.

Con le parole dell'assistente di Iovine ancora in testa, Ricciardi sent di colpo tutto il peso della stanchezza accumulata negli ultimi giorni. Si avvi in questura senza fretta.
In giro c'era la solita frenesia, appena rallentata dal caldo sospeso nell'aria come una colata di metallo fuso. Non sarebbe stata una fine della settimana come le altre, quella: c'era il Carmine, quella settimana. C'era la festa, la festa dell'estate e del caldo, la festa della Madonna Bruna e delle grazie chieste e ricevute, la festa delle danze in piazza e dell'incendio del Campanile.
Ricciardi per, le mani in tasca e il capo come sempre scoperto, lo sguardo basso e il passo lento, non pensava alla festa. Pensava all'amore, e alla morte.
Quello che il medico gli aveva detto era importante. Come potevano essergli sfuggiti gli elementi fondamentali per la soluzione del caso? Fin dalle prime domande, dai primi incontri; c'era tutto, tutto era chiaro e comprensibile fin dall'inizio. Eppure, aveva avuto bisogno di sbatterci il naso contro. Come uno che cammina nel buio.
Forse, riflett scansando una smilza contadina che portava in bilico sul capo un'immensa cesta di formaggi, era sempre cos, il suo mestiere. Un camminare nel buio, sbattendo la faccia contro gli indizi prima di riconoscerli; eppure non avrebbe saputo fare altrimenti. Gli investigatori che risolvevano i casi risalendo all'assassino da dettagli infinitesimali colti al volo in un'asettica camera chiusa, abitavano nei romanzi d'oltreoceano e d'oltremanica, portavano bizzarri cappellini, fumavano la pipa e suonavano il violino. La strada, l'odore del sangue, la limacciosa palude dei sentimenti deviati erano tutt'altra cosa.
Era sempre cos semplice. Tanto semplice. Troppo semplice, a volte, per vedere alla prima occhiata. L'odio, l'invidia, la vendetta erano attori grossolani nella rappresentazione quotidiana delle emozioni, e si finiva per non notarne pi la presenza. Ci si abituava a loro, perfino.
Per, pens Ricciardi, mancava un tassello. Il pi rilevante. Anche se ne conosceva i contorni e i colori, anche se ne aveva intuito i tratti, l'immagine generale non era completa. Aveva bisogno di un ultimo, definitivo colloquio.
Quando arrivava a quel punto delle indagini, quando la matassa si era dipanata e aveva chiaro il motivo del delitto e come fosse stato attuato, subentrava per un attimo la ritrosia. Come se affacciarsi con piena consapevolezza sull'abisso dell'odio, sulla freddezza della determinazione a uccidere o a volere la morte di un essere umano, fosse guardare un panorama terribile e divorante; un atto necessario ma del quale avrebbe volentieri fatto a meno.
Anche stavolta era cos. La morte del professore era stata un gesto semplice e brutale, ma veniva da lontano. Da molto lontano, nel tempo e nello spazio.
Era quasi arrivato alla questura, e all'angolo della strada intravide una sagoma che gli parve nota. Un uomo alto, impettito, elegante e di mezza et. Man mano che si avvicinava, Ricciardi fu sempre pi sicuro di non conoscerlo, ma gli era lo stesso familiare: portava un paio di occhiali e aveva un bastone da passeggio.
L'uomo era fermo, come aspettasse qualcuno; anche lui vide Ricciardi, e pieg la testa di lato con un gesto istintivo di riconoscimento. Con un tuffo al cuore, il commissario si rese conto che era il padre di Enrica.
Quanto gli assomigliava Enrica, riusc soltanto a pensare. Non era certo che l'uomo cercasse proprio lui, ma poteva trattarsi di una mera coincidenza? Lanci un'occhiata al viso dell'altro, come a chiedere un nuovo cenno. Quello fece un mezzo passo avanti e, toccandosi il cappello, domand con voce appena udibile:
- Il commissario Ricciardi, per caso?
Ricciardi si ferm. Il cuore, chiss perch, gli batteva fortissimo nella gola.
- S, signore. Con chi ho il piacere...
L'uomo era a disagio. Si tolse il cappello con un inchino e trasse dal taschino della giacca un biglietto da visita.
- Sono il cavalier Giulio Colombo, di via Santa Teresa. Noi... credo che abitiamo vicini, commissario. Siamo dirimpettai, anzi.
Lo so bene, pens Ricciardi. Lo so benissimo. - Certo, cavaliere. Certo. Volete...
Si guard attorno, cercando le parole giuste. Invitarlo a salire in ufficio? Ma se avesse deciso di incontrarlo l, lo avrebbe trovato seduto sulla panca nel corridoio ad attenderlo. Chiedergli cosa volesse l, in strada? Oppure...
Il cavaliere lo tolse dall'imbarazzo:
- Posso avere l'ardire di offrirvi un caff, commissario? Se non avete cose urgenti da fare, naturalmente. Vi prendo solo cinque minuti.
- Figuratevi, cavaliere. Nessun problema, ci mancherebbe. Dove...
- Il Gambrinus vi va bene? Io di solito... Insomma, il caff  molto buono.
Ricciardi assent:
- Con vero piacere. Anche io ci vado spesso.
Si avviarono. C'erano non oltre cento metri fino al caff, ma a entrambi sembr la scalata dell'Himalaya. Camminavano fianco a fianco, senza guardarsi, a passo spedito. Si scambiarono qualche laconico commento sul caldo, e incrociarono un paio di persone che riconobbero il cavaliere, levandosi il cappello gli uomini e sorridendo con un inchino del capo le signore, alle quali l'uomo rispose con formale cortesia.
E evidente che prova lo stesso mio disagio, concluse dentro di s Ricciardi. Che poteva volere il cavaliere da lui? Gli si affollavano in mente le ipotesi pi diverse. La prima, e la pi angosciante, era che Enrica non stesse bene, e che quello fosse il motivo per cui da molti giorni non la vedeva pi alla finestra; sarebbe stato plausibile, perch Rosa, che giaceva incosciente in un letto d'ospedale, era l'unico contatto che il commissario aveva col quartiere e quindi nessuno avrebbe potuto riferirgli nulla. E magari il padre era venuto a comunicargli qualcosa di doloroso.
Un'altra idea era che Colombo volesse chiedergli conto dei momenti di intimit che aveva avuto con la figlia senza chiedergliene il permesso. Le aveva scritto, le aveva parlato, e anche se l'iniziativa non era stata sua, l'aveva baciata in strada, la notte di Natale. Li aveva forse intravisti, sbirciando dalla finestra? Ma era assurdo: erano passati sette mesi. Non poteva trattarsi di quello. Allora, che cosa era venuto a dirgli?
Entrando al Gambrinus, ognuno si diresse soprappensiero alla meta abituale: Colombo verso la saletta che dava su via Chiaia, dove era solito leggere il giornale; Ricciardi verso la sala pi interna, meno frequentata, che dava sulla grande piazza. Si fermarono entrambi nello stesso momento, e ridendo per una improvvisa complicit, optarono per la sala centrale, occupando uno dei tavolini in disparte.
Dalla vetrata si vedevano l'angolo di Palazzo Reale, dal quale partiva il portico del San Carlo, e un ambulante che cercava di vendere nocciole e dolci; al suo fianco, a esclusivo uso di Ricciardi e della sua maledizione, una vecchia mendicante soffocata nel sonno dal proprio vomito biascicava un'assurda, antica ninna nanna: nonna nonnooo, nonna vo' fare chesta nenna bella, nonna vo' fare mo' ch' piccerella. Chiss cosa stava sognando, quand'era morta.
Colombo chiese con garbo a Ricciardi che cosa gradisse, e ordin due caff. Il suo sguardo, dietro le lenti, vagava per il locale; non sapeva da dove cominciare, e Ricciardi non era in grado di aiutarlo.
Toss, e disse:
- Ho un negozio proprio l, quasi all'angolo di San Ferdinando. Da qui non si vede. Cappelli. Non solo, naturalmente, anche guanti, bastoni, ombrelli. Ma soprattutto cappelli.
Ricciardi prov a rispondere, ma la voce non venne fuori. Se la schiar, annuendo.
Colombo riprese:
- Dovete scusarmi, commissario. Immagino che abbiate tante cose da fare. Una citt come questa... Diversi vostri colleghi sono miei clienti, e mi raccontano cose... Ho visto che non portate il cappello, voi.
La frase suon a Ricciardi come un rimprovero, anche se il tono era pi di domanda.
- No, infatti. Soffro di... di emicranie, e purtroppo il cappello me le porta all'istante. Ho bisogno d'aria. Sar perch vengo da un paese di montagna.
- Capisco.
Ci fu un'altra pausa di imbarazzato silenzio, durante la quale entrambi guardarono il movimento di autovetture, carrozze e persone nella piazza. La vecchia mendicante, sbiadita ma ancora visibile, continuava a cantare a Ricciardi.
Colombo rivolse al commissario il suo sguardo quieto.
- Sapete, ho cinque figli. I figli sono tutti cari, lo vedrete quando e se ne avrete di vostri. Io vivo per loro. Per dargli una vita decente, e un futuro.
Si ferm, e Ricciardi attese.
- Tuttavia  naturale che si abbia con qualcuno di loro, o con uno di loro in particolare, un'affinit speciale. Un capirsi senza bisogno di parlare, anche solo con uno sguardo. Nel mio caso, ci avviene con una figlia. La primogenita, per l'esattezza.
Ricciardi stava sudando. Faceva caldo, s: ma a lui di rado succedeva di sudare, anche quando il calore era pi forte.
Colombo continu:
- Vi ho cercato per raccontarvi una storia. Vi premetto che non  da me prendere un contatto cos con uno sconosciuto: sono di un'altra generazione. Sono abituato a essere presentato, a stabilire una certa conoscenza prima di aprirmi a confidenze. Per questo non vi nascondo che sono molto imbarazzato a trovarmi qui.
Ricciardi si mosse sulla sedia, cercando inutilmente di alleviare il proprio, di imbarazzo.
- Cavaliere, vi prego, sentitevi libero di dirmi quello che volete. Nel mio lavoro... Vediamo tante cose, l'avete detto prima e avete ragione. Nulla ci sorprende, e nulla pu pesare pi di talune dolorose situazioni di cui, nostro malgrado, siamo testimoni. Vi assicuro che potete parlarmi liberamente di quello che credete.
Colombo sorrise. E anche quel sorriso a Ricciardi ricord Enrica. Come era possibile?
- Una cosa  il lavoro, commissario, un'altra  la vita personale. Ma diciamo che sono qui a raccontarvi una storia, se siete disponibile ad ascoltarmi. Non vi prender molto tempo.
- Prego, dite pure.
- Allora, immaginiamo una ragazza. Una ragazza dolce e gentile, di buon carattere, quieta ma in possesso di una forte determinazione. Una sognatrice, che quando non lavora o non aiuta la madre in casa legge libri romantici e vagheggia un futuro fatto come il suo presente: una famiglia, una casa. Un marito, che ami e dal quale sia amata. Immaginiamo che questa ragazza aspetti l'uomo della sua vita, il principe azzurro potremmo dire; e che non sia disposta ad accontentarsi di nulla di meno del grande amore.
Ricciardi ascoltava attento, col cuore in gola. Il tono del cavaliere era basso e venato di malinconia; era evidente l'immensa tenerezza che provava per la figlia.
- Immaginiamo che questa ragazza si convinca di averlo trovato, l'amore della sua vita; e che si convinca di essere corrisposta. Io... chi la conosce sa che se matura una convinzione vuol dire che ne ha avuto motivo. Che l'uomo si sia comportato con lei in maniera da farle pensare questo.
Ricciardi sentiva lo stomaco stretto in una morsa:
- Cavaliere, io...
Colombo alz una mano, senza guardare Ricciardi:
- Commissario, vi prego. Lasciatemi finire. E gi difficile cos, credetemi.
Ricciardi tacque. Colombo bevve un sorso d'acqua e continu:
- Poi per succede qualcosa, o forse non succede. Sta di fatto che questa ragazza si convince, e come vi dicevo quando si convince difficilmente cambia idea, che questa corresponsione di sentimenti  soltanto frutto della sua fantasia. O che comunque  meglio superare, dimenticare. E che, di conseguenza, decida di partire. Di andarsene.
Ricciardi si spost in avanti, gli occhi verdi e febbrili sul viso del cavaliere.
- Andarsene? E dove? Perch, andarsene? Non poteva...
- Non lontano, no. Ma abbastanza per mettersi in condizione di non dover aspettare uno sguardo, una parola o una lettera che forse non arriveranno mai. Credo sia stato un comportamento giusto, sapete? Ma il punto  un altro.
Ricciardi si sentiva sbalzato via dalla realt, seduto al Gambrinus a parlare con uno sconosciuto di cose alle quali avrebbe avuto pudore ad accedere perfino da solo, davanti a uno specchio.
- Qual  il punto?
- Il punto  che nel luogo dove va per dimenticare quell'uomo, ne incontra un altro. Un altro, che le manifesta interesse e la corteggia sempre pi esplicitamente, fino a proporle un appuntamento.
Ricciardi si sent come aveva sempre pensato si sentisse chi veniva colpito al torace da un'arma da fuoco.
- Un appuntamento? E... e lei, che ha detto? Questa ragazza immaginaria, intendo, che ha risposto?
Colombo bevve un lungo sorso del suo caff, che non aveva ancora toccato. Appariva sfibrato dallo sforzo.
- E combattuta. Pensa che quest'uomo, questo che ha trovato nel posto dove  andata, abbia un forte e sincero sentimento per lei. Che voglia darle quello che lei ha sempre voluto, nella vita; o, perlomeno, quello che credeva di volere. Che voglia portarla via, nel suo paese lontano, e questo
forse le dispiace un po', come dispiace, e molto, al suo pap che ne avrebbe il cuore spezzato, ma che  disponibile a qualsiasi sacrificio pur di vederla felice -. Tacque, dominando la commozione. Poi riprese: - Per non riesce a dimenticare l'altro, quello che aveva nel cuore quando  partita. Continua a custodire quel sogno.
Un tram suon la sua rauca tromba nella canicola del primo pomeriggio. Ricciardi avvertiva in corpo una tempesta che gli scuoteva ogni singolo organo.
- Perch mi dite queste cose, cavaliere? Come mai siete venuto a incontrarmi? Se quest'uomo... se questa ragazza dovesse trovare quello che vuole con questa persona, che cosa... cosa potrebbe fare, l'altro?
Colombo fiss lo sguardo sul portico assolato del San Carlo e sull'ambulante di nocciole e dolci che cercava un riparo, continuando per a offrire la sua merce a ogni passante.
- Vedete, commissario, questa ragazza manda lettere a casa in cui racconta quello che fa, ogni giorno. Da queste lettere traspaiono gioia, serenit, contentezza. Sta bene. Benissimo. E in quelle lettere non parla di quest'uomo, n di quell'altro. La madre... una donna meravigliosa, sia chiaro; che la vorrebbe fidanzata da anni, e gi sposata o in procinto di farlo... L'altra figlia, pi giovane, addirittura ha gi un bambino... Ma non sono le uniche lettere che invia. Ne manda altre, questa ragazza. A qualcuno al quale, invece, apre veramente il suo cuore.
Continuando a guardare fuori della vetrata, il cavaliere mise una mano all'interno della giacca e tir fuori a met un fascio di fogli color crema, che ripose subito.
- E questo qualcuno ha dovuto superare tutto quello in cui crede, i suoi principi e perfino la sua educazione, per compiere un gesto che non avrebbe mai compiuto. Perch la sua bambina, quella che per prima lo ha fatto sentire padre e quindi uomo completo, l'unica che a propria volta sa capire, senza che lui parli, esattamente ogni suo pensiero, sta combattendo contro l'idea, se mi intendete, di condannarsi alla serenit per tutta la vita.
Fu la volta di Ricciardi di sentirsi commosso in ogni sua pi intima fibra. Quell'uomo aveva il diritto di sapere perch amare qualcuno possa significare doverlo abbandonare al proprio destino.
- Cavaliere, dovete sapere che io...
L'uomo pos su di lui uno sguardo indecifrabile:
- No, commissario. Non voi. Quell'uomo. Ricordate? E solo una storia. Una storia di fantasia. Altrimenti non potremo parlare pi. Lo capite, vero?
Ricciardi sembr risvegliarsi da uno stupore improvviso; poi si rese conto che il padre di Enrica aveva ragione.
- D'accordo. Di quell'uomo non sappiamo niente. Dovremmo indagare, come facciamo noi nel nostro lavoro. Perch a volte, cavaliere, se non se ne conoscono le vere motivazioni, quelle profonde, un atteggiamento, un modo di fare, anche solo un'espressione possono apparire incomprensibili -. Si gir a propria volta in direzione dell'ambulante e vide la vecchia morta sbiadita nel sole, che cantava la sua ninna nanna dimenticata continuando a vomitare il vino che l'aveva uccisa. - Quell'uomo, sapete, prova un sentimento fortissimo. Fortissimo se ve n' uno. Ma ne  terrorizzato, perch vede gli effetti di quel sentimento nella vita di ogni giorno. E pensa che allora tenerlo fuori dalla propria vita, e tenersi fuori dalla vita delle persone che... delle persone che gli sono care, sia il modo migliore di far loro del bene. Tutto qui. E per questo, forse, che si tiene lontano, nella speranza terribile di essere dimenticato; e nella consapevolezza che essere dimenticato lo ucciderebbe.
Si era accorto di quanto potesse sembrare astruso il suo ragionamento; ma Colombo sembr aver compreso.
- Commissario, io sono solo un commerciante. Mi piace leggere e informarmi, e mi interesso di politica, il che di questi tempi, visto quello che sta accadendo,  forse un grave difetto. Ma ho interrotto gli studi al liceo, e non capisco molto di speculazioni filosofiche. So solo che Enrica sta per prendere una decisione le cui conseguenze potrebbe pagare in eterno. Non so che intenzioni abbia l'uomo di cui abbiamo fatto cenno; ma so che avrebbe almeno il dovere di guardarla negli occhi e parlarle, come sta per fare quell'altro signore che ha incontrato dov' adesso.
Segu una pausa. Colombo si alz e, tratto dalla tasca un biglietto, lo porse a Ricciardi.
- Qui c' un indirizzo che potrebbe tornarvi utile, commissario. Forse faccio bene a darvelo, o forse no. Ma so che la mia Enrica vorrebbe questo. Vi auguro di trovare l'equilibrio, e di prendere la decisione giusta. Confido nella vostra discrezione, e quindi nel fatto che non direte mai a nessuno, e principalmente a lei, che questo colloquio  avvenuto. Buona giornata.
Ricciardi prese il biglietto e lo ripose in tasca, si alz a sua volta e salut con un breve cenno del capo.
Poi uscirono, in direzioni opposte.

66.

Maione aspettava Ricciardi davanti al portone della questura, all'ombra dell'arco di pietra. Al ritorno dal Vomero era sicuro di trovarlo in ufficio, come avevano concordato il giorno prima, e si stava gi preoccupando senza un motivo preciso quando lo vide arrivare da lontano, le mani in tasca e gli occhi bassi come al solito; ma allo sguardo partecipe del brigadiere apparve chiaro che qualcosa non andava.
Gli and incontro, percorrendo qualche metro in salita dello stretto vicolo che conduceva all'ingresso dell'edificio.
- Commissa', state bene? Stavo un poco in pensiero, avevate detto che andavate a sentire Rispoli presto e poi venivate in ufficio, invece mi hanno detto che non vi hanno visto da ieri. E' successo qualcosa?
Ricciardi non rispose, come distratto, il volto segnato da un'espressione di dolore.
- E successo qualcosa alla signora Rosa, commissa'? E quando  successo? Ho telefonato adesso all'ospedale, perch non vedendovi arrivare ho pensato che poteva essersi aggravata, ma il dottor Modo mi ha detto che  stazionaria.
Al nome di Rosa, Ricciardi sembr riscuotersi.
- Ah, hai gi chiamato? Volevo farlo io, appena in ufficio. No, non  successo niente. Tutto normale. Vieni, andiamo su; dobbiamo concordare l'ultima visita da fare, per chiudere il caso.
- No, commissa'. Penso che dobbiamo rivedere i piani. Hanno chiamato dall'ospedale degli Incurabili, dove hanno fatto l'esame necroscopico al povero Coviello, che per inciso conferma integralmente quello che si sapeva gi. Dicono che ci sta una persona che reclama il corpo per il funerale.
Ricciardi fiss a lungo Maione, lo sguardo di pietra.
- Almeno questo. Va bene, andiamo agli Incurabili.
L'ospedale degli Incurabili era il pi grande della citt. L'apparente contraddizione nel nome era dovuta alla sua denominazione completa, che era Santa Maria del Popolo degli Incurabili, e veniva smentita dalla frenetica attivit che vi si svolgeva.
Ricciardi e Maione attraversarono l'androne facendosi largo tra medici, infermieri, famigliari e malati in grado di muoversi. Si lasciarono a destra la chiesa, dalla quale proveniva il salmodiare di una funzione, e sbucarono nel cortile interno; ignorando lo scalone che portava alle camerate e la monumentale farmacia, si diressero verso la parte posteriore dell'edificio, dove aveva sede la sala mortuaria.
Subito prima di uscire dal cortile, li salut cordialmente il giovane medico che avevano incontrato nella bottega di Coviello:
- Buon pomeriggio commissario, salute, brigadie'. Vi hanno avvertito che abbiamo finito, col vostro impiccato, vero?
A Ricciardi non piacque il tono sbrigativo e il poco rispetto per il morto; ancora una volta, per converso, apprezz l'atteggiamento di piet che mostrava sempre Bruno Modo. Sent, nitide, le parole che aveva pronunciato l'immagine dell'orefice sulla scena della sua morte: in fondo al tuo cuore.
- Come vi chiamate, dottore?
Il medico rispose con sussiego:
- Guglielmo Franzi, commissario.
- E immagino vogliate essere chiamato dottor Guglielmo Franzi, no?
Il giovane sbatt le palpebre dietro le lenti rotonde:
- Non capisco, commissario. Che volete dire?
Ricciardi ribatt:
- Quello che voi chiamate "il vostro impiccato" aveva un nome e un cognome, sapete? Si chiamava Nicola Coviello. Aveva una madre, una povera donna vecchia e demente che adesso  sola al mondo, un apprendista al quale insegnava il mestiere, e anche sentimenti, amori, simpatie e idee. Gradirei, se avessimo ancora l'occasione di incrociare le nostre strade professionali, che vi riferiste alle vittime con nome e cognome.
Il dottorino arross.
- Avete ragione, commissario. Vi chiedo scusa. Il cadav... Coviello, come era risultato al primo esame,  morto a seguito dello strangolamento causato dalla corda dopo un periodo... dopo che si ... da quando si  trovato sospeso alla trave. Il solco sul collo riproduceva sulla pelle la trama della corda, il che vuol dire che purtroppo  passato del tempo. Vi confermo l'orario presumibile della morte.
Maione chiese:
- Non ci sono segni di lotta, vero?
- No, brigadiere. Anzi, dai segni sulle mani e dalle tracce di canapa corrispondenti alla corda  evidente che si  issato da solo, senza appoggi. Doveva essere fortissimo. Per il resto era sano, nessuna malattia in stadio avanzato: non l'ha fatto per non soffrire, insomma.
Invece soffriva, pens Ricciardi. Eccome, se soffriva. Rimpianto, disperazione. Forse rimorso.
- Grazie, dottore. Non c' altro, no?
- Veramente s, commissario, ve l'ho fatto dire al telefono. Come sapete, c' una persona che reclama il cadav... la salma. Dice che non andr via finch non potr organizzarne esequie e sepoltura. Ho spiegato che dovevamo attendere disposizioni dalla questura, ma...
Ricciardi annu:
- S. Ho saputo, dottore. Ce ne occupiamo noi. Dov' questa persona?
Il medico accenn alla porta posteriore del cortile:
- Sul retro, vicino all'entrata della sala mortuaria. C' una panchina, all'ombra della tettoia.
- D'accordo. Grazie ancora, e buon pomeriggio. Maione si tocc la visiera, e seguendo Ricciardi gli sussurr:
- Bravo, commissa', gliele avete cantate chiare, a 'stu guagliunciello. Ne deve mangiare di pane, per diventare come il dottor Modo.
- Pessimi come Bruno si nasce, non si diventa. Andiamo, Raffaele. Cerchiamo di capire quando ha cominciato a morire Coviello.
Sulla panchina che aveva indicato il dottore c'era una sola persona: una donna vestita di nero, magra, le mani guantate che stringevano una borsetta in grembo. Portava un cappellino anch'esso nero, con un velo scuro che le copriva il volto, rendendolo irriconoscibile.
Ricciardi le si avvicin, seguito da Maione, e si ferm davanti a lei. Il caldo era terribile e si sentivano frinire le cicale dagli alberi.
Il commissario si inchin leggermente:
- Buonasera, signora Iovine.

67.

Presero posto tutti e tre sulla panchina, Maione a fianco di Ricciardi e Ricciardi a fianco della vedova Iovine. Il brigadiere continuava a guardare il profilo velato della donna, quasi indistinguibile se non per il naso affilato, che sporgeva lievemente rispetto a quello del commissario, come se ne fosse l'ombra. Dal primo momento che l'aveva vista non riusciva a togliersi di dosso un senso di profondo disagio: quella figura magra vestita di nero, seduta rigida fuori l'obitorio, da sola, gli era parsa la morte stessa.
Senza voltarsi verso di lei, Ricciardi prese a parlare in un tono basso, poco pi di un sussurro:
- Avrei dovuto capirlo prima. C'erano tutti i segni, sapete; e credo che n voi n lui abbiate voluto nasconderlo pi di tanto. Ma non si vede dove non si guarda, ed ero distratto da... da tante cose. Poi finalmente ho capito.
La donna pareva non ascoltare. Non si era mossa di un millimetro, nemmeno sembrava che respirasse, nel coro indifferente delle cicale.
- Il primo segnale era il pi evidente. Era stato l'ultimo a vederlo vivo. Abbiamo ascoltato quello che ci diceva: l'ombra nel buio, un uomo gigantesco; ma l'ultimo a vedere la vittima ancora in vita  sempre l'assassino. Quello che ha pi interesse a stornare i sospetti su qualcun altro, per avere tempo. Non per farla franca, solo per avere altro tempo. Il tempo per completare il suo lavoro. Sapeva che l'accusa nei confronti degli altri, il figlio del dottore, il guappo con la moglie morta, non avrebbe retto. Voleva solo un po' pi di tempo.
Qualcuno da un piano alto sbatt le imposte di una finestra. Ricciardi continu:
- E lui stesso, quando lo interrogammo di nuovo, disse che aveva consigliato un modello di anello che sarebbe stato perfetto per dita sottili, come le vostre. Eppure, per sua e vostra stessa ammissione, non vi aveva mai vista: il suo nome, ci avete detto, vi  stato fatto da alcune amiche e lo avete riferito a vostro marito. Come sapeva delle dita sottili? Non poteva averglielo detto lui, era stato sbrigativo, avevano parlato poco. Infine, quando siamo andati a casa sua, la madre, una povera vecchia svagata, ci ha detto che era finalmente tornata la fidanzata di Nicola di tanti anni prima; una donna che era comparsa una sera, e si era affacciata all'ingresso della bottega con una frase enigmatica sulla partenza di un piroscafo. Le stesse parole che lui ha inciso sul banco da lavoro, quello al quale ha trascorso la vita intera aspettando voi, signora. Il vostro ritorno. La grazia per la quale ha completato l'ex voto alla Madonna, la Madonna di cui portate il nome.
Maione se ne stava seduto, inespressivo come un Buddha in divisa da brigadiere, ma dentro di s era in tumulto. Ricciardi gli aveva spiegato la sua ipotesi, ma sentirla cos nel dettaglio, a pochi metri dall'obitorio dove giaceva il cadavere svuotato dalle interiora del povero orefice, e al cospetto di quella nera signora che avrebbe potuto essere un manichino, lo faceva uscire di senno.
Ricciardi continu:
- Ed  stato l, solo l che ho capito. Quando sono andato a vedere il cuore infiammato, divorato dal fuoco di un amore eterno e di un eterno dolore, il cuore d'oro massiccio che probabilmente rappresenta tutta la fortuna accumulata in anni di apprezzata arte. Il cuore in fondo al quale, cesellato con sapienza e incanto, c' il vostro nome, signora. Il vostro nome, come un urlo disperato. Il vostro nome, come un ultimo disgraziato pensiero.
Le cicale tacquero, come se avessero ascoltato, d'improvviso attente. Allo sconvolto Maione quel segno parve terribile e al tempo stesso del tutto naturale.
Il commissario disse, cupo:
- E stato Nicola Coviello, a gettare vostro marito dalla finestra. E' stato Nicola Coviello, con le sue fortissime e sapienti mani, a prenderlo per la cintura e il colletto della camicia e a lanciarlo al di l del davanzale, senza sforzo e senza titubanze. E' stato Nicola Coviello a porre fine alla sua vita, eseguendo un vostro ordine, espresso o meno. Non posso provarlo e non mi interessa farlo; del resto, nei termini in cui si pone, non  cosa importante ai fini dell'indagine. Per ne sono certo. Ma non so quali fossero le sue motivazioni. Voglio saperlo. E voi dovete dirmelo. Per la giustizia. Per rendergli giustizia.
Dopo che Ricciardi ebbe finito di parlare, il silenzio si protrasse a lungo. Maione lanciava rapide occhiate ai due profili scolpiti e immobili in controluce, entrambi curiosamente affilati, il naso proteso in avanti, quasi fossero la stessa persona: il commissario dal ciuffo di capelli sulla fronte, gli occhi verdi a inseguire nel vuoto i pensieri; la donna nera dalla schiena diritta, magra e ferma, le mani guantate attorno al manico della borsetta. Il tempo era sospeso sull'orlo di un baratro che poteva essere l'inferno, pieno di morti urlanti nel calore atroce delle fiamme eterne.
Poi la Iovine mosse le mani.
Le port al velo che sollev poi sul cappello, appoggiandolo sulla tesa e scoprendosi il volto.
Maione ne aveva rilevato la durezza, la prima volta che l'avevano incontrata; una durezza che si era appena sgretolata quando aveva parlato del figlio. Stavolta il viso di Maria Carmela Iovine del Castello era privo di espressione, le rughe attorno alla bocca e all'angolo degli occhi parevano incise nel marmo. Come Ricciardi, anche lei fissava il vuoto, quasi stessero assistendo alla stessa rappresentazione.
Il brigadiere sent che il battito del cuore si calmava, ma lasciando spazio a una contrazione allo stomaco, a una sensazione di aspettativa, come quando, avendo visto un fulmine, si attende il tuono.
La donna apr la bocca e la richiuse, due volte; in cerca delle parole pi adatte.
Poi parl.

68.

Andavamo a vedere i piroscafi. Eravamo poco pi che bambini, sapete? E andavamo a vedere partire la gente per l'America.
Nel nostro quartiere ci si unisce cos, come se fosse una cosa ovvia, ordinaria. Questione di et, di vicinanza, di amicizia delle famiglie: un bambino e una bambina, prima a giocare a terra in mezzo alle galline che razzolano nel vicolo, poi a passeggiare per strada, infine a dividere la vita. Io e Nicola eravamo destinati. Cos pensavano tutti, e cos pensava anche lui. Io no, per. Io volevo altro.
Lui ci sarebbe andato, in America. Io invece non sarei partita mai. Pensavo che partire fosse una sconfitta, e lo penso ancora. Per ci andavo, con lui, a vedere i piroscafi che partivano. Fino a quando non sono partita io.
Non credevo che mi avrebbe aspettata. Sono andata in un paese della provincia, non vicino, a vivere con una zia che non riusciva ad avere figli, sposata a un commerciante con i soldi. Con tanti soldi. E stato l, dopo qualche anno, che ho incontrato Rosario.
La zia mi aveva fatto studiare. Mi trattava come una bambola, giocava a fare la mamma, mi vestiva, mi faceva mangiare e andare a scuola; io per non giocavo. Ogni cosa, ogni esame, ogni conoscenza che facevo mi serviva per diventare migliore. Volevo essere ricca, rispettata, una signora. Volevo essere felice.
Rosario non era nobile, non era un principe, ma era ambizioso e apparteneva a una buona famiglia. E poi era intelligentissimo, la persona pi intelligente che avessi mai conosciuto. Aveva una memoria spaventosa, bastava che leggesse una frase una sola volta per ricordarla per sempre. Avrebbe potuto fare qualsiasi cosa avesse voluto, e sarebbe riuscito senza sforzo. Ma lui ne voleva fare una soltanto: voleva diventare un medico.
Era buono. Credo fosse buono proprio perch era intelligente. Diceva che la cattiveria non ha senso,  incomprensibile perch  controproducente. Perch fa star male, inutilmente.
Mi fidavo di lui. Le cose andavano bene, saliva di gradino in gradino; lavoravo per lui, tenevo le relazioni. Sapete, commissario, per avviare una grande carriera  necessario essere eccellenti, ma anche tessere rapporti, mantenere amicizie. Fiutare il vento, e mettersi nella direzione giusta. Io sono brava, in questo. Molto.
Cos Rosario faceva lo scienziato e il medico: quello che sapeva fare. E lo faceva a meraviglia, arriv a essere un riferimento per tutto l'ambiente. E io diventavo la migliore amica delle mogli di potenti, politici, uomini d'affari. La ginecologia passa necessariamente per le donne: e non immaginate quanto le donne comandino in realt sui loro uomini.
Quando Rosario ottenne la direzione della cattedra, qui in citt, volli abitare in un posto diverso dal vecchio quartiere. I miei genitori erano morti, ormai, e io stessa ero un'altra persona. Non potevo essere felice dov'ero stata infelice e povera.
Cominciammo a frequentare la migliore societ. Eravamo giovani, famosi e ricchi. Non c'era limite a dove saremmo potuti arrivare. Sognavo Roma, e l'avrei avuta. C'era solo un problema: il cuore di Rosario.
Quel cuore grande e gentile era malato. Non lo sapeva nessuno, gli avevo raccomandato di tenerlo nascosto perch un fatto del genere avrebbe potuto inibirgli certi ruoli; ma doveva stare attento. A volte si costringeva al riposo, quando la fatica lo metteva in una condizione di rischio. Non si poteva permettere di fermarsi a lungo, sarebbe stato scavalcato e avrebbe perso anni. Bisognava centellinare le energie. Per questo era necessario che gli aiuti fossero pi che bravi, in grado di sostituirlo senza fare danno.
Voleva un figlio, Rosario. Ci teneva tantissimo. Io per la verit avrei aspettato ancora un po', ma lui premeva: forse sentiva che avrebbe potuto accadergli quello che poi gli  accaduto.
Aveva scelto due ragazzi per assisterlo, erano molto brillanti. Lo divertiva la competizione che c'era fra loro, la capacit di intuire le cose prima che gliele dicesse. Poi uno rimase invischiato in uno scandalo, e fu escluso. Ne rimase uno solo.
Rosario mi parlava sempre di questo Tullio Iovine del Castello, uno dei migliori allievi che avesse avuto. Seguiva sempre mio marito, ne anticipava desideri e volont, restava al lavoro anche se non era di turno. Rosario ne avrebbe fatto un direttore di cattedra in qualche universit pi piccola.
Ma non ha fatto in tempo.
E morto al lavoro, Rosario. Il cuore ha ceduto, all'improvviso.
Vedete, commissario, io non sapevo di amarlo, mio marito. Non cos tanto. Pensavo al nostro incontro come a un fatto della vita, un'ovviet. Invece il cuore  un vaso pieno di liquido: le cose pesanti si depositano sul fondo, e non si vedono fino a quando non le si va a cercare.
O fino a quando non si spezzano.
Ero incinta, quando Rosario  morto. Lui era al settimo cielo, sorrideva come un bambino, mi teneva la mano sul ventre e mi spiegava per filo e per segno quello che mi stava succedendo dentro: vedi, ora si sta formando questo o quest'altro organo, ora lo stai nutrendo cos, ora si muove. Era la sua gravidanza, pi ancora che la mia. E poi non c'era stato pi.
Non avevo problemi di soldi, ma ero sola. Mi era stato sottratto il futuro. Avevo costruito con pazienza e fatica un edificio che era crollato di botto. Come un alveare messo insieme dalle api, cella dopo cella, abbattuto da un ragazzino con una mazza.
Conobbi Tullio. L'avevo visto in un paio di occasioni, mi pareva un ragazzo sveglio e ambizioso. Dopo la morte di Rosario ne prese temporaneamente il posto sul lavoro, ma era determinato a mantenerlo. Veniva a trovarmi ogni giorno, anche pi volte nella stessa giornata. Diceva che in qualit di primo assistente di Rosario si sentiva moralmente obbligato a seguire la mia gravidanza, lui che non era stato in grado di salvargli la vita.
Ma era destino che nulla di Rosario dovesse vivere. Abortii, nonostante Tullio, che non lasci nulla di intentato per salvare il bambino. Soprattutto, nei giorni che seguirono, mi rassicurava che avrei potuto comunque averne altri; non capivo per quale motivo mi dicesse questo, io non avrei voluto nemmeno il bimbo che avevo perso, soprattutto adesso che Rosario non c'era pi.
Tullio continu a venire spesso a casa mia. Dapprima la sua cura m'inteneriva, poi mi resi conto di quello che aveva in mente. Gli era ben chiaro quanta importanza avessi avuto io nella carriera di Rosario, quali fossero le mie relazioni, e le voleva per s.
L'idea mi fece schifo, era un laido opportunista; poi iniziai a riflettere. Avevo investito anni per costruire la mia rete nell'ambito specifico della medicina, e della ginecologia in particolare, e ora ero sola, in procinto di perdere tutto: Tullio mi avrebbe consentito di mantenere il prestigio e l'importanza. Non era geniale come Rosario, ma era pi ambizioso, e mi pareva in grado di seguire le strade che io stessa gli avrei indicato. Era la soluzione giusta.
Cominciai a muovermi, e gli fu assegnata in via definitiva la direzione della cattedra. Adesso bisognava dargli il tempo di assumere la giusta rilevanza.
Ci sposammo, e nacque Federico. Non mi ero mai sentita incline alla maternit, ma il bambino mi cambi profondamente. Lo amavo. Era un pezzo di me, la mia stessa vita che si perpetuava. Tutto quello che avevo voluto, e per cui avevo combattuto, mi sembr piccolo e meschino. Mio figlio era la cosa pi importante dell'universo.
Per Tullio, invece, la presenza del bambino costituiva un limite alle sue ambizioni; per farlo crescere in un ambiente stabile non volevo spostarmi, preferivo rimanere qui. Il posto a cui lui ambiva si liber quando Federico aveva tre anni, e io feci in modo che non gli fosse nemmeno proposto. Lui lo venne a sapere, e da quel momento ci allontanammo. La vita ci spingeva in direzioni diverse.
Qualche tempo fa venni svegliata in piena notte da colpi violenti alla porta. Due energumeni erano venuti a cercare mio marito. Non era la prima volta che accadeva, per un ginecologo  normale. Gli dissi che era in ospedale, ma mi risposero che venivano proprio da l, dove avevano portato la moglie del loro capo, e lui non c'era.
La mattina dopo, al suo rientro, gli chiesi conto e ragione di dove fosse stato, quando avrebbe dovuto essere di turno. Litigammo furiosamente. Dapprima neg, poi ammise di avere una relazione, di essersi innamorato. Ci pensate? Innamorato. Un serpente, un avvoltoio ambizioso, un rettile a sangue freddo che mai nella vita aveva provato un solo sentimento, si era innamorato.
Non ero gelosa, figuratevi. Oramai mi disgustava, non avrei provato nulla a saperlo fra le braccia di un'altra. Ma mi offendeva l'idea che non avesse mai parlato d'amore, di tenerezza o anche soltanto di affetto per il mio piccolo Federico, e che ora venisse a dirmi che era travolto dall'amore per questa donna. Travolto, capite? Addirittura.
Gli dissi che l'avevo creato io, che lui era solo una maledetta marionetta di cui tenevo i fili. Che come l'avevo fatto crescere avrei potuto distruggerlo, senza piet. Che non osasse mettere il nome di mio figlio sulla bocca di tutti, che non immaginasse nemmeno di renderlo ridicolo, perch avrebbe dovuto vedersela con me.
Credevo di spaventarlo. Invece mi rispose a muso duro.
Io?, disse. Io, una marionetta? Io, nelle tue mani?
Sei cos stupida, disse. Sei cos ridicolmente stupida. Potevi manovrare forse il tuo primo marito, lui s. Perch lui voleva solo fare il medico, e assecondava la tua smania di risalita sociale, la tua voglia di potere. Ma io no, ricordi? Io sono ambizioso almeno quanto te.
Gli sbattei in faccia che non era nessuno, che nemmeno poteva avvicinarsi al livello di Rosario. Che Rosario era stato un genio,- una mente superiore, e lui invece era solo un meschino arrivista, un ometto intossicato dall'invidia. Che se Rosario non fosse morto, sarebbe stato ancora nelle retrovie ad attendere la sua occasione.
Fu allora che me lo disse. Credo avesse voglia di dirmelo da sempre, sicuro che prima o poi si sarebbe vantato del modo in cui la sua feroce determinazione gli avesse fatto superare ogni ostacolo, incluso mio marito. O forse fu trascinato dall'orrore di quel colloquio, dalla mia volont di offenderlo e schiacciarlo, dall'onnipotenza che dicono si provi quando l'amore arriva e rende tutto possibile.
Sarebbe morto comunque, prima o poi. Cos disse. Il cuore avrebbe ceduto. Comunque?, chiesi. S, comunque, disse lui dopo un'esitazione. Che vuoi dire? Dimmi subito che vuoi dire, gli ordinai.
Sorrise, s, sorrise, e mi rispose: s, sono stato io. Proprio io, l'ometto nelle retrovie. Sono stato io a far fuori il tuo prezioso marito, il veicolo della tua ambizione. E mi disse come aveva fatto.
La tisana, commissario. Una semplice, comune, apparentemente innocua tisana di valeriana, melissa e camomilla; quella che Rosario si faceva preparare due volte al giorno, per dominare la tensione e l'agitazione di un mestiere che gli metteva a rischio il cuore. Tullio si fece carico di quel piccolo obbligo, come per compiacere il capo, si fa questo e altro in quell'ambiente, e cominci ad aggiungere modiche quantit di estratto di digitale, letale per un cardiopatico come mio marito. Fino a quando il cuore cedette, di schianto.
Se la cav senza problemi, la debolezza cardiaca di Rosario era un fatto noto, a nessuno venne in mente che l'arresto fosse stato indotto.
E poi, mi disse, mi sono occupato di te. Di me?, chiesi. Certo, rispose: credi che mi sarei fatto carico del figlio di un altro? Che avrei tollerato il segno vivente, la discendenza dell'uomo al quale avevo voluto rubare la vita?
La tisana, dissi ricordando. La tisana, anche per me. Avevo difficolt intestinali, e lui, che si era messo a seguirmi con sollecitudine, mi preparava una tisana di polvere di liquirizia, per facilitarmi. Che ci avevi messo, nella tisana?, gli chiesi. E lui, serafico: segale cornuta, in polvere. Tre giorni, e si arriva all'aborto.
Avevo davanti l'assassino di mio marito e di mio figlio, commissario; ed era a sua volta mio marito, e il padre di mio figlio. Mi sembrava di essere precipitata in un incubo senza ritorno. Perch me lo hai detto?, gli chiesi. Per quale motivo?
Tacque per un po'. Poi mi disse: mi sono innamorato. E voglio vivere questo amore senza sotterfugi, con felicit. Per non voglio perdere la mia carriera, quella che ho conquistato con fatica e con la tua presenza. Voglio allora che tu sappia di cosa sono capace. E sono sicuro che tu, che hai fatto del tuo personale successo l'unico principio della vita, ti guarderai bene dal mandare tutto all'aria: tuo figlio per primo sarebbe rovinato per sempre. E non puoi provare niente di tutto questo. Proprio niente.
Aveva ragione, lo capii subito. Non c'era scelta.
Continueremo esattamente come prima, mi disse. Anzi, meglio, perch ora  tutto molto pi chiaro. Coi nostri amici, coi parenti, con le conoscenze: tutto uguale.
Non dormii pi con lui. Mi feci preparare un letto nella stanza di Federico. Avevo paura a lasciarlo solo, non sapevo cosa potesse passare per la mente di quel pazzo. Dopo qualche giorno venne a chiedermi, cos, come se niente fosse, che regalo avrei gradito per il mio onomastico. Dalle tue mani non accetto nulla, gli dissi, ma lui ridendo rispose che nelle apparenze alle quali eravamo tenuti rientrava anche il regalo, per cui tanto valeva gli comandassi che cosa volevo. Fu allora che pensai a Nicola.
Qualche mese prima avevo incontrato una vecchia amica che viveva nel quartiere e non vedevo dall'infanzia; non saprei nemmeno dire come ci riconoscemmo, trovandoci per strada faccia a faccia. Avevamo chiacchierato un po', e da lei avevo saputo che Nicola mi aspettava ancora. Che per tutti quegli anni nessuno l'aveva mai visto con una donna; viveva ancora con la madre, che ormai non capiva pi niente, e si era messo in proprio, diventando il miglior orefice del borgo. Ora sapevo il perch di quell'incontro: il destino aveva provveduto.
Dissi a Tullio che avevo sentito parlare di quell'orefice, e che mi sarebbe piaciuto un anello. Lui fu contento di avere l'occasione di fare un passo verso di me: gli pareva di consolidare una specie di armistizio. Seppi poi che aveva commissionato un ulteriore anello per la sua puttana, ma a quel punto nulla di quello che faceva poteva pi offendermi.
Cercai Nicola. Prima a casa: ma trovai solo la madre, con una donna del palazzo. Incredibilmente, la vecchia pazza mi riconobbe appena mi vide. Sar di sicuro ancora a bottega a lavorare, anche se  sera tardi, disse la donna, e andai allora a cercarlo l.
Quando mi vide gli sembrai un fantasma. Mand via il ragazzo che gli faceva da apprendista, poi si alz per venirmi incontro. Dio, come si era ridotto. Mi si strinse il cuore al pensiero di quello che eravamo stati, da bambini, quando andavamo a veder partire i piroscafi per l'America.
Parlammo. E parlammo ancora, quella volta e le volte che tornai in quella bottega, sempre di notte, sempre quando ormai era rimasto solo nel vicolo deserto. Mi ascoltava a bocca aperta, con un mezzo sorriso sulla faccia, qualsiasi cosa gli dicessi. Era innamorato come allora, anzi, molto di pi. Nella sua mente che non si era mai concessa altro, ero la sua dea, la custode unica della sua mai sfiorata felicit.
Lo portai piano a pensare quello che volevo pensasse. Tullio era andato a ordinargli prima un anello, poi il secondo. E Nicola sarebbe andato a consegnarli di notte, al policlinico. Non c'era bisogno d'altro. Sapevo quello che avrebbe fatto, anche se non ne avevamo parlato mai in modo esplicito. Io lo volevo, lui sapeva che lo volevo. Tanto bastava.
Una sera, l'ultima in cui ci vedemmo, mi chiese cosa avrei fatto dopo. Se fosse accaduto che Tullio non ci fosse stato pi, se avesse pagato per ci che aveva fatto. Non ebbi il cuore di illuderlo, questo non potevo farlo. Gli risposi che mi sarei occupata di mio figlio, e dell'onore del suo nome.
Non avrei voluto nessuno al mio fianco, aggiunsi.
Non disse nulla. Capiva, probabilmente. Ero diversa dalla bambina che lui ricordava, al suo braccio per la festa del Carmine.
Quella sera mi disse che doveva sciogliere un voto alla Madonna, che aveva fatto quando me n'ero andata via, e che aveva preparato un cuore d'oro. Non lo volli vedere, mi sentivo gi abbastanza sporca cos. Lo salutai baciandolo sulla bocca. Tremava.
Mi misi ad aspettare. Tirai fuori la patetica lettera di Ruspo, della quale Tullio aveva riso tempo prima, e la tenni l, sapendo che mi sarebbe servita.
Dovevo solo aspettare. Perch lo sapevo, quello che sarebbe successo.
Lo sapevo, in fondo al mio cuore.

69.

Quando Maria Carmela Iovine ebbe finito di parlare, fu come se nessuna parola fosse mai stata articolata, nel monotono sussurro che li aveva cullati fino a quel momento.
Maione osservava i due profili, di Ricciardi e della donna, sovrapporsi come in una moneta, entrambi a seguire le immagini che i sentimenti e le emozioni tratteggiati nel racconto di lei sembravano fargli scorrere davanti agli occhi.
Le cicale, come rispondendo a un comando, avevano ripreso a frinire. La mano di Maria Carmela si mosse, aprendo la cerniera della borsetta e affondando all'interno. Riemerse tenendo con le dita guantate di nero un foglio ripiegato.
- Mi ha scritto. Un ragazzino ha consegnato questo foglietto alla mia portinaia, ieri, ed  volato via. Mi dichiara ci che ha fatto, come se io non lo sapessi. Penso che abbia voluto preservarmi da qualsiasi sospetto. Mi dice che non  pentito, e che meglio sarebbe stato se fossimo partiti, da ragazzi. Si augura che io possa riuscire a seppellirlo decentemente, anche se ha fatto quello che ha fatto. Infine mi dice che ci sono solo io, in fondo al suo cuore. E spera che in fondo al mio ci sia un posto per lui.

Maione fu travolto da una gran pena per Coviello, assassino e suicida, vittima e carnefice per amore. E prov a immaginare il senso profondo del suo rimpianto o la bellezza della sua perenne attesa.
La Iovine si volt lentamente, e per la prima volta, verso Ricciardi.
- Capite adesso perch sono qui, commissario? Glielo debbo. Ho un amico che  un alto prelato, non vi faccio il nome; ha parlato con un certo parroco che officer il funerale e far in modo che venga sepolto in una congrega, nel cimitero di un paese qui vicino, dove nessuno si chieder chi fosse Coviello Nicola, amico dolcissimo ed emigrante nella sua stessa terra. Chiss, forse aveva ragione lui. Forse avremmo dovuto partire.
Ricciardi si alz. Il suo volto era una maschera di cartapesta.
- La vita  fatta di occasioni perdute, signora. Solo di occasioni perdute. Avete vissuto manovrando uomini, e avete distrutto ogni uomo che avete manovrato; vi auguro di non farlo con vostro figlio, che  innocente come lo  stato Coviello. E vi auguro di riuscire a sfuggire, nelle notti che vi attendono, ai vostri fantasmi.
Con un inchino secco, si allontan. A Carmela Iovine, mentre si abbassava il velo sulla faccia, tremavano le labbra.

Per un lungo tratto di strada rimasero in silenzio. Stava facendosi sera, ma l'attivit nei vicoli non accennava a diminuire, nell'attesa delle celebrazioni del Carmine che sarebbero culminate nell'incendio del campanile.
Quasi parlando a s stesso, Maione disse:
- Certe volte, commissa', vi dico la verit, non lo vorrei sapere perch succedono certe cose. Io dico: ma non possiamo limitarci a scoprire chi  stato, e basta? Mo' per esempio, avevamo capito che a buttare il professore dalla finestra era stato Coviello, no? Non ci bastava?
Ricciardi scosse il capo, continuando a camminare:
- Ogni cosa  collegata a un'altra, Raffaele. Come una collana di perle. Ogni singolo evento, tutto quello che succede, ha una radice, un motivo che pu andare indietro anche di molti anni, come hai sentito adesso.
- Lo so, lo so, commissa', e chi dice niente. Ma per questo caso, sarebbe bastato che la signora Iovine cacciava dalla borsa la lettera e ce la faceva vedere, non vi pare? Cos pensavamo tutti che era stato per gelosia che Coviello aveva fatto quello che aveva fatto. Innamorato della signora, il marito va a ordinare due anelli, lui prova a vedere se la signora vuole tornare con lui, lei dice di no, lui ammazza il rivale e poi s'impicca. Non era pi normale, cos? Non era pi facile?
- E quando mai le cose sono semplici, Raffaele? Tu non tieni conto di un elemento importante: il bisogno della signora di non tenere pi dentro di s il male che il professore aveva fatto. La morte del primo marito, l'aborto che le aveva procurato. Lei il professore lo ha condannato a morte, quella di Coviello  stata un'esecuzione. A che serve una condanna a morte, se nessuno viene a sapere che  stata eseguita?

Maione cammin un altro po' in silenzio. Poi disse:
- Certo, la signora l'ha saputo fare bene. Di fatto ha ucciso il professore ma si  messa al sicuro, non andr in galera e non sconter nessuna pena. Certe donne sembrano delicate e gentili, coi loro vestiti inamidati e i gioielli, e per tengono un'anima che  peggio di una fogna. Altre sembrano il peccato in persona e invece sono come delle bambine, alla fine.
- Stai pensando a Sisinella, vero? Magari ti sei pentito di come l'hai trattata, quella povera ragazza? Poco ci mancava che la prendessi a schiaffoni.
- Avete ragione, commissa', stavo proprio nervoso e me la sono presa con lei; poi per ci ho pensato e ci sono tornato, per chiederle scusa. L'ho trovata davvero messa male, quel vigliacco del suonatore di pianino l'aveva pure lasciata, come ci disse che avrebbe fatto. E vi devo confessare che sono passato a prendere l'anello, quello che il professore le aveva fatto fare, e gliel'ho dato.
Ricciardi si ferm di botto:
- Davvero? Ma lo sai, che non potevi prendere quest'iniziativa? L'anello rientrava nelle propriet del professore, e quindi...
Il brigadiere l'interruppe:
- E quindi dei suoi legittimi eredi, lo so, commissa', lo so. Ma ho pensato che la vera volont del professore, se Coviello prima di buttarlo dall'ultimo piano gli avesse permesso di scrivere un testamento, sarebbe stata di consegnarlo a Sisinella, e quindi ho eseguito la volont del morto. E poi, vi devo dire la verit, commissa': ho pensato che alla
signora e al figlio rimanevano ricchezze sufficienti a campare non bene, ma benissimo per il resto della vita. Invece quell'anello, per la povera Sisinella, poteva essere la differenza tra una vita decente e il ritorno all'inferno. Magari se la meritava questa possibilit, vi pare? E magari il professore poteva averglielo gi dato, oppure pu essere nascosto da qualche parte: chi lo pu sapere?
Ricciardi riprese a camminare:
- Facciamo cos, brigadiere Maione: voi non mi avete detto niente, e io non mi ricordo di aver visto nessun altro gioiello nello studio del professore oltre all'anello della signora Iovine. Anzi, ricordatemi di far disporre l'inventario di quel che c' nell'ufficio, cos i beni della vittima potranno essere messi a disposizione della vedova e del figlio, come l'appartamento al Vomero fin qui occupato da Sisinella. Va bene?
Maione si tocc la visiera. Erano arrivati al portone della questura.
-'gnors, commissa', sempre ai vostri ordini. Vi saluto, vado a casa. Domani mi sono tenuto la giornata libera: porto Lucia e i bambini a vedere l'incendio del campanile, come ogni anno. Pure voi siete libero, vero?
- S, Raffaele, anch'io. Garzo mi ha lasciato la giornata per la festa di Livia, pare che tutta la citt non aspetti altro. Adesso vado a scrivere il verbale, poi in ospedale da Rosa fin quando Bruno mi caccia: non fa che ripetermi che in un reparto femminile non posso stare.
Maione, in un gesto insolito di confidenza, pos una mano sulla spalla di Ricciardi:
- Commissa', io non ve lo vorrei fare questo discorso, ma la signora Rosa... Insomma, ce lo vogliamo davvero augurare, che continui per molto tempo in quelle condizioni? Chiss se soffre, se ha dolore, se vorrebbe muoversi, parlare e non pu. Mi dispiace cos tanto, per lei. E pure per voi, commissa'. Io vi volevo dire...  qualche giorno, che ci penso: voi non siete solo, commissa'. Non lo siete, nemmeno se la signora Rosa se ne va in paradiso. Non siete solo, finch esiste la famiglia Maione di piazzetta Concordia.
Ricciardi fiss gli occhi in quelli del brigadiere:
- Lo so, Raffaele. Lo so. Ma non riesco ugualmente a immaginare di restare senza di lei. Vai a casa, e fai divertire i bambini; ne hanno tutto il diritto, e anche Lucia. Queste sono feste per la famiglia, e tu ne hai una meravigliosa.

70.

La baronessa Marta si ferm di nuovo dal cucire, e si mise ad ascoltare. Ridacchi, le dita davanti alla bocca come una bambina.
Rosa le chiese:
- E mo' perch ridete, barone'?
Marta scosse la testa, come colta in fallo:
- No,  che le persone viste da qua sono uno spasso, a volte. Poi te ne accorgerai, quando sarai pronta e io avr finito di ricamarti la maglietta. Sono proprio divertenti.
Rosa pens che, nelle lunghe giornate che avevano passato insieme quando era viva, la baronessa non era mai stata cos aperta. Aveva sempre avuto un'ombra, un dolore nascosto nei suoi incantevoli occhi verdi; proprio come il signorino, che le somigliava cos tanto.
Il pensiero di Ricciardi fu una fitta lancinante che le attravers la coscienza; chiss come stava, chi pensava a lui.
Marta ridacchi di nuovo:
- Vedi? Anche tu lo stai facendo. Come tutti gli altri.
- Facendo che, barone'?
La donna la guard con tenerezza, e ripose in grembo la maglietta, l'ago e il filo.
- Fai una cosa, e pensi a un'altra. Invece di preoccuparti di quello che  veramente importante, pensi sia fondamentale qualcos'altro che, invece, conta molto meno. Il mondo costringe a fare cos, dev'essere l'aria o il profumo dei fiori.
Rosa cerc di concentrarsi, ma non riusciva a comprendere che cosa Marta le stesse dicendo. Lanci un'occhiata preoccupata alla figura nell'ombra, il barone di Malomonte, ma lui non si mosse.
- Barone', scusatemi, ma non vi capisco. Forse, se mi fate qualche esempio...
Marta rise ancora, e riprendendo in mano il lavoro disse:
- Guarda, tata. Guarda un po' dalla finestra. Forse, anche se non sei ancora pronta, qualcosa la puoi anche cominciare a vedere.
Nel caldo della notte di luglio, Peppino il Lupo pensava a Rosinella e ascoltava la bambina.
Piangeva. Piangeva sempre. E dentro di lui quel pianto era la colpa, la colpa di avere ammazzato la madre. Di avere tolto a lui il futuro, la felicit.
E chi aveva ucciso quell'uomo da niente del professore gli aveva tolto dalle mani la possibilit di riparare alla morte della moglie.
Certo, non sarebbe servito a riportarla nelle sue braccia.
Certo, non gli avrebbe ridato la sua risata.
Certo, non gli avrebbe restituito il profumo della sua pelle, nelle notti calde come questa che gli appariva infinita.
Ma almeno avrebbe calmato la rabbia, l'immensa onda di rabbia che non calava.
Per il professore non era l'unico colpevole.
Il pianto che veniva dall'altra stanza, il pianto sottile che non si calmava: la confessione dell'altra colpevole, quella che per prima aveva cominciato a uccidere Rosinella.
Si alz dal letto. Il corpo forte, i muscoli dell'addome guizzarono sotto un velo di sudore. Caldo. Quanto caldo. L'inferno  caldo.
Sua madre era un poco sorda, e aveva il sonno pesante. Il pianto della bambina non riusciva a svegliarla. Apr la porta e si avvicin alla culla che avevano preparato, lui e Rosinella, mesi prima. Quando il futuro esisteva.
Non aveva ancora un nome, la bambina. Non era stata battezzata. Nessuno si azzardava a proporlo, almeno fino a quando il Lupo lo avesse proibito. Come ti chiami?, pens lui, in piedi nel caldo della notte di luglio. Chi sei?
Forse ti faccio un piacere a soffocarti nel cuscino, pens. Forse ti salvo da una vita senza mamma, e con un padre pazzo. Senza fratelli, senza risate in una casa vuota. Che vita ti aspetta? Forse ti faccio un piacere, ad ammazzarti qui, nella culla. Muoiono tanti bambini, nei primi giorni.
Magari ti aiuto, a farti diventare un angelo.
Magari vai da tua madre, e mi lasci dormire.
La bambina piangeva, e piangeva.
Il Lupo allung la mano verso la culla.

Nel caldo della notte di luglio, Guido Ruspo di Roccasole guardava il padre che lottava contro la morte.
Non aveva mai visto qualcuno morire cos a lungo, continuava a ripetersi; eppure studiava Medicina, ed era comproprietario di una casa di cura dove spesso venivano ricoverati malati incurabili. Ma no, non aveva mai visto qualcuno morire cos a lungo.
Si chiedeva, Guido, per quale motivo il padre lottasse cos. Se fosse toccato a lui, alle prime avvisaglie del male si sarebbe ammazzato, sfuggendo al dolore, alla menomazione, alla follia di una sofferenza atroce e senza ritorno.
Nel caldo della notte di luglio, Guido Ruspo di Roccasole senti il suo enorme corpo percorso da un brivido al pensiero delle condizioni in cui si riducevano gli organi interni divorati dal cancro. Ne aveva visti tanti, nelle lunghe lezioni di Anatomia all'universit, in camice bianco coi colleghi attorno al tavolo settorio; mangiati dall'interno, in lesioni di un insano colore, straziati fino alla morte dall'inarrestabile nemico.
Guido amava il padre, incondizionatamente. I suoi ricordi pi teneri erano legati alle carezze delle aristocratiche, sensibili mani di lui, alla voce bassa e gentile, alle braccia forti e al tempo stesso delicate. Era stato padre e madre, amico e consigliere. Per lui, per aiutarlo, aveva perfino fatto la follia di scrivere a Iovine, e si era ritrovato con la polizia al capezzale a fargli domande su un passato morto e sepolto, anche se mai dimenticato.
Era stato un grande uomo, in grado di superare difficolt immense: la rovina della propria carriera universitaria, la morte della moglie con un figlio piccolo da accudire, le difficolt finanziarie che erano seguite agli affari sbagliati di suo nonno.
Sempre era riuscito a rimettersi in piedi, pi forte di prima. Un grande uomo.
E ora eccolo qua, pens Guido seduto nell'ombra, a rantolare nel sonno, gli organi divorati dalla bestia, in preda a indicibili dolori per i quali bisognava tenerlo sotto sedativi.
Col cuore stretto in un pugno, nel caldo della notte di luglio, Guido Ruspo di Roccasole pianse per il suo pap.

Nel caldo della notte di luglio, Livia non riusciva a chiudere occhio.
Aveva ormai preparato tutto per la festa dell'indomani. Si sarebbe vestita da sirena. Le sembrava coerente con il suo compito: avrebbe dovuto cantare.
Si era esercitata nel chiuso di una stanzetta che dava su un cortile interno, per non far sentire all'intero quartiere scale e vocalizzi. La sua voce era uno strumento di prim'ordine, ma arrugginito dal lungo mancato utilizzo e dalla sofferenza; aveva bisogno di essere lucidato, preparato e di nuovo accuratamente accordato: come aveva fatto di continuo negli ultimi giorni.
Aveva perfino deciso, Livia, di riprendere a cantare, comunque fosse andata l'indomani. Era troppo importante per lei, la musica. Le era mancata tanto, e se n'era accorta appena aveva provato a ripetere consapevolmente una melodia.
Si era messa a prendere anche lezioni di lingua, perch voleva onorare in pieno la canzone che avrebbe cantato. Don Libero, Ernesto e Nicola, autori della melodia e delle parole, l'avevano istruita e poi corretta negli inevitabili errori di dizione. Si erano divertiti, avevano riso e si erano finti disperati, ma alla fine, nell'ultima prova che aveva sostenuto, si erano guardati e si erano abbracciati. Tutto andava bene.
Nel caldo della notte di luglio, Livia si chiese cosa avrebbe pensato Ricciardi sentendola cantare. Aveva curato ogni particolare, scelto il modello del vestito che aveva fatto cucire, modulato la voce e le espressioni che avrebbe assunto cantando, individuato sul terrazzo il posto dove si sarebbe messa, soltanto per lui.
Si chiese se sarebbe rimasto insensibile anche quella sera, quando la lunga coda squamata della sirena avrebbe lasciato il posto a un velo che avrebbe raccontato della sua pelle, e il corpetto che a stento riusciva a tenere il seno avrebbe calamitato il suo sguardo, senza che lui questa volta sapesse resistere.
Si chiese se la voce l'avrebbe ammaliato, e se le meravigliose parole di sofferenza e di speranza della canzone di don Libero sarebbero mai potute cadere nel vuoto, senza incantare anche lui come tutti, col profumo del cibo, del mare e dell'amore che avrebbe pervaso l'aria.
E si chiese per l'ennesima volta, nel caldo della notte di luglio, se Ricciardi ci sarebbe venuto, alla festa.

Nel caldo della notte di luglio, Enrica guardava lo spettacolo delle stelle fuori della finestra. Era terrorizzata.
L'indomani sera avrebbe dovuto incontrare Manfred da sola.
Non era la prima volta che parlavano: ma di giorno, a pochi metri dai bambini che giocavano o facevano il bagno, nelle pause dal lavoro, era diverso. Non poteva accadere nulla, in quelle condizioni. Nemmeno la conversazione poteva prendere una piega particolare.
Le piaceva, Manfred; doveva ammetterlo. Era un uomo molto bello. Gli occhi azzurri e limpidi, i folti capelli biondi, il corpo atletico e curato; e anche la voce, morbida e profonda, con quel curioso accento spigoloso che rendeva attraente il suo modo di parlare. Capiva Carla, che ancora, di tanto in tanto, coglieva a guardarlo incantata, un mezzo sorriso ebete sulla faccia, gli occhi scintillanti che distoglieva non appena si accorgeva di essere vista da Enrica.
Le aveva finalmente mostrato la tela a cui aveva lavorato da quando lo conosceva. L'aveva portata a vederla proprio quel pomeriggio, tenendola per mano per aiutarla a risalire il pendio, fino al cavalletto rivolto verso il mare e le risate dei bambini.
Aveva tirato via con un gesto teatrale il telo che lo nascondeva allo sguardo curioso di Carla, dei ragazzi della colonia e anche al suo; ed Enrica, con sorpresa mista a segreto compiacimento, aveva scoperto che il quadro raffigurava lei e soltanto lei, seduta di profilo a osservare le onde di un mare azzurro e screziato, gli occhi perduti in lontananza.
Era uno sguardo assorto ma senza carattere, quello dell'inconsapevole modella ritratta sulla tela. Manfred non aveva colto, e non avrebbe potuto, la sofferenza di Enrica ogni volta che cercava due occhi verdi di l dal mare.
Nel caldo della notte di luglio, Enrica si sent stringere il cuore al pensiero di Ricciardi. Il tempo della separazione che si era imposta non aveva eroso di un grammo l'entit del sentimento che provava per lui. Capiva ora, alla vigilia dell'incontro con un uomo al quale nulla mancava per far innamorare di s una donna, che avrebbe voluto essere a molte miglia di distanza, intenta a ricamare alla finestra, in attesa di sentire due occhi su di s.
Nel caldo della notte di luglio, Enrica pianse di malinconia.
Con due occhi verdi in fondo al suo cuore.

Nel caldo della notte di luglio, Livia sorrise addormentandosi.
Con i versi di una canzone che avrebbe cantato per tutto il mondo, e solo per un uomo, in fondo al suo cuore.

Nel caldo della notte di luglio, Guido Ruspo di Roccasole si alz, prese il cuscino e piangendo pose fine al dolore di Francesco.
Con il ricordo di una ninna nanna cantata dal padre, molti anni prima, in fondo al suo cuore.

Nel caldo della notte di luglio, Peppino il Lupo prese la sua bambina dalla culla e la cull dolcemente.
Con il pensiero di Rosinella in fondo al suo cuore.

Marta di Malomonte sorrise al sorriso di Rosa, e riprese il proprio ricamo.

71.

Modo venne a cercare Ricciardi alla solita ora, quando gli ordinava di uscire dalla stanza e lasciare il reparto. Era diventato una specie di rito.
- Te l'ho detto cento volte, Ricciardi: non puoi rimanere qui dentro dopo l'ora di apertura ai famigliari. Sei un maschietto, mi risulta; almeno ne hai le sembianze, anche se il Mascellone e i suoi asseriscono che i maschi non sposati dopo una certa et sono molto probabilmente omosessuali. Quindi devi uscire.
Il commissario non riusciva a staccare gli occhi dal letto in cui Rosa respirava profondamente. Seduta schiena al muro, a un metro di distanza, c'era come sempre Nelide.
- Bruno, ho capito che devo uscire. Ma che mi dici di lei? Non c' qualche miglioramento, non hai notato segni di risveglio, o...
Il dottore allarg le braccia:
- Non posso credere che tu mi chieda ancora questo. Allora non mi ascolti, quando ti parlo? Purtroppo non ci sono miglioramenti e nemmeno possiamo aspettarceli. La situazione rimarr questa, fino a quando... lo sai, fino a quando. E nemmeno serve che tu e la donna di marmo, qui, rimaniate a guardarla dormire. A lei lo so che non posso impedirlo, ma a te s, e ho proprio intenzione di farlo.
- Lo sai, Bruno, non me la sento di lasciarla. Sapessi quante volte  rimasta vicino a me mentre dormivo, da piccolo. Soffrivo di gola, ero cagionevole e ogni inverno prendevo la febbre alta. Chi credi che pensasse a me, chi credi che mi stesse vicino? Glielo devo, adesso.
Modo gli si avvicin e lo costrinse ad alzarsi dalla sedia.
- No, invece. Lei non vorrebbe che stessi qui, a vederla dormire. Vorrebbe che ti mettessi in ordine e andassi a passare una serata distensiva. So che hai un invito, per stasera. Ecco, te lo prescrive il medico: ci devi andare. Ti prometto che ci resto io, con Rosa. E anche con quella statua raffigurante una ragazza cilentana, l sulla sedia. Non saprei dire chi delle due  pi viva, almeno Rosa la sento respirare.
Ricciardi lanci uno sguardo dalla finestra. La festa di Livia, gi. Era per quella sera. E per quella sera era anche l'appuntamento di Enrica con l'uomo che aveva incontrato sull'isola, al di l del mare. E Rosa l, in un letto, a combattere una battaglia nella quale lui non poteva aiutarla.
Si sentiva solo, pi che mai. Fuori posto dovunque. Mise la mano in tasca e tast il biglietto che gli aveva dato il padre di Enrica, con scritto un indirizzo e un orario. E la sua mente and a Coviello, il povero orefice gobbo che sognava di prendere una nave che non aveva mai preso. In fondo al tuo cuore, aveva mormorato il suo fantasma con la lingua nera fuori dai denti. In fondo al tuo cuore.
Prendere una nave, o non prenderla. E morire per non averla presa.
Sent il cuore fermarsi, poi riprendere a battere. Guard Rosa, le sfior la mano.
Fredda. Com'era fredda. Non poteva lasciarla, pens. Nave o non nave.
- Dovete andare, signori'.
Le parole di Nelide, dette in tono basso, quasi mormorate, detonarono nel silenzio. Ricciardi e il dottore si voltarono verso di lei, che ripet:
- Dovete andare. Zi' Rosa, se stesse sveglia, vi manderebbe via a schiaffoni. Qua sto io. Voi dovete andare.
Modo fece una smorfia:
- E se te lo dice lei, allora devi andare davvero. Altrimenti mi sa che ti piglia lei, a schiaffoni; per conto della zia.

La festa di Livia era decisamente riuscita.
Pareti e mobili erano stati addobbati con dovizia, nei toni del bianco e del blu, con drappeggi di seta e di stoffe pregiate a simulare le onde e gli spruzzi del mare sugli scogli, ma anche con chiazze di rosso scuro qua e l, a ricordare il corallo.
I camerieri, vestiti con l'abito tradizionale dei pescatori, servivano vivande tipiche dell'estate in citt: i vermicelli alle vongole, la frittata di maccheroni, quella di cipolle, quella di zucchini. Un finto chiosco di ostricaro, allestito sul lato della terrazza, offriva frutti di mare crudi e cotti, e un cuoco friggeva in una pentola d'olio paste cresciute con acciughe, fiorilli e cicinielli.
Gli invitati erano in visibilio, e si complimentavano per l'abbigliamento, salvo poi ridersi dietro l'un l'altro per i corpi sgraziati messi in esposizione dai costumi fatti cucire o affittati per l'occasione. Pescatori, dee del mare, nettuni e poseidoni, grosse triglie e pescecani si sorridevano e salutavano, incrociandosi alla musica dell'orchestra del conservatorio.
Garzo, vestito da tritone con una moglie ostrica al braccio, svolazzava da un gruppo all'altro cercando di attirare, con scarso esito, l'attenzione di questo o quel potente ospite; ogni tanto scambiava sguardi d'intesa con le guardie che aveva coinvolto nel servizio di protezione, che sudavano in uniformi strette e impeccabili sognando un bicchiere del vino bianco e freddo che scorreva a fiumi.
La padrona di casa era la pi bella e la pi osservata sia dagli uomini sia dalle donne. Il costume da sirena, l'acconciatura e i gioielli di gran valore, che mettevano in risalto il magnifico corpo, brillavano di luce propria in una serata in cui non mancava l'ostentazione della ricchezza. Erano arrivate alcune amiche da Roma, e una in particolare, per l'elevatissima posizione sociale, era oggetto di furtivi sguardi di curiosit: ma l'invidia e l'ammirazione erano tutte per Livia.
Purtroppo per, anche se nessuno se ne accorgeva, gli occhi della donna non tradivano felicit; erano pieni d'inquietudine, man mano che passavano le ore e tra gli ingressi che si susseguivano, annunciati da un cameriere in livrea, non aveva ancora visto chi lei attendeva pi di ogni altro. Se fossero spariti tutti e fosse arrivato lui, pensava Livia, sarebbe stato tutto pi bello.
Don Libero e i maestri Ernesto e Nicola erano gli unici pi inquieti di Livia. Erano divisi tra un'ansia insospettabile e un'aspettativa maggiore della stessa Piedigrotta. Livia avrebbe tra poco eseguito in pubblico, in prima assoluta, quella che reputavano la loro canzone migliore; sarebbe stata in grado di cantarla come si deve, con quell'accento forestiero che aveva? E sarebbe piaciuta alla gente, a quel pubblico cos poco popolare e tanto incline alla critica?
Le ore passarono, e l'esecuzione della canzone divent indifferibile. Livia lanciava di continuo occhiate verso il cameriere all'ingresso, e non vedeva giungere nessuno.

Enrica aveva finito di prepararsi. C'era la luna, una luna piena che sembrava un enorme faro al centro del cielo stellato.
Non aveva un abito adatto a un appuntamento: al momento di decidere quel suo soggiorno sull'isola, non aveva previsto una simile eventualit, e non aveva portato con s nulla che potesse andar bene per l'occasione.
Per la verit non pensava proprio di possedere un abito adeguato a un appuntamento galante. E guai se Manfred avesse creduto che lei aveva intenzione di sedurlo. Aveva perci indossato una gonna bianca a met gamba, con calze leggere, le uniche scarpe che aveva con s, quelle nere con cui portava le bambine a passeggio il pomeriggio, e una camicetta con la giacca grigia abbinata a un cappellino dello stesso colore. Non sapeva che cosa sarebbe accaduto, ma aveva nel cuore un presagio triste.
Inforc gli occhiali, prese la borsetta e usc.

Livia si avvicin a don Libero, che aveva richiamato l'attenzione degli invitati.
Dal terrazzo si intravedevano, in lontananza, i fuochi pirotecnici della festa a piazza del Carmine; la luna, enorme, stava ferma in mezzo al cielo come se facesse parte di una scenografia dipinta su uno sfondo di cartone.
Don Libero raccont di come Livia gli avesse chiesto una canzone per regalarla ai suoi ospiti; e di come lui, e i due musicisti presenti, avessero voluto offrirle la loro migliore perla. Alle parole di don Libero, quel pubblico temibile rispose con un applauso in cui c'era tutto l'amore della citt per il suo grande autore; e nel silenzio sospeso che segu, c'era tutta l'immensa curiosit che serpeggiava tangibile dall'inizio della serata. Don Libero si inchin, commosso.
Livia aveva invece il cuore in gola. Lo sentiva pulsare fortissimo, e dovette cercare nella recente memoria la determinazione a cantare comunque, in presenza o in assenza dell'uomo che amava. Clara, la cameriera, gliel'aveva detto: deve cantare, un cuore innamorato. O disperato.
Don Ernesto sedette al pianoforte e attacc la splendida introduzione che Livia aveva imparato a conoscere cos bene. Ci fu un movimento all'ingresso, e il respiro rischi di fermarsi quando vide un uomo accostarsi nell'ombra, oltre le teste degli invitati che si accalcavano a pochi metri da lei.

Enrica aveva passeggiato per qualche centinaio di metri con Manfred.
L'ufficiale, che indossava un impeccabile abito scuro, aveva messo la ragazza a suo agio e l'aveva fatta ridere raccontandole aneddoti divertenti sul suo servizio. Gli piaceva tanto, quando rideva; aveva una grazia naturale che contava pi della bellezza.
Adesso la stava conducendo verso il belvedere dal quale si ammirava il mare. Allung una mano e le prese il gomito, cos, come per caso.
Enrica trasal.

Livia cercava disperatamente di capire se la sagoma che intravedeva nell'ombra fosse quella di Ricciardi. Troppa gente in mezzo, troppo lontano, e troppa luce su di lei dal riflettore installato per dare risalto alla sirena che cantava.
Rinunci, lasciando al cuore la volont forte che si trattasse del commissario. Si abbandon alla musica e cant.

Chi luntano me stai, chi vicino te sento; chiss a chistu mumento tu che piense, che ffaie. ..
m'he miso int'e vvene 'nu veleno ch' ddoce, non me pesa 'sta croce che trascino pe' te...voglio

L'aria stessa sembr fermarsi.
Dalla strada, lasciata deserta dalla gente che riempiva piazza del Carmine, non veniva un suono. Tutti ascoltavano la voce della sirena, incantati come lo era stato l'equipaggio di Ulisse.

te penso, te chiammo...
te veco, te sento, te suonno...
E 'n anno, ce piense ch' 'n anno
ca 'st'uocchie nun ponno chi pace truva'!

Enrica, seduta sulla panchina del belvedere, guardava da lontano il riverbero dei fuochi per la festa del Carmine.
Era poco pi di una luminescenza vaga, ma lei conosceva il trionfo di fiori nel cielo, e provava una struggente nostalgia per le serate passate a naso in su con i genitori e i fratelli.
Manfred ne fissava il profilo, e pensava che la magia di quella luce, di quella luna che disegnava una scia lucente nel mare, nessun pittore avrebbe mai potuto riprodurla.

E cammino, cammino, ma nun saccio add vaco, i' sto sempre 'mbriaca, ma nun bevo mai vino. Aggio fatto 'nu voto a' Madonna d'a Neve: si me passa 'sta freva oro e perle Ile d...

La magia del canto usciva dal petto di Livia e investiva come una cascata d'argento le donne e gli uomini che ascoltavano.
Le parole disperate della canzone, la storia di un sentimento sospeso nel tempo e nello spazio, l'invocazione della grazia della liberazione dall'immensa, eterna condanna di un amore senza requie e senza piet, trovavano carne e sangue nel canto di una voce profonda e femminile.
Non credevo di avere scritto parole cos reali, pensava don Libero, le lacrime agli occhi e una mano sulla gola. E pensava anche che sarebbe stato difficile trovare tanta passione nella sua Passione.

Te voglio, te penso, te chiammo...
te veco, te sento, te suonno...
1E 'n anno, ce piense ch' 'n anno. ..

Manfred prese fiato, e disse al profilo di Enrica quello che gli urgeva dire.
Che voleva dare un senso alla propria vita. Che voleva una moglie, dei figli ai quali insegnare i valori e che dessero continuit al suo nome. Che voleva qualcuno per cui lavorare, costruire e combattere se fosse stato necessario. Che voleva qualcuno per cui sopravvivere in battaglia, e per cui valesse la pena tornare a casa. Che voleva conservare un anello e una fotografia nel portafoglio. Che voleva di nuovo respirare e guardare avanti, a un domani che fosse luminoso e gioioso. Che, in una parola, voleva un futuro.
che lo voleva con lei.

Livia prese fiato.
L'ultimo verso voleva un acuto pieno, un urlo di disperazione e al tempo stesso di speranza. Il grido di una persona innamorata e condannata ad amare, consapevole di quanto valesse la pena morire per amore.
Si concentr e rivolse un rapido sguardo a don Ernesto, che stacc gli occhi dalla tastiera per rivolgerle un cenno di felice, commossa intesa.
La sagoma nella semioscurit, vicino alla porta, si mosse per venire avanti.

'st'uocchie nun ponno chi pace truva'!

Enrica aveva ascoltato Manfred parlare, e le parole erano scorse attorno al suo cuore come l'acqua sul marmo.
Era rimasta rigida a guardare la sua citt, al di l del mare. A immaginare i suoni e i colori della festa. A pensare all'uomo che amava, quello che amava davvero, forse tra le braccia di un'altra, forse con gli occhi rivolti a un futuro che non la comprendeva.
Ma nel cuore, in fondo al suo cuore, non c'era che lui. Ed Enrica non era disposta ad accontentarsi di nulla di meno che dell'uomo che amava.
Si volt verso Manfred per dirglielo.

Nel delirio di applausi, mentre tutti si accalcavano per farle entusiastici complimenti e tributavano agli autori il trionfo per un nuovo, immenso capolavoro, Livia ebbe finalmente modo di guardare con chiarezza e senza ostacoli in direzione della sagoma misteriosa. Sembrava aver atteso nella penombra che lei finisse di dispensare ai presenti il magico dono di quella canzone. L'ombra si stacc dal muro e fece un passo avanti per mostrarle da lontano il volto rigato di lacrime e un sorriso estatico.
Era Falco.

La baronessa di Malomonte trasse un profondo sospiro e si gir verso Rosa, mostrandole la maglietta finalmente completata da un bellissimo ricamo:
- Vieni, tata. Guarda che bella. Fammi vedere come ti sta.
Lontanissimo e nello stesso luogo, Nelide si asciug un'unica lacrima con un gesto secco.

Appena Enrica si gir verso di lui, poich la luna disegnava una scia d'argento sul mare, e poich l'aria era piena di speranze e canzoni, Manfred la baci.
Tra gli alberi, a qualche metro di distanza, qualcosa in fondo a un cuore si spezz.
E due occhi verdi, che pensavano di aver visto troppo dolore per conoscere il pianto, si riempirono di lacrime.

Incontro con Rosa
di Maurizio de Giovanni

A volte, sapete,  difficile.
Sembra un vezzo, un modo di accrescere la sensazione di chi legge che sia tutto vero; che in questa maniera l'autore finga di andare da qualche parte, e cos facendo provi a ingannare chi ascolta le sue storie ammantandole di una verit che non hanno. Ma non  cos.
Un personaggio nasce e cresce nel cuore, oltre che sulle pagine. Lo si conosce un po' alla volta, lo si esplora come si farebbe con un casuale compagno di viaggio, o un vicino di casa. Lo si incontra e lo si incontra ancora, ci si abitua ai lineamenti e al suo modo di parlare; e inevitabilmente ci si affeziona, soprattutto quando accompagna la fantasia fin dalla prima storia, dall'inizio di tutto. Da quando ci si  affacciati incerti a quella strana, assurda finestra che d su un altro mondo, vero quanto questo e a volte perfino pi reale.
Penso a questo mentre salgo in fretta l'ampio scalone di marmo immerso nella notte e nel silenzio, all'interno dell'ospedale dei Pellegrini nel quartiere della Pignasecca. Ho atteso per quasi un'ora al riparo di un androne, mentre il vicolo si svuotava e la gente andava a cercare qualche ora di ristoro nel difficile sonno di un'estate feroce. Ho attesonel buio, osservando invisibile le finestre delle case che si spegnevano restando aperte per catturare un alito d'aria senza perdere le immagini delle f amiglie che salutavano il giorno nell'oscurit, in attesa del terribile sole che sarebbe risorto fin troppo presto. Ho atteso il momento giusto che conoscevo, di cui ero certo: quello in cui Nelide si sarebbe inevitabilmente assopita per qualche attimo, nella sua veglia ottusa e determinata, nella sua solida e pragmatica convinzione che l'ammalata non si sarebbe svegliata, ma che se magicamente ci fosse accaduto lei ne avrebbe raccolto l'ultimo sguardo cos simile al suo.
Io so che invece Rosa non si sveglier. Lo so, perch ho visto quello che accadr e l'ho anche raccontato. Ma so anche di avere il privilegio di quest'ultima conversazione, la chiave della porticina che mi pu mettere in comunicazione con lei sull'orlo dell'abisso in cui sta per cadere. Posso ancora parlare con lei.
Il corridoio dal soffitto alto  immacolato: gli inservienti lo tengono pulitissimo, e a quest'ora tutto  gi stato preparato per l'imminente nuova giornata. Perfino l'ospedale, un alveare in continuo movimento, conosce un attimo di pausa. Intravedo un'infermiera addormentata dietro una scrivania, nella luce lattiginosa di una lampada. Da qualche parte arriva il lamento di qualche anima sofferente. Conosco la porta, Modo ha voluto che Rosa stesse in una camera a due letti di cui  l'unica ospite, immaginando di fornire a Nelide l'opportunit di stendersi: la ragazza per non si  mai mossa dalla scomoda seggiola di fianco al letto della zia.
Entro, e lascio che gli occhi si abituino alla penombra. Intravedo le due sagome, cos simili tra loro da far pensare a due gemelle. Come sapevo, Nelide ha la testa appoggiata al muro, le mani intrecciate in grembo, gli occhi chiusi. Anche nel sonno, che durer pochi minuti, ha un'espressione arcigna e diffidente. Io so che ha un cuore buono ma devo ammettere che, guardandola da vicino, non si vede. Pare piuttosto una di quelle donne senza et, che passano dall'infanzia alla vecchiaia senza mai perdere un atteggiamento negativo nei confronti del mondo intero. Povera Nelide, chiss che destino ti aspetta.
L'altra sagoma mi  cara, e la riconosco. Rosa. Rosa che borbotta impaziente, lamentandosi per l'ennesima volta che  stata costretta a cucinare invano. Rosa che protesta per il ritardo, o per l'anticipata uscita, o per i vestiti fradici di pioggia, o per l'ostinata rinuncia al cappello. Rosa che intreccia grossolane e prevedibili trame per tendere tranelli che non avranno mai il fine sperato, immaginando incontri che non avverranno. Rosa, che ha paura della solitudine; ma non della sua. Che ha paura del futuro; ma non del suo. Che ha paura della morte; ma non della sua. Rosa.
Trattengo un sospiro di dolore, nel vederla immersa nel suo sonno senza ritorno con un russare ritmico e profondo che non si interromper nella
nostra breve conversazione perch altrimenti Nelide balzerebbe sveglia e presente sulla sua sedia, percependo anche una semplice variazione nella
vibrazione dell'aria che la circonda. Chiacchiereremo in una sospensione del suo tempo, qualche breve minuto che mi  stato regalato in premio per
aver raccontato tante storie, e per quelle che ancora dovr raccontare.
Rosa mi sente arrivare, e senza aprire gli occhi sorride leggermente.
- Ah, eccovi qua. Allora  vero, avete visto, barone'? Me ne devo proprio andare.
So con chi sta parlando, perch so chi le sta tenendo compagnia lungo il passaggio. Chiss se la vede davvero, chiss se non  solo un pietoso sogno. Comunque trattengo la malinconia, e saluto anch'io.
- Buonasera, donna Rosa. Lo sapete, abbiamo poco tempo e vi voglio fare qualche domanda. Vi sentite di rispondere?
Ridacchia, in quel suo modo brusco e tenero:
- E perch, secondo voi invece posso scegliere di alzarmi e di tornarmene a casa, magari a preparare una bella cianfotta come se niente fosse? Io qua devo rimanere, e voi siete comunque l'unica maniera di fare due chiacchiere, a parte la baronessa che se ne sta qua seduta sul letto. L'avete salutata, la baronessa?
Io la baronessa non la posso vedere. I miei privilegi hanno un limite. Per faccio un lieve inchino verso i piedi di Rosa, come se la baronessa Marta di Malomonte mi stesse fissando in volto i suoi immensi occhi verdi, sollevati per un attimo dalla maglietta rosa da neonata che sta ricamando.
- Buonasera pure a voi, baronessa. Mi perdonerete se rivolgo qualche domanda a Rosa, vero? E questione di qualche minuto, poi non vi disturber pi.
Rosa annuisce, soddisfatta:
- E' tanto tempo che non ci vediamo, la baronessa e io, sapete. Teniamo tante cose da dirci e da raccontarci. Dite, dite pure: tra poco Nelide si sveglia, e abbiamo finito di parlare.
Cerco di raccogliere le idee. Sento nel cuore un peso che mai ho sentito, raccontando le mie storie, se non quando seguivo il piccolo Tett sotto la pioggia nei vicoli, che correva col suo cagnolino verso la morte.
- Vi siete mai pentita di non esservi sposata, di non avere avuto una famiglia? Nelide avrebbe potuto essere figlia vostra, per esempio. E avreste potuto rimanere nei vostri campi, sulle vostre montagne.
Non ci pensa nemmeno per un momento, a darmi la risposta:
- E che figlio avrei mai avuto, pi figlio del signorino mio? Quale amore pi grande potevo provare, me lo sapete dire? Io la famiglia ce l'ho avuta, come no: una famiglia cara, affettuosa. La baronessa  stata come una sorella pi grande, e il signorino mio l'ho tenuto in braccio molto pi io della baronessa stessa. E poi, un marito... E chi lo avrebbe mai potuto sopportare? Gli uomini dalle parti mie sono un guaio, li devi accudire, curare, sono fragili, si ammalano e si lamentano. No, no, per carit: quelle come me stanno bene cos. Ho avuto un figlio come mai si pu avere un figlio, e voi lo sapete bene che l'unico dolore, adesso che me ne sto per andare,  proprio lui: come il dolore di ogni mamma, quando lascia un figlio in un mondo peggiore e se ne va in uno migliore.
Rifletto sulle sue parole, e penso che in effetti nessuna madre mi avrebbe risposto in modo diverso.
- Per avete dovuto comunque lasciare la vostra terra, donna Rosa. Io so quanto siete legata al paese, ai parenti; come vi  sembrata la citt? Come vi ci siete trovata?
Sempre tenendo gli occhi chiusi, le mani ferme sotto la coperta intrecciate sulla pancia come la nipote assopita sulla sedia, curva la linea delle labbra in una smorfia di noncuranza:
- E che vi devo dire, una va dove la porta il destino. Il signorino mio qua doveva stare, e ci dovevo stare pure io. Il difficile  stato continuare a tenere insieme le cose nostre al paese, lontano dall'occhio del padrone  pi facile rubare, per carit,  gente onesta quella che lavora le terre dei Malomonte, ma sono tempi difficili e la fame  il peggiore dei consiglieri. Per fortuna ci sta la famiglia mia, i fratelli e le sorelle che rendono conto a me e che adesso renderanno conto a Nelide. Da questa parte sto tranquilla, l'ho educata bene e sa quello che deve fare. Le sostanze del signorino mio sono ancora solide come quando  morta la baronessa qua, anzi pure di pi, perch siamo state attente e mai ci siamo fatte fregare, no, barone'? Io poi con la citt non ho mai avuto molti rapporti; i fornitori, i vicini di casa, piano piano ci siamo conosciuti e ci siamo voluti bene. Sapete, molti mi sono pure venuti a trovare qua in ospedale; giustamente pensavano che non li potessi sentire, ed  vero, ma posso sentire i pensieri di Nelide e la baronessa mi racconta, quindi lo so che le donne si sono messe a piangere e gli uomini sospiravano. Molti mi hanno portato i fiori, Nelide li ha messi vicino alla statua della Madonna in corridoio. Mi ha fatto piacere. La citt, vedete, non esiste: esiste la gente, le persone che una incontra. E io alle persone che ho incontrato, se non avevano cattive intenzioni verso il signorino mio, ci ho sempre voluto bene.
Rosa, Rosa. La ruvida Rosa, e il suo cuore.
- Il signorino, donna Rosa. La vostra preoccupazione. Che gli succeder adesso?
Si prende tempo, come se ne avesse tanto. L'espressione del viso si compone in una ferma riflessione, profonda come il mare di notte.
- Sapete, in questi giorni che tengo gli occhi chiusi ho visto un sacco di cose, che mai avevo visto con gli occhi aperti. Strano, eh? Chiss, forse me le ha raccontate la baronessa, che  abituata; o forse i sogni sono pi chiari di quello che capita da svegli. Il signorino mio  speciale, ora lo so bene; lo sapevo pure prima, ma in modo confuso. Lui non  solitario, schivo come sembra a tutti. Io me lo ricordo quando era piccolissimo, dolce, allegro, perfino chiacchierone, ha imparato a parlare che nemmeno teneva un anno: e allora qui, in questo letto, ho pensato: se uno tiene un carattere poi non lo cambia, no? Qualcosa gli dev'essere successo. E questo qualcosa, che io non posso nemmeno immaginare, dev'essere venuto da fuori di lui, non vi pare? Allora ho pensato che senza di me magari trova la forza di ridiventare com'era quand'era piccirillo, e si cerca qualcuna e si fa una famiglia pure lui. Perch a stare da solo lui soffre, pure se sembra di no. Io lo so. Uno non si innamora, se vuole stare da solo.
Mio malgrado sorrido di fronte a quel sillogismo stringente, e sussurro:
- Enrica.
Accenna a un sorriso pure lei, stirando le labbra.
- Enrica, certo. Una brava signorina, dolce, di famiglia buona. Ha i fianchi e il seno per fare figli, dalle parti mie quello si guarda; e le piace cucinare, ed  dolce e si vede che gli vuole bene. Ma se non dovesse essere lei non fa niente, mica certe cose si decidono a un tavolino con un foglio di carta e un lapis come quando si fa la lista della spesa. Lei o un'altra, basta che ci sta qualcuno vicino al signorino mio.
Istintivamente mi volto verso Nelide, che si  assestata inquieta sulla sedia. Rosa riprende come se, a occhi chiusi e senza cambiare di un millimetro la sua posizione, mi avesse comunque visto.
- Una brava guagliona, Nelide. L'ho scelta tanto tempo fa, quando ho cominciato ad avere i primi giramenti di testa. La mia famiglia cos se ne va, sapete? Prima o poi cominciano i giramenti di testa, e all'improvviso si cade a terra. Teneva dodici anni, quando ho capito che era l'unica che poteva prendere il posto mio. Non tiene fantasie, capisce subito le cose ed  onesta e forte. E come me, forse pure meglio. Ci metter poco, e far quello che deve fare. Me ne vado tranquilla, credetemi. E' il mio conforto.
Sorrido ancora.
- E rimpianti ne tenete, donna Rosa?
Riflette, tanto che penso si sia addormentata di nuovo. Poi dice:
- Quelle come me, sapete, fanno quello che devono fare. La vita nostra  un cammino che tiene una via sola, non ci stanno bivi, non si pu sbagliare:
se ci stanno salite fai le salite, se ci stanno discese fai le discese, ma  la strada tua. No, rimpianti non ne tengo: ma se avessi potuto tenere sulle ginocchia un altro piccolo barone di Malomonte, con questi occhi verdi che tengono dentro un mondo pieno di cose che noi che siamo gente semplice non possiamo vedere, sarei stata ancora pi felice. -
Vorrei dire qualcosa, ma non ci riesco. Allora Rosa parla ancora, sussurrando:
- Ma io sono stata fortunata, sia chiaro. Il signorino mio  bello, forte, ricco e sensibile. Il signorino mio  il figlio che ogni donna pu desiderare. Il signorino mio si  preso tutto l'amore che tenevo nel cuore, e pure se io sono un poco brontolona e certe cose non le so dire, lui lo sa. Ecco. E difficile, ve l'ho detto. Certe volte  veramente difficile.
Abbasso la voce.
Avete paura, donna Rosa? Quello che vi sta per succedere, adesso... avete paura?
Silenzio, il profondo russare. Poi:
- No. Paura no. Ci sta la baronessa, la vedete? Lei ha detto che finisce di ricamare la maglietta, me la mette e mi porta per mano. Ha promesso che non mi lascia la mano, siamo d'accordo: quando promette una cosa, la baronessa la mantiene. Paura no. Ogni tanto, nel sonno, vedo una luce; la vedo sempre meglio, come se un poco alla volta mi stessi abituando. Ha detto la baronessa che quando avr finito il ricamo la vedr proprio bene, e allora ce ne andremo tutte e due, mano nella mano. Paura no.
Non ce la faccio pi, adesso. Per la prima volta sono proprio io, a non farcela pi.

Mi alzo, in fretta, lancio uno sguardo a Nelide che sta per svegliarsi; mormoro un saluto, alla baronessa e a Rosa, e faccio per andarmene. Ma sento un sussurro.
- Scusate. Vi posso chiedere una cortesia? La mano sulla maniglia, senza voltarmi. - Dite, donna Rosa.
Esita. Un po' di pudore nella voce.
- Qualche volta, se non  di disturbo alle vostre storie... mi fate sognare da qualcuno? Cos, per farmi ricordare. Mi dispiacerebbe se nessuno si ricordasse pi di me. Solo qualche volta.
Devo farmi forza per rispondere.
- Nessuno si pu dimenticare di voi, donna Rosa. Comunque sar fatto. Fate buon viaggio.
Quando esco, l'alba comincia a rotolare per i vicoli della Pignasecca. Un giorno nuovo, e una nuova storia.
Nessuno vi potr dimenticare, donna Rosa. Nessuno.
...
.
...
FINE.